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Scrittura collettiva – Capitolo 1

CAPITOLO 1R Monica Fusco – Scrittura Collettiva

- Stooooooooooop!! Questa la teniamo. Ok ragazzi, per oggi basta riprese.
Il regista, finalmente soddisfatto, si riguardava la scena, scegliendo con i tecnici e il fotografo le luci più adatte e le inquadrature migliori.
In serata, tutta la compagnia si sarebbe ritrovata in uno dei ristoranti del centro per festeggiare il compleanno dello scenografo, ma intanto qualche ora di libertà per tutti.
Andrea, alla fine di ogni ripresa, necessitava di una solitaria passeggiata, alla scoperta di angoli sconosciuti della città e così fece anche in quell’occasione.
Questo film lo coinvolgeva particolarmente, forse perché era stato scelto per interpretare Marco ed era la sua prima volta come protagonista, o forse perché raccontava la condizione di precarietà così diffusa ai giorni nostri, cui neppure lui era estraneo e forse perché con il regista e il resto della compagnia si era creata un’alchimia che lo metteva a suo agio.
Comunque sia, camminando nel tramonto cittadino, si sorprese a pensare alla trama del film e a chiedersi cosa avrebbe fatto lui, al posto di Marco, se tutto questo fosse capitato davvero nella sua vita.
In fondo, ogni essere umano, indipendentemente da dove viva e cosa faccia, oscilla tra il sogno e la realtà e avanza nella vita come un funambolo, continuamente chiamato a scelte, che portino un po’ di sogno nella realtà e un po’ di realtà nel sogno.
Andrea faceva un lavoro che gli piaceva, per il quale si era esposto a rischi, affrontati con l’incoscienza della giovane età e la volontà di realizzare un desiderio e, tuttavia, questa sua passione non gli risparmiava rinunce, a volte molto dolorose. E così, come tutti, si chiedeva se ne valesse la pena, se quello che aveva ottenuto era ciò per cui aveva lottato, se adesso poteva fare qualche passo in piano o la salita non era ancora finita. Vedeva gli amici che aveva dovuto salutare al bivio, quando le loro strade avevano preso direzioni diverse, ricordava volti e voci con cui aveva trascorso ore liete e che trovavano sempre posto nel suo cuore, ma difficilmente nelle sue
giornate. Sentiva la fatica dei continui spostamenti, con la valigia sempre pronta, senza ancora appartenere a nessun luogo. Pensava a Matilde, con i suoi occhi verdi, gentile e modesta, si ricordava le lunghe chiacchierate con lei e le gite in montagna, c’era stato giusto il tempo di un breve saluto l’ultima volta che era passato da casa e qualche volta ne sentiva la nostalgia.
Ebbene, se adesso qualcuno si fosse presentato a lui per chiedere il suo tempo cosa avrebbe risposto?
Era tanto oramai che non considerava più il tempo “suo”, non era infatti lui a decidere come disporne, dove trovarsi e quando, suo, però, era il dovere di onorare impegni stabiliti da altri, mettendosi a disposizione di sconosciuti per ore, giorni o una manciata di minuti. Quindi, cosa gli sarebbe costato regalare questo tempo all’ennesimo che ne faceva richiesta?
Inevitabile, tuttavia, chiedersi cosa ne avrebbe fatto costui del tempo di altri e, più ancora, chiedersi cosa ne aveva fatto e ne faceva lui, come impiegava l’inesorabile avanzare del giorno.
Andrea non si era mai soffermato a riflettere su queste questioni, l’unica certezza era che, nonostante il carico di impegni di certi periodi, che pure lo sfinivano, non desiderava giornate diverse, ne più lunghe, ne più corte: desiderava sfruttare al massimo e nel migliore dei modi quelle che aveva a disposizione e, da quella indimenticabile a quella da cancellare, avrebbe mantenuto senza cambiarlo ogni giorno vissuto fino a quel momento. Quello cui prestava attenzione era, piuttosto, non perdere la bussola, mantenere la direzione, sapersi dare una spiegazione per ogni passo compiuto, ma non sempre il conto tornava.
Si avviò alla cena con il resto della compagnia ancora invischiato in questi pensieri, che gli tennero buona compagnia per il resto della serata e quella notte fece uno strano sogno.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:33
 
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CAPITOLO 1Q di Mutti Diego – Scrittura Collettiva

Lasciata alle spalle la traversa dove aveva sede il bar dei mattinieri, a poche centinaia di passi, dietro all’angolo con il club/shop che si rifaceva all’epoca dandy, faceva capolino la grande M rossa.
In questo breve tragitto M. incrociò diverse decine di persone, ognuna con i propri grilli, crucci ed affari per la testa ma tutte con quella fretta meneghina che si respira nell’aria e che poco spazio lascia ai sentimenti ed alle interazioni.
“E se pure loro fossero entrati in contatto con il signor D. ed abbiano già perso anni di vita?” riflettè d’istinto M. quasi demoralizzato, probabilmente intristito dalla monotonia del grigiore autunnale della città. “E chi era veramente costui che si presentava come un saccente che tutto sapeva della mia esistenza?”

Si erano fatte le 8, M. estrasse dal taschino della giacca il proprio abbonamento e superò i tornelli. Quel che è indubbio, è che il signor D. aveva preso la centralità temporanea dei pensieri di M., che a testa alta si indirizzò verso i gradini della scala mobile che portavano al treno.
Il tragitto che lo accompagnava in ufficio prevedeva cinque fermate cinque; l’aria si faceva calda ed irrespirabile mentre finalmente le carrozze ferrose gli si avvicinarono.
Il treno della metropolitana diretta in centro gli si fermò di fronte in uno stridente cigolio che pareva un verso di una civetta senza un domani.
M. insieme ad altri, perlopiù distinti signori con al seguito la ventiquattr’ore, salì.
Si sedette, ritenendosi fortunato, sul primo sedile libero all’angolo destro della carrozza, accanto ad una procace donna sulla trentina, sguardo fiero ed ammaliante avvolta in un tailleur grigio scuro accompagnato a delle tacco 12 rosso scarlatto, che indossava uno sbarazzino paio di occhiali da vista dal taglio essenziale e dalla tinta virante al bianco perla con inserti blu mare.
La mora donna d’affari, dalla folta chioma riccia, sfogliava un giornale economico, di quelli che ti fanno la rassegna della settimana precedente: “sarà forse stata una manager della finanza” pensò M. non sentendosela di parlarle a stomaco vuoto.
Di fronte i diversi uomini in giacca e cravatta creavano un gioco di contrasti con la casalinga con i due figlioletti e i vari pensionati che spesso abitano queste carrozze mattutine.
M. giocò di sguardi con il settantenne opposto a lui che sghignazzava dietro la sua gazzetta rosea d’ordinanza, e M. da grande tifoso milanista gli fece: “c’è da ridere quest’anno degli interisti vero, signore?”
L’anziano, dopo un abile silenzio fissando anch’esso la giovane manager mora, quasi come a volerne prendere uno spunto di riflessione sentenziò: “gente così, si sa, vince un paio di trofei per poi sparire per decenni”.
Riscosse ampi consensi questa frase. Giusto il tempo di salutare e la fermata per l’ufficio era arrivata!

Quella che era stata una declinazione conversativa casereccia col signor D. l’aveva distratto facendogli perdere il cappuccino.
Fu così che si fermò al 36, bar carino a pochi passi dal suo centro impiegatizio, ed una splendida ragazza bionda dagli occhi grandi e azzurri avvolta in un camice nero gli si prospettò dietro il bancone.
“Un cappuccino per favore”, richiesta di un’ovvietà così limpida che è diventata però ormai di circostanza, dal momento che più nessuno prepara cappuccini per favore, ma vuole soldi in cambio. “Il signor D. invece voleva il mio tempo”, niente di più vero: il tempo è denaro.
Come di circostanza è diventato il “come va?” postposto al saluto da innumerevoli persone senza nemmeno più cogliere il valore intrinseco di quell’accezione linguistica.
M., gustato il cappuccino in pochi e lunghi sorsi, chiese alla sconosciuta ragazza: “a che ora stacchi?” senza neppure saperne il nome. Lei rispose: “alle tre finisco il turno” dopodichè si salutarono: fu un goloso arrivederci.
M. era riuscito a guadagnarsi la simpatia della ragazza e si sentì molto sicuro: aveva dribblato la sua timidezza e sarebbe passato volentieri ad aspettarla terminato il suo lavoro, a breve, brevissimo tempo.

“Ma quel vecchio pazzo del signor D. non mi aveva detto se poi, tornato alla realtà, finito il sogno, accedessi veramente a quanto creato nella mia mente…se sognassi per dieci minuti mi costerebbero due mesi di vita: ah, come vorrei rivederlo quell’uomo dal Borsalino portato con così malcelato orgoglio; se fosse tutto così semplice potrei anche perderli questi due mesi. Ne ho persi molti di più in vita mia per faccende rivelatisi fittizie, questo potrebbe essere un ottimo investimento. Lui però parlava di ore di sogno: voleva fregarmi probabilmente, ma abbiamo parlato per così poco tempo, non sono riuscito ad entrare nel dettaglio dell’offerta” pensò M. sforzandosi di comprendere qualche aneddoto in più. Il signor D. voleva approvigionarsi del vero tesoro che M. custodiva, ossia il tempo, mentre M. cercava di realizzare con il minimo danno possibile la sua più grande aspirazione. E’ proprio vero: chi ha poco tempo a disposizione ci si abitua e vive sempre al massimo sapendo di non poterlo mai più riavere indietro rappresentando di fatto quella che è la povertà, di contro c’è il mondo ricco con giornate intere a propria disposizione in grado di gestire il tempo a proprio piacimento. Se non ci fosse il denaro e potessimo comprare il tempo alcuni di noi diventerebbero quasi immortali mentre a parecchi altri resterebbero solo poche ore di vita, dal momento che anche l’acqua ed il cibo costerebbero tempo.
“Dopotutto in dieci minuti di sogno potrei diventare un artista, o fondare un’azienda” pensò M. nella nuvoletta personalizzata che prese forma sopra la sua testa, invogliato dalla carica della caffeina mattutina”.

Arrivato al lavoro, M. prese posto nel suo ufficio: Milano era grigia oggi, ma mai quanto la creatività che aleggiava lì dentro.
Mentre scrutava gli strambi personaggi che popolavano l’ufficio ad M venne una sibillina intuizione che poteva giustificare il comportamento enigmatico del signor D.: “e se fosse un investigatore assunto da quella gossippara di Luana per conto dell’azienda in risposta alla mia minaccia, con cui mi rivolsi una dozzina di giorni fa al Poletti ostentando rabbia e angoscia da tutti i pori?”.
Dopotutto che diritto hanno di sbattermi fuori dall’azienda, perdipiù in un periodo austero e di recessione come questo? Bisogna svecchiarlo il mondo del lavoro, non avrebbe proprio senso sbarazzarsi di un giovane come me, quando ai piani alti qui ci sono parecchi over sessanta”.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:30
 
Commenti (3) | 26.03.2012

CAPITOLO 1P di Laura Vietri – Scrittura Collettiva

Si soffermò nuovamente a pensare a quello strano incontro, ed in particolare a quella strana persona incontrata così per caso. Gli sembrò tutto ad un tratto di aver parlato con una sorta di genio della lampada, ma in questo caso, altro che tre desideri!
Gli offriva sogni gratis in cambio di anni di vita.
Ma non aveva scelta. Quella offerta era allettante da tutti i fronti, specialmente perché la sua vita non aveva davvero un senso. Così decise, fra sé e sé, di accettarla.
Dopo essere uscito dalla metro, e dopo aver accettato il crudele vento d’autunno, si incamminò verso l’ufficio, lasciandosi trasportare dal suo vagheggiare un quella città grigia, come soleva definirla da quando ci aveva messo piede.
Guardava le vetrine a suo parere tristi, con l’unico scopo di scoprirne un senso. Si chiedeva il perché di quei vestiti all’ultima moda, di quei mascara a poco prezzo, di quelle minigonne che altro non sono che mutande allungate.
Tutte quelle cose gli ricordavano Lisa. Lisa era una stronza di prim’ordine, quel tipo di ragazza che ti fa girare la testa e se ne va prima che tu riesca a fermarla.
Lisa era la tipica donna a cui guardare le gambe per ore e ore, per poi renderti conto che lei ti aveva guardato ridendo tutto il tempo.
Sentiva la sua nostalgia. Ma, in fondo, meglio solo che male accompagnato.
Non era solo lei che gli mancava; gli mancava il suo fedele cane, forse l’unico vero amico mai avuto nel corso di una vita. Gli mancava casa sua, non quella di Milano, ma la sua bella casetta nelle campagne del Mezzogiorno.
Gli mancava…no, sua nonna non tanto. Ma gli mancava il modo in cui faceva i suoi buonissimi struffoli e la sua deliziosa pastiera, la maniera in cui educava i suoi nipotini, cacciando qualche banconota dal reggiseno ogni volta che uno di loro aveva compiuto una buona azione.
Gli mancava l’odore della tradizione.
Gli mancava l’essenza della vita, cosa che il suo lavoro e il suo superficiale amore non erano mai riusciti a donargli.
Durante il tragitto pensò anche ai perfetti lineamenti che percorrevano il viso di quell’uomo scomparso nel nulla.
Aveva cercato invano di non farsi catturare da quegli occhi splendenti, due perle di color blu che nuotavano nel suo viso. Inoltre, un naso perfetto faceva da contorno ad una bocca carnosa e delicatamente perfetta.
Quell’uomo gli era sembrato la perfezione in persona.
Dopo una ventina di minuti raggiunse la sua seconda casa (l’ufficio per l’appunto), che lo accolse con tutto il calore che poteva.
Il tepore di quell’abitazione non aveva rivali. Era in pieno possesso delle sue capacità motorie e mentali.
Pensò subito di raccontare quella fantastica storia a qualche suo collega, nonostante non avesse con loro rapporti di nessun tipo, né aveva intenzione di crearne. Tuttavia, dopo l’incontro con l’uomo sconosciuto, si sentiva quasi superiore.
Una forza indomabile gli permetteva di star lì, davanti a quelle scimmie intrappolate in corpi di uomini, utili se non a mangiare i sogni degli altri.
Così, spavaldo ma per finta, cominciò ad attirare l’attenzione con i suoi gesti e i suoi movimenti.
“Ho un progetto per voi” fu la prima cosa che disse . “E se vi dicessi che, appena chiudeste gli occhi, potreste diventare tutto ciò che volete?”.
Si sorprese del modo in cui gettò la proposta dinanzi ai loro occhi increduli. Ma non ottenne il risultato desiderato.
E fu allora che Jonathan, il più ostile di tutti, gli prestò attenzione.
“Momento adatto, persona giusta da punzecchiare” pensò Marco. Cominciò a guardarlo senza provare quel timore solito.
Jonathan aveva sempre fatto in modo che lui venisse escluso da quel piccolo club che si era creato in ambito lavorativo. Qualsiasi battuta facesse, qualsiasi cosa dicesse, lui era lì, pronto a rovinargli il momento.
“Jonathan, mi aiuti a finire il progetto?” chiedeva Marco.
“No, incapace che non sei altro. Se davvero avessi potenzialità, non chiederesti aiuto ad un tuo collega” era la risposta fredda e schietta.
“Jonathan, il capo ci vuole insieme oggi.”
“Vorrà dire che andrò a fare due chiacchiere con lui” era la risposta rapida del nemico.
Così questa volta no, avrebbe preso la rivincita. Adesso era lui a parlare. Adesso era lui ad avere il progetto bomba.
All’inizio l’uomo ostile mostrava segni di incredulità, ma non li lasciò vincere.
Così, disse ironicamente: “Davvero? Non ci posso credere!”
Marco lo guardò sorridendo.
“Quindi mi stai dicendo che se io sognassi di farti sparire dalla faccia della Terra, tu evaporeresti?Ti scioglieresti come neve al sole?”
Marco cambiò prontamente atteggiamento. Non si aspettava quella risposta, e con un po’ di amarezza, annuì.
“Allora mi farebbe proprio comodo!” fu la risposta di Jonathan, accompagnata dalle risate dei suoi compagni.
E poi si fece tutto d’un tratto serio.
“Ascoltami” continuò l’uomo ostile, guardandolo dritto negli occhi, “Nel mondo tre cose non moriranno mai, che tu lo voglia o no: la guerra, la sete di potere e l’odio. Ognuna frutto dell’altro, ognuna conseguenza dell’altra. In un futuro vicino o lontano, loro ci saranno sempre. L’odio acceca le persone, la guerra te lo dimostra, la sete di potere l’aumenta. Quindi impara a vivere in questo mondo di merda e a tenerti il tuo posto del cavolo, perché senza pane e senza un tetto sotto la testa, quegli occhi che vuoi tanto chiudere poi non si apriranno più.”
Così terminò il discorso dell’uomo, che andò via senza neanche attendere una risposta.
La corazza che Marco aveva tentato con tutte le sue forze di creare si sgretolò dinanzi ai suoi occhi, spazzando via l’incredulità e l’illusione che si era creata nel suo cuore.
In fondo, quell’uomo aveva ragione: il mondo, nonostante ruoti, è come se rimanesse sospeso in una bolla fatta di drammi e disgrazie, pronti a distruggerci.
Marco era stato attento alle sue parole, così attento da immaginare tutto ciò che egli aveva detto.
Aveva pensato concretamente all’odio, a tutte le guerre alle quali stava assistendo.
Pensò a se stesso sotto a un ponte, in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Cercò in tutti i modi di spazzar via quella immagine, ma non accadeva perché poteva rappresentare il reale, in un futuro molto sfortunato.
Nonostante fra di loro non ci fosse alcun tipo di rapporto, riconobbe che quel giorno Jonathan aveva ragione: è di solo odio che si nutre il mondo. Potrebbe campare cento secoli così.
Dopo aver affrontato la cruda realtà, capì che le parole dell’uomo incontrato nel bar, chiunque fosse, non potevano che venire da qualche furfante, che si era solo divertito a vedere in lui gli occhi raggianti di un bambino in festa, che magari aspetta lo zucchero filato o di fare un giro sulle montagne russe.
Sentì comunque il bisogno di rifugiarsi in ciò che aveva detto il signore del bar. Se avesse potuto sognare, avrebbe reso la sua vita inutile un po’ migliore.
Fu così che sentì un sonno improvviso, nonostante fosse solo primo pomeriggio. E così, dopo aver accucciato la testa tra le braccia, chiuse gli occhi.
Il sogno, in fondo, è sempre meglio della realtà.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:29
 
Commenti (3) | 26.03.2012

CAPITOLO 1O di Federica Fanti – Scrittura Collettiva

Dal bar l’entrata della metro distava pochi passi, ma mai era sembrata così lontana.
M. camminava lentamente, perplesso, si fermava, scuoteva la testa e ripartiva.. Possibile che un comune venditore ambulante lo avesse in tal modo turbato? O forse gli spaghetti di ieri sera gli erano rimasti sullo stomaco? “In effetti non ho riposato molto stanotte, deve essere stata la pasta..o il cordon bleu..” disse tra sé e sé. Eppure qualcosa di quell’uomo, reale o immaginario che sia, lo aveva veramente colpito “Devo averlo già visto da qualche parte” borbottò stizzito. Sembrava uno di quei sogni così realistici che al risveglio non si è mai sicuri di cosa sia successo veramente, soltanto che M. non era nel suo letto semi-coperto dal solito lenzuolo beige.. Era sveglio, di questo ne era certo, dopotutto si era anche fatto la barba, come ogni mattina, e il taglietto sulla guancia destra lo provava. Si passò una mano sugli occhi per qualche secondo, il loro colore verde scuro era segnato dalla stanchezza e per poco non sbattè contro un palo della luce. Gli cadde un foglietto dalla tasca. Distratto si chinò per raccoglierlo e reinfilarselo nella giacca. “E no..” accennò a labbra socchiuse “Ma che scherzo è questo?” stavolta lo pensò e basta. Sembrava una pagina di diario un po’ ingiallita che riportava una data illeggibile, solo il mese si capiva: Ottobre. Nient altro c’era lì sopra… nient altro che una D, disegnata in cima al foglio, imponente, come se fosse stato l’inizio di una storia. Prima di quella mattina M. probabilmente avrebbe pensato ad una semplice lettera dell’alfabeto, avrebbe accartocciato il foglio e lo avrebbe gettato a terra senza pensarci due volte.. e invece no, aggrottò le sopracciglia come per cercare qualche cosa che non si sarebbe vista al primo colpo, ma non trovò nulla.. ripose in tasca il pezzo di carta e si voltò a guardare il tavolino del bar dove sedeva pochi minuti fa.. era tutto come prima, anche la ragazza dai capelli corvini rideva come se non stesse succedendo niente. Riprese a camminare guardandosi intorno, nessuno pareva accorgersi di lui: un uomo in giacca e cravatta con l’auricolare all’orecchio e tipica valigetta ventiquattr’ore parlava soddisfatto della trattativa che avrebbe concluso in giornata, una mamma che accompagnava con fatica i suoi due bimbi a scuola, un gruppetto di ragazzi con gli zaini pieni zeppi di scritte colorate e all’opposto, privi, o quasi, di libri… All’apparenza nulla c’era di diverso in quella fredda mattina d’autunno, ma il cambiamento, forse, stava avvenendo dentro di lui. Il “vecchio pazzo” e le sue strampalate idee avevano smosso qualcosa dentro M., se non altro una triste e cinica domanda gli rimbombava in testa: “Come si può arrivare a pensare che sia meglio vivere la vita che vorremo nei nostri sogni, piuttosto che tentare di realizzarla giorno per giorno con le nostre mani?”.
Stava facendo tardi al lavoro ma questo non sembrava preoccuparlo più di tanto, l’avrebbe atteso un’altra giornata relegato sulla sua sedia scomoda in ufficio, grigia come il cielo su Milano, condannato alla mediocrità.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:27
 
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CAPITOLO 1N di Riccardo Cecotti – Scrittura Collettiva

Le otto e un quarto, e’ tardi, molto tardi. Il passo di M. diviene lungo e rapido. Paradossalmente gli viene chiesto del tempo, a lui, che tempo ne ha così poco.
Sempre affannato, sempre in ritardo, sempre a rincorrere quelle lancette che di fermarsi non hanno la minima intenzione. Che si tratti di lavoro o che si tratti di faccende personali, il giovane con il passare degli anni, pare essersi convinto che il tempo, in effetti, sia il vero tesoro di colui, che noi comuni pezzenti, chiamiamo ricco. I facoltosi, quelli che sanno godersi la vita, non i malati di potere come il suo datore di lavoro, hanno tempo in abbondanza. Non devono prendere i mezzi pubblici, possono andare a lavorare all’ora che più aggrada loro, ci mettono persino più degli altri a mangiare o nel fare l’amore, sempre se esercitano i due bisogni in momenti diversi chiaramente. I ricchi, hanno tanto di quel tempo da riuscire persino ad annoiarsi, mentre per noi
è come se fosse naturale: Alzarsi la mattina, accendere la luce, buttare idealmente la sveglia dalla finestra, mettere sul fornello il caffè preparato la sera prima, lavarsi, vestirsi, cavalcare l’auto ed andare a lavorare.
A lavorare … e perché lavorare ? Perché non partire per un viaggio, perché non dipingere, scrivere, leggere, fare all’amore ma lavorare ? Eh si lavorare ci da una sicurezza, un futuro, la possibilità di avere la luce in casa, una bellissima sveglia da non buttare, di possedere un fornello ed anche del caffè, ci rende proprietari di un bagno, di bellissimi vestiti alla moda e di guidare un auto. Tutto ciclico come in un triskele.
Come sarebbe stata la sua vita se ogni ad ogni bivio avesse preso la decisione giusta ? Se avesse frequentato quel master in Irlanda per esempio, se avesse scelto una fidanzata differente che l’avesse spronato nei suoi interessi verso l’arte, se a quel colloquio avesse risposto in maniera diversa. Magari questo maledetto sogno di stanotte, che pare sempre più certo, varcato il cancello, potrebbe riprodurre un film nuovo, riproporre ogni tappa decisiva del suo viaggio fino ad oggi. Adesso lui saprebbe che scelta fare, che strada prendere divenendo così un Marco nuovo: Potente, affermato, e con tanto di quel tempo a disposizione da spendere in donne fino ad oggi inarrivabili, feste e bagordi di ogni tipo, da evitargli persino l’uso del suo vecchio orologio, quello comperato dal padre per il suo diploma e mai sostituito per non recare offesa al genitore.
La piazza gli si apre davanti e il semaforo rosso davanti a lui impone uno stop alla sua falcata, mentre il solito corteo di auto gli scorre davanti lentamente per via del traffico, il funerale della fretta. La capitale della moda e’ una città strana, il ritmo negli uffici, nei luoghi di lavoro e’ inversamente proporzionale a quello sulle strade così come la parlata, così lenta, con quelle vocali così aperte e tirate, rispetto alle azioni repentine del milanese.
Verde ! il cammino riprende, l’entrata della metro a pochi passi.

C’e’ una linea sottile, che separa la fantasia dalla realtà. A volte ci ritroviamo a percorrerla e non ci rendiamo conto della sua debole consistenza oltre che esigua larghezza, fino a quando non ci si para davanti qualcuno o qualcosa distogliendoci da quella che pensiamo sia la normalità – questo il pensiero di M. mentre scende gli scalini che dalla superficie portano al sottosuolo. Osserva il simbolo della metro, una emme gigante come l’iniziale del suo nome – – s’immerge sempre di più nel buio, di pari passo ai suoi pensieri – – fermata Loreto, arriva il vagone ed M. vi sale sopra con un gesto automatico, ripetuto mille altre volte – < Una soglia, una porta un uscio … ed io cosa dovrei fare, accettare cosa ? > – cercando di ricordare in maniera puntuale le parole di quel folle – < Ah accettare l’accordo di questo Faust metropolitano ! Ma certo che stasera, influenzato come sono, sognerò : Una soglia, una porta, un uscio, magari anche un cancello. Vuole la mia vita, o almeno parte di questa per un viaggio ? Ma dai ! Nemmeno fosse un videogioco, e nemmeno dei più originali. Solo non comprendo perché, insomma perché proprio io, e’ la domanda esatta. E se fosse un brutto scherzo di Antonella ? L’avrà mandato lei quell’uomo ? Questo spiegherebbe come mai sapeva dove e come colpire, per incuriosirmi ed affascinarmi. Quanto tempo e’ che non mi faccio vivo ? Due settimane ? Si ma di nuovo la domanda e’ perché. Non e’ la prima volta che ci distacchiamo un po’ per assaporare i nostri spazi di single per scelta, così come ci piace definirci fuori dalle lenzuola nei pochi momenti in cui ci frequentiamo vestiti > – il ragazzo inizia a ridere della sua immagine cinica. Si aprono le porte del vagone, fermata Cairoli: La sua destinazione.
Risale nuovamente gli scalini e riemergendo dal buio osserva il simbolo della metro, per un attimo la “M” si dissolve davanti ai suoi occhi, come in un cambio di scena, in quell’attimo scompaiono i suoni sguaiati degli accenti milanesi, scompare l’odore di ruggine delle rotaie mischiato ai gas si superficie, scompare il ritmo frenetico degli impiegati incitati come gli schiavi rematori, dal tamburo del loro aguzzino, scompaiono gli impercettibili raggi del sole che testardamente sopravvivono in memoria di un’estate andata. Al loro posto l’immagine de “l’abbazia nel querceto” di Friedrich in tutta la sua forza evocativa, ricordo di un tempo in cui M. si dilettava di pittura. Un attimo solo e Milano ritorna ad essere Milano.
Cinque minuti dopo M. e’ in ufficio. < Guarda che sei in ritardo ! > La voce trafelata di Claudia lo accoglie all’entrata, ed il giovane sobbalza, riportato repentinamente alla realtà. Il capo e’ già in piena frenetica attività, quando lui attraversa il corridoio, che chiaramente e’ una passerella davanti alla porta spalancata del sommo imperituro. In qualsiasi ufficio che si rispetti, l’architettura schiavista impone che per arrivare alle proprie scrivanie, si debba sfilare davanti a colui che ti paga lo stipendio. Tempi addietro vi erano anche trappole che scattavano automaticamente un quarto d’ora dopo lo scoccare delle 9.00, ma fortunatamente la civiltà giuridica dei paesi più evoluti ha abolito tali dolorose sanzioni. La macchinetta del caffè, luogo di perdizione dell’impiegato e’ lì a pochi passi, tutto intorno tre colleghi, negli ultimi attimi di umanità prelavorativa, si scambiano pezzi del loro privato, ma non c’e’ tempo. In fondo al corridoio s’inerpica verso il soffitto un maestoso albero di pratiche da visionare, fotocopiare ed infine catalogare e riporre in spazi sempre più ristretti. – una voce interna, tormenta M. per l’occasione più simile ad un K. di kafkiana memoria -. Nulla e’ opprimente come sapere che comunque vada la faccenda, qualunque sia l’impegno che ci metterà nell’abbattere quella mostruosa creatura di carta, in poco tempo ella crescerà di nuovo e sempre più imponente, sempre più forte, beffarda e crudele. Si fa forza ed infine, nonostante il senso di nausea crescente entra nel suo loculo, salutando debolmente Giulio. Otto ore almeno dovranno passare in quell’inferno quotidiano, otto ore tra scartoffie di ogni tipo, progetti che non servono a nulla, documenti figli di una burocrazia sovrana. Tanto vale estraniarsi, tanto Giulio parla solo di calcio, uno dei milioni di allenatori che dal lunedì mattina al mercoledì parlano della partita giocata, e dal giovedì al sabato di quella che verrà, sempre che nella settimana non ve ne siano in mezzo altre. Schemi, errori arbitrali, reti fantastiche, sempre le stesse cose ribadite come un mantra. Ripetute ed ossessionanti, ma che per molti sono essenziali, prove tangibili della propria esistenza. Ci sarebbe Marilena, al momento non presente, ma anche lei dopo il parto ha come unico argomento il figlio. Il figlio che mangia, il figlio che inizia a parlare, il figlio che non dorme, il colore dei suoi bisognini e quella stranezza trovata nel rigurgito mattutino.
Insomma bisogna trovare una soluzione per evadere, mentre si vive nel girone degli impiegati. La ricciolina, quella seduta al tavolo appartato, ecco quello potrebbe essere un punto dove orientare la propria immaginazione. Chissà come fa sesso, con quelle forme così femminili, chissà se lo fa e con chi le piacerebbe farlo oltre che con il ragazzo con cui l’ha vista. Magari si reca in quel bar tutti i giorni. Non sarebbe male approfondire la sua conoscenza se la trovasse da sola. Così perso nei suoi viaggi immaginari utili alla sua sopravvivenza mentale decide di tenere per se l’accaduto e la proposta di D, in fondo se qualcosa deve succedere, succederà stanotte, per il momento c’e’ Poletti da sistemare ed una vita da mandare avanti.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:26
 
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CAPITOLO 1M di Lorenzo La Monica Dorigo

Il suono del violino di un musicante di strada si confuse con i suoi pensieri, con quelle parole che ancora risuonavano come macigni nella sua mente.
Lasciarsi travolgere dalle farneticazioni di uno sconosciuto? Non era certo questa la strada, ma più Marco ripensava al tono di quel dialogo surreale, meno riusciva nel suo disperato tentativo di autoconvincimento dell’essere stato vittima di un folle o di un semplice burlone.
Che cosa significavano quelle parole? E, soprattutto, come faceva quel losco figuro ad aver appreso delle informazioni personali così puntuali?
Pareva quasi, oltre il velo di stupore senza fine, che quel “qualcuno”, quel tale “Signor D”, si fosse insinuato tra i suoi pensieri, nella sua vita, prima che al centro dei suoi passi.
Il violino si faceva sempre più vicino, la lunga galleria gremita di una folla senza volto lo conduceva al suo solito, mesto, affollato marciapiede, da cui ogni cinque minuti passava un treno con destinazione fin troppo nota.
Tra le fredde luci dei neon che giocavano a rimpiattino con le tristi piastrelle bianche, ebbe il tempo di uno sbadiglio, quasi a cercare un filo di fiato in quell’atmosfera cupa, con cui rinnovare le sue preoccupazioni.
Un rapido passaggio ai tornelli e fu di là, nell’oltre, tra i paganti, i regolari.
Si rigirò nervosamente la tessera fra le dita, convinto che, vista la sua precaria situazione finanziaria, mai e poi mai avrebbe potuto acquistarne una nuova.
Il tabellone indicava, perentorio e luminoso, tre minuti al treno successivo. Tre lunghissimi minuti, con lo sguardo perso nel vuoto, ad ammirare l’usurarsi della città nel suo procedere sempre uguale, in quel rapido girovagare di mosche e susseguirsi di valigette di pelle, in quei tacchi a spillo che cadenzavano lo scorrere del tempo; in quei capelli sciolti, dietro mille maschere.
A nessuno importava nulla dei pensieri di Marco, troppe le faccende da sbrigare in quei tre, miseri, minuti.
Nessuno mai sarebbe andato in suo soccorso, nell’ipotetico caso in cui avesse trovato il tempo di raccontare del suo bizzarro incontro, che riduceva la distanza dalla follia, in un autunno ridotto all’osso.
Un nuovo sbadiglio, confuso. La mancanza di caffeina si faceva sentire, la stanchezza delle membra pareva sgretolargli le ossa del collo e appesantirgli le palpebre, rovistando, infine, direttamente nei bulbi oculari doloranti, crepati di sottili viuzze rosse.
Marco iniziò a dondolare leggermente a destra e a sinistra, quasi cullato da un respiro di vento inesistente, finché, finalmente, il treno della metropolitana diretta in centro gli si fermò dinanzi in un cigolare stridulo, come il lamento di una cicala senza più futuro.
Le porte si aprirono, e il serpente di lamiera accolse anche Marco, inghiottendolo assieme a tutta la sua inquietudine.
Il treno correva veloce in direzione di Porta Venezia, dove un’altra fetta di routine attendeva impietosa.
Marco cercava di evitare gli sguardi, concentrandosi ora sui sedili, ora sul pavimento, ora ruotando gli occhi verso l’alto.
Una strana sensazione, quasi più angosciante del suo incontro precedente, lo stava divorando: qualcuno lo fissava, lo fissava intensamente, da qualche parte.
Ma ancora faticava a ricercare quello sguardo, intimorito com’era dagli altri, dai tutti.
«E se fosse un borseggiatore che mi ha puntato?» pensò tra sé e sé. Ma si rincuorò immediatamente: «Affari suoi, sono praticamente senza un soldo… Dovrei borseggiarlo io…». E si lasciò scappare un sorrisino appena accennato, quasi, paradossalmente, compiaciuto della sua condizione in bilico tra la routine e l’angosciante incertezza.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:24
 
Lascia un commento | 26.03.2012

CAPITOLO 1L di Marzia Iosimi – Scrittura Collettiva

Quella sensazione di freddo lo riportò alla sua condizione presente, stava camminando, ma in realtà non se la sentiva di affrontare i colleghi, non avrebbero certamente capito le sue disavventure mattutine. Forse sarebbe stato meglio andare a casa, piuttosto che in ufficio, così per un po’ camminò senza meta, ripensando all’accaduto. Lo aveva colpito la sicurezza con cui quel pazzo di un vecchio avesse scavato la sua anima, in
fondo non gli dispiaceva sapere di essere così coinvolto in quella strana situazione. Lo aveva sognato o aveva realmente vissuto ciò, che ora gli riempiva la testa, i pensieri. Cosa ne avrebbe fatto della sua vecchia vita, ora che gli era stata offerta l’occasione di cambiarla? D. aveva usato delle parole, che egli non aveva mai osato dire, quel vecchio aveva dato parole alla sua sofferenza! Incredibile, non mi ero mai accorto di essere infelice, forse insoddisfatto quello sì. – pensò: “nella mia vita non c’è gioia, non ce n’è mai stata! Davo la colpa al lavoro
precario, al fallimento di un rapporto con Lisa che mi costringeva a responsabilizzarmi, invece ero io che non accettavo il mio disagio, non lo affrontavo. D. aveva colpito nel segno, ma lì per lì non ho voluto considerare le sue parole, perché sapevo che mi avrebbe fatto un gran male prenderle sul serio.”
La sua vita non gli piaceva, era vero, ma c’era molto di più sotto, doveva cambiare, doveva cominciare a rivedere ogni cosa. Questi suoi pensieri lo condussero tra la gente frettolosa all’interno della metropolitana, ma non aveva nessuna voglia di andare a casa, sperava in cuor suo di rincontrare il signor “D.”.
“Mi scusi, scende la prossima?”
“No signora, prego”.
In un attimo di vita reale, sentiva un peso nel cuore, chissà se quella notte e le altre che sarebbero seguite, la sua esistenza sarebbe cambiata, una volta presa la decisione di assaporare il futuro? “In fondo il bilancio di questi miei trentacinque anni, non è poi un granché, sono solo, non ho un lavoro fisso e soprattutto non c’è più Lisa con me.”- pensò grattandosi la testa.
Scese dalla metro, ancora pieno di questi pensieri, si avviò verso casa, vicino a Porta Romana, in Via Amedei n° 15, int. 3a, il suo appartamento di 35 mq. di solitudine, lo aspettava.
Camilla, la sua gatta persiana, gli corse incontro felice di rivederlo, sperava in qualche coccola e in quei croccantini deliziosi che M. le dava ogni sera.
La segreteria telefonica lampeggiava : due messaggi, click, esegui, ascolta e la voce di sua madre, riempì la stanza in viva voce, mentre lui in cucina dava da mangiare alla gatta, lo invitava l’indomani a cena, visto che le occasioni di vedersi si erano più rare. Anche Diego, il suo migliore amico, lo aveva chiamato, perché aveva acquistato a prezzi stracciati, diceva lui, due biglietti per il derby Milan-Inter. M. se n’era proprio dimenticato,
forse non gli importava quasi più. Avrebbe voluto, piuttosto parlare a Diego, confidarsi, aprirsi finalmente, ma da dove avrebbe potuto iniziare e poi soprattutto gli avrebbe creduto?
Mah….
In frigo poco o niente, poteva farsi solo una pasta, ragù in scatola, ok la cena era assicurata. Nessun programma interessante, seduto sul divano sembrava quasi rassegnato, sentiva salire la stanchezza, chiuse gli occhi, aveva paura di addormentarsi, la gatta sopra di lui ronfava e anche lei si assopì. Passarono pochi istanti, pensava di aver sognato, ma non ne era certo. Ora il suo corpo immobile, gli sembrava quello di un altro.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:22
 
Commenti (2) | 26.03.2012

CAPITOLO 1K di Paola Mattiazzo – Scrittura Collettiva

M. si lasciò trasportare nel sotterraneo dalla scala mobile; inserì la tessera e superò i tornelli, dirigendosi lentamente verso la banchina. Attorno a lui centinaia di persone si muovevano velocemente lungo le varie diramazioni della stazione della metropolitana, come formiche affannate alla ricerca di cibo da ammassare per l’inverno. M. si guardò intorno e improvvisamente si sentì a disagio in mezzo a tutta quella gente ansiosa; decise di tornare in strada e di camminare un po’ all’aria aperta, in modo da poter riflettere su quanto era avvenuto quella mattina.
L’aria frizzante autunnale lo avvolse, inebriandolo; l’odore dolciastro delle foglie che si staccavano copiose dagli alberi, posandosi sul viale, risvegliò in M. antichi ricordi e dolori.
Ma come faceva quell’uomo, quel D., a conoscere così tante cose della sua vita? Probabilmente, anzi sicuramente, era un millantatore; magari c’entravano conoscenze comuni che potevano averlo messo al corrente della sua situazione disperata. Dopotutto niente di quanto gli avesse rivelato al bar era segreto. Tutti erano a conoscenza del fatto che era andato a vivere da solo ancora mentre frequentava l’università, nonostante non avesse la possibilità di mantenersi. Era molto più giovane e testardo e voleva la sua libertà; andare e tornare senza doversi giustificare ogni volta con i suoi genitori, poter ospitare amici e amiche senza problemi, gestire la propria vita senza dover continuamente subire interferenze di ogni genere. Per sua madre si trattava soltanto di “consigli”, ma erano un modo come un altro per gestire la sua vita impedendogli di fare quello che desiderava.
Peccato che il lavoro part-time che aveva trovato fosse insufficiente per coprire tutte le spese: tasse universitarie, mantenimento, affitto e spese condominiali, spese voluttuarie. Inoltre gli rimaneva pochissimo tempo da dedicare allo studio ed era rimasto molto indietro con gli esami.
E poi c’era lei, Lisa, la ragazza della sua vita. Era così bella, Lisa, da togliere il respiro. Assomigliava moltissimo alla ricciolina che era seduta al tavolino del bar, la ragazza che lo aveva spinto a sedersi per ordinare qualcosa. L’aveva notata immediatamente e la somiglianza con Lisa l’aveva stregato; voleva rimanere un po’ di tempo a guardarla, sognando di poter essere il ragazzo seduto accanto a lei. Ma era arrivato quell’individuo, quello stramaledetto D., a rovinare l’incantesimo e la giornata.
Aveva conosciuto Lisa al liceo e si erano innamorati; si erano poi iscritti entrambi alla facoltà di economia e commercio, con la speranza di lavorare insieme in uno studio professionale costruendosi un futuro prestigioso e un cospicuo conto in banca. Ma Lisa apparteneva a una famiglia facoltosa, suo padre era un commercialista affermato con uno studio ben avviato, e le risorse non le mancavano. Quando M. decise di abbandonare gli studi Lisa subì una grandissima delusione; la famiglia premeva affinché si trovasse un partito migliore, qualcuno con uno status sociale simile al suo, ma lei superò la crisi e rimase con M. Ma quando lui accettò quel nuovo lavoro che, oltre ad andare contro i princìpi e gli ideali di entrambi, era mal retribuito e lo costringeva a orari impossibili, Lisa decise di lasciarlo. Non condivideva le sue decisioni anche se sapeva che erano l’unico modo, per lui, per sopravvivere.
Ripensare a quegli avvenimenti fece cadere M. in uno stato di grande prostrazione; alzò gli occhi umidi al cielo, respirò un paio di volte profondamente e, infilando le mani in tasca, proseguì lungo il viale.
“Ho perso tutto per quel lavoro del cavolo” pensò con rabbia “un lavoro degradante in mezzo a persone insulse. Sottopagato, sottostimato, trattato come un numero senza un minimo di considerazione. E ora non ho neppure più quello.”
A un tratto gli venne un’illuminazione “E se quel tipo fosse stato ingaggiato dall’azienda per seguirmi e controllare quello che faccio? Dopotutto, litigando con Poletti, ho minacciato di rivolgermi all’ispettorato del lavoro e ai sindacati; potrebbero voler verificare se il rischio è reale per costruire una motivazione credibile per avermi sbattuto fuori.”
L’unica cosa che non riusciva a comprendere era la faccenda del sogno. Sembrava quasi un accordo alla “dottor Faust”; solo che, anziché vendere la propria anima per la vita eterna, si trattava di vendere la propria vita per un momento di felicità virtuale. “Tanto varrebbe infilarsi in una di quelle stanze dove ti proiettano il mondo che vorresti oppure mettersi casco e guanti e fingere di vivere nei luoghi dei tuoi sogni senza muoverti di un centimetro da casa tua. Già non so quanti anni camperò su questa terra” rifletteva “figuriamoci se posso permettermi il lusso di venderne una parte per qualcosa di effimero e irreale. Che poi, quando mi sveglio, mi ritrovo sempre e comunque con la pancia vuota e senza denaro sul conto in banca.”
Continuò a camminare, immerso nei propri pensieri; non si rese neppure conto del tempo trascorso e, all’improvviso, notò che si era fatto buio. Era pomeriggio inoltrato, oramai, e il sole era tramontato. Decise di tornare a casa, di mangiare qualcosa di caldo e di andare a letto presto; l’indomani sarebbe tornato in ufficio e avrebbe cercato di chiarire la situazione con il capo. Se avesse perduto anche quel lavoro, per quanto schifoso e maledetto fosse, sarebbe stata davvero una tragedia. Ma, decise, non avrebbe accettato di varcare alcuna soglia; la sua anima non era in vendita e neppure la sua vita.
M. entrò nel bilocale e si infilò velocemente nella doccia; il tepore dell’acqua lo rilassò e riuscì a rimuovere i cattivi pensieri. Consumò una rapida cena, ascoltando il telegiornale, e diede un’occhiata agli annunci economici alla ricerca di qualche offerta di lavoro. Non erano ancora le ventidue quando decise di andare a letto, in modo da essere ben riposato il mattino successivo e poter discutere con il capo senza perdere le staffe.
Si infilò sotto le coperte continuando a ripetere mentalmente “Non varcherò alcuna soglia, non varcherò alcuna soglia” finché, dopo qualche minuto, si addormentò.
Una voce lontana lo chiamava “Marco! Marco! Vieni, ti stiamo tutti aspettando. Marco!”. M. si voltò e vide la casa dei suoi genitori. Era la vigilia di Natale e la casa era tutta illuminata; suo padre aveva addobbato il grosso abete nel giardino innevato e le luminarie splendevano nella notte. Le finestre erano illuminate e si intravvedevano le persone all’interno dell’abitazione. Da lontano riusciva a distinguere alcune fisionomie: suo padre, sua madre e suo fratello; inoltre vedeva alcune ombre, alle loro spalle, che immaginò essere la moglie e i due figli di suo fratello. “Tutta la famiglia al gran completo”, pensò rabbuiandosi in volto, “e io sono sempre la solita pecora nera. Che bel Natale, Marco!”. All’improvviso la porta di casa si spalancò e, sulla soglia, apparve Lisa. Era molto elegante e gli sembrò ancora più bella dell’ultima volta che si videro. Agitava la mano mentre gli gridava “Forza Marco, vieni! Stiamo aspettando te per aprire i regali!” e poi rientrò in casa. A M. cominciò a battere forte il cuore “Lisa! Non è possibile, Lisa è tornata da me! Questo sì che è un bellissimo regalo di Natale!”. Allungò il passo per raggiungere la casa e salì gli scalini della veranda di corsa. Si avvicinò all’uscio che Lisa aveva lasciato socchiuso e, senza alcun indugio, varcò la soglia ed entrò.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:20
 
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CAPITOLO 1J di Annalisa Trapani – Scrittura Collettiva

Il maledetto vecchiaccio gli aveva fatto perdere del tempo prezioso, il tempo necessario alla colazione, alla quotidiana dose di caffeina per mandare giù il mondo ostile che lo circondava.
Adesso doveva correre giù per le scale e prendere la metro, a cui per fortuna era abbonato, e cercare di sopportare il tragitto senza farsi troppo coinvolgere da quel mal di testa da astinenza da caffeina che lo guardava e sapeva che stava per arrivare. Poi aveva ancora fame. Maledizione.
Finito di imprecare contro quello sconosciuto gli restava la sensazione di essere stato scrutato e la cosa non gli piaceva affatto: era una sensazione che Marco aveva già provato con Lisa ed era finita decisamente male. I pensieri erano intorpiditi di fronte ai binari e di fianco ad altri sconosciuti evidentemente meno loquaci ma pieni di pensieri anche loro, si vedeva dalle facce grigie e dal terrore di ogni possibile contatto con l’altrui parola o corpo.
All’arrivo del treno la consueta gentilezza asociale e la blanda ricerca di un posto a sedere. Marco avrebbe dovuto sedersi per mantenere la pressione più vicina al sonno e più lontano il mal di testa. Poche forze e quel tipo che si chiamava D. poco prima, cosa gli stava proponendo? Ah in sostanza era un’ora di sogno per un anno di vita. Bell’affare! E se fosse morto tra un anno come designato da chissà quali scritture a cui il signor Borsalino faceva riferimento? Sarebbe passata un’ora che sì potrà sembrare anche lunga ma sempre con quella patina di sogno, non vale! Non vale come un’ora nella vita reale. Forse concettualmente contava di più ma in pratica il velo davanti agli occhi sognanti e la consapevolezza che al risveglio gli sarebbero stati tolti otto anni della sua vita per ogni ora! No, era decisamente una fregatura, una roba che fai al posto di suicidarti, una roba che in una settimana se ti va bene muori. -Ma che mi viene da pensare! Non ho i soldi per una brioche, mia nonna è morta, Lisa mi ha lasciato, quel cane di merda è scappato e Poletti mi farà licenziare. Avrei dovuto prendere il caffè e liquidarlo. Ho fame, non ho tempo per le stronzate.
Scese alla fermata e per fortuna era in anticipo di cinque minuti, giusto il tempo di prendere il caffè ed arrivare in leggero ritardo. No, cappuccino abbiamo detto, più nutriente. “Un cappuccino per favore” sì per favore, non per soldi, come no. Effettivamente a pensarci erano otto anni in meno in cambio di una notte in cui tutto andava bene, in teoria, tutto sarebbe stato perfetto, cosa avrebbe desiderato poi però non lo riusciva proprio ad immaginare ma avrebbe voluto saperlo e se c’era un punto debole in quella faccenda era la sua curiosità. “Grazie” – Cappuccino schiumoso morbidoso, caffè dentro latte fuori. Un cuore sulla superficie. Marco alzò gli occhi verso la cameriera dal sorriso biondo e boccoloso e gli occhi grandi e azzurri, lo stava guardando. Corsi per cappuccini decorati infrangevano sogni focosi con la barista a due minuti esatti dall’ingresso al lavoro. Film hollywoodiano che si impossessa di Marco: “A che ora stacchi?” -l’aveva detto, non ci poteva credere. “Alle tre.” gli aveva risposto.
Senza aggiungere altro Marco si avviò verso la porta d’ingresso, solo conservando lo sguardo in sequenza incredulo-timido-deciso della ignota cameriera bionda di fronte al suo deciso come non lo era mai stato: troppo assurda questa mattinata volgeva al peggio, non aveva soldi per affrontare gli imprevisti. Settanta centesimi: hanno più lettere ma valgono meno di un euro. Quello era il suo unico cruccio mentre già intravedeva Poletti prendere un ascensore con delle carte, i suoi occhiali alla Derrick e il suo austero completo grigio.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:18
 
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CAPITOLO 1I di Giulia Madonna – Scrittura Collettiva

M. si diresse a grandi passi verso la metropolitana. Camminava distratto dai suoi pensieri e si chiedeva come mai quello sconosciuto sapesse così tante cose di lui. Più ci pensava e più i brividi lo avvolgevano.
Poi si ripeteva per tranquillizzarsi ”Ma sì, è solo il freddo di questo autunno grigio e triste e poi è così presto che si gela!”
Invece non era il freddo, che gli soffiava generoso addosso, ma proprio il ricordo della voce tagliente e stridula del Signor D che continuava a risonargli nelle orecchie mettendogli brividi dappertutto.
Poi si disse fra sè e sè che sarebbe stato meglio se avesse preso quel caffè con brioche perchè ora lo stomaco gli brontolava, oltre alla testa che gli ronzava.
Così decise di fermarsi al primo bar almeno per placare quel brontolio.
Il bar era carico di gente che parlava, mangiava e rideva. Tutta quella folla dava fastidio ai suoi strani pensieri così M. decise di sedersi in fondo nell’angolino più nascosto e protetto.
Mentre sorseggiava con calma il suo bollente caffè e mordeva con ingordigia la sua brioche, cercando di trovare conforto e calore, si sentì bussare alle spalle.
M. sobbalzò e si girò di scatto. Il Signor D era nuovamente di fronte a lui con il suo viso fiero e la voce stridente.
“Bene, bene! Vedo che sta pensando alla mia proposta e cercando conforto nel calore del suo caffè! Ma lo vede che i brividi non passano e nemmeno le mie parole riesce a cancellare? Ci pensi bene, la mia è un’ottima proposta che non si può rifiutare. In fondo cosa può contare un solo anno della sua vita in cambio della sua felicità e della realizzazione dei suoi sogni? Ci rifletta e vedrà che la mia proposta converrà soprattutto a lei!”
Poi quell’uomo, venuto chissà da dove, come magicamente era apparso sorprendentemente sparì di nuovo, lasciando dietro di sè tanto, tantissimo freddo, nonostante che M. stesse sorseggiando ancora il suo caffè che gli bolliva fra le mani.
M. non poteva nemmeno pensarci che quell’orrido individuo entrasse e uscisse con tale facilità nella sua vita e che lui non potesse farci proprio nulla.
“Allora non ho più scampo? Non si tratta più di una proposta? Il Signor D ha già deciso tutto e da tempo?”
No, M. non ci stava proprio a quel gioco sporco. Avrebbe fatto finta che niente fosse accaduto e sarebbe corso di filato in ufficio, come tutti gli altri giorni, senza far trapelare nulla agli altri.
Appena arrivato in ufficio si mise subito al lavoro e cercò di essere efficiente come non mai, provando a svolgere i suoi compiti a mille, tentando di non perdersi dietro i suoi ritmi scatenati.
Fu proprio quel ritmo incessante e frenetico, strano e inconsueto come non mai, a incuriosire tutti, ma proprio tutti, che lo guardavano estrerrefatti e si chiedevano cosa gli fosse mai successo.
Infatti gli si avvicinò Nicola, suo fedele compagno di sventura, che aveva condiviso con M. tante giornate orribili, ma che mai lo aveva visto in quello stato.
Nicola aveva quasi timore di domandare cosa mai avesse ma lo fece lo stesso senza esitare:
” M. ti vedo strano oggi, cos’hai? Sei a mille, preso nei vortici più bizzarri. Mai ti ho visto così frenetico ed efficiente nelle tue mansioni, almeno che io ricordi! Ma cos’hai? Tutto bene?”
“Tutto bene, tutto bene. Ho solo tanto di quel lavoro arretrato che oggi è bene che mi metta in pari. Anzi, è meglio che non perda tempo utile a parlare con te. Poi, durante la pausa parliamo, va bene?”
Però neanche durante la pausa M. si fermò e continuò a lavorare a turni stressanti come preso da un vortice folle e irrefrenabile. Fece tutta una tirata fino all’ora di chiusura. Quando arrivò l’ora di tornare a casa M. era così preso dal suo lavoro che gli sembrò fosse trascorsa la giornata come d’un soffio e che lui nemmeno se ne fosse accorto.
Così prese la sua giacca e si avviò verso casa. Lungo il tragitto cercò in tutti i modi di non farsi sfiorare da quei brutti pensieri, che l’incontro con il Signor D aveva generato, e li ricacciò indietro.
Arrivato a casa vide cosa ci fosse nel frigo e trovò solo due uova sode e della maionese.
Così con quelle poche cose si mise davanti alla tv e mangiò tristemente la sua magra cena.
Le immagini sfocate e incessanti che la televisione stava trasmettendo gli scorrevano davanti agli occhi ma lui nemmeno le vedeva. Masticava assente e confuso.
Poi tutto d’un tratto si addormentò, crollando di botto sul divano.
A quel punto, nonostante la sua dura lotta a non cercare di pensare alla strana proposta del Signor D, il gioco crudele e prepotente di D si avverò.
M. era entrato nel suo sonno ed ora vedeva davanti a sè quella maledetta porta.
D’istinto stava per allungare la mano e aprirla ma ecco che la sua coscienza lo ridestò.
Si svegliò all’improvviso sudato e terrorizzato.
M. non voleva assolutamente che il volere crudele e terribile del Signor D si potesse avverare senza una sua reale e cosciente adesione.
M. cercò di non dormire per tutta la notte bevendo mille e mille caffè per cercare di restare sveglio e non cadere nel gioco assurdo di D.
Trascorse così tutta la notte in bianco terrorizzato dal suo stesso sonno e dalla sua immensa stanchezza.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:16
 
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CAPITOLO 1H di Martina Gargari – Scrittura Collettiva

“Amare significa vivere”.Questa era la frase con cui la sua psicoterapeuta lo aveva lasciato il giorno prima. M, non poteva fare a meno di pensarci e ripensarci. Aveva fin troppe cose nella testa che non poteva entrarci anche il Signor D. Un lavoro che non gli piaceva ed una ragazza che lo aveva lasciato. Già.. Peccato che questo “SignorSoTuttoIo” si sia dimenticato di dire che Lisa lo aveva lasciato una settimana prima del matrimonio. “Dettagli – pensò M, – inutili ed insignificanti, – cercò di convincersi – nessuno ci fa mai caso.” Solo Beatrice ci badava, solo lei lo capiva, o almeno ci provava. M, aveva lasciato la sua città natale, aveva bisogno di cambiare vita, amici, lavoro. Voleva un’aria diversa da respirare, priva di quello smog che sporca i muri ed inquina l’anima. Era partito così, senza nulla da perdere. Lisa aveva cambiato la sua vita, l’aveva stravolta e poi nella confusione più totale se ne era andata. “Confusione per confusione, tanto vale andare via”, non una parola in più, non una parola in meno.
Si ritrovò così a girare per le strade di Milano senza una meta. Aveva letto un annuncio di lavoro, per caso e, ci si era fiondato. Aveva letto un annuncio di un “affitta-camere” ed aveva trovato un letto. Ma questo era il periodo estivo. Ora uscendo dal bar M, notava solo foglie gialle sul marciapiede. Nonostante la durezza con la quale l’autunno, ogni anno, salutava M, il giallo era il suo colore preferito. Non aveva mai trovato una spiegazione, forse certe cose bisogna accettarle e basta.Come la nutella.. Bisogna accettare il fatto che, nei momenti di tristezza, se ne ha bisogno. Ed M, questo lo sapeva, ma Beatrice non lo approvava. “Non puoi scappare di nuovo dai tuoi problemi, non puoi affogarli nella nutella, o in qualsiasi altra cosa. Devi poter camminare per strada con la testa alta, perciò: affronta i tuoi problemi. Io ti sarò accanto.” Questo era il primo giorno d’autunno. Ora era passata una settimana ed M iniziava a sentire di averne bisogno. Così per cercare di non cadere in tentazione si mise le cuffiette ed accellerò il passo, l’ufficio lo aspettava. La metro delle 08.20 stava passando e lui era ancora a 10 minuti di distanza. Camminava a testa bassa, come sempre. Cercava di rincorrere le canzoni che la riproduzione casuale gli passava ma puntualmente inciampava nei suoi pensieri e nella sue paure. Erano rare le volte in cui non si trovava, a terra, nella buca fatta di sogni e speranze. Ma quella mattina era una mattina speciale. Inciampato durante le note della sua canzone preferita, stava per cadere quando si sentì travolgere. Si ritrovò a terra, non in una buca. Era sdraiato sul marciapiede confuso dal non riuscire a capire cosa fosse successo. Non vedeva quasi nulla intorno a lui. Era circondato da fogli volanti, ognuno dei quali aveva una grande D, disegnata al centro. “Oddio mi.. Ahahah, scusa ma non riesco a non ridere”. Una voce femminile, due occhi da cerbiatta ed un viso da bambina cresciuta troppo in fretta si intromisero in ciò che M vedeva. La piccola figura si ricompose e con un sorriso nascosto continuò: “Ieri non avevo studiato e la maestra per punirmi mi ha dato 100 D da scrivere sui fogli. In classe nostra abbiamo attaccato al muro l’alfabeto e la D manca.” Nonostante odiasse cadere davanti a tanta gente, quella situazione non potè che farlo sorridere. “Wow, hai dovuto avere molta pazienza. Credo che la lezione ti sia servita.”
“Si, credo proprio di si. Ora scusa ma devo andare. Mamma non vuole che parlo con gli estranei, non glielo dirai vero? E sto facendo tardi a scuola. Ciao signore caduto per colpa del tempo”. Raccolse i fogli dall’asfalto e come arrivata se ne stava per andare, ma ad un tratto si girò “Tieni signore, ti lascio una D. La maestra non se ne accorgerà”.
“Ma non andavi di fretta, piccola peste?”, pensò M. Se fino a poco prima era riuscito a scordarsi il signore distinto, con un abito elegante e leggermente fuori moda, quella bambina con una folata di vento glielo riportò alla mente. Si riteneva un ragazzo, più o meno normale, una cosa però lo rendeva strano agli occhi di parecchia gente. Credeva fortemente nel destino e nei segni che la vita manda. Per questo non riuscì a fare a meno di iniziare a pensare al signor D. “Perchè? Perchè dal nulla si presenta un uomo apparentemente normale e mi propone di cambiare vita?”. M, la sua scelta radicale l’aveva già fatta. Il suo trasloco da una vita ad un’altra lo aveva concluso. Eppure ora gli era stato offerto di rivoluzionare tutto. E drasticamente. Per un’ora di felicità, che sarebbe sembrata infinita, avrebbe perso un anno di vita. Era disposto ad accettarlo? Questo ancora non lo sapeva. Era però arrivato ad una conclusione, se il signor D gli aveva mandato un “segno” tramite una bambina era solamente perchè i bambini credono nei sogni, ci vivono dentro. “E forse”, pensò Marco “è arrivata l’ora di smettere di piangere e riprendere a sognare.”

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:14
 
Commento (1) | 26.03.2012

CAPITOLO 1G di Daniela M. Falco – Scrittura Collettiva

Infilata una stradina alla sua sinistra, all’angolo col negozio vintage dove gli alternativi di notte si divertivano a svuotare le loro vesciche invecchiate dall’alcol, incrociò un gatto bianco. Non sembrava davvero un gatto di strada, uno di quelli che hanno il pelo poco pulito, se non sudicio, ispido e lo sguardo di chi ti legge dentro. Ah, quello sì, l’aveva! Lo fissava dritto negli occhi come a rimproverargli l’ingenuità con cui aveva creduto a quella visione: un omone che ti offre la possibilità di vivere il tuo sogno ogni notte, semplicemente varcando una soglia in sogno! “Ma che idiozia!” – pensò M. tra sé e sé.
E tirò dritto per la stradina, cercando d’istinto il sacchetto di tabacco che fedelmente portava sempre nel taschino destro della giacca. Dannazione! Finito anche quello. “Una giornata iniziata davvero bene”, disse ironicamente a se stesso e proseguì. Finché una voce lo colpì. Non capì da subito da dove provenisse – era vicina, in fondo. Da dove poteva provenire? “Buongiorno! Oh beh, cominciamo bene! Nemmeno più si risponde a un saluto educato!” – ma chi diavolo era? Forse che qualcuno lo seguisse? Ma chi?
Si voltò più volte incredulo, neppure un passante a dar conferma alla sua supposizione: era decisamente un’allucinazione. “Ma dove cerchi?”. M. ruotò su se stesso almeno tre, quattro volte, prima che la stessa voce gli dicesse: “Ho capito che sono solo un gatto, ma al saluto potresti anche rispondere! O la tua mamma non ti ha insegnato le buone maniere?!”. A quel punto M. pensò che avesse proprio bisogno di una vacanza – certo, e con quali soldi? Ah, il Pacifico. Che sogno! Poteva sempre partire e vendere collanine in riva al mare, o magari preparare cocktail fruttati, non era mica vecchio per reinventarsi una vita?
“Certo che sei uno strano! Parlo con te! Pronto?” – il gatto smise di ripulirsi l’occhietto con la zampa e lo fissò ancora una volta. M. cedette del tutto a quella visione. Eppure non sognava, non allucinava. D’accordo, non aveva potuto ordinare la brioche, tra l’altro ora che ci pensava, nemmeno più il caffè aveva bevuto. Ma certo, tra un calo di zuccheri e le traveggole ce ne passa! Si fermò nel suo roteare strambo proprio davanti al gatto, lentamente, con fare scettico e sguardo corrucciato, si abbassò sulle ginocchia fino a poggiarne uno sull’asfalto e allungò un indice accusatorio contro l’animale: “Tu hai parlato!!”, “Tu parli!” – esclamò d’improvviso come risvegliatosi dalla trance in cui era piombato. “No, ma figurati, un gatto che parla! Mica son cose che succedono!” – rispose il gatto, col sopracciglio destro alzato, e sistemandosi i baffetti ritti. “Cerchiamo di capirci qualcosa…” – intervenne come tra sé e sé M., ma ad alta voce, già immerso in una successiva riflessione, “Carino, non c’è un gran che da capire. Sono un gatto e parlo. Ah, il mio nome è Phoenix e ti accompagnerò in questo tuo percorso. Ergo: abituati all’idea che io parli. Se non ti sta bene, fa lo stesso. Il signor D. mi ha incaricato con questa missione e l’eseguirò, anche a costo di costringerti”. M. si ridestò nuovamente dal proprio trasalimento, “Possibile che stia succedendo davvero?”, “Pronto? Ah, bene, anche lento di comprendonio” – il gatto continuava nel suo leccazampa-raspaocchio-drizzabaffi. Poi si fermò statuario. “Sta succedendo davvero”, M. dovette arrendersi all’evidenza di un gatto bianco, di nome Phoenix che gli stava davanti e gli parlava di una sua missione e di un proprio percorso. Che, nonostante non avesse dato credito al Signor D., si stesse avviando un viaggio allucinato in qualche dimensione parallela? “Chiariamo un punto, ciccio. Non inizierai un percorso in qualche universo parallelo, no. Non facciamo fantascienza qui. Nemmeno ti aprirò le porte della percezione, non sono il tuo guru hippie, io. Il percorso che ti mostrerò lo inizierai tu, solo. Io sarò la voce che ti guiderà, che illuminerà gli angoli più bui, che ti ascolterà quando avrai paura e ti conforterà se sarà necessario, ma sarai essenzialmente tu la tua unica e sola guida. Tu sarai l’eroe di un’avventura fantastica che terminerà gli oscuri autunni della tua miserabile vita finora. Niente sarà più lo stesso, d’ora in avanti.”
M. non è che riuscisse a seguire tantissimo il discorso, perlomeno non nella sua interezza. Figuriamoci! Seguire un discorso di un gatto, con un nome come Phoenix, in una strada di Milano, in una mattina da starsene rifugiati sotto una coperta al calduccio lontano da un mondo che, tanto, mica lo aveva mai capito!
Poi, come rinsavito, disse: “Ci sto”, e sorrise fiducioso agli occhi felini, “dimmi quando e come, e inizierò questo percorso. Ho solo una domanda: perché io? Perché oggi? Perché?”. “Il gatto ammiccò un sorriso che celava della sarcastica saggezza derivata da chi la strada, la vita, quella dal retrogusto acre in bocca, la conosceva bene e rispose: “Ora è il momento, quello giusto. Tanto peggio di come ti sta andando la vita negli ultimi tempi non potrebbe andare. Ciccio, ascoltami, buttati, e col tempo capirai. Certo, se sei così lento di comprendonio come stamattina siamo decisamente a cavallo! Ma che vogliamo farci? Non tutte le ciambelle riescono col buco”. Sospirò. Assunse quindi un’aria mansueta, si mise sulle quattro zampette ed iniziò a incamminarsi verso il fondo della stradina, “che fai, non volevi iniziare?” – si voltò tranquillo e con la coda ondeggiante attese una reazione di M. “Certo! Scusa! Aspettami, arrivo!”, M. raggiunse Phoenix e, fianco a fianco, iniziarono il cammino che avrebbe condotto il giovane uomo ad una tappa del tutto sconosciuta, ma tanto, tanto emozionante della sua vita.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:13
 
Lascia un commento | 26.03.2012

CAPITOLO 1F di Giovanna Betto – Scrittura Collettiva

M. era diventato nervoso per quel tipo. Il signor D! Ma và… cercava di non dare peso alle parole di quell’uomo, ma ‘D’ aveva azzeccato la sua vita in poche battute. Com’era possibile tutto ciò? M. Aveva voglia di fumare adesso. Un’improvvisa impellente voglia di fumare. Aveva smesso per lei e ora se ne era pentito, anche rinunciare ad un vizio era una prova d’amore e lo era stata eccome! Un tiro, che cosa mi farà mai! Pensava mentre camminando scrutava i passanti cercando qualcuno che avesse un mozzicone da strappargli dalla bocca. Il semaforo pedonale gli intimò di fermarsi e M.si bloccò, con lui, per un attimo, anche il vortice di pensieri che l’individuo sconosciuto del bar gli aveva scatenato. In quel momento gli arrivò l’odore di fumo di sigaretta misto ad un profumo dolciastro. La nuvoletta proveniva dalle sue spalle. Una donna lasciava uscire da labbra rosso ciliegia, abbondanti volute di fumo, mentre masticava una gomma. Lo fissò con curiosità mentre M. si era girato verso di lei con una chiara intenzione di chiederle qualcosa. Bhè? Disse lei senza cortesia. Mi scusi…io…io…balbettando M. le chiese se poteva dargli una sigaretta. La donna quasi rincuorata da quella richiesta posò uno sguardo pietoso su di lui e rovistando dentro una grande borsa plastifica ritrovò un pacchetto di sigarette e glielo porse. Tieni, gli disse. M. quasi spaventato da quel pacchetto simile a quello che per tanto tempo aveva trovato posto nelle sue tasche, allungò timidamente una mano e sfilò con enorme piacere una sigaretta. La tenne fra le dita continuando a guardare la donna e la sigaretta, incerto sul da farsi. Vuoi accendere? Gli chiese lei. Sì grazie! rispose M. e avvicinandosi all’accendino proteggendo con le mani la fiammella traballante, accese la sigaretta. Tirò una profonda boccata, aspirando il fumo fin dentro i polmoni, seguendone mentalmente il percorso dalla bocca alla gola ai polmoni e poi di nuovo su per il percorso inverso, fino a farlo uscire da dove era entrato, assaporandolo con gusto. Era forte quella sigaretta e gli girò un po’ la testa. La donna dopo aver accennato un sorriso riprese il suo cammino e si perse fra la folla. M. rimase ancora qualche minuto fermo sul marciapiede ad osservarla allontanarsi, mentre gli altri passanti frettolosi erano costretti a scansarlo per non urtarlo. Si sentiva molto meglio rispetto a qualche ora prima, c’era qualcosa dentro di lui che si era acceso, insieme alla sigaretta. Ripensò al signor D, e decise che per il momento non ne avrebbe parlato con nessuno.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:11
 
Lascia un commento | 26.03.2012

CAPITOLO 1E di Mariantonietta Sorrentino – Scrittura Collettiva

No, si disse M., cambiando direzione. Era meglio evitare la metro, per ora.
“Preferisco camminare..come quando Dalia mi lasciò e non riuscivo a farmene una ragione”.
Camminare lo aveva aiutato spesso.
Certo, la sua Milano non era Positano o Furore, dove il mare irrompe fragoroso d’inverno e schiumoso avanza, si fa largo sulla battigia, affondando gli artigli tra le barche a riposo.
Là nel fiordo più a Sud di Europa era impedito l’avanzare dei brutti pensieri. A M. occorreva sedimentare l’accaduto. Non ne avrebbe parlato ai colleghi e nemmeno agli amici. No, di certo.
Dopo meno di dieci minuti sfiorò una libreria ambulante. Una rapida occhiata e la sua attenzione si catapultò su di un tomo.
“Ecco quello che fa per me”, se lo disse come rincuorato da un punch, uno di quelli che suo zio Luigi sapeva preparare così bene.
Prese a sfogliare quelle pagine. Era un piccolo libro eppure convincente. M. era rimasto vagamente rapito dalla copertina raffigurante un golfo, un lacerto di mare mosso quanto basta, poi, in basso un fico d’india appena accennato. Mentre lo sfogliava rammentò che non aveva denaro per pagarlo. L’ambulante, viso rotondo e berretto da garçon salmone scuro, gli venne incontro inopinatamente. “Dottò, tranquillo, non c’è problema” – e dopo una pausa eloquente ( M. si gingillava tra le mani il libro in malcelato imbarazzo) – “ma come non mi riconosce?”. Francamente no, voleva rispondergli Marco, ma si sforzò di mantenere la faccia pacatamente incuriosita tenendo a bada i muscoli facciali. Era una strategia che spesso gli riusciva, ma non sempre.
“Sono Raffaele, Raffaele Amatruda. E’ venuto in ferie questa estate a Furore nel B&B di mia sorella, si ricorda mò? Mica l’ ha dimenticato..” . Beh, lo ammetto, la tua faccia non mi diceva nulla. Del resto mica sei una bella ragazza, pensò M. sforzandosi in un sorriso di circostanza.
Ora rammentava, la darsena, il vecchio porto di Amalfi, il gelato al limoncello gustato davanti alla luna rossa da favola.
Tra i suoi pensieri e lla breve conversazione si insinuò la città. Milano prese a riempirsi di suoni e movimenti convulsi, sempre più convulsi. Un’onda sussultoria quella Milano effervescente nonostante autunni nebbiosi ed inverni gelidi.
Ad M. era piaciuta per questo la città: l’aveva scelta senza rimorsi per migliorare la sua professionalità!
M. ringraziò Raffaele; lo fece nel modo più espansivo e consono che conoscesse.
Sorrise, il suo era un’arma assolutamente letale per ogni eventuale imbarazzo, e superò l’ empasse con la promessa di ripassare domani stesso.
Strada facendo, libro nelle mani, Marco ne rimirava, ma solo di tanto in tanto, l’aspetto dégagé nei toni e nell’ impostazione. Era il diario di viaggio di un ventenne, John Strutt, un pittore nonchè giovane inglese che, alla fine dell’800, s’era imbarcato in un’avventura al Sud grandiosa , grandiosa almeno per quel tempo.
E un’ avventura si era appena prospettata ad M. quella mattina nel bar. Smise di porsi domande, anzi si impose di accantonare l’accaduto per poterlo osservare come a distanza.
Guardò il semaforo come se lo vedesse per la prima volta.
“Davanti ad un’avventura ogni cosa cambia aspetto”, il monito di famiglia gli si era affacciato improvviso, tanto improvviso che sobbalzò quando venne interrotto da una frenata stridente.
“Ehi, da quando i libri a Milano si leggono per strada ?”.
Che voce familiare, si disse voltandosi tra l’irritato ed il sorpreso. “Ciao Ceralacca!”. Una risata accompagnò il saluto fragoroso. E un fiume carsico di ricordi lo afferrò. Matteo, compagno di scuola e,poi, batterista talentuoso della loro band.
Pareva che quella mattina di un autunno dei più prevedibili gli avrebbe, invece, riservato sorprese..

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:08
 
Commento (1) | 26.03.2012

CAPITOLO 1D di Claudia Del Giudice – Scrittura Collettiva

Marco si guardò intorno, nessuna traccia del vecchio signore. Chissà come gli era venuta in mente quella strana storia, un matto in cerca di compagnia che aveva inventato la storia del sogno per attaccare bottone. Quello strano accento leggermente francese, lo avevo turbato, sembrava uscito dal film Matrix, pazzesco. Sospirò e decise di avviarsi verso la metro godendosi il tiepido sole che cominciava a riscaldare; rallentò il passo e promise a sè stesso di non fare come al solito: avrebbe rallentato il ritmo e si sarebbe goduto ogni singolo momento della sua giornata.

La chiacchierata, la sera prima, con l’amica Francesca gli aveva fatto un gran bene; erano andati da Frank, il pub irlandese vicino casa, dove si incontravano ogni tanto per una birra e per raccontarsi un po’. Francesca era un’amica da sempre, discreta, comprensiva e diretta come solo una vera amica sa essere. Marco le aveva raccontato di quella perenne sensazione di fuga che aveva quotidianamente, era come rincorrere un treno in corsa: si sentiva sempre in ritardo su tutto, il lavoro, l’amore, gli amici, non riusciva a riposarsi, a rallentare, a godere il momento, come se mancasse sempre qualcosa alla sua giornata, un continuo rincorrere qualcosa. Ma cosa? Francesca lo aveva ascoltato silenziosa, annuendo; nel suo jeans e camicia bianca, sembrava una giovane studentessa all’ultimo anno di college, non aveva perso affatto il suo fascino. Lo aveva capito subito e, come sempre, lo aveva consigliato con saggezza: cosa succederebbe se perdessi il treno? Gli aveva domandato. E così aveva cominciato a rallentare il ritmo interiore, perchè un treno lo aveva perso e nn serviva affatto inseguirlo. E per rallentare il ritmo interiore, gli aveva spiegato Francesca, doveva rallentare il suo passo, respirare profondamente e avvertire l’aria riempirgli la pancia. Piacevole, doveva ammettere; e provare, almeno per un paio di giorni, valeva la pena.

La metro era vicina, il giovane dall’aria annoiata era sempre lì al lampione a quell’ora, aspettava la ragazza dagli occhi verdi arrivare. Con la sua borsa a tracolla, la giacca di jeans, gli occhiali e i capelli alle spalle, sembrava uno di quei giovani studenti di architettura pronti a rivoluzionare il mondo. Lo superò e, forzandosi per non correre, cominciò a scendere le scale della metrò; un euro era sufficiente per acquistare il biglietto e tornare a casa fortunatamente. Ed aveva proprio bisogno di stendersi e riordinare i pensieri.

Quell’uomo strano, con la storia del sogno lo aveva leggermente turbato, suo malgrado.
Sogni, una gran perdita di tempo, pensò, mentre acquistava il biglietto alle macchinette. A cosa mai può servire sognare, roba da ragazzetti che non hanno preoccupazioni. A cosa mai serviranno i sogni? L’anziano signore aveva visto giusto in questo: di sicuro levano un anno di vita creando delle aspettative troppo alte sul futuro. No, nn aveva assolutamente bisogno di questo, pensò Marco, salendo sulla vettura della metrò che gli si era appena presentata davanti: aveva bisogno di rallentare, vivere il presente e smettere di crearsi aspettative mai soddisfatte sul futuro. Triste, pensò, forse: ma almeno realistico, si disse sorridendo e sedendosi nell’unico posto libero del vagone. Ora poteva rilassarsi per una mezz’ora circa. Sperando che il bimbetto seduto al suo fianco non cominci a giocare e ridacchiare, intollerabile in quel momento. Chiuse gli occhi. Rilassarsi e godersi l’attimo. Rilassarsi. Rilassarsi.

La voce della metro che avverte della fermata: mezz’ora è decisamente breve e veloce.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:01
 
Commento (1) | 26.03.2012