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Scrittura Collettiva – Capitolo 9
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#scritturacollettiva al gran finale

Buon giorno a tutti,
come già lanciato su twitter, Tony Musicco è il vincitore del nono e ultimo capitolo del nostro libro a più mani.  Scelto dal pubblico di facebook e dalla giuria all’unanimità, faccio i miei complimenti a Tony che ha partecipato insieme a noi alla stesura del libro fin dal primo capitolo, proponendo sempre ottimi spunti. Ora non ci resta che scegliere insieme il titolo del vostro libro che, dopo la revisione finale, pubblicheremo online.

Giulia Madonna - 65 like (0 voti)
Tony Musicco - 108 like (1 voto J. Tamos)
Julius Tamos - 2 like (2 voti G. Madonna e E. Smonetti)
Elena Simonetti - 3 like ( 1 voto C. Parolisi )
Carla Parolisi – 53 like (1 voto E. Smonetti)

Da oggi 21 giugno fino al 21 luglio vi invito a mandarci le vostre idee per il titolo del libro di #scritturacollettiva inviando una mail a emanuela.bellotti@ilsole24ore.com

Vi aspettiamo!

Pubblicato il venerdì 21 giugno 2013 - 18:15
 
Commenti (5) | 21.06.2013
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Via alle votazioni del nono capitolo di #scritturacollettiva

E’ passato un anno da quando vi chiesi per la prima volta di iniziare a scrivere, mi sembra ieri. Molti di voi ci hanno seguito dal primo giorno e alcuni sono diventati amici di penna che mi sembra di conoscere da sempre. Grazie di cuore a tutti voi che avete partecipato con entusiasmo e che avete reso possibile tutto questo. Ora è il momento di votare l’ultimo capitolo della nostra storia. Siete pronti? Di seguito i capitoli che hanno partecipato. Come sempre, il meccanismo di votazione prevede tre componenti: voti interni (quelli dei concorrenti), voti esterni (quelli provenienti da fb) e la giuria di 24letture.
Per votare dovete mettere un like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 9 maggio 2013.

1. Capitolo 9 A di Giulia Madonna

2. Capitolo 9 B di Tony Musicco

3. Capitolo 9 C di Elena Simonetti

4. Capitolo 9 D di Carla Parolisi

5. Capitolo 9 E di Julius Tamòs

Invitiamo i partecipanti alla stesura dell nono capitolo, a votare uno dei capitoli in gara dei colleghi, utilizzando il form che trovate qui sotto. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà alla scelta del capitolo vincitore insieme ai like di Facebook e al voto della giuria di 24letture.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:35
 
Commenti (8) | 29.04.2013

Capitolo 9 E di Julius Tamòs

Il piano era semplice: sconfiggere Poletti e il signor D e poi cominciare una nuova vita in un’altra città. Ormai era sera, non che facesse molta differenza. La nebbia sembrava non voler cedere il passo e trasformava Milano in una lattiginosa città scandinava, senza giorno e senza notte. Ma le menti di Martina e Marco si erano schiarite, riscaldate e fortificate con il loro amore. Per sicurezza decisero di preparare subito una via di fuga. La casa di Martina era al piano terra, piccola ma accogliente. Lei prese le chiavi da sotto il portaombrelli, aprì la porta e fece passare Marco. Lui sapeva che avrebbe trovato una cucina con la cassapanca in legno ma, appena oltrepassata la soglia, una sensazione di freddo lo pervase e, nella penombra non riuscì a vedere altro che una poltrona con un alto schienale che avrebbe potuto nascondere un ospite sgradito. Eppure non riusciva a ricordare quella poltrona. I suoi pensieri si fecero confusi e, soprattutto, lenti. Faceva fatica a pensare alla prossima mossa, a cosa avrebbe dovuto fare. Gli sembrava che la nebbia, viscida, umida, appiccicosa, fosse entrata nell’appartamento e si facesse strada sotto la sua pelle.

Poi una voce, che aveva imparato a odiare negli anni: “Davvero credevi che ci saresti sfuggito?” – Poletti fece un passo per entrare nella languida luce che veniva dall’uscio. Marco rimase impalato a un passo dall’entrata. Incapace di parlare, incapace di pensare a una risposta.

“Certo scappare era la scelta più ovvia. Il signor D è andato a casa tua, ma io ti conosco, M.: sei un vigliacco che si nasconde dietro alle gonnelle. Così sono venuto qui. E avevo ragione” – esultò Poletti e fece un altro passo verso di lui. Marco percepì quelle parole come una freccia al curaro, dritta al suo cuore. Un piccolo passo e Poletti, gli occhi venati di sangue, strinse saldamente le mani intorno al collo della sua vittima. Marco, paralizzato, riuscì con difficoltà a pensare una sola parola: «Adesso!». Martina superò la soglia di casa brandendo un ombrello, con un balzo superò Marco e colpì con grande violenza, fuori luogo per la sua figura minuta, la nuca di Poletti. L’aguzzino si accasciò al suolo con un rantolo. Martina guardò la macchia rosso vermiglio allargarsi sotto la sua testa con stupore, poi appoggiò con delicatezza le sue labbra su quelle di Marco. “È finita” – disse, ma freddo, nebbia e buio non lasciarono la stanza.

Un applauso lento e beffardo si levò al riparo dell’alto schienale. La poltrona ruotò lentamente rivelando il signor D.: “Mi complimento con voi. Un’ottima pensata quella di lasciar attraversare l’uscio a Marco e lasciare fuori Martina. E tempismo perfetto. Peccato abbiate sbagliato obiettivo. Poletti non era altro che una marionetta”. Marco, libero dall’incantesimo del suo ex capo, ritrovò l’uso della parola: “Tu, tu, chi sei? Cosa vuoi da noi?”.

“Oh beh, vedi Marco, proprio il fatto che io sappia come ti chiami, ma tu non conosca il mio nome, mi dà un grande vantaggio in questo mondo onirico ed illusorio” – esplicò il signor D, con quel suo fare da nobile misterioso mentre si alzava, lento e solenne, dalla poltrona, appoggiandosi a un bastone dall’impugnatura argentata.

Marco ritrovò un po’ di spirito: “Caro il mio signor Domani Ti Sveglierai Più Vecchio Ma, Hey, Avrai Fatto Un Bellissimo Sogno, sparisci! Non sto più al tuo gioco. Lasciaci in pace”.

“Ogni cosa a suo tempo – replicò l’alta figura. – Non ho ancora risposto alla tua seconda domanda. Quello che voglio in questo momento è darti una lezione”. Repentinamente sollevò il bastone, lo puntò verso Martina e bisbigliò parole incomprensibili in una lingua gutturale. Dalla punta del bastone scaturì una nebbia densa, rosso sangue, che serrò la ragazza in una stretta mortale, sollevandola da terra.

“No, lasciala stare” – urlò Marco e fece un balzo verso la nera figura incombente. Il signor D sollevò con noncuranza un braccio, il palmo rivolto verso Marco che si ritrovò immobilizzato all’istante. Martina ansimava.

“Quello che non capisci, mio caro amico, è che qui sei nel mio regno. Siete alla mia mercé, non avete alcuna speranza”. Marco si sentì impotente. Martina emise un rantolo. “Ti avevo indicato il paradiso ma tu lo hai rifiutato. Ora sperimenterai il dolore e la desolazione dell’anima”. Paura, rassegnazione e colpa, colpa, colpa s’impadronirono di Marco, gli occhi puntati sui suoi piedi. Martina smise di respirare.

“Guarda il tuo amore morire!” – ordinò D. E Marco sollevò la testa, rialzò lo sguardo. Una lacrima rigò il volto di Martina, testimone non della tristezza per la morte imminente ma per un amore così grande, finalmente trovato, ormai perduto. I suoi occhi rivolsero un ultimo saluto a Marco, senza ombra di rimprovero.

«Meschino, meschino… per una volta non sarò un verme» – si disse Marco, gli occhi pieni di quelli di lei, il cuore in preda ad amore e odio. Invece che avanzare verso il palmo alzato del signor D., Marco costrinse il suo corpo, con ogni stilla di volontà che gli era rimasta, a scivolare di lato, si frappose fra il bastone e Martina. La ragazza crollò sul pavimento e riprese a respirare, avida di aria. Marco urlò, con tutto il fiato che poteva, per farsi coraggio: “Mister Dream o mister Death, non mi frega niente. Se questo è il mio sogno, comando io e tu, tu sei di troppo!”. Marco afferrò il bastone, ignorò gli spasmi di dolore nel braccio, e lo puntò verso D. Questi, un’espressione stupita dipinta nel volto, svanì, in silenzio.

Nebbia, paura e puzzo di morte abbandonarono l’appartamento, tornò la luce.

Era mattina, la foschia era sparita e un malaticcio sole milanese cercava di svegliare la città. Martina e Marco recuperarono documenti e denaro, prepararono due valige leggere e si diressero alla stazione Centrale. Durante il tragitto, tacitamente adottarono un piccolo rituale: tutte le porte, ogni uscio, veniva oltrepassato prima da Martina. Marco celava la sua insicurezza facendo il cavaliere: apriva le porte per far passare la sua dama e lei accondiscendeva, nella speranza che fosse solo una problema passeggero. Comprati i biglietti, in attesa del treno per il loro futuro, decisero di fare colazione al bar della stazione.

“Mi ordini un cappuccio e una brioche”…

“Al pistacchio” – concluse Marco.

“Ah, ma allora i miei gusti te li ricordi – ridacchiò lei. – Intanto vado alla toilette.” – e lo baciò prendendo delicatamente il labbro inferiore di lui fra le sue, morbide e dolci.

La guardò attraversare il bar con la sua camminata veloce ma sensuale, trovare il bagno, voltarsi verso di lui regalandogli un sorriso colmo di allegria e sparire all’interno. Lui rimase solo.

“Capucio e bliosh!”. Una voce alle sue spalle lo fece sussultare, si girò e vide un cameriere cinese, un brivido freddo partì dalla sua nuca e corse lungo la spina dorsale. Poi riprese il controllo: «Certo» – si disse rifugiandosi in un luogo comune. – «Cosa c’è di strano? Ormai la ristorazione a Milano è in mano loro».

Il cameriere, con un sorriso falso, gli stava porgendo lo scontrino. Marco cercò il portafoglio, lo trovò, lo estrasse. Dalla tasca spuntò anche un biglietto, cadde sul tavolo, vi era scritta una sola parola, in una grafia elegante:

«Martina».

 

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:15
 
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Capitolo 9 D di Carla Parolisi

Il piano di Martina è pura follia. Le ombre della notte fanno paura perché sembrano giganti e non riesci a scappare da loro , perché ti stanno appiccicate addosso, ma poi, accendi la luce e spariscono. Marco  pensa che Poletti e il Signor D. siano ombre della notte, qualcosa che torna sì dal passato, ma che non ha un nome. Puoi dare il nome che vuoi, dipende da te e dalla tua storia: rancori? Paure? Rimorsi? Sensi di colpa? In ogni caso, sono sentimenti negativi.

<<Hai mai provato ad eliminare delle ombre?>>, chiede Marco.

<<Impossibile>>

<<Beh, allora non è questa la soluzione. Proviamo ad accendere una luce dentro di noi; forse spariranno. Il dolore per la morte di Franco non si è ancora attutito, perché le cose che non ci spieghiamo, non ci fanno trovar pace. Quando ti danno una motivazione, ti acquieti sempre>>.

Martina lo avvolge stretto in un abbraccio e, decidono intanto, di tornare a casa.

Inizia a far freddo.  Martina si è dovuta alzare per andare a chiudere la porta: uno spiffero le impediva di non muovere una gamba e non stringersi nelle spalle.

Sono felici di stare insieme, ma  preoccupati  da quelle ombre giganti che escono dai loro occhi, si guardano davanti a due caffè bollenti.

<<La vita ha la capacità di sconvolgerci di continuo e noi, dobbiamo lasciare che ci sconvolga la mente ed il cuore; dobbiamo correrle incontro per abbracciarla, tenerla stretta senza mollare mai la presa, difendendo ciò che è nostro, asciugando lacrime amare e facendo sorrisi beati, dormendo sonni profondi nella più grande quiete e accettando notti insonni da pensare>>, affermò Martina.

Quella, è una di quelle notti insonni, ma la sorpresa per Marco, in quell’autunno di tormento, è trovarsi legato stretta stretta alla sua, un’altra anima e sentire che non gli manca più niente.

Martina, sa che quando non riesce a dormire, è costretta a pensare. Si è sempre chiesta perché le scorrono davanti persone e ricordi che pensava di aver rimosso o  persone che ti sembra assurdo ti siano venute in mente. Si è nel più totale silenzio, nel buoi più buio e non c’è altro da fare. Come in un vecchio cinema, la mente proietta i pensieri e noi siamo costretti a guardare un po’ per forza, ma a volte ci si addormenta prima di vedere la fine; tra un pensiero ed un altro, ci troviamo a dormire, proprio come accade davanti a un film che ci annoia perché già conosciamo il finale. Accade così anche a Marco.

Dormono di un sonno così profondo, da non sentire rumori. Quando si svegliano ,sono già le 12. Non sono andati a lavoro, ma la cosa più inquietante è che hanno fatto lo stesso sogno;  lo scoprono appena Marco inizia a raccontare il suo, ma Martina gli chiede di raccontarlo fino alla fine:

<< Stavo passeggiando su una spiaggia. Tutto intorno a  me era sereno. Il mare mi ha sempre messo tranquillità, ed era così anche quella volta. Avrò percorso circa due km, inspirando solitudine e brezza marina. Ad un tratto il sole si fa scuro e vedo il Signor D. venirmi incontro. Allora io inizio a correre nella direzione opposta e lui mi insegue. Non corre come me, ma molto più veloce. Io pensavo fosse distante, ma ad un tratto, sento afferrarmi la maglia. Cerco di divincolarmi, ma riesce a bloccarmi.

<< Caro Marco, hai capito tutto: io non sono che una proiezione della tua testa e di tutti quelli che, come te, vivono una situazione di disagio. Ora sei sereno e mi eliminerai senza accorgertene. Volevo solo presentarmi>>.

Io inizio a sudare, le gambe a tremare come foglie e i miei pensieri mi dicevano che la paura mi avrebbe lasciato morire lì, su quella spiaggia dove stava tornando il sole.  E’ in quel momento, invece, che lui, togliendosi il Borsalino, fa un lungo sospiro ed afferma:  sono il Signor Domani. Ora conosci il mio nome. Cosa dirti di più?  Io sono bravo a mescolare le carte, ma ora gioca bene quelle che hai in mano >>.

Marco fa un lungo respiro, poi conclude:

<< Prima di potergli rispondere qualsiasi cosa, è svanito nel nulla e… qualcosa mi dice che non lo rivedrò più >>.

Il sorriso di Martina, conferma  tutto. Insieme, finalmente, piangono di gioia e liberazione.

 

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:13
 
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Capitolo 9 C di Elena Simonetti

Martina, aspettò senza quasi respirare la reazione di M. a quelle parole troppo forti … forti anche per lei che le aveva pronunciate, quasi senza accorgersene.

“Eliminarli? ma… ti rendi conto Martina …. di cosa stai dicendo?”

“Daccordo… daccordo, è stato un pensiero pazzo fatto solo dalla disperazione del momento, noi siamo brave persone e non dovrebbero neanche sfiorarci questi pensieri… la rabbia di sapere che quei due loschi figuri c’entrano con la morte di mio fratello Franco mi ha fatto pensare di rendergli pan per focaccia… ma non siano noi che possiamo decidere il destino di altri uomini”…Martina, portandosi le mani fra i capelli disse con un filo di voce: “ma dimmi .. ora cosa si fa??”.

M. la guardò con tenerezza, con una luce viva negli occhi che lasciava trasparire il sentimento che stava crescendo nel suo cuore…: “Stai tranquilla, in un modo o nell’altro ne usciremo fuori… per il momento dobbiamo allontanarci da questo posto… ho bisogno di pensare, bisogna fare un piano, e subito”.

Attraversarono il parco, si era ormai fatto tardissimo…. mano nella mano cercarono un posto per dormire nelle vicinanze.. non era consigliabile ritornare nei loro apartamenti, e poi entrambi desideravano stare insieme, vicini per affrontare quel gigantesco problema che li stava annientando.

Entrarono in un Bed & Breakfast  che dava sull’atro lato del parco, erano stanchi…ma il desiderio di abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altra  era più forte… La notte arrivò e li trovò insieme, Si erano amati con passione, si erano voluti con tutti i loro sensi e poi, la stanchezza,  aveva preso il sopravvento e Martina si era addormentata mentre il sonno di M. tardava ad arrivare… “ho dormito tanto senza volerlo veramente trascinato nelle braccia di Morfeo da quel losco figuro del Signor D che adesso non riesco più a farlo…. “

L’alba li trovò abbracciati, M. si scostò con delicatezza da Martina, la guardò con tenerezza, il suo viso era illuminato dalla luce che proveniva dalle tapparelle della camera…la luce non era ancora così intensa, M scostò la tenda e guardò giù…. Un uomo portava già a spasso il suo cane e lasciatolo libero del guinzaglio gli lanciava un bastoncino, ed il cane che somigliava tanto al suo Lapo, lo riportava sempre allo stesso modo, qualsiasi era la direzione che il padrone faceva prendere al bastoncino, il cane lo riportava sempre allo stesso posto…. aspettando felice il nuovo lancio….

Ad un tratto, M.  ebbe un’illuminazione… “Adesso ho capito….. era lì la soluzione… era davanti ai miei occhi e non riuscivo a vederla….. adesso so’ cosa devo fare per mettere definitivamente la parola fine a questa storia”… Si vestì in fretta, senza badare a Martina che si era rigirata da un lato e che come un’adolescente continuava a dormire.

Uscì, chiudendosi nel soprabito, ebbe un brivido, dando la colpa al freddo mattutino di quella giornata di ottobre… ma dentro di sè sapeva che era un brivido di paura, di ansia per ciò che stava per fare.

Ogni volta che si era trovato di fronte al Signor D, vi era stata sempre una nebbia che faceva capire che era caduto in uno stato di dormiveglia, quando si svegliava riusciva a capire che aveva dormito per il semplice fatto che nel sonno aveva visto quasi sempre persone non reali o che non c’erano più….  Voleva capire se quei viaggi onirici venivano effettuati per ipnosi o se veramente veniva trascinato in un atra dimensione.. Arrivò in ufficio e decise di parlare con Poletti… Lui gli doveva delle spiegazioni e, non gli avrebbe fatto del male davanti ai suoi colleghi…

Poletti, era lì nel suo ufficio, era indaffaratissimo e quando vide M. ebbe un senso di fastidio: “allora è ritornato sui suoi passi, ha deciso cosa vuole fare della sua misera vita?? M. ebbe un sussulto, dietro di lui il Signor D. sogghignava, si avvicinarono entrambi toppo vicini. Poletti  lo strattonò facendogli perdere l’equilibrio, M. indietreggiò mettendo un piede in fallo, con una smorfia rovinò giù  lungo le scale mentre la testa gli girava pensò: devo tornare al punto di partenza…. si ritorna sempre al punto di partenza… mentre M perdeva i sensi pensò al  bastoncino che il cane riportava sempre indietro…

M. aprì gli occhi … Poletti appena lo vide riprendersi, tirò un sospiro di sollievo…: M. l’ ho cercata per mare e per monti, dove si era cacciato? Ho grandi notizie…. La persona che Le ho fatto incontrare ieri ha deciso di acconsentire ad un nostro progetto e vuole che se ne occupi lei in prima persona…. il progetto ha a che fare con la telecinesi…. Se lei acconsentirà potrà avere una parte variabile dello stipendio con molti zeri… che dice acconsente?…                M. non capiva … ma Lei ieri ha detto….”Sciocchezze”… disse “tutte sciocchezze oggi è cambiato tutto, su su si riprenda e si metta a lavoro… …. Bravo”…. e scomparve nella sala riunioni….

M. si ritrovò seduto alla sua scrivania…. Girò la testa e da lontano Martina gli stava sorridendo… era stato tutto un sogno?? Come se un grosso macigno si fosse sollevato dal suo stomaco M., ancora incredulo, capì che la sua mente aveva giocato con la fantasia del limbo…. Ho sognato, ho sognato tutto….. Poletti dalla grande sala riunioni, lo spronò nuovamente a mettersi al lavoro, M. sconcertato ma felice  girò sulla sua grande sedia di pelle nera, facendo stridere le rotelle, lanciò in aria i progetti che erano sul tavolo…. Riguardò Martina…. Quella parte del sogno era stata molto reale, aveva ancora il suo sapore sulle labbra…. Mandandole un bacio, disse piano tra sè… “noi cominceremo daccapo qualcosa che ho solo sognato… ma adesso so che ti amo anch’io…”.

M. si mise a lavoro in quella strana giornata d’autunno… consapevole di aver avuto una lezione dal suo stesso subconscio… la vita andava vissuta fino in fondo attento ad ogni dettaglio e vissuta come se si dovesse lasciare da un momento a l’altro…. mai avere dei rimpianti viverla con la consapevolezza di essere di passaggio ma di non trascurare le bellezze che ci circondano…. Distrattamene girò la testa verso la strada, al di là della sua finestra e con la coda dell’occhio notò appena un’ombra di un uomo che girava l’angolo con un cappello alla borsalino, un brivido di sudore freddo gli percorse tutta la schiena…

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:11
 
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Capitolo 9B di Tony Musicco

M. guardò Martina con gli occhi spalancati, impressionato dalle sue ultime parole.
<<Non parli sul serio, vero?>>. Lo sguardo di lei si incattivì.
<<Si, invece>>
<<Ma cosa vorresti fare? Ucciderli, forse?>>
<<M., non capisci? Si tratta di noi o di loro. Non abbiamo scelta!>>
<<Ma sei impazzita? Ti rendi conto delle cose che dici? Io non voglio ammazzare nessuno>>. Lo sguardo deciso di Martina lasciò il posto ad uno dolce e compassionevole. La sua mano destra sulla guancia di M., carezzandola.
<<Mio dolce M. Sei così nobile e giusto, che non faresti del male neanche ai tuoi più mortali nemici. E non voglio che cambi. Io ti amo proprio per questo>>
<<Martina, io…>> M. non poté proseguire, vedendosi le labbra sigillate da quella stessa mano che lo stava deliziando sulla guancia.
<<Shhh. Non voglio che tu cambi. Ed è per questo che sarò io a farlo>>
<<A fare cosa?>>
<<Li eliminerò io>>. M. l’afferrò per le braccia.
<<Martina, per favore, torna in te. Ora stai esagerando. Non puoi macchiarti di una simile azione. Qualunque sia il motivo, non ne vale la pena>>. Lei gli si avvicinò con la faccia, come per gridargli nel cervello le sue ragioni.

<<Si che ne vale la pena! E’ in gioco la nostra felicità. Dobbiamo combattere per essere felici. Basta con questi perbenismi. Hai forse dimenticato che quei due hanno ucciso mio fratello, nonché il tuo più grande amico? E ora ce l’hanno con te, vogliono toglierti l’ultima possibilità di felicità per la tua vita. Non ti fanno rabbia? Non vuoi cancellare i loro visi sghignazzanti dalla faccia della terra?>>. M. si distaccò da lei e fissò lo sguardo per terra. Poi si portò le mani alla testa.

<<E’ tutto così pazzesco. Però…io…voglio…>> si girò di scatto verso Martina. <<Si, voglio farlo. Distruggiamoli>>. I due si abbracciarono. Poi si tirarono indietro per guardarsi l’uno negli occhi dell’altra. <<Ma come faremo?>>
<<Oltre ai soldi, mio fratello mi ha lasciato anche…>> Martina esitò nel terminare la frase.

<<Cosa?>>
<<…una pistola>>
<<Una pistola?>>
<<Si>>
<<Perché mai ti ha lasciato una pistola?>>
<<Non lo so. Forse intuiva che saremmo arrivati a questo punto e ha voluto che io fossi pronta>>
<<Dov’è?>> le chiese M. ,con tono deciso.
<<E’ a casa mia>>
<<Andiamo>>. I due ripreso a correre in direzione di casa di Martina. Mentre avanzavano, M. la guardava come se la vedesse per la prima volta. Da una creatura dolce e innocente come Martina non si sarebbe mai aspettato una decisione del genere. E questo lo faceva riflettere su quanto lei ci tenesse a lui e alla possibilità della costruzione di un futuro insieme.

Raggiunto il palazzo ove era situato l’appartamento, i due salirono velocemente le scale. Una volta davanti alla porta, Martina presa da agitazione, non riusciva a trovare il mazzo di chiavi per aprire.
<<Eppure le avevo messe qui>> si lamentava, mentre con la mano destra frugava nella borsa. D’un tratto tirò fuori la mano con il tanto bramato mazzo di chiavi. Dopo un paio di tentativi falliti, Martina riuscì a inserire la chiave nella serratura.

<<E’ in camera da letto!>> urlò, entrando per prima nell’appartamento. Arrivati alla stanza, lei si diresse verso un cofanetto rettangolare di legno posto sulla toeletta. <<Oddio, non c’è>>

<<Non c’è?>>
<<No>>
<<Ma sei sicura di averla messa lì?>>
<<Sicura>>
<<Forse l’avrai spostata>>
<<Ma no, no. Era qui>>. Martina si lasciò cadere sul letto. Poi si mise le mani sugli occhi lacrimanti. <<Oh no. Come faremo adesso?>>. M. le si sdraiò accanto e l’abbracciò.

<<Non fare così. Cerchiamola. Dev’essere qui da qualche parte>>. M. sentiva il materasso leggermente sollevato nel punto centrale. <<Un momento. E se tu l’avessi messa…>>. Non completò la frase. Fece alzare Martina dal letto e poi sollevò il materasso. La pistola era lì, che giaceva come una persona caduta in un coma.

<<Eccola. Che sbadata. Come ho fatto a dimenticarmi di averla spostata?>>.

<<Andiamo>>.

Presi da grande foga mista ad ansia profonda, i due lasciarono l’appartamento di corsa. M. di tanto in tanto tastava la sua tasca interna per accertarsi che il ferro fosse ancora lì. Ed ogni volta che ne sentiva la forma sotto la stoffa, gli ritornava alla mente la loro missione. “Stiamo per uccidere quei due” pensò. “Stiamo per togliere la vita a qualcuno”.

Una decina di minuti dopo, si ritrovarono di fronte al palazzo dell’ufficio, dal quale erano fuggiti poco prima.

<<Eccoci qua>> esordì Martina.
<<Già>>
<<Entriamo?>>
<<Stiamo davvero per farlo?>>

<<Se vogliamo liberare le nostre vite e il nostro amore, non abbiamo scelta. Basta con le esitazioni. Andiamo>>. Martina tirò per il braccio M. e i due entrarono.

Salirono le scale e si ritrovarono nel corridoio che culminava con la porta dell’ufficio nel quale l’amore di Martina era stato svelato. I due si presero per mano e cominciarono ad avanzare lentamente verso la porta. Gli sguardi fissi su quell’ingresso si alternavano ad incroci tra gli stessi, come per assicurarsi che l’altro fosse ancora lì. I pochi istanti di distanza che li dividevano dalla porta della verità divennero anni. Un lago di sangue, una camicia sporca di sangue, due corpi esanimi distesi sul pavimento in pose anomale, una canna di pistola ancora fumante e due braccia tese con la stessa tra le mani davanti ai suoi occhi: per un attimo, M. aveva cercato di correre oltre quegli istanti freddati, aveva cercato di superare l’attimo del varcamento di quella soglia, arrivando direttamente all’esito unico e possibile che vedeva per quella folle vicenda.

<<M.?>> Martina lo richiamò dal suo viaggio mentale. Al posto della pistola stretta tra le sue mani, gli apparve, come in un visione, la soglia bramata. <<Sei pronto?>>. Lui aumentò la stretta di mano su quella di Martina.

<<Facciamolo>>. M. chiuse gli occhi per qualche istante, mentre la sua mano, al buio della sua momentanea e volontaria cecità, si allungò verso la maniglia. Una volta toccata e girata, M. riaprì gli occhi. Spinse lentamente la porta e allungò il piede destro all’interno della stanza. Ad accoglierli, l’immagine di Poletti, in poltrona, girato verso la finestra, che parlava al telefonino. I due entrarono senza che lui se ne accorgesse. M. diede una veloce occhiata alla stanza, senza trovarvi il Signor D.

<<La situazione ci è sfuggita di mano>> diceva Poletti al suo interlocutore al telefono. <<Dobbiamo ritrovarli assolutamente. Ormai…>>

<<Non ce ne sarà bisogno!>> tuonò Martina, interrompendo la conversazione di Poletti che, al sentire quella sua frase, sussultò e fece ruotare la poltrona. Quando li vide lì, di fronte a lui, fece uno sguardo sbalordito, come incredulo di quella visione. Poi, un sorriso maligno arrivò a sopprimere quella sorpresa scritta sulla sua faccia.

<<Siete qui?>>
<<Si. Siamo qui per chiudere questa storia>>
<<Ah, davvero? E come pensate di chiuderla?>>

<<Con questa!>>. Martina infilò la mano nella giaccia di M, prima ancora che quest’ultimo potesse reagire, e tirò fuori la pistola. Il primo colpo partì, ma mancò il bersaglio, beccando il lato superiore destro della poltrona. Poletti, scosso dallo scoppio del colpo così ravvicinato, si gettò per terra.

<<Martina, calmati!>> le gridò M., guardandola sconvolto.

<<No! Basta parole, basta tutto! Poletti e D. devono morire. Vigliacco, tirati su e accogli il tuo destino da uomo>>. Poletti non diede ascolto alle ultime parole di Martina e si tenne sotto la scrivania. Allora, Martina corse attorno alla scrivania, e raggiunse Poletti, rannicchiato. <<Eccoti qui, codardo che non sei altro>> e gli puntò contro la pistola.

<<Aspetta! Ragioniamo da persone civili>>

<<Civili? Tu mi parli di civiltà? Tu che mi hai portato via mio fratello e che ora volevi anche privarmi  dell’uomo che amo più di ogni altra cosa. Tu non meriti riguardi, meriti soltanto di andare all’altro mondo>>

<<Martina, aspetta…>> intervenne M., sempre più sconvolto. <<Sei davvero sicura di quello che vuoi fare? Lo so che è per il nostro bene. Lo so! Ma levare la vita a qualcuno è sbagliato. Sempre. Anche se la persona che abbiamo di fronte è la più cattiva del mondo>>

<<Amore mio, sei così buono, generoso, puro. Ma tutto ciò non deve offuscarti la mente. Io devo ucciderlo>>

<<Oddio, possibile che non ci sia un’altra soluzione?>>

<<Dagli ascolto, Martina. Possiamo risolvere diversamente la situazione>> suggerì disperato Poletti, in ginocchio davanti a lei.

<<Ah si? E quale sarebbe?>>

<<Che tu molli la pistola…>>. Una voce estranea a quella dei presenti raggiunse Martina, che di scatto si voltò. <<…o l’unico ad andarsene all’altro mondo sarà il tuo amato>>. Il signor D. che teneva fermo M., con una pistola puntata alla sua tempia.

<<Lascialo!>> gridò Martina, continuando a puntare la pistola contro Poletti.
<<Abbassa la pistola e lo lascio>>
<<No. Abbassala prima tu>>
<<Non ti fidi di me? Secondo te, ucciderei mai la migliore vittima del mio progetto? Se lo facessi fuori, il divertimento finirebbe di già>>
<<Abbassala!>>
<<Ma se mi costringi, non avrò altra scelta>>
<<Non l’avrete vinta!>>. Fulmineamente, Martina fece ruotare il braccio verso D. e fece partire un colpo che mancò M. per pochi millimetri. All’improvviso, M. si vide libero dalla morsa del braccio che lo teneva bloccato e si sentì mancare la pressione dalle spalle. Immediatamente, si girò. D. era disteso per terra, con un buco sulla tempia destra che piangeva sangue.

<<Oddio>> esclamò M., con sguardo sconvolto.

<<Maledetta! Dammi questa pistola>>. M. si girò nuovamente e vide Poletti che cercava di disarmare Martina. M. fece per raggiungerli, quando il suono di un nuovo colpo di pistola riempì l’etere della stanza. M. s’arrestò di fronte all’immagine di Poletti che, lentamente, strisciando su Martina, s’accasciava per terra. Lei era paralizzata, con le braccia divaricate, la pistola nella mano destra e la giacca sporca di sangue. Gli occhi sconvolti. Era sul punto di esplodere. M. gli si avvicinò e la strinse prima che potesse scoppiare, levandole la pistola dalla mano. Lui s’aspettava una cascata di lacrime. Invece, gli arrivò un semplice “scappiamo”.

<<Come, scusa?>>
<<Corriamo via di qui. Sicuramente avranno sentito gli spari. Andiamo via>>
<<Si. Ok>> rispose frastornato M.

I due lasciarono velocemente la stanza. M. si guardava attorno disorientato. Si sentiva prigioniero di una strana sensazione. Il corridoio era vuoto. A quanto pare, gli spari non avevano attratto nessuno.

<<Strano>>bisbigliò M. Ad un certo punto, da un angolo sbucarono fuori tre impiegati che correvano.
<<Vi dico che sembravano degli spari…>> diceva uno.
<<Dall’ufficio del direttore?>> chiedeva un altro.
<<Si>>.

Una volta fuori dal palazzo, quella sensazione anomala strinse maggiormente M. Lo sguardo vagava, come in cerca di qualcosa. I due si fermarono in un vicolo cieco. Martina lo bacio. Poi, si staccò da lui e lo guardò negli occhi.

<<Amore mio, siamo liberi. Non ci resta che prendere i soldi che mi ha lasciato Franco e fuggire via per costruirci una nuova vita insieme>>

<<Martina, hai appena ammazzato due persone!>>

<<Amore, basta. Hai ragione, ma era necessario. E ora, per favore, cerchiamo di dimenticarci di questo e andiamo>>. M. non replicò e si fece tirare dalla mano di Martina. Mentre camminavano con passo elevato, M. fissava la nebbia che avvolgeva la città. Quel manto dal colore spento lo inquietava. Quella sensazione sembrava aver preso forma in quella nebbia, che se ne stava sospesa sulla città come intenta a celarla agli occhi del resto del mondo. “secondo te, ucciderei mai la migliore vittima del mio progetto?”. Le parole di D. gli tornarono all’improvviso alla mente. All’improvviso s’arrestò. Lo sguardo vago.

<<Amore? Cosa c’è?>> gli chiese Martina. M. prese a bisbigliare qualcosa di impercettibile. <<Cosa dici? Che c’è?>>
<<Troppo facile>>
<<Troppo facile?>>
<<Tutto troppo facile, semplice>>. A quell’affermazione, lo sguardo di Martina si fece serio.

<<Di cosa stai parlando, M.?>>. M. tirò fuori la pistola dalla sua giacca e se la portò alla testa. <<Amore, cosa fai?>>

<<Tutto troppo semplice>>. Chiuse gli occhi e lasciò partire il colpo.

<<Aaaahh!>>

<<M?>>. Una voce candida accompagnata da un leggero riverbero. <<M?>>. Un frastuono tamponato, come quando si tiene la testa sotto l’acqua. Lievi raggi di luce si fecero spazio nel buio.

<<M, sveglia. Poletti potrebbe vederti>>. Quel nome pronunciato divenne come un pugnale che squarciò il buio e fece arrivare la luce tutta insieme, come in una pioggia di raggi. Gli occhi erano aperti ora. Tutto intorno, l’ufficio. La sua testa appoggiata sulle sue braccia. E lei, accanto a sé: Martina. Ma non la Martina che aveva visto o credeva di aver visto fino a qualche istante prima. La vera Martina. <<Devi essere proprio stanco per essere crollato così>>.
<<Ma cos’è successo?>>

<<Ti stavo raccontando di questo signore che è venuto a cercati e che tu hai detto che potrebbe corrispondere al tuo ‘Signor D.’, quando ad un tratto, ti sei addormentato.>>

<<Ti ho parlato di D.?>>
<<Si>>
<<E non mi sono mosso per nulla di qui?>>
<<No>>. M. cominciò a sorridere. Poi, scoppiò in una folle risata.
<<Lo sapevo. Lo sapevo. Era troppo facile>>
<<Ma cosa?>>
<<D. L’incontro nell’ufficio, la storia della pistola…tutto un sogno, uno dei tanti>>
<<Ma di che stai parlando? Ancora la questione dei sogni di quel tizio?>>

<<Tutto un sogno. Anche il tuo am…>>. S’interruppe e la guardò. Se tutto quello che aveva vissuto sino ad allora era stato un sogno, allora anche la dichiarazione dei sentimenti di Martina era stata frutto della realtà onirica. Allora, le si avvicinò spostandosi con la sua sedia.

<<Ascolta, Marti. Vorrei chiederti…ehm…una cosa>>
<<Si, dimmi>>

<<Ti andrebbe di…venire a cena con me…questa sera?>>. All’improvviso, le guance di lei divennero color fragola. Abbassò lo sguardo, vinta dall’imbarazzo.

<<M, bè…io…non saprei…>>

<<Mi basta un si o un no>>. Allora, i suoi occhi si caricarono di determinazione e tornarono a fissare quelli di M.

<<Si, mi farebbe molto piacere venire a cena con te>>

<<Fantastico>> commentò lui, entusiasta. D’un tratto, si alzò dalla sedia. Prese un bicchiere e andò a versarsi da bere dal boccione vicino alla finestra. Mente sorseggiava, lanciò uno sguardo fuori e subito sputò via l’acqua che aveva ancora in bocca. Il signor D. era fermo sul marciapiede di fronte. M. gli lanciò uno sguardo furioso, D. invece lo guardò con sguardo di sconfitta. Fece su e giù con la testa, come in segno di accettazione per quello che M. aveva fatto. Poi, si mise il cappello e prese a camminare. M. lo seguì con gli occhi, ma dopo qualche passo sparì nel nulla. M. aveva capito come batterlo. Aveva capito che l’unico modo per non essere più la migliore vittima era vivere al meglio la sua vita, rendere la sua realtà all’altezza dei suoi sogni.

I suoi occhi incontrarono quelli di Martina, che lo guardava ancora accesa in volto dal suo invito. Il suo amore per lui lo si evinceva da quegli occhi innocenti. Ma stavolta, l’avrebbe scoperto e assaporato davvero, nella realtà. Lei era il raggio di sole che, finalmente, avrebbe portato il giorno nella sua vita e che lo avrebbe svegliato dal suo lungo sonno, e lo avrebbe reso pronto per vivere.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:07
 
Commenti (11) | 29.04.2013

Capitolo 9 A di Giulia Madonna

Ma voi riuscite a immaginare M. che assieme a Martina prima bracca, e poi uccide Poletti e D? Lo stesso M. che tutti conoscete, insicuro e tremebondo, rimasto impigliato, sin qui, tra le reti dell’inganno lanciate ripetutamente da D! No! Questo non può e non deve essere il finale di questa strana storia! In fondo il macchinoso gioco di D altro non è che un avvertimento per M., lo sprone a crescere e ad uscire dalla sua condizione di vinto e arreso alla vita. M. non può e non deve diventare come D, farebbe solo il suo gioco. Ma per fortuna la notte porta consiglio e dalle tenebre nasce la luce per ogni cosa, anche la più incomprensibile.

Difatti la notte passò e in quelle lunghe ore di sonno e silenzio M. e Martina riuscirono a prendere pace dall’incubo in cui erano caduti, loro malgrado. Addormentati l’uno nelle braccia dell’altra trovarono conforto ai loro tristi pensieri e presero importanti decisioni sul da farsi all’indomani. Quando i caldi raggi del sole entrarono nella stanza, dove i due innamorati erano ancora in balia di Morfeo, si diressero sugli occhi di M., che si ridestò a contatto di quella luce calda. Nell’aprire gli occhi M. vide accanto a sé Martina distesa e indifesa, ancora abbandonata ai suoi sogni. Aveva sulle labbra un accenno di sorriso che rendeva il suo viso dolce più che mai. M. immaginò che i suoi sogni fossero sereni e ciò gli regalò pace, poi provò un tuffo al cuore al ricordo delle ultime parole di lei: “ Allora non ci resta molto da fare se non eliminarli prima noi!” Quelle terribili parole cominciarono a risuonargli dentro in un rimbombo che lo scuoteva con forza.

M. era angustiato, più ci pensava e più quella soluzione gli appariva assurda. Aderire all’orrido piano di Martina avrebbe significato la definitiva caduta di entrambi nel gioco al massacro di D, che li avrebbe fatti divenire assassini senza scrupoli, proprio come quelli che avevano fatto fuori Franco. No, quella non poteva essere la giusta soluzione, ne era convinto. Martina cominciò a muoversi al suo fianco, proprio come accade alle principesse delle favole dopo il bacio del principe. Allora M. non potette resistere,  la baciò con dolcezza, perché voleva che fosse l’amore a destarla. Martina ricambiò il bacio con estrema passione. Era il loro primo giorno insieme: il giorno più bello delle loro vite. “Sai, ci ho pensato e ripensato. Non possiamo cadere nel loro gioco, diventando come loro o peggio!”

“Hai ragione! Ma te lo immagini noi due che uccidiamo D e Poletti? Non sapremmo nemmeno da dove cominciare!” “Mentre dormivi ho avuto un’idea. Proviamo a far finta che nulla sia accaduto! Alziamoci, facciamo colazione, vestiamoci e andiamo al lavoro, come se niente fosse. Io credo che il gioco di D sia soprattutto un inganno della mante costruito sui rimorsi, i rimpianti e tutto ciò che ci siamo lasciati, di irrisolto, alle nostre spalle. Forse, tutto ciò che è accaduto è semplicemente un avvertimento, un monito a cambiare e a vivere intensamente la nostra vita.”

Hai ragione, possiamo provarci, ma dobbiamo crederci davvero e cambiare le nostre vite.” “Io, dopo aver trovato te mi sento diverso, migliore. Sento di essere più forte e credo di nuovo nel domani se specchio i miei occhi nei tuoi. Non credevo fosse di nuovo possibile, ma l’amore fa miracoli!” Così, decisi e felici s’incamminarono nella loro nuova vita, mano nella mano, per non perdere il contatto e tenere acceso quell’amore che stava regalando nuovamente senso alle loro giovani esistenze.

Arrivati in ufficio si sentirono tutti gli occhi addosso perché chiunque li guardasse poteva intuire che tra loro era accaduto qualcosa, superato il primo imbarazzo tutto sembrò al suo solito posto, senza l’ombra di alcun problema.

La signora Gianna era come al suo solito alle prese con le sue insicurezze da computer, rossa paonazza e con le mani tremanti. Spillo, così soprannominato per la sua estrema magrezza, ciondolava inerme sulla sua sedia preso dalle mille scartoffie da svolgere, come sempre in eterno ritardo. Cristina era al cellulare, parlava sottovoce, preoccupata per la solita febbre del suo piccolo Luca, che non le dà mai tregua, soprattutto al lavoro. Insomma tutti, ma proprio tutti, erano intenti a svolgere le loro mansioni giornaliere e nulla appariva strano o fuori dalla norma. Così, sia M. che Martina si misero al lavoro, ognuno alla propria postazione, cercando di svolgere al meglio le loro mansioni. Era una giornata come tante in cui le ore trascorrono veloci tra fax, pratiche, relazioni e tutto ciò che di solito si svolge in un ufficio, come da copione. Poi arrivò anche Poletti, puntuale, verso le dieci, lasciando lungo i corridoi la sua scia di profumo, l’inconfondibile 1 Milion di Paco Rabanne, un’ottima fragranza ma oramai detestata da tutti perché portata dal terribile capo.

Quella mattina, però,  Poletti lasciò dietro di sé un altro odore. Tutti si voltarono al suo passaggio. Fu strano, anzi, più strano fu accorgersi del suo sorriso a trentadue denti rivolto a tutti, senza distinzione. La sua camminata era stranamente compassata, lenta, lo sguardo sereno, un po’ tra le nuvole. Sembrava quasi che quello non fosse più Poletti, o almeno il terribile Poletti che tutti conoscevano tristemente bene. La mattinata proseguì tranquilla, senza nessuno strano richiamo del capo o alcuna piazzata improvvisa, come aveva abituato oramai da tempo tutti, nessuno escluso. Neppure la terrificante figura di D apparve, né i suoi strani giochetti o quell’alone grigio, nulla di ciò a cui M. aveva dovuto abituarsi, suo malgrado.

Tutto filò liscio, senza scossoni, né improvvisi colpi di scena. Arrivò la pausa pranzo a portare ristoro ai forti brontolii dello stomaco e un po’ di sana tranquillità per rimettere ordine alle idee. In mensa tutto si svolse come sempre, tra vassoi carichi di bicchieri, piatti e posate un po’ traballanti, chiacchiere e qualche risa. In fondo alla sala M. e Martina mangiavano, occhi negli occhi, senza parlare, sorridendosi felici. Quella, sì, che era una gran novità. Tutti sapevano dell’amore segreto che Martina provava da sempre per M., solo lui sembrava  non essersene mai accorto. Ora, vedendoli, vicini e felici, tutti potevano tirare un sospiro di sollievo, e pensare che, forse, l’amore, almeno per alcuni, esiste davvero e non è soltanto un sogno incredibile, letto dentro qualche romanzo.

Persino quando arrivò Poletti in compagnia degli altri dirigenti, la cosa sembrò quasi normale. Arrivarono e si sedettero come se niente fosse, tra gli altri, senza i loro soliti sorrisetti sdegnosi. Finita la pausa, ognuno tornò al proprio lavoro e nulla, proprio nulla di strano o terribile accadde fino all’ora di chiusura. Sembrava davvero l’inizio di una nuova vita. All’uscita, lungo la strada, M. e Martina si diressero verso casa, i loro occhi ridevano di una tale felicità che stava riempiendo i loro cuori a dismisura. Non una parola, né un accenno a D e al suo orribile gioco. La notte, sebbene fredda, era stellata e lasciava presagire bel tempo per l’indomani.

M. e Martina proseguirono dritti verso casa, senza fermarsi a pensare, né chiedersi come o perché. Il domani era già davanti a loro, carico di promesse e felicità.

Non c’era inganno né perplessità nei loro passi: era la vita, la loro vita, ed era finalmente bella, come avevano sempre sognato.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 13:11
 
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