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Scrittura collettiva – Capitolo 1
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Chiuso il I° capitolo #scritturacollettiva. Chi è il vincitore?

Finalmente i risultati delle votazioni al primo capitolo di #scritturacollettiva. La vincitrice è Claire Spark che ha totalizzato 485 likes. Vi è piaciuto? dateci il vostro giudizio nei commenti di questo post.

Con Claire continua la nostra storia e da oggi potrete tornare  a dare un seguito al nostro romanzo, iniziando a scrivere il secondo capitolo. Chi di voi sarà il prossimo vincitore?

Pubblicato il lunedì 2 aprile 2012 - 11:11
 
Lascia un commento | 2.04.2012
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via alle votazioni per la scrittura collettiva!

Buongiorno a tutti!

Dal 26 marzo al 1° aprile potete rileggere tutti i capitoli in gara qui sotto. Potete votare il vostro capitolo preferito usando i like di Facebook sul relativo post. Potete condividere sulle vostre bacheche il vostro capitolo ma, ai fini della gara, verranno contati solo i like ricevuti dai post del blog 24letture.

Potete leggere tutti i capitoli UNO arrivati fin ora sulla pagina principale della scrittura collettiva!

Se volete leggere dall’inizio il nostro libro, trovate l’incipit qui.

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:41
 
Lascia un commento | 26.03.2012

Incipit scrittura collettiva 2012

L’autunno non è il periodo fortunato di Marco: la morte della nonna, la fuga di Lapo, il golden retriever che non era mai tornato a casa, dalla minima decisione sbagliata fino alla rinuncia ai sogni che aveva osato fare da ragazzino, tutto di solito succedeva in autunno. Quest’anno non faceva differenza. In strada al mattino presto, cercava di riordinare le idee, dare un senso logico a quello che gli era successo negli ultimi giorni.

L’autunno si ripresenta anno dopo anno, metodicamente. Ma ogni città lo vive a modo suo. Milano lo accoglie con un misto di sollievo e rifiuto: passato il caldo è più facile rinchiudersi negli uffici eppure, nelle notti di ottobre in cui non si può ancora accendere il riscaldamento, l’umidità arriva alle ossa, senti un sapore amaro di presagi che non si avverano. Milano gratta via il colore e fascino dalle foglie che cadono, marrone-ramato, il profumo dall’erba è coperto dallo smog e dalla timida indifferenza della gente che corre da un marciapiede all’altro, da una metro all’altra.

M. (da qui in poi per comodità lo chiameremo solo con l’iniziale) camminava rigido fra le vie del quartiere finché una giovane coppia, seduta nei tavolini all’aperto del bar dei mattinieri, attirò la sua attenzione. Decise che qualcosa di caldo gli avrebbe fatto bene.

M. si lasciò cadere sulla sedia del bar: una folata di vento autunnale disperse lo scricchiolio del legno. Un euro e 90 in tasca: solo caffè e brioche, chissà se il cinese sarebbe uscito a prendere l’ordinazione, forse, con questo freddo, il servizio non era previsto. Così aveva più tempo per riflettere. Un cappuccino lo avrebbe preferito, dandogli, per qualche secondo, la sensazione di essere accudito, ma allora niente brioche. Massì, si sarebbe accontentato di riempire lo stomaco con il latte. D’altronde sul conto aveva meno di venti euro: il bancomat non glieli avrebbe fatti tirare fuori. Sospirò, alzo lo sguardo dal finto marmo del tavolino e lo spostò svogliatamente intorno a sé. La coppietta che aveva attirato la sua attenzione, anzi, la ragazza con una gran massa di ricci corvini e seducenti adesso sorrideva, guardando il suo lui negli occhi. Erano mano nella mano e sembravano ricavare ogni stilla di romanticismo dall’umidità che li circondava.

“Buongiorno, posso?” – un signore distinto, con un abito elegante e leggermente fuori moda era comparso al fianco di M. e accennava a scostare una sedia dal tavolino per sedersi. Il sorriso, compiaciuto della sua stessa falsità, gli occhi scuri che scintillavano fra sopracciglia cespugliose e il borsalino portato con malcelato orgoglio, tutto faceva pensare che non fosse proprio un venditore, ma M. ci provò lo stesso.

“Non compro nulla” – disse, senza convinzione.

“Al contrario mio caro, lei ha l’espressione di uno che ha disperatamente bisogno di un cappuccino e di una brioche, mi permetta di offrirglieli.”

“Si sbaglia: sono uno da caffè. Si accomodi…” – indicando gli altri tavolini liberi.

“Non sia scortese, chissà che questo autunno non le vada meglio degli altri.”

“Prego?”

“Oh, non vorrebbe qualcosa che le cambia la vita?”

“Le ho già detto che non compro nulla, grazie” – non potrei neanche volendo.

“Guardi… sarà lei a dirmi grazie… sul serio! Le offro un’opportunità che capita raramente.”

“E perché dovrebbe interessarmi? Lei non mi conosce.” – e io vorrei non aver conosciuto lei.

“Rughe precoci per i suoi 35 anni, orgoglioso di aver lasciato presto la casa dei genitori per arrangiarsi da solo, un po’ meno quando non è riuscito a concludere l’università perché lavorare per pagare affitto, videogiochi e tasse universitarie le ha fatto dimenticare lo studio. ” – e intanto si è seduto, ma come ci sono cascato?

“Chiacchiere da baraccone” – ma ci hai visto giusto, vecchiaccio malefico.

“Si è trascinato da un lavoretto all’altro e, quando si è deciso di vendere l’anima lavorando in un ufficio ad un progetto che non le interessa, ecco che ti sbattono fuori.”

“Non è ancora detto. Ho litigato con Poletti, ma domani vado dal capo” – ma come fa a saperlo?

“Non ci speri e, comunque, non ci guadagnava abbastanza con quel lavoro, è per questo che Lisa ti ha lasciato, no?”

“Va bene, va bene, basta così. Ma lei chi è?” – vuoi vedere che è un poliziotto, o peggio.

“Può riferirsi a me come ‘Signor D’.”

“Aha, ok, starò al gioco, signor D: cosa vuole?” – sarò stato abbastanza ironico?

“Una cosuccia da nulla: il suo tempo.”

“…Come tutti insomma, e cosa vuole che faccia in questo suo tempo?” – un lavoro? Forse vuole offrirmi un lavoro! Noo, non posso essere così fortunato, non in autunno, almeno.

“Stanotte lei farà un sogno. In questo sogno vedrà un uscio”

“Un uscio? Una porta vuol dire” – adesso mi alzo e me ne vado…

“Un soglia per essere più esatti. Se deciderà di accettare questo nostro accordo, varcherà quella soglia”.

“Si, e cosa ci sarà dall’altra parte?” – pazzo furioso che non sei altro.

“Tutto quello che lei desidera: per ognuno è diverso. C’è chi vuole essere una rock star e ci trova una folla di fan in adorazione. C’è chi non sopporta più di prendersi cura di 4 marmocchi urlanti e una moglie scansafatiche e ci trova una spiaggia assolata e deserta. Ma devo avvertirla, qualunque cosa trovi le piacerà così tanto da desiderare di rimanerci più a lungo possibile. Altri miei… collaboratori, a cui ho fatto la stessa proposta che sto facendo a lei, hanno riferito di provare come una sensazione di… assuefazione. Ma non si preoccupi, potrà oltrepassare quella soglia notte dopo notte.”

“Lei è un cialtrone. Perchè insiste così? Cosa ci guadagna?” – e vedi di non rifilarmi una cazzata.

“Come le ho detto, voglio solo il suo tempo.”

“Niente trucco eh?”

“Oh bèh, nessun trucco… perché non è un trucco se si capisce subito, no? Ogni ora che lei passerà sognando corrisponderà ad un anno.”

“Così domani mi sveglierò nell’ottobre del prossimo anno?” – Che strano questo pazzo.

“Non esattamente: per ogni ora passata nel sogno lei perderà un anno di vita, le verrà sottratta dal tempo a sua disposizione su questa terra. Ma non abbia timore: in un’ora di sogno si possono fare moltissime cose: il tempo, in quel mondo, è relativo”.

M. si alzò quasi di scatto per fermare la conversazione, nel mentre distolse lo sguardo dall’uomo per consolarsi con un’occhiata alle lunghe gambe della ricciolina al tavolino appartato. Quando poi cercò il volto del vecchio distinto, il signor D era ovviamente svanito.

Un sole impotente fece capolino fra i tavolini eppure il freddo si fece più intenso. M. senza più aspettare il cameriere si diresse deciso verso la metro. Avrebbe raccontato volentieri ai colleghi dell’ufficio del pazzo più strano mai incontrato fino a quel giorno, si stava quasi dimenticando che nel suo ufficio a nessuno importava delle piccole avventure altrui.

Questo è l’incipit del’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore.

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:25
 
Commenti (4) | 26.03.2012

Capitolo 1 ZD Alessandra Brisotto – Scrittura Collettiva

“Voglio provarla!”

Si accorge di aver pensato ad alta voce, intimoritosi controlla di non essere stato udito da nessuno.

La divisa grigia e nera, irrigidita dal tempo, con il cappello afflosciato sull’estremità destra dell’appendino compone un invisibile corpo che lo richiama a sé in un vortice di energia centripeta.

È quasi ora di cena.

Deve andarsene da lì, lasciare immediatamente quella stanza.

L’armadio a sei ante di rovere massiccio piove a dirotto sul suo capo come l’ombra del padre, quando compariva improvvisamente, lunga e vibrante sulla sua nuca.

Tuttavia è morto l’anno precedente.

-Italo! Italo! Vieni! È pronto in tavola! Muoviti! Si raffredda!-

Il bambino in ombra chiude le ante dell’armadio, una dopo l’altra, sollevandole leggermente, con estrema accortezza, per evitarne il cigolio.

Suo padre gli ha vietato l’ingresso nello stanzino della soffitta, dove conservava “I ricordi di famiglia” diceva”…ed altro…”

Ma era morto l’anno precedente dimenticandosi di esimerlo dal divieto e di graziarlo dall’oppressione.

Un ragno secco pende dalla lampada addormentata sul tavolino ovale di legno intarsiato.

E la polvere.

Curiosità e fascino si spacciano ovunque, giorno dopo giorno, come un’eco ossessiva del “…ed altro…”

Ed altro significa mistero.

Il padre.

Sua madre ha le dita dei piedi intrecciate e le labbra sottili come parentesi grafe. I due minuscoli occhi pallini penetrano nella testa e nello stomaco incavato di Italo lasciandovi piccoli fori e pulviscolo.

Ma lui ancora non se ne rende conto.

Soffre di acuti e frequenti dolori addominali che compaiono e scompaiono magicamente, da un istante all’altro, senza lasciare alcuna traccia visibile.

All’età di sette anni e mezzo è già un piccolo colabrodo vagante, un barattolino di latta crivellato e sghembo.

* * *

-Il sapone liquido no! Lo sai che non lo voglio! Dov’è la mia saponetta verde? Dove l’hai ficcata?-

-Nel portasapone bianco; guarda nel secondo cassetto a sinistra…- Risponde Ines dallo studio.

- …fissazioni…che razza di…- Rigurgita sottovoce.

Italo si sfrega ripetutamente le mani, palmo e dorso, dorso e palmo, i polsi, poi di nuovo dorso e palmo e palmo e dorso e le dita giù, fino alle unghie, con decuplicata energia e velocità, poi ancora i polsi e un rotolo concavo e cavo delle mani, l’una nell’altra, a grattugia.

Acqua gelida.

Davanti allo specchio i suoi occhi. La bocca bomba d’acqua, le guance gonfie e sgonfie in un risciacquo ipnotico, a fisarmonica.

Un uomo.

Sputa rumorosamente l’amalgama rosa d’acqua e saliva, qualche goccia di sangue dalle gengive.

Si rasa i capelli.

In pochi secondi il lavandino si riempie di ciocche grigio-castane e un ghigno.

Pulizia.

Pulizia.

Pulizia.

Parola d’ordine pulizia, radere al suolo, proibito entrare nello stanzino in soffitta.

Italo è lo stanzino in soffitta.

Quarantott’anni compiuti da diciannove giorni.

Senza tregua gli ricresce il fanciulletto nella testa.

Italo è i capelli, i riccioli che commuovevano zia Letizia e che lo atteggiavano “così dolce…”

Senza tregua se li estirpa per cancellare ogni traccia.

Quel bambino deve morire, sparire, con lo stanzino, l’armadio a sei ante e la divisa uomo-padre.

Basta chiudere gli occhi o nascondersi tutto dietro le palpebre.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 13:05
 
Commento (1) | 26.03.2012

CAPITOLO 1 ZC Lorenzo Federici – Scrittura Collettiva

Avanzo. Ma più che altro barcollo.
La metro è lì, a qualche passo. Il sole non scalda, e un po’ stiamo morendo tutti. Signor D, che trovata. Poteva farmi anche il trucco con le dita – che sono sette in una mano – e camminare sulle acque.
Avanzo. Un piede dopo l’altro come la prima volta che l’hai fatto. M.
Ci sono quasi. Ma.
Adesso ci arrivo, adesso scendo le scale, adesso entro nel vagone schiacciato tra un cazzone in giaccaecravatta e uno studentello sbarbo.
Adesso esco, vomitato dal ferro e dall’aria putrida, adesso salgo le scale, adesso cammino ancora, adesso sono davanti la porta del palazzo.
Adesso ci sono, adesso suono, adesso entro.
Adesso striscio il collare che chiamano badge, adesso mi sfilo la giacca, adesso mi siedo composto, adesso accendo il computer.
Adesso muovo la mano destra, adesso mi guardo intorno.
Come.
Adesso mi guardo mentre giro la testa, adesso mi guardo digitare la password, adesso mi guardo aprire la mail.
Ma.
Adesso.
Cosa cazzo.
Adesso mi vedo sorridere, ma non mi accorgo di me che mi guardo. Adesso mi vedo digitare sulla tastiera.
Signor D.
Adesso mi vedo girarmi, adesso mi vedo fissare Poletti, adesso mi vedo scattare.
Rumore di fondo.
Adesso mi vedo piegare il braccio destro dietro la schiena, adesso mi vedo spingere via il barattolo che mi rende la vita impossibile.
No.
Nero, esatto, sul grigio dell’autunno che fa morire tutto e la commercialità diffusa di un ambiente senz’anima.
Adesso mi vedo impugnare, adesso mi vedo alzare il cane, adesso mi vedo stendere il braccio.
Fermati.
M.
Adesso mi vedo infilare la 7.65 in bocca al barattolo, adesso mi vedo piegare l’indice destro.
Rumore.
Silenzio.
Affermazione dell’ordine dell’esistente in frammenti di anarchia incamiciati.
Latte. Il tempo ha il sapore del latte.
Adesso mi guardo danzare la morte sul corpo inerte. Adesso mi vedo felice. Adesso mi vedo tornare alla scrivania.
Cosa.
Adesso mi vedo girarmi lo schermo. Adesso mi vedo alzare il cane di nuovo. Adesso mi vedo morire.
Accetto, Signor D.
Accetto, Signor D.
Accetto, Signor D.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:57
 
Lascia un commento | 26.03.2012

CAPITOLO 1ZB Claire Spark – Scrittura Collettiva

M. infilò l’entrata della metro scendendo i gradini rapidissimo per cercare di seminare quel nervosismo che lo inseguiva, che gli stava col fiato sul collo, che quasi lo spingeva giù dalle scale. Al ventitreesimo scalino quasi inciampò. Nessuno se ne rese conto, ognuno proseguiva per la propria strada e, anche se fosse caduto, chiunque avrebbe proseguito diritto nella fretta mattutina milanese frenetica e noncurante. Ognuno aveva un piccolo segreto: un uomo di mezza età meditava il suicidio e si vedeva a prendere la rincorsa, una ragazza troppo giovane custodiva un segreto a forma di fagiolino all’altezza dell’ombelico, chi custodiva una lettera di licenziamento in borsa e chi pregava silenziosamente perché i suoi sogni si avverassero. Quando M. arrivò al binario decise di avvicinarsi alla grande mappa della città, per cercare distrarsi un po’. Tanti ricordi si affollavano la sua mente dai più recenti ai più remoti, bastavano poche vie, dalla casa in cui si era recentemente trasferito fino al suo liceo, ormai un ricordo lontano. “…Il tempo è relativo…” riecheggiava nella sua mente. Il Borsalino di quello strano personaggio riappariva come disegnato dalle linee delle vie che si incrociavano nella cartina. Poi la sua attenzione si fissò sul centro, su un grande cinema del centro dove era stato pochi giorni prima. Un cinema storico, in cui girano ancora le pellicole e se ti siedi nelle ultime file puoi sentirne il leggero fruscio. Un cinema in cui i gestori hanno una certa età. M. ci era affezionato per le tante storie che aveva saputo raccontare e che avrebbe raccontato negli anni a venire. Uno di quei cinema antico in cui si poteva fantasticare sulla possibilità di incontrare qualche personaggio storico, magari gli stessi Lumière che, nell’intervallo, si confrontavano in bagno sul film che stavano vedendo e, come due fratelli moderni, battibeccavano su questo o quell’attore. M. era concentrato con l’occhio fisso su Corso Vittorio Emanuele quando una donna si voltò e gli chiese se avesse bisogno di informazioni: “Posso aiutarti?” disse con una leggera distorsione della “r” leggermente moscia e una “s” troppo marcata. M. notava tutti i difetti lessicali, era leggermente maniacale riguardo la pronuncia esatta delle parole. “No, grazie. Ero soprappensiero” disse cercando di capire la ragione di quel simile gesto, felicemente inaspettato. M. distolse l’attenzione dalla cartina e si rese conto che la donna che aveva di fianco era bellissima, davvero stupenda. Una donna senza pretese, vestita semplicemente. Una di quelle donne che M. avrebbe tranquillamente spogliato con gli occhi nei suoi momenti di solitudine o nelle sue fantasie e poi si sarebbe vergognato alla sola idea di raccontarlo a qualcuno. Il treno arrivò e salirono insieme, M. lasciò che la donna si sedette nell’unico posto disponibile, ma, dopo appena una fermata, si liberò il posto di fianco a lei. Lo occupò subito. Iniziarono a parlare, lei gli raccontò che era di Pavia e che Milano la conosceva poco, ci si era trasferita pochi mesi prima ma, avendo un’ottima memoria, ricordava anche i nomi delle vie più strette nelle zone più periferiche o anche quelle vie che tutti danno per scontate preferendo ricordare la zona in generale o un negozio specifico, evitando sempre il nome della via. Lei superò presto l’imbarazzo di quella chiacchierata tra sconosciuti: “Sono Rebecca, piacere”. “M., piacere mio”. Iniziarono presto a scherzare: M. interrogava R. sulle vie più assurde e R. le imbroccava tutte. M. volontariamente le chiedeva tutte vie che contenessero “s” per ascoltare quella sua pronuncia leggermente difettosa ma che allo stesso tempo lo affascinava sempre più: si passò da piazza Abbiategrasso a via Alessi, da via Anfossi a via Massatani, da via Caradosso a via Cosseria. Lei si rese presto conto che M. insisteva sulla sua “s”, la cosiddetta “s spessa” tipica dei pavesi, motivo di orgoglio nell’oltrepo e di vergogna nel resto del mondo. Dopo aver scherzato così frivolamente qualche minuto si resero conto di avere entrambi perso la fermata alla quale scendere, la stessa peraltro. Lei non aveva voglia di correre a prendere un’altra metropolitana in direzione opposta e chiudersi in ufficio tutto il giorno; fuori c’era il suo tempo preferito: cielo terso senza neanche una nuvola e un vento forte e freddissimo. Lui non impazziva all’idea di andare in ufficio, appena si fosse seduto alla scrivania gli sarebbe salita l’angoscia per l’incontro col Signor D. e non voleva rovinarsi quella giornata. Mentre inviavano dai loro telefonini una mail in ufficio inventando influenze e febbri inenarrabili, M. si rese conto che quel giorno, in qualsiasi modo l’avesse trascorso, sarebbe potuto essere l’ultimo della sua vita. Non della sua vita in generale, ma della vita che aveva vissuto fino a quel momento, se la profezia del Signor D. si fosse avverata. Finita la composizione dei rispettivi messaggi M. chiese a R. cosa le andava di fare, sembrava piena di idee, entusiasta sempre, una di quelle persone che con le mani in mano sono sprecate, una che investe ogni momento della sua vita. Sembrava frizzante, scoppiettante: due parole che M. avrebbe voluto sentirle dire per quei suoi buffi difetti di pronuncia. M. si affrettò a chiederle cosa le andava di fare anche perché lui, idee zero. Lei voleva fare di tutto: un giro in bicicletta per inaugurare la nuova tessera del bike sharing, una corsa scalza, provare qualche nuova ricetta letta sul blog di cucina della sua migliore amica o farsi quel tatuaggio che aveva sul quale aveva meditato fin troppo a lungo. A M., come a tutti quelli con poche proposte, andava bene tutto. Lei decise che avrebbero fatto tutto quello che veniva in mente momento dopo momento senza preoccuparsi del tempo che passava dal momento che non avevano orari prestabiliti. M. spaventato dalle parole del Signor D. aggiunse una piccola clausola ai programmi della giornata. Qualsiasi cosa fosse successa, loro si sarebbero salutati a mezzanotte e non si sarebbero mai più rivisti. Scesero dalla metro, risalirono in superficie e mentre riflettevano su cosa fare subito, qualcuno li guardava dal lato opposto della strada. M. sarebbe stato beffato da un destino che gli dava la vita, per togliergliela subito dopo.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:55
 
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CAPITOLO 1ZA di Relazioni internazionali Fondazione Milano (Balconi, Bricca, Donato, Dupont, Fezzardi, Ratiu Kloss, Rossi) – Scrittura Collettiva

Nell’aria soffocante della metro, pressato tra una vecchia signora con la borsa per fare la spesa e un ragazzetto con la musica sparata a tutto volume, la mente di M. cominciò a vagare. Le sue piccole sfortune quotidiane aumentavano in modo esponenziale, e sicuramente l’autunno non avrebbe migliorato la situazione; e adesso ci si metteva pure questo tal D. con le sue proposte assurde a complicargli la vita, come se certi sogni potessero diventare realtà!

Una volta arrivato in ufficio, questi pensieri si diradarono e lasciarono il posto al desiderio di caffeina che per colpa di D. non era riuscito a soddisfare. Ma non fece neanche in tempo a raggiungere la macchinetta che l’odiosa segretaria, di cui dopo mesi ancora non ricordava il nome, gli disse che il “grande capo” lo aveva convocato urgentemente nel suo ufficio. Dentro di sé M. sperava che il tutto si sarebbe risolto con una lavata di capo per la discussione del giorno prima con Poletti, ma sapeva che il licenziamento era dietro l’angolo. Dopo tutto, era autunno.

Come volevasi dimostrare, il licenziamento arrivò puntuale. Rassegnato, M. cominciò a passeggiare per le grigie strade di Milano, finché, mentre era fermo al rosso del semaforo (raramente gli capitava di trovarlo verde), decise di entrare nell’edicola per mettere ancora una volta alla prova la sua sfortuna: con l’unico euro in tasca comprò un gratta e vinci. Lo mise in tasca e si diresse verso il parco lì vicino.

Una volta seduto su una fredda panchina, si guardò intorno: non c’erano più foglie sugli alberi, i palazzi grigi dominavano il panorama, la nebbia alegiava spettrale. Il parco era vuoto e malinconico, quando ad un tratto M. sentì dei passi lenti: era un signore anziano a passeggio con il proprio cane, un golden retriever. Era proprio uguale a Lapo, scappato qualche anno prima e che lo aveva accompagnato negli anni più belli della sua adolescenza. Aveva sempre voluto prendere un altro cane, ma da quando era andato a vivere da solo non aveva più potuto permetterselo.

Sospirando, M. tirò fuori il gratta e vinci dalla tasca e lo grattò senza convinzione, tanto con la sua sfortuna non avrebbe mai potuto vincere niente. E invece no. Aveva vinto 10 euro; non era molto, d’accordo, ma almeno avrebbe potuto pagarsi il pranzo. Dopo tutto, forse la sua sorte stava cominciando a cambiare! E se fosse stato l’inizio di una nuova vita? Chissà, magari ora che non aveva più il lavoro quel progetto di fondare un’agenzia insieme a Francesco, il suo migliore amico, sarebbe decollato definitivamente! E forse qualche soldo in tasca sarebbe riuscito a riconquistare Lisa: avrebbe finalmente potuto portarla in quel ristorantino francese dove aveva sempre voluto andare …

Perso in questi dolci pensieri, scivolò lentamente in un sonno profondo, e cominciò a sognare …

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:54
 
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CAPITOLO 1Z di Relazioni Internazionali Fondazione Milano (Bonacina, Bonalumi, Coppola, Mezzasalma, Nicita, Noseda, Viterbi) – Scrittura Collettiva

M. rientrò in casa alle 19.00 come ogni sera. Si diresse verso la cucina per scaldare al microonde il suo consueto pasto, una porzione singola di minestra. Mentre aspettava che la cena fosse pronta, M. accese la televisione e aprì una bottiglia di vino – in offerta a 90 centesimi – che aveva comprato al supermercato sotto casa.
Guardò il solito varietà della sera, senza provare particolare interesse per le domande del conduttore o per il vestito provocante della soubrette che danzava sullo schermo. Il microonde avvisò che la minestra era pronta. Quello era il suo unico pasto della giornata, il colloquio con il signor D. sostenuto al bar la mattina, infatti, gli aveva proprio tolto l’appetito. Complice la bottiglia di vino che aveva bevuto insieme alle misere cucchiaiate di minestra insipida, iniziò a sentir la testa leggera e non poté fare a meno di sprofondare nel sonno.
Come ogni notte, il suo sonno fu pesante, spento e senza sogni. All’improvviso però, una luce lontana illuminò quell’oscurità che lo circondava e si ricordò della conversazione con il signor D. Si avvicinò all’uscio e, appena i suoi occhi si abituarono alla luce, vide di fronte a sé una stanza bianca con dieci porte. Avvicinatosi alla prima, scorse una targhetta appesa alla maniglia su cui vide scritto “la fuga di Lapo”. Indietreggiò incredulo e si precipitò a leggere la seconda targhetta, poi di seguito la terza, la quarta, e così via fino alla decima. Quest’ultima riportava una scritta che lo fece sussultare: “l’abbandono di Maria”. Maria..? Non ricordava quasi più quel nome. Da quanto tempo non pensava alle bellissime passeggiate in riva al mare e alla scoperta dell’amore con quella ragazza giovane e piena di vita. Era stata l’unica donna che lo aveva reso felice in tutta la sua vita. Improvvisamente M. si incupì, un’ombra apparve sul suo viso. Il ricordo di Maria lo riportò a quel giorno in cui decise di sparire senza lasciar traccia, non dicendole dove fosse diretto. Ma dove l’avevano condotto quei sogni che tanto voleva inseguire? Cosa gli aveva offerto la vita dopo l’abbandono di quella creatura dolce e meravigliosa?
Decise che quella era la soglia da varcare. Aprì la porta e si trovò davanti ad un’enorme villa nel quartiere residenziale di Milano, sul campanello c’era scritto il suo cognome. La porta di casa si spalancò e due marmocchi sorridenti e vivaci gli corsero incontro chiamandolo “papà”. Lui, d’istinto, li prese in braccio ed entrò. Già dall’ingresso sentì un profumo inebriante che lo condusse verso la cucina. Sulla soglia lo accolse una donna sui 35 anni, bellissima e provocante. Gli diede un bacio appassionato e solo allora M. si rese conto che quella donna era proprio Maria.
M. ebbe la chiara impressione di conoscere ogni dettaglio di quella vita come se fosse stata reale. Sapeva dov’era la sua camera da letto, dov’erano i vestiti e qual era il suo posto a tavola. Durante la cena chiaccherarono della giornata dei bambini e quando Maria gli chiese com’era andata al lavoro, lui le rispose con scioltezza: “Benissimo, ho concluso un grosso affare. Ho pranzato con tuo padre e lui mi ha detto che è fiero di me”. Come? Con suo padre? M. rispondeva alle domande e sapeva esattamente ciò di cui parlava come se avesse vissuto realmente quel che stava raccontando. Questo perché incredibilmente il Marco del sogno aveva terminato gli studi grazie al sostegno del suocero e una volta laureato aveva iniziato a lavorare per lui in modo da ripagarlo del sacrificio e della fiducia. Ottenuto il lavoro, M. finalmente aveva sposato Maria, dalla quale aveva avuto i due bellissimi bambini che stavano cenando con lui in quel momento.
Dopo la cena, giocò con i bambini: era venerdì quindi l’indomani non avrebbero dovuto andare a scuola. Giocarono fino a quando, tutti e tre, non crollarono esausti sul tappeto. Sabato mattina M. e Maria portarono i bambini allo zoo e poi a prendere un gelato: finalmente M. si sentiva completo, felice e appagato da tutto quello che aveva. Non poteva desiderare altro. Era così bello trascorrere ore intere con una vera famiglia! Il tempo passò in fretta e la domenica sera giunse in un batter d’occhio. Dopo aver passato una giornata stancante al parco, mise a letto i bambini e si coricò accanto a sua moglie. Finalmente potevano passare un po’ di tempo da soli.
Iniziò ad accarezzare il viso della donna quando lei cominciò a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Lui non riusciva a sentire Maria perché un fastidiosissimo suono assordante gli impediva di comunicare con lei. Era come un allarme continuo che gli perforava i timpani.
Si svegliò di soprassalto nel suo letto freddo e vuoto. Era venerdì e le lancette dell’orologio segnavano le 7 del mattino.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:50
 
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CAPITOLO 1Y di Isabella Ventura – Scrittura Collettiva

Un vento freddo e leggero salì dall’asfalto colpendo M. dritto in viso, non annunciava decisamente nulla di piacevole, ma ormai ci aveva fatto l’abitudine alle cose brutte che la vita ti mette davanti. Un brivido gli percorse tutta la spina dorsale, dal basso verso l’alto. Un brivido, dovuto forse alla fredda mattinata autunnale o a quello che gli era appena successo? Non lo sapeva bene neanche lui, ma ne era sinceramente sconcertato.
La conversazione appena avuta con quello strano tipo gli aveva lasciato un profondo senso di disagio, come se gli avessero scavato dentro e avessero portato alla luce cose che lui non voleva più sentirsi raccontare. Quell’individuo sapeva cose di lui che nemmeno le persone a lui più vicine conoscevano.
Con questa sensazione addosso e preso dai suoi ragionamenti si diresse verso la fermata della metropolitana, che avrebbe dovuto portarlo a lavoro e la oltrepassò continuando a camminare senza una meta precisa in mente.
Mentre si allontanava dalle strade familiari del proprio quartiere e guardava i grandi palazzoni che lo sovrastavano, senza però realmente vederli, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era: come, come faceva quel signore a sapere tutte quelle cose di lui? Lo aveva per caso già incontrato da qualche parte?
Eppure era sicuro di no. Del resto M. non era proprio il tipo di persona che racconta i fatti propri a degli sconosciuti; anzi era sempre stato una persona piuttosto introversa. Anche durante le feste che frequentava ai tempi dell’università, aveva sempre trovato difficile chiacchierare apertamente con degli sconosciuti della sua intimità, come invece facevano i suoi compagni. Era per questo che non aveva mai avuto molti amici.
Il pallido sole autunnale continuava a fare capolino tra le foglie degli alberi del parco, che agitate dal vento si staccavano dai rami e cadevano volteggiando al suolo. Quanti autunni erano passati da quando aveva lasciato l’università?
L’università … Il solo ricordo lo faceva soffrire.
M. si sentiva deluso, deluso da tutto e da tutti, anche da se stesso. Aveva trascorso anni a studiare senza però riuscire a laurearsi, mentre gente molto meno capace di lui era riuscita a raggiungere quel traguardo con facilità. Alla fine aveva trovato un lavoro sottopagato che lo svuotava completamente e dove non era riuscito a legare realmente con nessuno. Si sentiva un’anima sola, piena di buchi e di lacune, in totale balia della corrente, che lo sballottava qua e là, senza provare nulla di vero.
Vuoto, era tutto quello che riusciva a sentire, se realmente riusciva ancora a sentire qualcosa. Perchè ormai dubitava anche di quello.
Era arrivato a Milano con una valigia carica di sogni e progetti da realizzare e poi il vuoto pian, piano si era fatto largo dentro di lui. Per riempirlo trascorreva ore, spesso giorni interi, a leggere vite vissute da altri, ma era tutto inutile, nessuna di quelle biografie gli aveva fornito la ricetta per andare avanti e riprendersi i suoi sogni.
Gli mancava sognare.
Solo adesso, pensando ai sogni che aveva lasciato dietro di se M. si ricordò le parole del sig. D., gli offriva di sognare e sognando di realizzare i propri desideri in cambio della vita. Si ritrovò a pensare che quel tizio doveva essere assolutamente fuori di testa e poi che razza di proposta era quella che gli aveva fatto? La gente di questi tempi è matta. Pensava di liquidare così quella faccenda totalmente senza senso, eppure non riusciva a distogliere la mente da quelle parole. Continuava a camminare e pensare, a pensare e camminare, era questo un vizio che aveva avuto fin da ragazzino: quando qualcosa lo tormentava e aveva bisogno di rifletterci su, lui prendeva e iniziava a camminare, all’inizio lo faceva solo nella sua stanzetta, poi si era reso conto che lo spazio non gli bastava più e aveva allargato il proprio raggio a tutta la casa, fino a quando i suoi genitori non gli avevano fatto notare che era un comportamento che dava fastidio perché era sempre d’intralcio alle attività domestiche e allora aveva imboccato il portone e aveva continuato a camminare fino a che i pensieri cattivi erano spariti o fino a quando sollevando lo sguardo sul mondo intorno a lui si rendeva conto di essere in un posto sconosciuto, lontano da casa.
Sognare in cambio della vita. Si chiedeva se una cosa così poteva esistere realmente o se era il macabro scherzo di uno sconosciuto annoiato. M. nei sogni ci aveva sempre creduto, era cresciuto contando di poter realizzare qualsiasi cosa gli passasse per la testa, salvo poi, una volta diventato adulto, rendersi conto che le cose non vanno sempre esattamente come vuoi tu. Quante volte aveva sbattuto la faccia contro i propri desideri irrealizzati, e adesso questo distinto signore gli si presenta davanti e gli dice che può sognare tutto ciò che gli pare, in cambio vuole solo un anno della sua vita per ogni ora che passa a sognare. M. ci pensò un po’ su, se non fosse stata la proposta allucinante di un vecchio pazzo e se la cosa fosse davvero realizzabile, tutto sommato non sarebbe un’offerta cattiva.
Un’ora nel sogno per un anno di vita, era il mantra che continuava a risuonargli nella testa. Più ci pensava e più si convinceva che non era affatto male come offerta. Solo per diletto iniziò a vagare con la mente e a vagliare le mille cose che avrebbe potuto fare, in fondo però i sogni più importanti e che voleva davvero portare a compimento non erano poi così tanti, gli sarebbe bastato realizzare quelli per potersi sentire di nuovo se stesso.
Finalmente alzò lo sguardo, era ormai in centro, scorgeva le guglie del Duomo nella pallida luce di mezzogiorno. Si bloccò di scatto al semaforo rosso e girò leggermente la testa intorno per osservare le persone che passavano per strada. Riconobbe immediatamente il borsalino calzato con orgoglio sul capo, il sig. D. lo guardava sorridendo dall’altra parte della strada.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:47
 
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CAPITOLO 1X di Massimiliano Schirinzi – Scrittura Collettiva

“Basta! Sono stufo!” – disse il ragazzo, frugando nello zaino alla ricerca spasmodica di chissà cosa.
“Giulio, dai! Non è la fine del mondo!” – fece la ragazza, cercando di prendergli la mano.
M. parve incuriosito dai due, e iniziò ad osservarli con attenzione. Entrambi sui sedici anni, lui biondo, magro, occhi verdi, lei capelli rosso Ferrari, unghie laccate di nero, vari piercing ad entrambi i lobi. A giudicare dall’aspetto, dovevano essere due studenti dell’Accademia, due voluminose cartelle erano poggiate allo schienale del giovane.
“La fine del mondo? E’ peggio! E’ come scendere all’inferno ogni giorno, ogni settimana, ormai da anni!” – disse lui, stringendo in mano un pacchetto di Lucky Stryke. Ne tirò fuori due sigarette, una la passò alla ragazza, l’altra la strinse tra i denti e l’accese.
M. iniziò a mescolare lentamente il suo caffè, fissando la tazzina e ripiegando la bustina vuota dello zucchero.
“Solo perchè quegli scemi di Davide e Carlo ti hanno preso in giro quando hai mostrato il tuo compito? Lo sai bene che tipi sono, come se non li conoscessi!.
“Bea, tu non vuoi capire! Io non ce la faccio più! E’ sempre la stessa storia!” – aggiunse, tirando su col naso. “Ogni giorno è uguale all’altro per me, sin dalla prima elementare. Non vorrei mai alzarmi dal letto, mi piacerebbe svegliarmi e scoprire che è stato solo un brutto sogno. E invece, non è così, mi tocca andare a scuola sapendo già che cosa succederà!”.
M. bevve un sorso d’acqua, e decise di restare seduto un altro pò, la conversazione tra i due lo colpì parecchio. In fin dei conti, le cose non sono poi cambiate, pensò tra sè. M. sapeva bene cosa Giulio stesse provando. Anche lui aveva vissuto quello di cui il ragazzo parlava.
Ad M. venne in mente quella mattina di molti anni prima, quando in seconda elementare, il primo giorno di scuola la suora aveva chiesto ai bambini se quell’estate fosse capitato qualcosa di bello.
Qualcuno rispose che era stato in vacanza all’estero, altri che avevano trascorso l’estate a casa dei nonni, alcuni che erano rimasti in città perchè era arrivato loro un fratellino. Quando fu il suo turno, M. rispose che anche lui non era partito per le vacanze, perchè la cicogna gli aveva regalato una sorellina ma che sfortunatamente l’animale doveva averla fatta cadere, dato che alla piccolina avevano dovuto ingessare un braccio.
“Una cicogna? Bambini, avete sentito M.? Una cicogna!” esclamò suor Lucia, il cui nome da allora era rimasto scolpito a grandi lettere nella sua memoria. Fu allora che l’intera classe, inclusa la suora, scoppiò a ridere.
M. ricordava ancora bene le loro facce gonfie dalle risate, che lo fecero sentire ancora più piccolo dei suoi sette anni. Quella fu l’ultima volta che M. parlò apertamente in classe, almeno fino agli esami di maturità.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:44
 
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CAPITOLO 1W Alessandra Grandesso – Scrittura Collettiva

Per fuggire dall’umidità fredda che lo avvolgeva come una nuvola evanescente, ma pregnante e ancora di più dall’ inquietudine che il Sig. D. gli aveva evocato, M. discese a grandi passi i gradini d’entrata della metro, non notando, non notato, le persone che incontrava e che sparivano in fretta, dietro e davanti a lui. Volti, spalle, fisionomie… gente, insomma. Chissà quanti di loro avevano, come lui, le tasche vuote, ma nel petto desideri pulsanti. Chissà quanti di loro oggi stesso avrebbero dovuto, come lui, incontrare persone a cui non sarebbero interessati i loro racconti di vita, seppur straordinari com’è l’esistenza di ognuno.
Nel proseguire con passo rapido e deciso verso i treni, lungo i corridoi contorti e grigi, illuminati da neon a tratti incerti, con la coda dell’occhio M. scorgeva i colori sgargianti dei distributori self-service, dei cartelloni e video pubblicitari, dei tableaux degli orari che baluginavano assieme in scie colorate scorrendo lungo i muri e aprendosi al suo passaggio.
- Vorrei capire perché mi sento così – pensò. – Non è stato che un incontro con un vecchio pazzo in vena di cazzate! Ma non capisco perché diavolo abbia scelto me per esternare i suoi deliri! -
Il vuoto d’aria calda , lo sferragliare delle ruote e infine lo stridio della frenata, distolsero M. dalle sue rimuginazioni. La porta spalancò le sue valve meccaniche, risuonò con un forte soffio e inghiottì la folla del mattino in ressa per entrare, per richiudersi dopo pochi attimi sulle spalle degli ultimi. Così, spinto dentro al vagone dalla folla che vi si riversava, si trovò pressato contro un’esile donna dai capelli ramati che indossava un cappottino corto rosso carminio. Lei lo guardò per un attimo con un sorriso imbarazzato, contraccambiata. Aveva il capo cinto da una fascia di lana a strisce beige e marroni con copri orecchi e due palloncini morbidi che cadevano alle estremità fino ad appoggiarsi al bavero del cappotto. M. non si sorprese osservandola, sebbene quella donna potesse avere all’incirca la sua età. La sua piccola bocca, un fiore d’arancio che sbocciava sull’incarnato chiaro macchiato d’efelidi, ritornò subito corrucciata, sotto un nasino benfatto e due occhi verdi che sembravano scrutare gli abissi. M. ricordò in quel momento Lisa, la sua ragazza, anzi la sua ex.
In quell’atmosfera da treno bagnata d’umidità, aliti e sudore, dove volti e parole svanivano nel disinteresse generale, i motivi per cui si erano lasciati ora gli sembravano banali, non sufficientemente importanti. Che grande valore aveva avuto, invece, il loro tempo condiviso: parlare, camminare mano nella mano, correre assieme nel parco, discutere animatamente di un dibattito alla TV o di un film visto al cinema, cucinare, mangiare, fare all’amore, dormire…crescere… creare! Tutto questo era stato vera Magia.
Ma a M. conveniva pensare, nel momento difficile che stava attraversando e per venire a patti con un tono d’umore decisamente rivolto al basso, che le cose finiscono e non sempre il perché è una precisa assonanza.
Molte persone scesero alla fermata successiva e M. si svincolò dalla pressione dei corpi e trovò anche un posto a sedere. Guardando oltre il finestrino buio, che gli restituiva la sua immagine riflessa intenta a guardare, M. notò che nel suo volto c’era come un quid inespresso, come una smorfia ai lati della bocca che prima di questa mattina non aveva notato e, di più, occhi che gli sembrarono accesi da un’invisibile fiamma.
- Bah, sarà ancora questo maledetto autunno, che con i suoi trucchi mi da le allucinazioni – pensò, senza per questo tranquillizzarsi.
Gli ritornò per un attimo alla mente l’immagine del Signor D. Il turbamento che avvertì fin dal momento di quello strano incontro, riaffiorò e sembrava non volerlo abbandonare. Si risolse ad alzarsi per scendere alla fermata successiva, seppure non era la sua. Due passi gli avrebbero certo giovato, nonostante il freddo. Così fece e poco dopo si trovò a sgambettare sul marciapiedi fuori della metro, all’aria aperta, finalmente!
La nebbia era diradata ed ora cadevano goccioline d’acqua e smog. M. sembrava però non accorgersi di nulla, tanto era assorto nei suoi pensieri.
- Quel sindacalista del cazzo non sta facendo nulla per difendere la mia causa. E quello stronzo di Poletti riuscirà sicuramente a fregarmi – Un moto di rabbia gli accendeva il petto.
Estrasse il cellulare dalla tasca del giubbotto e chiamò Scorza, il sindacalista della Felsa, a cui M. era iscritto.
“Devi solo sentire che cosa ha da dirti Poletti, ma ti raccomando, prima di parlare con il tuo capo, ci mettiamo d’accordo sul da farsi. Sai, con quella gente non si scherza. Una parola in più, oppure di traverso e sei finito.”
“Senti, Scorza, io so esattamente cosa vuol dirmi Poletti. Te lo potrei prefigurare per filo e per segno, ma comunque, ok, più tardi ti farò sapere” replicò M.
Vide in lontananza il cancello del palazzo sede del suo posto di lavoro e accelerò il passo. Assieme a quell’immagine, sentì sorgere nell’ anima sentimenti confusi di ansia, inquietudine e sollecitazione ad affrontare la problematica pendente, oscurati dall’ opprimente incombenza di un ombra fatale.
In ascensore M. incontrò il suo collega Marchetti, come sempre con il giornale sotto l’ascella, il basco di fustagno in testa e quel mezzo sorriso di sfida che gli era proprio. “Olà, M. come ti va oggi? Ti vedo cupo. Scommetto che ieri sera hai visto l’inchiesta alla TV su quei politici collusi con la mafia; quelli che dovrebbero pensare agli interessi dei precari come noi, senza un futuro certo e che invece si sbranano tra loro per i loro interessi, nascondendosi dietro le bandiere dei loro partiti che sventolano spudoratamente. Non pensano neanche un momento a ciò che esse evocano realmente nel cuore e nella mente della gente come noi: il rigetto assoluto di tutto ciò che rappresentano e di tutti loro. Beata l’anarchia!”.
M. annuì svogliatamente, pensando che Marchetti era uno fuori dal tempo, con le sue idee sessantottine. Entrato nella reception, salutò Mary, che lo contraccambiò con un sorriso. Arrivato alla sua postazione si tolse il giubbotto, lo ripose sull’attaccapanni, si sedette alla scrivania, accendendo il PC. Pacchi di scartoffie erano depositati ovunque: sul tavolo, sugli scaffali e anche sulla sedia dirimpetto la scrivania.
Dopo non più di 15 minuti entrò Poletti, preceduto dal martellare deciso delle nocche sulla porta, una proforma naturalmente, seguito da un’entrata direttiva e nervosa.
“Senti M., ti sei messo in una brutta situazione facendoti eleggere rappresentante della RSU aziendale per la tua categoria. Ti ricordo che tu sei con noi in qualità di fundraiser. Devi solo gestire i rapporti con i donatori che ti abbiamo indicato, devi adoperarti, con i mezzi che abbiamo concordato, a raccogliere i fondi, vale a dire devi adempiere agli obblighi del tuo progetto, senza immischiarti in questioni ideologiche per sostenere gli interessi di disperati come te. Ops! Scusa, volevo dire di collaboratori aziendali come te. Qui l’unica causa filantropica per cui battersi è quella dell’azienda. Tu conosci e hai scelto di condividere le strategie aziendali della nostra multinazionale, almeno per i termini contrattuali e il tempo della tua collaborazione e sei anche consapevole, credo, che possiamo trovare i motivi per rinunciarvi, magari in un … click!?”. Schioccò le dita e riprese con forza:”Se, invece, ti intestardisci in posizioni improprie, capisci cosa intendo, beh non ci resterà che farti convincere dal capo. Gente come te, credimi, ha i numeri, ma a noi potrebbero non servire”.
M. si sentì frustrato di non poter reagire come avrebbe voluto, cioè avventarsi contro Poletti e sferrargli un pugno prodigioso al centro del quel suo viso gonfio, trafelato e sudaticcio.
“Poletti, mi scusi, ma non vedo quale sia il problema se desidero rappresentare i miei colleghi e me stesso assumendomi l’incarico della RSU aziendale, visto che così abbiamo l’opportunità di difendere anche i nostri interessi di lavoratori precari, senza precise prospettive e con problematiche di vita sempre travolte dall’incertezza; di farlo in un ambiente importante come questo, che può avere un peso per le nostre richieste” disse M. cercando di portare il suo interlocutore ad essere ragionevole.
“Evidentemente non ci siamo capiti” replicò secco Poletti: “A noi delle vostre problematiche irrisolte non può fregarci di meno. Quello che noi chiediamo a gente come voi, e vi paghiamo per farlo, è di portare a termine con successo il vostro progetto, oppure di recedere. Non possiamo certo includere le vostre esigenze di vita nel nostro programma di donazioni, dal momento che è vostro compito ottenerle per noi. Mi sembra che hai le idee un po’ confuse. Comunque pensaci e poi riferiscimi la tua decisione. O lavoratore o sindacalista o ciapamusch?” – e uscì sbattendo la porta.
M. aprì senza convinzione la sua casella di posta, con la gola annodata dal magone.
Scorse le righe senza leggere e desiderò ardentemente di essere in un altro posto.
A metà mattina, M. uscì a prendere un caffè e, scostandosi dai colleghi quel tanto che bastava a non farsi sentire, telefonò a Scorza e lo informò dell’accaduto.
“Guarda M., è meglio che la questione la gestisca il sindacato. Come già ti ho detto prima, un passo falso ti costerebbe troppo caro. Vedrai che risolviamo tutto e che potrai ritornare a dedicarti serenamente al tuo lavoro.”
“Si, però è meglio se organizzi un incontro con il capo e voglio esserci anch’io” disse M. deciso. “Va bene, ti so dire al più presto”, replicò Scorza riagganciando.
La giornata passò impegnata come tutti i giorni, tra e-mail, telefonate e incontri face to face con un paio di potenziali donatori.
Quando uscì dall’ufficio M. decise di andare a trovare Angela, una cara amica che abitava poco lontano. Aveva infatti voglia di condividere con qualcuno le forti emozioni di quella giornata ed Angela era proprio la persona che ci voleva. Lei era tranquilla, pacata. Riusciva sempre a dargli pace nei momenti difficili della sua esistenza.
Angela era un’infermiera. Lavorava con i malati mentali. Adorava i suoi pazienti ai quali dedicava gran parte delle sue energie, ascoltandoli, cercando delle soluzioni per loro, organizzando e partecipando a gruppi di auto-mutuo aiuto. Diceva sempre che era nata per fare quella professione e che dai suoi pazienti imparava qualcosa ogni giorno. Il loro sentire, così originale, era per lei qualcosa di unico e prezioso. Soleva affermare che se non ci fossero stati “i suoi matti” il mondo sarebbe stato infinitamente più povero.
M. suonò al campanello dell’appartamento di Angela e, subito dopo, al citofono una voce squillante e accogliente chiese chi era. “Sono M. Angela, posso salire un attimo?”. “M., che bella sorpresa. Certo che puoi, ti aspetto” chiosò l’amica.
Si abbracciarono sulla soglia di casa e M. entrò.
Angela viveva in un miniappartamento. Le pareti erano colorate di giallo oro e arancione. A ridosso di una, svettava una grande libreria a giorno ricca di libri molto interessanti e per lo più particolari. Angela era un’appassionata di esoterismo. M. trovava qualche titolo affascinante, qualcuno insolito e altri decisamente inquietanti. Per fortuna i libri professionali avevano titoli più tranquillizzanti. Ad esempio: Atlante di anatomia umana, Fisiologia, Principi fondamentali dell’assistenza infermieristica, Psicopatologia, Psicologia clinica…. M. ne sapeva comunque poco, ma almeno erano libri scientifici.
La libreria era la prima cosa che attirava un visitatore. Ma c’era molto altro in quel piccolo posto. Alle pareti un paio di quadri fatti da pazienti di Angela, litografie antiche di Milano, simboli esoterici, come il caduceo o la spirale. In un piccolo scaffale a parte c’era una collezione di “Tarocchi”, gli Arcani che Angela spesso consultava per se stessa e chiunque ne avesse bisogno.
La mobilia era in legno di ciliegio e l’aria era sempre pervasa di odori orientali d’incenso.
“Che piacere, M. Qual buon vento?”
M. raccontò ad Angela la sua giornata, a partire dallo strano incontro, fino alla discussione con Poletti e la richiesta al sindacalista.
M. descrisse ad Angela minuziosamente il Sig. D. con la speranza che lo riconoscesse tra i pazienti che afferivano al Dipartimento di Salute Mentale.
Ma Angela non lo riconobbe. Tuttavia trovava questo incontro molto intrigante.
“Che ne dici M. se chiediamo agli Arcani di darci lumi su questi avvenimenti? Mi sembrano così straordinari che forse meritano un approfondimento”. La divinazione attraverso le carte era per lei un dono che aveva ricevuto in chissà quale vita, oppure il frutto di tante o un’ispirazione del Cielo. Come tale, amava elargirlo gratuitamente, così come le era stato dato.

“Angela, sai che faccio fatica a credere in queste cose. Rispetto le tue convinzioni, ma io sono un uomo razionale” replicò M. con un certo imbarazzo. Nonostante l’attitudine di Angela per l’ignoto e l’inconscio, M. non le aveva mai chiesto di fargli dei vaticini con le carte. Le loro conversazioni erano fatte di confidenze, racconti, confronti sui vari avvenimenti delle loro vite. Mai quelle belle discussioni si erano risolte in consulti esoterici.
Notò però come Angela, in quella circostanza, fosse molto convinta che quella soluzione potesse essere buona per M.
“Va bene, dai. Dimmi cosa vedi per me nelle carte”. Angela si diresse con decisione verso lo scaffale dei Tarocchi e dopo un momento di riflessione ne estrasse un mazzo. Invitò M. ad accompagnarla ad un tavolinetto bardato di stoffa scura ricamata con immagini simboliche. Accese una candela rossa, abbassando le luci della stanza. Si sedettero uno di fronte all’altra.
Mescolando il mazzo di carte, Angela disse a M. di pensare intensamente alla sua giornata. Quindi gli porse le carte coperte e gli chiese di dividere il mazzo in due parti.
Guardò rapidamente le carte che le chiudevano, poi le riunì e dispose le carte a croce celtica, girandole una ad una.
Poi le indicò a M. rivelandogli il loro significato: “Vedi, M., la carta del Carro, simbolo dell’Auriga di Delfi che governa due cavalli imbizzarriti che spingono in due direzioni diverse, seguita da quella del Diavolo, significa che per un momento il subconscio prenderà il sopravvento sul raziocinio. Le carte ti dicono che il tuo io, cioè la coscienza che ti guida nel tuo percorso esistenziale, potrebbe abdicare a favore delle tue passioni. Esse sono delle vere forze incontrollabili: ti fanno vivere delle forti emozioni, ma al contempo possono trascinarti in situazioni rischiose. Dovrai affrontare una tentazione.
Tutti noi dobbiamo fare i conti con il nostro destino e con quello che di irrisolto vive in noi.
Lo testimoniano le nostre arrabbiature, le manie, le dipendenze, le brame e gli istinti. Tuttavia noi siamo anche tutto questo, che ci piaccia o no.
La carta dell’Innamorato che segue conferma che ti potresti trovare in bilico tra la coscienza e l’ istinto, che vorrebbe prevalere. La carta della Luna tuttavia ti avverte di non lasciarti ingannare dalle parvenze illusorie. Devi muoverti con cautela su un terreno a te sconosciuto e pieno di insidie e soprattutto devi discernere se per te sia meglio costruire, come ci suggerisce la Torre, con l’aspettativa che prima o poi tutto venga distrutto, oppure crescere.
Ti sarà data la possibilità della scelta. Te lo suggerisce il Bagatto. Assieme alla scelta possibile, esso indica un nuovo inizio e una serie di possibilità interiori ed esteriori che il fato potrà offrirti. La sintesi numerica di questi Arcani è il 9 che corrisponde all’Eremita. La carta ti consiglia di far tesoro dell’ esperienza che dovrai vivere, di portarla nel segreto del tuo cuore e di avanzare con prudenza, perché è stretta la porta ed angusta la via che conduce alla vera vita e pochi sono coloro che la trovano. Ti indica anche che sei protetto e che ogni tentativo malvagio nei tuoi confronti sarà sventato”.

M. fu sbalordito dal verdetto delle carte e dalla bravura di Angela di interpretare quel sentimento oscuro che provava, ma non sapeva decifrare. Si sentì sollevato perché l’amica era entrata in empatia con il suo spirito. M. accettò il suo invito a cena e la serata si concluse in serenità ed allegria.
Verso le 23, lasciò l’appartamento di Angela.

Alla fine di quel giorno, M. ripercorse le solite strade, salì sulla solita metrò, discese alla solita fermata.
Arrivò a casa verso la mezzanotte e mai come in quel momento apprezzò le rassicuranti mura domestiche. Viveva in un monolocale di edilizia pubblica in via Giambellino, arredato, ma con gusto. Anche se era un po’ decentrato, M. poteva accedere a diversi centri commerciali e negozi situati poco lontano e quindi era contento di quella sistemazione. In fondo quell’appartamento per lui rappresentava una sfida che si era preso con un destino incerto, ma proprio per quello si sentiva di dover lottare fino in fondo contro qualsiasi avversità lo avesse minacciato. La sua autonomia era un privilegio a cui non era disposto a rinunciare. Qualsiasi altra cosa andava in secondo piano: gli agi, l’università, l’abbigliamento, la musica, il cellulare, il PC… Ma i soldi dell’affitto dovevano sempre saltare fuori, con qualsiasi mezzo lecito. A mezzi illeciti per sbarcare il lunario M non aveva mai pensato, ovvero non sembravano averlo interessato fino ad ora. Non si sentiva tagliato per la vita disonesta. Il padre, ma ancor più la nonna paterna, quella morta in autunno, con le cure della quale M. era cresciuto, essendo i suoi genitori operai a tempo pieno in una piccola impresa padronale, gli avevano insegnato che l’onestà è il merito più grande che un uomo possa ottenere vivendo. Una persona onesta brilla come un astro nella notte serena e gli altri provano quasi un incanto alla sua presenza, un respiro profondo, un senso di sollievo.
M. era cresciuto con quel respiro. “Dove gh’è el vin bon, corren tucc lor de per lor” (dove c’è il vino buono, accorrono tutti da soli) soleva sempre ripetergli la nonna, ma quel vino buono, gli spiegava, era dato da una avveduta coltura della vigna, dal saper aspettare che il sole maturi gli acini al punto giusto e dal raccolto, che non deve avvenire né troppo presto né troppo tardi. Una pianta coltivata con amore, devozione, applicazione, conoscenza e coscienza.
M. era cresciuto con questo spirito e, nel dispiegarsi della sua esperienza di vita, aveva compreso esattamente il saggio contenuto di quelle parole e come sia difficile costringere l’attenzione a non distrarsi dallo scopo. Varie leve dell’anima premono per deviare il percorso. Mantenersi sempre sulla rotta e rimanere vigili su quel che accade intorno era la sua massima di vita.
Dopo una rapida doccia tonificante, M. accese lo stereo, indossò le cuffie e ascoltò uno dei suoi Cd preferiti: “The Intercontinentals” di Bill Frisell, uno spaccato di buona musica che da voce al mondo.
Seguendo la melodia M. rivide la sua giornata, pensò al suo incontro con Angela e alle sue parole. Ma poi decise che era tempo di rilassarsi e di staccare il pensiero da qualsiasi preoccupazione e fardello. Essi dovevano diminuire a favore del crescere dell’armonia del suo vissuto interiore. Con quella risoluzione nella mente e nel cuore, si abbandonò all’oblio del sonno.
Le note soffuse della musica che volteggiavano nella mente, nel momento del passaggio tra veglia e sonno, gli apparvero come colori luminosi spruzzati su una lavagna nera, ma ben presto M. si ritrovò in una grande casa alla quale accedette attraversando un giardino fitto di vegetazione e aiuole ordinate. Una, al centro, si apriva in una pozza trasparente sulla cui superficie affioravano ninfee fiorite. L’altra, poco più in là, echeggiava il gorgoglio di una fontana centrale con zampilli d’acqua che fuoruscivano dalle ali inverdite di un amorino che tendeva un piccolo arco e sorrideva gioioso. Oltre la porta di ingresso, l’interno della casa era pieno di stanze arredate con mobilia antica d’ ebano. Si accedeva, come nei vecchi palazzi, da una stanza all’altra attraverso porte principali e a volte laterali tutte aperte. Alle pareti c’erano quadri con ritratti severi, o con scene di battute di caccia o ancora con paesaggi ancestrali e figure mitologiche. Era un ambiente caldo ed accogliente, spazioso e profumato, con tende bianche trasparenti che filtravano luci ed ombre del parco antistante. Per osservare meglio l’ambiente, M. si sedette su una poltrona di velluto rosa stile impero, vicina ad un caminetto spento, alle cui estremità c’erano alari scomposti, come fossero stati usati da poco.
Poi si alzò e attraversò una grande porta ad arco bianca. Si trovò in un locale bellissimo, con pareti damascate color oro ed un soffitto ricco di stucchi ed affreschi. Quello che più lo colpiva era l’ampiezza dei luoghi e la pace interiore che essi suscitavano. Un bagliore improvviso proveniente da un angolo della stanza attirò la sua attenzione. Proveniva da un raggio di luce che si rifrangeva in un punto preciso di un imponente specchio, opacizzato dal tempo, che pendeva maestoso dall’alto della parete. Era incorniciato di legno intarsiato con immagini sacre, sul lato destro e profane, sul lato sinistro. Si avvicinò e scorse la sua immagine un po’ distorta. Improvvisamente, dietro a lui, vide l’ odiosa fisionomia del Sig. D. e trasalì.
“Bene M. allora ci siamo! Finalmente stai sognando e mi dai l’opportunità, in questo modo, di rinnovarti la mia proposta. Guarda dentro lo specchio attentamente. Cosa vedi?” chiese con voce sibillina il Sig. D.
M. guardò più attentamente dentro lo specchio e in lontananza scorse una soglia con attorno il vuoto. Mentre si sentiva fatalmente attratto da quel varco misterioso, all’improvviso dietro la finestra del balcone apparve un volto dai contorni a lui assai noti.. In un attimo fu là e, tirata la tenda, vide la nonna che gli sorrideva luminosa. “M. non lasciarti ingannare dalle apparenze. Veniamo al mondo per fare esperienza: questa è la nostra missione sulla terra. Ti raccomando, ricorda tutto quello che ti ho insegnato”. La nonna si dissolse nella luce e M. si girò e guardò da lontano lo specchio. Ora la stanza gli sembrava obliqua. Avvertì una tale paura che si mise a correre, attraversando porta dopo porta, stanza dopo stanza. Alla fine arrivò in un bow-window che faceva intravvedere, dalle ampie finestre decorate, una distesa verde di giardino e vegetazione. Ne aprì una, la scavalcò e si mise a correre di nuovo, quanto più veloce poteva, lungo un sentiero che portava diritto in un bosco di betulle. Il tono profondo del cuore divenne rapido e superficiale. Mentre si avvicinava ansimando a quell’agognato rifugio che sembrava potesse metterlo in salvo, M. vide in lontananza un uomo che gli veniva incontro: un signore distinto, con un abito elegante, leggermente fuori moda e un borsalino in testa.
M. si sveglio di soprassalto e si guardò attorno smarrito. Riconobbe ben presto il suo letto, le cuffie delle stereo ancora in testa e la luce del mattino che filtrava tra le persiane chiuse. Mancavano 15 minuti alle 7. Tra circa 30 minuti doveva essere fuori.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:43
 
Commento (1) | 26.03.2012

CAPITOLO 1V di Alessandra Fornia – Scrittura Collettiva

“Ma che cavolo, ma chi é questo? Con tutti i problemi che ho devo dare retta anche ai matti…..dai Marco, datti una mossa sei in ritardo” e via di corsa verso la metro, i gradini a due alla volta per prendere il treno che era in partenza….noooo!
“L’ho perso, sarà meglio avvisare in ufficio che arrivo in ritardo, sempre ritardo è ma cerchiamo di salvare almeno le apparenze con il capo….”
Marco cercò il cellulare, si tastò le tasche della giacca, dei pantaloni, niente.
“Dove diavolo l’ho cacciato? Ma certo! L’avevo appoggiato sul tavolino del bar e li l’ho dimenticato, stupido che sono”.
Il cellulare era il suo unico mezzo di collegamento con gli affetti più cari lontani centinaia di km, con quegli amici e famigliari che mai, fosse solo con una telefonata, gli avevano fatto mancare il loro sostegno e la loro presenza anche se non avevano condiviso la sua scelta di mollare la sicurezza del posto fisso in un ente statale e partire per la grande e lontana Milano per studiare medicina e specializzarsi poi in psichiatria.
E poi nella rubrica c’erano i contatti per quel nuovo lavoro che forse….doveva assolutamente tornare in possesso del cellulare e non c’era scelta, doveva tornare in quel bar.
Di corsa fece la strada a ritroso, sperando che nessuno avesse rubato l’apparecchio, sperando che quel vecchio fosse andato da altre parti a fare danni, ammesso che quel vecchio fosse mai esistito.
Voltò l’angolo, il bar era deserto tranne…..tranne il Signor D e la ragazza dai capelli ricci, impegnati in una conversazione nella quale toni sommessi si confondevano con l’agitarsi nervoso della ragazza.
Marco si fermò e dimentico della fretta che aveva rimase ad osservarli inquieto. Quei due poche ore prima si erano comportati da perfetti estranei e ora non c’era dubbio che si conoscessero e il loro infervorarsi nella discussione presupponeva una conoscenza intima e non recente.
Era indeciso sul da farsi, se avvicinarsi al bar o girare i tacchi, ma che diavolo il Nokia gli serviva!
Proseguì verso il locale cercando di farsi notare il meno possibile e nascondendosi dietro le macchine raggiunse la porta, entrò e si rivolse al cameriere chiedendogli se avessere trovato un cellulare.
“Ehi giovane, vita! Oggi è la tua giornata fortunata!! Il tuo cellulare l’ha trovato quella bella ragazza là fuori la vedi, quella con i capelli ricci e quelle gambe….mamma mia, che schianto!! Dai vai da lei, ha detto che ti aveva già visto all’università e sapeva come rintracciarti…vai giovane, è la tua giornata fortunata!! Vorrei perdere anch’io qualcosa pur di poter attaccare bottone con una così!”
“La mia giornata fortunata?? Punti di vista” pensò Marco che ormai non faceva più alcun conto sulla fortuna. Certo in altre circostanze, se la ragazza fosse stata sola, se non ci fosse stata la presenza di quell’uomo, se a lui non fosse venuto quel sospetto di essere parte di un gioco dai contorni poco chiari….e ancora una volta si chiese cosa fare.
“Potrei aspettare, magari riportano il cellulare all’ufficio oggetti smarriti, in questo modo con la scusa della ricompensa potrei sapere come si chiama la ragazza ….certo, se fosse onesta, ma se neanche la conosco? E a maggior ragione se fosse invece in combutta con quell’uomo mai e poi mai si priverebbe di un qualcosa che mi interessa, il mio cellulare è un’arma nelle loro mani.”
“Marco vai, è solo un matto, di cosa hai paura?” si disse, continuando a negare a se stesso che la conversazione di quella mattina lo aveva profondamente turbato.
Insomma, non gli andava proprio di avere di nuovo a che fare con quell’uomo, risentire la sua voce artificiosamente flautata , quel tono così amichevole e così subdolo…. ma aveva bisogno del suo Nokia!!
“Salve giovanotto, credo che questo cellulare sia suo.”
Di nuovo lui, questa volta così disinvolto e spontaneo nella sua gentilezza, nessuno avrebbe potuto pensare che solo mezz’ora prima gli avesse rivolto quella proposta diabolica con la sfrontata sicurezza di chi sa tutto di te e per questo ti spiazza perché tu non sai nulla di lui.
In una frazione di secondo si convinse che doveva aver sognato l’episodio della mattina, forse la fame gli aveva giocato un brutto scherzo, era palese che quell’uomo non lo conosceva.
“Si grazie, stavo proprio venendo da voi, il cameriere mi ha detto che lei, anzi la signorina…”
“Si quella ragazza è mia figlia. Ecco il suo cellulare”
“Come dice la legge le dovrei una ricompensa ma….sono un po’ in difficoltà, sa il lavoro, l’affitto …mi spiace, è imbarazzante ma non posso ricompensarla”
“Non si preoccupi, per così poco. E’ stato un piacere aiutarla Marco.”
“Gra…grazie” balbettò Marco
“Marco? Chi gli ha detto il mio nome?”
Basta, non c’era più tempo da perdere, una telefonata veloce in ufficio e poi via di corsa di nuovo verso la metropolitana.
Prese in mano il telefono e vide subito che era arrivato un sms, lo lesse: “Il coraggio cresce osando e la paura esitando. Signor D.”
Di nuovo pietrificato, cercò inutilmente l’uomo ma di lui e della ragazza nessuna traccia.
“Ora basta, non posso perdere la giornata dietro a queste cose, vado dalla polizia, loro potranno risalire al numero che ha inviato l’sms, bloccheranno questo pazzo ….si certo, a meno che non prendano per pazzo me. O ne potrei parlare con Giorgio, il mio amico giornalista, hai visto mai che salta fuori uno scoop e ci guadagno anche qualcosa.”
Un problema, mille possibili soluzioni anche se in Marco si era insinuata la convinzione che quella fosse una faccenda da risolvere tra lui e il signor D, nessun altro.
Il suo cellulare, quel mezzo che fino a poco prima era il suo collegamento con il mondo, ora scottava nelle sue mani, avevano il suo numero, si sentiva in trappola, braccato e allora al diavolo avvisare l’ufficio, lo spense immediatamente per paura di essere contattato e corse verso la metropolitana.
La confusione che regnava nel vagone in quell’ora di punta era niente in confronto a quella che c’era nella sua testa.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:41
 
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CAPITOLO 1U di Alessandro Comandini – Scrittura Collettiva

Non potrò più sognare, pensò. Se sogno, se sogno quella porta, morirò. In una settimana al massimo sarò morto.
M. amava sognare, era la sua vita. Il misterioso Signor D. l’aveva capito. Ma per fortuna non lo conosceva bene, non abbastanza, perché per lui la vita reale, quella che valeva la pena vivere davvero, era quella vissuta in sogno.
M. amava dormire per sognare. I suoi sogni erano quanto mai vividi e realistici, nel bene e nel male. I più grandi amori, quelli che fanno sudare le mani, li aveva vissuti in sogno. Ne era consapevole perché, anche quando non li ricordava nei dettagli, si svegliava innamorato. Innamorato davvero. Spesso senza sapere neppure di chi, ma incontestabilmente innamorato.
Per questo era preoccupato. Non aveva firmato nulla, ci mancherebbe. Cosa avrebbe potuto mai firmare? Ma aveva paura, paura che il Signor D. fosse un ladro di sogni. “Assurdo – si era detto- i ladri di sogni non esistono. Ma chi altri potrebbe pensare di barattare i sogni con la vita?”.
Sorrise. Gliene vennero in mente tanti, ma vendevano sogni fasulli. I sogni veri non avevano prezzo. Neppure una vita poteva bastare a pagarli.
I suoi ragionamenti, per quanto razionali, per quanto credibili, non bastarono a tranquillizzarlo. Era terrorizzato all’idea di non sognare più. Gli era successo in passato, quando aveva letto “L’interpretazione dei sogni”, di Freud. All’inizio si era divertito a ripensare i suoi sogni e ad analizzarli, poi piano piano questi si erano fatti sempre più rari, frammentari, sempre più indefiniti. Fin quando, una notte, non sognò. Non se ne curò granché, inizialmente. Pensò di averlo dimen Quella notte, infatti, contrariamente a quanto avveniva di solito, non si era svegliato nel mezzo della notte per andare in bagno ma aveva dormito ininterrottamente fino al mattino, quando la sveglia aveva suonato, dieci minuti prima delle 7.
Già dopo aver fatto colazione smise di pensarci. Quando il giorno successivo si rese di nuovo conto di non avere sogni da raccontarsi, si indispettì. Il terzo giorno si preoccupò. Non sognava più. Aveva paura della sua autoanalisi, del giudizio che avrebbe potuto dare di se stesso. Maledisse quel libro ed iniziò una sorta di training autogeno per convincersi che stava già dimenticando quelle teorie, che non aveva più alcun interesse nel giudicare i suoi sogni, perché quella vita lì non poteva essere giudicata.
“Analizzare i sogni significa dar loro un valore morale”, pensò. “E se c’è un luogo a-morale, questo è proprio il sonno e la vita che porta con sé”.
Passò quasi un mese senza sognare. Si svegliava nel cuore della notte per scandagliare il ricordo, senza trovare traccia di un viaggio, un amore, un’emozione. Poi, una sera, si addormentò con la consapevolezza che la notte che stava per cominciare sarebbe stata diversa. E così fu. La prima figura che si riaffacciò nei suoi sogni fu Lapo, il suo cane. Con Lapo parlava spesso, durante il giorno. Un monologo che di notte diventava un dialogo, dialogo intenso e serrato, come tra fratelli. Il fratello che non aveva mai avuto.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:40
 
Commento (1) | 26.03.2012

CAPITOLO 1T di Luca Regis – Scrittura Collettiva

In piedi, aggrappato come meglio poteva ad una sbarra nell’affollato scompartimento della metropolitana, M. ripensò allo strano incontro che aveva avuto poco prima al bar. Pigiato tra pendolari ed extracomunitari di ogni risma, tra il fresco profumo di dopobarba e il pungente lezzo di sudore stantio, in realtà stava pensando se quell’incontro avesse mai avuto luogo veramente o se fosse stato solo il frutto della sua fantasia. Cercando nella maniera più razionale possibile di ricostruire i fatti, si stava convincendo sempre più che tutto quanto fosse successo solo nella sua testa.
Quel distinto signore pareva provenire da un tempo lontano almeno cento anni, uscito da una di quelle vecchie fotografie in bianco e nero dei primi decenni del novecento. Inoltre le argomentazioni che propose erano pazzesche e la maniera repentina con cui sparì, non solo dal tavolino ma anche dal bar, dal circondario, dalla sua vista, avevano di che lasciar perplesso M..
Iniziò a pensare di essere schizofrenico e per questo motivo si preoccupò, tanto da considerare di prendere un appuntamento con uno psicologo. Tuttavia rinunciò subito all’idea, dato che non avrebbe avuto modo di pagare un consulto medico del genere. “La salute mentale è solo per i ricchi” pensò, e subito dopo gli venne in mente una frase che sentì dire una volta qualche anno prima: “Un povero con problemi mentali è un matto, mentre un ricco con gli stessi problemi è estroverso.”.
Per non ritrovarsi in un loop depressivo, M. decise di non pensarci più, e per rinfrancarsi il morale tornò a fantasticare sulla bella ragazza seduta al bar quella mattina. Quella montagna di capelli ricci e neri, quelle gambe affusolate, portate con disinvoltura sotto la minigonna nonostante i primi freddi dell’anno. Quell’aria mediterranea, sensuale, eccitante. Tuttavia anche questi pensieri, che dapprima aiutarono M. a liberare la mente dalla paranoia della malattia mentale, poco dopo divennero pesanti come macigni dal momento che era consapevole che con tutta probabilità quella ragazza non l’avrebbe mai più incontrata.
Finalmente il treno raggiunse la sua fermata e M. fu felice di poter scendere da quell’involucro di ferro e plastica e impegnare la mente con qualcosa di pratico, come sgomitare con gli altri utenti della metro che correvano verso le loro destinazioni, abbandonare il sottosuolo che puzzava di umidità e salire in strada a respirare lo smog cittadino.
Il freddo si era fatto ancora più pungente, nonostante il pallido sole che cercava di crearsi un varco attraverso la grigia cappa di inquinamento. M. sollevò il bavero della giacca di panno e si strinse meglio che poté per proteggersi dal freddo. L’aria, quasi invernale, che aveva iniziato a soffiare più forte, trasportava cumuli di polvere e foglie imbrunite dalla strada al marciapiede, e scarmigliava i suoi folti capelli ricci. Scansando come in uno slalom gli altri milanesi indaffarati come formiche che correvano verso i propri impegni quotidiani, M. percorse a passo spedito quelle poche centinaia di metri che lo separavano dall’edificio dove lavorava, un po’ per scaldarsi ma anche perché aveva già cazzeggiato troppo quella mattina e rischiava di arrivare in ritardo in ufficio.
Giunto ai piedi dell’imponente grattacielo di acciaio e vetro, che ospitava centinaia tra piccole e grandi imprese money-makers, il vero cuore pulsante di Milano, M. imboccò le grandi porte a vetro scorrevoli e si diresse verso l’ascensore.
Pochi minuti e M. si ritrovò nuovamente pigiato all’inverosimile nella piccola cabina zincata assieme ad altre persone, uomini e donne, questa volta tutti ben vestiti ed emananti un buon odore, ma tutti indaffarati a parlare o leggere email nei loro smartphone e blackberry. M. era l’unico che non stava facendo nulla e sperò che nessuno lo cercasse al cellulare – di solito non lo cercava mai nessuno perciò era una paura un po’ infondata – dato che forse era rimasto l’unico in tutta Milano ad avere ancora un vecchio cellulare nokia che faceva solo il telefono.
Quasi non si era ancora seduto alla scrivania, e comunque il computer desktop sul quale lavorava stava ancora avviano il sistema operativo, che il suo capo gli si parò di fronte. M. capì subito dall’espressione del suo viso che nulla di buono sarebbe potuto succedere nei minuti seguenti, ed infatti l’uomo nell’elegante abito grigio gli abbaiò di seguirlo nel suo ufficio. Quando passarono di fianco alla scrivania di Poletti, M. lo vide alzarsi e accodarsi a loro due. Poletti aveva fatto la spia e una volta che tutti e due furono al cospetto del capo nel suo ufficio, questi iniziò a rinfacciare a M. un sacco di mancanze, alcune delle quali vere, ma parecchie attribuitigli ingiustamente. Con la coda dell’occhio M. poteva vedere le espressioni che a mano a mano andavano dipingendosi sul volto di Poletti: dapprima felice, poi goduto, quindi appagato e infine estasiato.
Poletti era una persona viscida, a prescindere dal rapporto conflittuale che si era instaurato da subito con M. quando iniziò a lavorare in quell’ufficio. Era una persona invidiosa del successo altrui, non avendo lui mai avuto le capacità di eccellere in nulla, quindi la sua unica possibilità di trovare appagamento dalla vita era quella di demolire le speranze e le ambizioni di chiunque gli capitasse a tiro.
Dopo le prima battute M. smise di ascoltare quello che il capo gli stava dicendo, intanto il contenuto era più che ovvio: alla fine di quella settimana il suo contratto con la compagnia sarebbe scaduto e, benché il progetto al quale stava lavorando non era ancora giunto a termine, la sua collaborazione non sarebbe stata rinnovata. M. non se la prese più di tanto, già se lo aspettava, ma quello che non poté mandar giù erano le motivazioni: secondo il suo responsabile lui era una persona inaffidabile, poco propositiva e non adatta a lavorare in squadra. Tutte mancanze che non solo non si sposavano con quella compagnia e quel progetto, ma soprattutto che non gli avrebbero permesso di eccellere in nessun altro ambito lavorativo, essendo al giorno d’oggi di vitale importanza la capacità di lavorare in team.
M. poteva sopportare di essere licenziato, anche che Poletti lo avesse pugnalato alle spalle, ma la paternale sul suo conto proprio non la mandava giù. Come si permetteva quell’uomo, al massimo di una decina d’anni più vecchio di lui, col quale praticamente non aveva mai avuto modo di parlare, di fare illazioni sul suo futuro e dare giudizi sul suo background personale? Dal momento che non aveva più nulla da perdere M. si immaginò un’uscita teatrale, come quelle che si vedono spesso nei film americani, dove è in voga la celebrazione dell’eroe di turno di fronte ad un nutrito pubblico: si vide in piedi di fronte a quell’individuo impomatato, nel suo bell’abito da mille euro e la cravatta di seta, ad urlargli in faccia quello che pensava di lui e di come dirigeva quell’ufficio. Dopodiché si sarebbe rivolto a Poletti e lo avrebbe insultato senza riserve, mentre gli altri collaboratori presenti nell’open space al di là delle vetrate dell’ufficio, avrebbero potuto assistere alla scena e dedicargli una standing ovation alla fine del suo monologo. Ma M. non era Steve Jobs, che poteva permettersi di insultare i suoi collaboratori e i suoi clienti o mandare all’aria progetti durati mesi e costati centinaia di migliaia di dollari solo per soddisfare delle sue paranoie personali. No, lui non era così, e soprattutto gli mancavano quelle che comunemente vengono chiamate palle, quindi subì in silenzio e con lo sguardo abbassato sul linoleum beige del pavimento lo sfogo del capo, percepì il senso di trionfo di Poletti e uscì da quell’ufficio con le pive nel sacco accompagnato dagli sguardi di circostanza dei colleghi.
Altro che applausi e ovazioni.
Tornato alla scrivania cercò di concentrarsi sul lavoro, fin tanto che sarebbe durato, ma il suo stomaco non gli permetteva di pensare a null’altro se non di riempirlo con qualcosa. Di fatto a causa del Signor D – o della visione del Signor D – quella mattina aveva lasciato il bar senza caffè o cappuccino o brioches.
Andò alla buvette dove si trovavano i distributori di bevande e snack. Per sua fortuna i prezzi delle consumazioni erano davvero popolari, quindi con poco meno di due euro in tasca avrebbe potuto concedersi quel cappuccino e quella brioches che tanto desiderava. Restò lì una decina di minuti, da solo appoggiato al tavolino dell’area relax dell’azienda, a sorseggiare quel cappuccino istantaneo e quella brioches che prometteva una pasta sfoglia morbida e un buon ripieno di confettura, ma che in realtà offriva una crosta secca a malapena sporcata di marmellata chimica. In quei pochi minuti di pausa, alla macchinetta del caffè si alternarono diversi dipendenti dell’azienda, consulenti, fornitori, tutti in giacca e cravatta e tutti con in bocca discorsi su come migliorare l’efficienza dei prodotti, come aumentare il market share a discapito della concorrenza, come ridurre i costi e aumentare i profitti rispettando il budget. M. guardava con odio quelle persone, tutte convinte di essere arrivate, tutte convinte di essere le migliori e indispensabili, tutte piene di quella boria tipica dei giovani milanesi in carriera. Già, M. odiava visceralmente quelle persone, ma il suo odio era semplicemente dettato dalla gelosia: la gelosia di non poter essere come loro, o almeno del loro rango. Agli occhi di quelle persone M. era praticamente invisibile, come il fattorino che consegnava la posta o la donna delle pulizie che lavava e lucidava i cessi che loro usavano per pisciare o tirare di coca. E tutto questo a causa delle scelte personali sbagliate fatte in passato, che lo portarono a lasciare l’università poco più che ventenne, quando si sentiva immortale e oggi, a trentacinque anni suonati, a ritrovarsi quasi sul lastrico, senza un soldo in tasca e senza la minima prospettiva di carriera o di un lavoro decente.
Ancora una volta, oppresso da questi pensieri, M. cercò sollievo nella bella ragazza del bar. Richiamò alla mente la sua immagine, quella montagna di capelli, quel viso dolce dai lineamenti felini e quelle lunghe gambe tornite e abbronzate.
Il resto della giornata trascorse tranquillo. M. restò tutto il giorno alla sua scrivania a eseguire gli ordini di Poletti, senza contraddirlo in nome del quieto vivere, intanto non sarebbe servito a nulla.
Quando nel tardo pomeriggio tornò a casa, in quello squallido monolocale di quel degradato quartiere in cui viveva, durante il tragitto non poté fare a meno di notare i giovani come lui che affollavano i bar durante l’happy hour. Anche volendo non avrebbe potuto unirsi a loro. Il prezzo minimo di una consumazione era di quindici o venti euro, cioè praticamente tutto quello che gli restava sul conto in banca, e con quell’euro e pochi centesimi che aveva in tasca non poteva nemmeno avvicinarsi ad un locale.
Nel frigo c’erano ancora delle uova, un po’ di formaggio e del tonno nella dispensa, perciò M. cenò con una frittata nella quale mise tutti gli avanzi che trovò dopodiché si buttò sulla poltrona lisa e logora che troneggiava nel mezzo di disadorno alloggio. Guardò un po’ di TV, facendo zapping da un canale all’altro senza trovare interesse per nessun programma. Scrutò la libreria in cerca di qualcosa da leggere, ma tutti i titoli che gli scorsero davanti agli occhi erano già stati letti e riletti. M. non ricordava più nemmeno quand’era stata l’ultima volta che aveva comprato un libro nuovo, proprio lui che era un gran divoratore di romanzi. Non poteva nemmeno permettersi di acquistare un libro di terza mano in vendita sulle bancarelle sotto i portici di Piazza Diaz.
L’orologio appeso al muro segnava le undici e M. avrebbe voluto andare a dormire, ma un leggero senso di angoscia lo attanagliava. Il pensiero razionale gli diceva che nulla sarebbe successo quella notte, che non avrebbe sognato nessuna porta e il Signor D non lo avrebbe mai più disturbato, dato che era solo il frutto del suo inconscio. Tuttavia era profondamente agitato e temeva di addormentarsi. Combattuto tra questi pensieri, esausto per la lunga giornata, senza rendersene conto M. si addormentò seduto in poltrona.
Tutto ad un tratto il buio più impenetrabile.
Poi sospeso a mezz’aria apparve un puntino luminoso, dapprima fermo ma che subito iniziò ad allungarsi orizzontalmente diventando una linea che via via diventava sempre più lunga e sottile. Poi questa estensione si arrestò e dalle due estremità la luce continuò a propagarsi verso l’alto, formando due angoli retti simmetrici. Queste due rette di luce continuarono a salire parallele, per poi ridisegnare altri due angoli retti ed infine le due estremità si congiunsero sul lato opposto da dove era originariamente nato il puntino luminoso. Nello stesso momento in cui quel rettangolo si chiuse, tutta la sua area interna si illuminò prepotentemente abbagliando M. e quando poco dopo riacquistò la vista, realizzò che si trovava di fronte ad una porta.
“Accidenti a te Signor D” mormorò M., conscio di trovarsi in un sogno, spaventato perché quello che gli era stato predetto si era avverato ma altresì eccitato per ciò che quello poteva significare. Si mosse in avanti, verso quella porta, e protese un braccio ad afferrare la maniglia dorata. Appena spinse il battente si trovò in una enorme stanza finemente arredata, al centro della quale troneggiava un enorme letto a baldacchino ricoperto da lenzuola di seta color oro e drappi di velluto ricamati. Il pavimento era completamente ricoperto da tappeti pregiati e tutto l’arredamento, i drappeggi alle finestre, l’imponente scrivania inglese addossata ad una parete, erano di gran pregio. Sembrava una stanza d’albergo, ma non una di quelle dozzinali camere di terza categoria in cui M. era solito alloggiare durante le sue vacanze di ventenne o quei pochi viaggi di lavoro ai quali aveva partecipato dopo i trenta. Sembrava piuttosto una lussuosa suite in un altrettanto lussuoso hotel. Mentre era ancora intento a raccapezzarsi su ciò che gli stava succedendo, la porta alla sua destra, di fianco alla scrivania, si aprì e con suo immenso stupore vide la ragazza dai ricci capelli corvini entrare nella stanza.
Era vestita come quella mattina, con quelle lunghe gambe nude sotto la minigonna e sul volto un sorriso dolce ed invitante. Non appena la vide, M. non seppe trattenere un’erezione e sentì il suo pene inturgidirsi e spingere all’interno dei pantaloni. La ragazza si mosse verso di lui, sinuosa e sensuale, e senza dire una parola gli si parò di fronte e gli prese entrambe le mani tra le sue. Si sedette sul bordo del letto e lo tirò verso di se. Dapprima lui rimase un po’ rigido, indeciso sul da farsi, ma il sorriso malizioso di lei era così invitante che pensò di non indugiare troppo e lasciarsi andare. Quando M. le si trovò a pochi centimetri, la ragazza, con mani esperte ma con movimenti delicati, iniziò a spogliarlo e quando fu completamente nudo ed eccitato anche lei si denudò.
Quello che ne seguì fu il miglior sesso che M. aveva mai fatto in vita sua. Diede sfogo ad ognuna della sue fantasie erotiche che mai aveva potuto realizzare con Lisa o chiunque altra donna prima di lei, e la ragazza misteriosa lo assecondava in tutto, senza opporre la minima resistenza ma anzi godendo appieno di ogni sua iniziativa.
Dopo aver avuto tre orgasmi, M. si staccò dalla ragazza e si sdraiò nel letto di fianco a lei, ansimante, esausto, e con la fronte imperlata di sudore. Solo in quel momento si rese conto che non avevano detto una sola parola da quando si erano incontrati in quella stanza, quindi decise che era giunto il momento di rompere quel silenzio:
“Chi sei tu? Dove siamo? Che cosa sta succedendo?”. Quando ebbe finito di pronunciare questi tre quesiti esistenziali, M. avrebbe voluto scomparire per la banalità che era riuscito a farsi uscire dalla bocca.
Tuttavia la ragazza non pareva essere turbata e, sempre con il suo bel sorriso sulle labbra, rispose:
“Io sono la ragazza che hai visto questa mattina in quel bar, ricordi?”. Lui annuì, arrossendo. Certo che se la ricordava, l’aveva pensata tutto il giorno e non riusciva a togliersela di mente. La ragazza proseguì: “Dove siamo non lo so, questo è il tuo sogno quindi il luogo l’hai scelto tu. E cosa sta succedendo beh..”. la ragazza si strinse leggermente nelle spalle, bellissima, gli occhi le scintillavano mentre lo guardava fisso, i seni nudi e il suo sesso ancora caldo e umido erano un invito per M. a proseguire, ma seppe tenere a freno la sua voglia, ormai più che appagata per quella notte.
“Si certo, mi ricordo di te, non intendevo questo…”. Cercò di dire M.. Era così confuso e goduto che non riusciva a mettere in fila una manciata di parole che potessero comporre una frase di senso compiuto. “Quello che voglio dire è, perché tu? Non so nemmeno il tuo nome, non ti ho mai vista prima di questa mattina.”.
“E l’avermi vista seduta a quel tavolo con quel ragazzo ti ha fatto venir voglia di fermarti, giusto?”. M. annuì, e subito ebbe uno sciocco moto di gelosia ripensando a come quel mattino lei amoreggiasse con quel ragazzo al quale lui non aveva pensato fino a quel momento.
“Dopodiché,” proseguì lei “hai iniziato a desiderarmi e per tutto il giorno non hai potuto smettere di pensarmi, dico bene?”. M. annuì nuovamente, nudo nel corpo ma apparentemente anche nell’anima di fronte a quella ragazza.
“Ricordi che cosa ti ha detto il Signor D a proposito di quella porta?”. Pronunciando quella frase, la ragazza fece cenno verso l’uscio dal quale lui era entrato e senza aspettare la sua risposta concluse la frase:
“Che se avessi varcato la sua soglia dall’altra parte avresti trovato tutto quello che desideri. E io sono quello che tu oggi hai maggiormente desiderato.”
Ora la nebbia nella testa di M. si stava via via diradando, e iniziava ad intravvedere qualcosa, a trovare qualche risposta ai mille dubbi che lo stavano attanagliando.
“Dunque anche tu conosci il Signor D?”. Domandò M., ma il suo tono di voce era secco, turbato:
“E’ lui che ti ha mandata? Che cosa sei, una puttana?”
Invece di offendersi per quell’illazione la ragazza fece una risatina arricciando il naso e abbassando gli occhi, e il suo viso era così dolce e candido che M. si pentì subito di averla insultata in quel modo.
“Ma no, io non conosco il Signor D, sei tu che lo conosci. Io sono il frutto della tua fantasia, quindi so quello che tu sai, provo quello che tu provi, sento quello che tu senti. Tuttavia io sono parte di questo modo, e quindi conosco le sue regole.”

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:38
 
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CAPITOLO 1S – Rita Viola – Scrittura Collettiva

A dire il vero, tuttavia, neanche a lui interessava nulla delle piccole avventure che potevano capitare e ai suoi colleghi e ai suoi amici, si ritrovò a pensare Marco, rattristandosi, per un attimo, all’improvvisa ma lucida scoperta della sua aridità. Perché, a volerla dire tutta, negli anni Marco si era davvero inaridito. Era stato un adolescente creativo, un entusiasta della vita, un innamorato dell’amore, un sognatore pronto anche ad impegnarsi per importanti cause civili. Era stato uno studente universitario modello, per un certo periodo, l’orgoglio dei suoi genitori che si sobbarcavano immani sacrifici pur di mantenerlo agli studi e dargli, dal loro punto di vista, quella possibilità di riscatto sociale che a loro era mancata, e l’orgoglio della sua ragazza di allora e dei suoi futuri suoceri che lo ammiravano tanto proprio perché era un ragazzo che “si stava facendo da solo”. Poi, improvvisamente le cose erano cambiate. Marco non avrebbe saputo dire quando, come e perché con esattezza. Ricordava solo che a un certo punto gli era parso urgente conquistarsi un briciolo di indipendenza economica accettando lavoretti che avevano sortito soltanto l’effetto di distoglierlo dagli studi, inasprendo i rapporti con la sua famiglia e con la sua ragazza, al punto da spingerlo a decidere di andarsene da casa dei suoi e a decidere di mollare Giulia. E da allora in avanti, era stato solo un susseguirsi di eventi infausti che l’avevano come dire, spento a tal punto da non interessarsi con la passione di un tempo, a nulla e a nessuno. E ora non aveva nessuno cui raccontare la bizzarra avventura vissuta quel mattino. Ma aveva voglia di provarci comunque. Uno strano desiderio di condivisione l’assalì. Magari non lo avrebbe soddisfatto, ma valeva comunque la pena provarci. A questa riflessione, gli vennero in mente le parole con le quali Lisa lo aveva mollato. Gli aveva detto proprio così: – per te non c’è mai nulla per cui valga la pena provare – . Marco non aveva colto, all’epoca, il senso di quelle parole. Ma forse ora cominciava a capire cosa aveva voluto dirgli Lisa. Ma quella ormai, era una storia chiusa. La segretaria del capo lo accolse col solito sorriso fintamente mieloso che rivolgeva a tutti: – Buongiorno, signor Marco! Bella giornata autunnale oggi, vero? La stavo proprio aspettando per comunicarle che il dottor Poletti ha appena avuto un colloquio col capo. Secondo me, ora toccherebbe a lei far valere le sue ragioni. E’ vero che Poletti l’ha battuta sul tempo, ma se lei almeno provasse ad essere un tantino più convincente e diplomatico…..sa, signor Marco, lei non mi sta antipatico, per cui davvero mi dispiacerebbe se dovesse perdere il lavoro. Mi scusi la confidenza che stamattina mi sono arrogata, ma questa faccenda del lavoro è importante per tutti, quindi penso anche per lei. Perciò, faccia qualcosa, prima che sia troppo tardi – . Marco non se lo fece ripetere due volte. Si avvicinò alla scrivania della giovane segretaria e iniziò a raccontarle ciò che gli era capitato quel mattino, al bar. Man mano che proseguiva il suo racconto, sul volto della segretaria si alternavano espressioni di incredulità, interessamento, curiosità e anche di sottile invidia, almeno così parve a Marco quando arrivò al punto in cui il signor D. gli aveva prospettato la possibilità di trovare, una volta varcata la soglia, quel che avrebbe voluto. “Ah, signor Marco, – commentò infine Francesca – (tale era appunto il nome della segretaria) – ho sempre pensato che lei fosse un uomo dalle mille risorse. E ora, ne ho la conferma. Questo incontro, per lei, è una sorta di manna caduta dal cielo. Si rende conto, che ora, avrà la possibilità di costruirsi una nuova vita, a suo gradimento, qualora dovesse decidere di accettare la proposta del misterioso signor D.? La sua esistenza parallela potrebbe essere una sorta di oasi felice dove rifugiarsi per smaltire le delusioni giornaliere. Sì, è vero. C’è sempre un problema. Anzi, a dire il vero, due. Il primo: perdere pezzi di vita nel mondo reale. Il secondo: rintracciare nuovamente l’uomo che le ha fatto la proposta. Ma io non sarei pessimista, al riguardo: come è riuscito a trovarla la prima volta, potrebbe riuscirci anche una seconda volta. D’altronde, è talmente evidente che questo signor D. è un essere soprannaturale, che possiamo legittimamente prendere in considerazione l’ipotesi che riuscirà a contattarla ancora, se lo vorrà. Ovviamente. Riguardo alla questione un po’ più spinosa, ossia il vedersi sensibilmente accorciata la durata della sua vita terrena, ecco io credo che lei potrebbe provare a contrattare, se il signor D. gliene offre la possibilità. Un’ora per un anno mi sembra un po’ troppo. Valuti, nel prossimo incontro, l’ipotesi di una trattativa che le dia un maggior margine di guadagno. Anche se, le confesso, a volte il pensiero di dover trascorrere ancora tanto tempo a questo mondo, con queste giornate tutte uguali, con una tristezza dentro che non puoi mostrare a nessuno perché una segretaria può solo sorridere….beh, non è che mi entusiasmi molto. Ma lasciamo stare, perché questa è un’altra storia. Qui si sta parlando di lei. A mio avviso, questa è stata per lei proprio una buona mattinata. Speriamo che l’uomo si rifaccia vivo. Nel frattempo lei ci pensi”. “Oddio – continuò Francesca come se solo in quel momento se ne stesse ricordando – mi spiace comunque doverle ricordare, signor Marco, che nella mattinata di oggi, il capo l’aspetta. Cose di questo mondo. Qua, sulla terra, tra mortali, è così che funziona. Si prepari anche a questo, e quando si sente pronto, me lo faccia sapere, che lo comunico al capo” . “Me ne ricordo, me ne ricordo, non si preoccupi Francesca. Anzi. Grazie per avermi ascoltato con tanto interesse e non aver considerato il tutto come il racconto di un impiegato frustrato che sta andando fuori di testa. Il tempo di sistemare la mia roba in ufficio, raccogliere le idee e mi presento al capo”. Marco scaraventò letteralmente la sua borsa sulla scrivania. Voleva che il rumore distogliesse Poletti da qualsiasi cosa egli stesse facendo e lo costringesse a guardarlo negli occhi. Voleva che Poletti, infatti gli leggesse nello sguardo il disprezzo che Marco provava nei confronti di un collega fedifrago che non aveva esitato a gettargli anche ingiustamente fango addosso, tanto per ingraziarsi il capo e non dover così figurare negli imminenti esuberi del personale già annunciati. Poletti intuì lo scopo del gesto di Marco ma non accolse la provocazione. Non era, infatti, né stupido, né codardo, né fedifrago, né traditore. Nulla di tutto questo. Era solo più astuto di Marco, più determinato a combattere per salvaguardare il suo posto di lavoro. Non aveva tramato contro Marco. Aveva soltanto colto le occasioni che Marco non aveva voluto cogliere. Non lo aveva screditato col capo, semplicemente perché non era servito. Marco stesso si era messo in cattiva luce da tempo. Poletti aveva magari dato una leggera accelerata a ciò che comunque era destino dovesse accadere. “Buongiorno, non hai sentito la sveglia stamane”? Esordì Poletti rivolgendo a Marco uno sguardo ed un sorriso perfettamente neutrali. “Sì, l’ho sentita – rispose Marco con un tono altrettanto neutrale ma vagamente innaturale – (cosa che non sfuggì a Poletti). Ho tardato qualche minuto perché mi è capitata un’avventura alquanto bislacca, della quale ho già parlato con Francesca, in atrio. La racconterei anche a te, ma immagino la cosa non ti interessi, e poi non vorrei distoglierti dal lavoro. Immagino che tra un po’ ne sarai anche oberato”. A Poletti non sfuggì l’enfasi con la quale Marco aveva calcato le ultime parole e tutto sommato non gli dispiacque che Marco avesse capito che era già nell’aria un’ipotesi di licenziamento. Quel benedetto ragazzo aveva bisogno di svegliarsi. Chissà! Magari questa poteva essere l’occasione giusta. “Hai ragione – confermò Poletti – non mi preme sentire il racconto della tua mattutina avventura. Spero solo per te sia stata interessante. Perché il resto della mattinata potrebbe non esserlo. Il capo ti aspetta. Da stamattina ho io in esclusiva l’incarico che fino a ieri condividevamo. Perciò, come hai detto tu, sono già oberato di lavoro. E non ho tempo da perdere ad ascoltare le tue avventure. Prova a sentire se ne ha voglia il capo” . Marcò pensò che quasi quasi non sarebbe stata una cattiva idea raccontare quel che gli era capitato al capo. Poteva essere una contromossa, una piccola soddisfazione riportare il fulcro dell’imminente colloquio più che sul suo licenziamento, ormai scontato, sull’avventura che aveva vissuto. Valeva la pena tentare. Tanto – considerò Marco- senza neanche tanta tristezza – cos’ho da perdere? “Mi annunci al capo, signorina Francesca” – esclamò Marco con una tale fermezza nella voce che la giovane segretaria si chiese se per caso Marco non avesse già reincontrato il signor D. e se questi non gli avesse per caso generosamente elargito una nuova forza d’animo. “Subito” – trillò la segretaria. Il tempo di avvisare e le porte dell’ufficio del capo si spalancarono. ”Si accomodi – continuò Francesca e più a bassa voce – e…ci provi, almeno, a far valere le sue ragioni. Almeno ci provi”.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:35
 
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