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Scrittura Collettiva

Capitolo 7F di Laura Barbangelo

Marco fremeva di rabbia, appariva come non mai deciso con una incrollabile determinazione: nessuno avrebbe potuto dissuaderlo dal suo proposito di chiarire una volta per tutte le misteriose circostanze della morte del suo amico di sempre Franco. Ne aveva quasi la conferma: quella tragica notte la morte di Franco non poteva essere stata accidentale e l’amico non si trovava lì per caso, come avevano voluto fargli credere. Franco non era impazzito o un esaltato e se era stato attirato in quel luogo insolito a quella strana ora un motivo ben preciso doveva pur esserci. “Voglio sapere tutta la verità e la voglio sapere ora.” Marco pronunciò queste parole con tono fermo, scandendole con molta cura, quasi a volerle lasciare impresse nella stessa aria che respirava. Nessuno però si decise a parlare, finché Poletti, dalle profondità della poltrona rosso porpora, nella quale si era rannicchiato sonnecchioso, ruppe il silenzio: “E’ proprio sicuro di voler conoscere quella che chiama ‘verità’? Perché farebbe i conti con qualcosa molto più grande di lei e, mi creda, non le conviene affatto.” Se ne stava immobile, comodamente seduto in modo quasi regale, gli occhi stretti in una fessura a guardarlo dritto in segno di sfida e con l’angolo sinistro della bocca ad abbozzare un beffardo sorriso. Giovanni Poletti: che tipo sfuggente e subdolo! Responsabile vendite per l’Italia era un’esile e slanciata figura d’uomo, dall’aspetto un po’ malaticcio, con piccoli occhi scuri avidi del mondo e di qualunque cosa ci si potesse impadronire; indossava il suo immancabile completo blu scuro che gli conferiva un’aria da businessman di successo. Giovanni Poletti, aggrappato a quella poltrona come un sovrano che malvolentieri avrebbe ceduto il proprio scranno a potenziali successori, piccolo sovrano del suo assurdo mondo, dove nell’atavica lotta tra l’essere e l’apparire quest’ultimo era inevitabilmente destinato a trionfare. Marco riuscì a stento a trattenere la calma e lo irritava profondamente il modo in cui Poletti lo stava osservando, come, del resto, il significato sibillino di quella frase. “Adesso basta Poletti!” sbottò Marco “Che cosa significa ‘qualcosa di molto più grande di me’?? Che giochetto avete architettato Lei e questo signore? Poletti, capisco di non esserle mai andato a genio e che i nostri rapporti sono stati molto tesi negli ultimi tempi. Ma pretendo di sapere in che rapporti è con questo individuo che si fa chiamare Signor D. Affari?

Personali? E come sapete di Lisa, del mio amatissimo cane Lapo, inspiegabilmente fuggito, della morte della mia cara nonna Tilde….. e di Franco?”. “Ma quante domande in rapida successione! Cosa fa Marco? Mi fa il terzo grado?”. La risata di Poletti era a tal punto fragorosa, da risuonare non solo in tutta la stanza ma nella stessa mente di Marco. Poco dopo Poletti si fece serio: “Le conviene assecondare la situazione e questo distinto signore. Altrimenti sarà peggio per lei”. “Sarà peggio per te, Poletti, se non chiudi quella bocca!”. Questa volta fu D. a prendere la parola, minacciando con i suoi occhi grigi ed enigmatici l’eccessiva inopportuna loquacità di Poletti. Il “piccolo sovrano” rimase basito con gli occhi letteralmente incollati come una calamita allo sguardo del Signor D.: un pesante torpore come una spessa cortina di sonno si abbassò piano sulla sua vista e Poletti si abbandonò completamente, con i suoi pensieri già in viaggio verso un’altra dimensione. “Poletti! Poletti si svegli! Che cosa gli hai fatto? Anche lui è vittima del tuo tranello delle ore di sogno per cederti anni di vita, maledetto! Chi sei? Perché sei qui e cosa vuoi da me? E perché ti fai chiamare Signor D.??”. Marco era una furia, un fiume di lava incandescente di rabbia sgorgava dal suo animo, così dirompente che neanche l’argine più rinforzato avrebbe potuto arrestare. “Si capisce che eravate amici, tu e quel Franco il poliziotto. Mi stai sottoponendo ad un vero e proprio interrogatorio! Comunque, non ti preoccupare per Poletti, ora sta bene, l’ho spedito in un’altra dimensione, sai in una specie di vita parallela, dove ora è felice e appagato….Guardalo come dorme beato, sembra quasi che sorrida!” esclamò D. in modo bonario e paterno.

“Regalandogli nel sogno la vita che vuole, ho risolto tutti i suoi problemi legati allo stress per il lavoro e alla sua insoddisfazione personale. Sai, anche tu dovresti pensarci, sei così stanco Marco, dovresti riposare di più…..e sognare di più. Una bella dormita è un vero toccasana…”. D. avanzò verso Marco, scrutandolo con i suoi occhi magnetici e Marco sotto l’effetto di quello sguardo ebbe la sensazione di ripiombare in un buio fitto, con le palpebre che come un sipario stavano per calare sulla scena che aveva davanti. Ma un filo di luce rischiarò quel buio intorno a lui e una voce lontana lo strappò al torpore: “Svegliati Marco, svegliati! Sono qui con te!”. Franco! Era Franco che mai lo aveva abbandonato. Marco lentamente aprì gli occhi e riuscì a sfuggire alla dimensione onirica in cui stava entrando. “Non guardarlo troppo dritto negli occhi. Sono la sede del suo potere. Fissa un punto lontano nella tua mente e concentrati. Quella è la tua energia Marco e su quella non avrà alcun potere….la troverai.”. E la voce svanì. “Maledizione!” imprecò D. che aveva fallito nel suo intento. “Vuoi proprio rimanere con i piedi per terra, eppure è così bello sognare!”. “Dimmi chi sei e perché sei qui” la voce di Marco non aveva alcuna esitazione. “Se proprio insisti….” D. si voltò e si diresse verso la finestra dell’ufficio ad ammirare il cielo che si stava coprendo di nubi. “Mi faccio chiamare D., una lettera, una parola a cui puoi dare il significato che preferisci. D. come dannazione, dannato, dolore, come il destino avverso che stai combattendo e non vuoi accettare, come depressione, come ‘devil’ o come ‘dream’ (in inglese) o come ‘dunkel’ (oscuro, in tedesco). O come la tua domanda che non avrà mai una risposta definitiva e ti rimarrà sempre il dubbio di chi io possa realmente essere. Lo sai, potrei essere per assurdo persino te, una proiezione del tuo subconscio!”. Si girò di scatto D., divertito nel vedere la confusa espressione di Marco dipinta sul volto. “Non fare gli indovinelli con me, non è proprio il caso. Se non riesci a spiegarmi bene chi sei, vediamo se riesci a dirmi cosa vuoi da me…”. “Quanta determinazione” disse pacatamente D., di nuovo avanzando con piccoli passi verso di lui. “Ti propongo un accordo. Dimmi quello che sai sull’antica leggenda dell’imperatore vietnamita e dove il tuo amico poliziotto ha nascosto l’altra metà del sigillo e io ti restituirò tutti gli anni di vita persi durante il tuo peregrinare nel sogno. Penso che il tuo amico ti abbia parlato dell’antica leggenda”. D. prese a muoversi intorno alla stanza guardando con circospezione l’effetto che la sua proposta aveva su Marco. L’antica leggenda? Il sigillo? A Marco non parve di ricordare nulla di tutto questo, finché non gli tornò in mente il racconto di Franco a proposito di un viaggio, che molti anni prima l’amico aveva fatto in Vietnam per conoscere a praticare le discipline marziali e studiarne la filosofia. L’amico gli aveva accennato ad una leggenda che parlava di tempi antichi e di un antico regno ma Marco non riusciva in quel momento nella sua memoria a ricostruirne i particolari. “Allora?!” lo incalzò il Signor D. “Accetti la mia offerta? Se mi dici ciò che sai e dove posso trovare quello che cerco, sparirò per sempre dalla tua vita e tornerò da dove sono venuto. Farò di più: la tua vita ricomincerà da quella mattina al bar e avrà un nuovo corso e io e te non ci siamo mai incontrati”. “Non accettare! E’ una trappola! Non fidarti di lui…”di nuovo quella voce a risuonare nelle sue orecchie e a risplendere dentrò di sé come una luce di serenità interiore. “Si tratta della leggenda di cui ti avevo parlato prima di morire ma non ho fatto in tempo a finire il racconto. L’altro frammento del sacro sigillo è un prezioso ritrovamento che ho custodito con cura per tutti questi anni. Lui possiede una metà, se anche l’altra, che si trova in un posto sicuro, dovesse finire nella sue mani, sarebbe la fine…”. E la voce si interruppe di nuovo. “Franco! Franco, parlami ancora!” gridò Marco implorante. “Di nuovo questo Franco, ancora lui! Pensavo di averlo definitivamente spedito nella dimensione del non ritorno!”sbottò D., visibilmente stizzito. “Allora, accetti o no?”. “Mi dispiace, la mia risposta è no. Non ti dirò proprio niente!” fece Marco con i pugni serrati. “Molto bene, se questa è la tua decisione non mi lasci altra scelta. Dormi Marco. E per sempre!”. D. si avventò su Marco e i due caddero sul pavimento affrontandosi. Con un’abile mossa di arti marziali, insegnatagli dall’amico, Marco si liberò dalla presa di D., che non era da meno in questo genere di specialità. “Ma guarda: un altro piccolo samurai. Ma non credere che riuscirai a salvarti. Guardami bene negli occhi”. Marco sapeva che non doveva fissarlo, perché era proprio nello sguardo il suo potere onirico, per questa ragione cercò di combattere fissando un punto lontano e concentrandosi il più possibile sulla propria energia interiore, proprio come gli aveva suggerito la voce del compianto Franco. Allarmata dai rumori della concitata lotta provenienti dall’ufficio di Poletti, Martina spalancò la porta terrorizzata e, quando si frappose tra i due per separarli, al Signor D. si presentò l’occasione di prenderla in ostaggio per fare pressioni su Marco. “Lasciala andare, maledetto! Lei non c’entra niente!” intimò Marco. Nonostante Martina tentasse di divincolarsi, D. la teneva saldamente per i polsi e, fissando i suoi grigi occhi in quelli della ragazza, la fece sprofondare in un tranquillo e riposante sonno/sogno.

Marco potè solo udire solo il suo nome debolmente pronunciato da Martina, prima che si addormentasse in balia dell’incantesimo di D. “Mi dispiace Marco, sei stato tu a costringermi. Vediamo se così sono più convincente…Se per te la bella e dolce Martina è così importante, come immagino che sia, allora ripensa alla mia offerta. Nel frattempo vedi la faccio sognare e la porto via con me, visto che tu non ti eri nemmeno accorto dei suoi sentimenti per te. Forse perché troppo preso a pensare alla rottura della tua storia con Lisa? Lisa…. Martina….due donne molto diverse tra loro, con un fascino e una personalità che le contraddistingue. E tu quale sceglieresti? Pensaci.
A presto Marco”. D. prese con sé Martina e quasi scomparve nel nulla. Dei due non c’era più alcuna traccia. Marco provò ad inseguirlo, varcando però l’uscio, vide calare davanti a sé una fitta nebbia e, maledicendo D., cadde al suolo privo di sensi.

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Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 16:00
 
Commenti (3) | 16.01.2013

Capitolo 7E di Tony Musicco

Poletti e il signor D. si guardarono, scambiandosi un sorriso complice.

<<Caro il mio M>> intervenne Poletti <<cominci con lo stare calmo. E sappi che qui siamo noi a comandare. Quindi, si levi subito quell’aria spavalda da “adesso vi faccio vedere io”>>

<<No. Sono stufo di questa storia. Non mi farò sottomettere da voi due un solo secondo di più>>

<<E come crede di poter prendere in mano la situazione?>>

<<Adesso ti faccio vedere io, brutto figlio di…>> e si avventò contro Poletti. Il signor D., allora, si pose davanti a M., fermandolo.

<<Adesso basta. E basta anche tu, Poletti. Non siamo qui per questo. Siamo signori. E come tali dobbiamo comportarci>>. Poletti non rispose. Si alzò dalla poltrona e prese un sigaro da una scatola posta sulla scrivania. Se l’accese e tornò a sedersi.

<<Signori D, vuole spiegarmi lei cosa sta succedendo?>> chiese M.

<<M, la sua vita è stata macchiata da varie tragedie. Una fra tutte, la perdita del suo amico fraterno, Franco. Lui è stato avvicinato da me, tempo fa, per essere coinvolto nello stesso progetto nel quale è stato coinvolto lei>>

<<Lui si è ritrovato nella mia stessa situazione?>>

<<Esatto. Lo so che il suo amico, apparentemente, era forte, felice della sua vita. Ma di fronte al mondo dei sogni, chiunque si ritrova a desiderare di vedere e vivere qualcosa che gli manca. Il suo amico ha abusato enormemente del potere da me conferitogli. E’ arrivato al punto di preferire la vita dei sogni a quella reale, fino al momento in cui ha esaurito totalmente il suo tempo terreno per poter vivere quei sogni. A quel punto, è sopraggiunta la morte>>

<<No, non è possibile>>

<<Oh si, invece. Prima di morire, però, ha pronunciato un nome. Il suo, M>>

<<Il mio nome?>>

<<Si. Io ero lì. Quando l’ho sentito, mi sono incuriosito. Chi sarà mai questo M, così importante per Franco, da venirgli in mente nel momento del suo ultimo respiro? Così, mi sono interessato a lei e ho indagato sulla sua vita privata e professionale, grazie anche all’aiuto dell’amico Poletti. Una volta scoperto il suo grado di passività e frustrazione sociale, entrambi abbiamo capito che lei sarebbe stato ideale per il nostro progetto. Uno come lei si sarebbe consumato ancor più velocemente del suo amico>>

<<E invece, vi ho rovinato i piani, perché adesso io mi tiro fuori da questo gioco infernale. Sarò anche disperato, ma di certo non preferirò un mondo fasullo e mortale ad uno reale, seppur vuoto per me>>

<<Non dica stupidaggini, M. Non sta parlando sul serio>> intervenne Poletti. <<Vuol davvero rinunciare all’unica occasione che ha di rendere la sua vita straordinaria, semplicemente perché, alla fine, lei soccomberà? Lei morirà comunque, come tutti, nella vita reale. A questo punto, perché non andarsene, sapendo di aver vissuto l’ultima parte di vita come desiderava?>>

<<Come perché? Perché sarebbe finzione>>

<<Ma che differenza farebbe? Grazie a noi, questa finzione lei può viverla come realtà. La sua scelta non ha senso>>. M non seppe cosa ribattere. Per un momento, la sua mente si fermò a pensare a tutto quello che aveva visto e vissuto quel giorno sino a quel momento. E lo confrontò con la sua vita, fino ad allora. Solitaria, insoddisfacente. Forse Poletti aveva ragione. Seppur finto, quel regno di sogni era tangibile e avrebbe potuto renderlo felice. Ma fu solo per un momento. Come avrebbe potuto vivere così? Una gran voglia di riscattarsi nella vita reale, lo pervase e lo caricò. Allora, guardò Poletti con occhi carichi di rabbia.

<<Ha senso, invece. Perché io renderò la mia vita migliore. La mia vita, quella vera>>. Poletti scoppiò in una risata squillante. Il signor D. si limitò a sorridere. <<Cosa ridete?>>

<<Non ci prendai in giro. E soprattutto, non prenda in giro se stesso. Lei è un uomo finito. Noi le stiamo offrendo la possibilità di rendere d’oro i suoi ultimi giorni>>

<<No. Vi dimostrerò quello che ho detto. Cambierò la mia vita, senza la vostra illusione>>. Così, si girò, e si diresse verso la porta.

<<Dove va, M?>> gli chiese il signor D.

<<Vado via. Ho deciso che voglio svegliarmi. E mi sveglierò una volta per tutte da questo maledetto sogno>>

<<Ne è sicuro?>>

<<Si>>. Poletti si girò verso il signor D.

<<Fa qualcosa! Così, lo perderemo per davvero>> gli bisbigliò.

<<Lascia fare a me>> lo tranquillizzò l’altro. M stava ormai per girare la maniglia della porta, quando sentì aprirsi un’altra porta alla sua destra, di cui non si era assolutamente accorto una volta entrato nella stanza.

<<Aspetta, M. Pensaci bene>>. M. si girò e non poté credere ai suoi occhi: Lisa. Era lì, davanti a lui, che lo guardava con aria serena. <<Stai per fare l’errore più grande della tua vita>>.

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Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 15:43
 
Lascia un commento | 16.01.2013

Capitolo 7D di Davide Masera

“Vuoi sapere cosa è successo? Ti accontento!”

La stanza intorno a loro iniziò a sfocarsi e a perdere solidità. M. sentì una folata di vento sul viso e l’aria viziata dell’ufficio venne sostituita da un piacevole profumo di fiori.

Una nuova luce si fece strada nel fumoso ambiente, rivelando poco a poco un paesaggio fantastico: si trovavano in una specie di conca e in cima, oltre i bordi, si potevano vedere alte montagne, mentre tutto intorno a loro c’erano prati costellati di fiori.

“Dove siamo ora? Un altro ‘sogno’?” c’era disprezzo e un odio nella voce di M., cosa di cui lui stesso si stupì.

“Una specie” rispose Mister D., enigmatico come sempre.

“È carino qui, ma pensavo che i tuoi sogni dovessero donarmi piaceri molto più grandi” la sua rabbia stava crescendo “e poi sto aspettando delle risposte!”

“E le avrai” concluse senza scomporsi Mister D.

In quel momento M. percepì con la coda dell’occhio dei movimenti e si guardò intorno: molte sagome, sbucate chissà da dove, si stavano dirigendo verso di loro.

Ma chi diavolo… M. non fece in tempo a completare il pensiero, perché riconobbe subito una sagoma più piccola e veloce delle altre.

“Lapo!”

Il cane gli saltò addosso, mentre le altre sagome erano ormai quasi intorno a lui.

“Nonna Tilde, Lisa, Franco…” M. continuava a riconoscere le persone che gli erano più care, fino a quando non vide un volto che lo fece bloccare: Rebecca, la ragazza della metro, del libro. Guardando meglio vide anche la commessa dai capelli rossi e molte persone che erano presenti durante i suoi sogni.

“Ok, ora basta!” sbottò M. mentre si girava verso Mister D. con uno scatto secco e l’espressione di chi è meglio non contraddire “Cosa diavolo sta succedendo qui?”

A un cenno della testa di Mister D., Rebecca, la commessa e molte altre persone si spostarono dietro di lui.

M. e Mister D. erano lì, uno di fronte all’altro, circondati ognuno da un gruppo di persone, come due generali alla testa del proprio esercito, in attesa di una prima mossa, di un cenno o anche solo di una parola.

“Queste sono le tue possibilità” disse alla fine Mister D. “puoi tornare a vivere la triste vita, o non-vita, in cui ti sei trascinato finora, fatta di storie vuote, ricordi e rimpianti” dicendo questo indicò le persone dietro M. “oppure puoi arrenderti, smettere di lottare e abbandonarti ai sogni e alle fantasie che solo io posso offrirti” indicò le persone alle proprie spalle “come hanno fatto gli altri.”

M. osservò con attenzione i due gruppi e si rese conto che effettivamente le persone dietro di sé appartenevano ai suoi ricordi, mentre le altre le aveva viste solo negli ultimi sogni.

Un flash improvviso lo fece bloccare, a causa di una cosa che aveva appena sentito e a cui subito non aveva prestato attenzione.

“Gli altri chi?!?” sbottò con rabbia “Chi altro hai coinvolto in questo gioco mortale?”

“Io non ‘coinvolgo’ nessuno, io offro un prodotto, che come è giusto ha un suo prezzo. Ognuno è libero di rifiutarsi, ma deve volerlo veramente. Gli apatici come te non hanno mai abbastanza forza di volontà.” abbozzò un sorriso inquietante “In effetti siete degli ottimi clienti.”

“E cosa succede quando… quando si arriva…” M. aveva perso parte della sua rabbia, mentre la paura, subdola, iniziava a scavare dentro di lui.

“Quando si arriva alla fine del proprio tempo? Quello che succede quando ogni persona conclude il tempo a sua disposizione: muore.” non c’era nessuna sfumatura nelle parole di Mister D., sembrava che stesse parlando di banalità “Ma se vuoi puoi chiedere a loro com’è stato.”

Mentre Mister D. indicava le persone alle sue spalle, M. sbiancò.

“Loro? Vuoi dire che loro erano…”

“Miei clienti.” completò Mister D. “Ora sono ombre, o meglio sogni, i sogni di qualcun altro. Arrivati alla fine del contratto, io offro questa possibilità: sopravvivere come sogni e tornare a vivere di tanto in tanto alcuni momenti di felicità, anche se solo nel sogno di altre persone.”

M. era senza parole e tutta la rabbia, la spavalderia di poco prima se n’era ufficialmente andata.

Tutte quelle persone…sono veramente persone, o meglio lo sono state! Era sconvolto.

Per quanto Mister D. la presentasse come una cosa piacevole, M. era certo che si trattasse di una specie di schiavitù, un eterno tormento che probabilmente loro non immaginavano quando avevano accettato; erano dei burattini nelle mani di quell’essere, qualunque cosa fosse.

“Hanno scelto liberamente” disse Mister D. quasi in risposta a tutti i pensieri di M. “per quelli che non credono in una vita dopo la morte, anche quello che offro io può sembrare un’ottima alternativa al nulla. Tutti i miei clienti, a parte uno, finora hanno fatto questa scelta.”

“A parte uno? Chi?”

Un movimento alle sue spalle lo fece voltare, mentre Franco si staccava dal gruppo e andava a posizionarsi in mezzo ai due.

“Franco cosa fai?” chiese M. spaventato, poi realizzò cosa significava questo suo movimento “Tu? Sei tu quello di cui sta parlando?”

Franco fece cenno di sì con la testa.

“Oh Franco, ma perché ti sei lasciato coinvolgere in questa cosa?” disse M. con le lacrime agli occhi.

“Per eliminarlo” rispose con voce triste indicando Mister D. “Quell’essere è come un virus, ma molto più subdolo, perché sa sfruttare le debolezze della gente. Quando fece la sua proposta a me io accettai, ma solo per cercare di sconfiggerlo e farlo sparire per sempre. Purtroppo la lotta ha richiesto più tempo di quello che avevo a disposizione su questa terra e quindi…”

La conca sparì e tutti si ritrovarono lungo una strada, di notte; Franco ora aveva addosso la sua divisa da poliziotto e una paletta in mano. Un sudore freddo iniziò a scorrere lungo la schiena di M.

L’incidente…

Si trovavano nel punto esatto in cui Franco era morto, travolto da una Mercedes; mentre realizzava questo, sentì in lontananza il rombo di un motore potente e capì cosa stava per succedere.

Come una scheggia, apparve all’improvviso una Mercedes che si dirigeva a tutta velocità verso Franco.

“No! Fermati!” urlò M. con tutto il fiato che aveva in gola.

In barba a tutte le leggi della fisica, la macchina si arrestò nel punto esatto in cui di trovava e M. la guardò scioccato.

Ma come è possibile? E se fosse…

“Sparisci!” provò a dire M. e rimase a guardare stupito il vuoto dove fino ad un istante prima c’era la Mercedes.

Allora posso controllare questo sogno!

Si girò verso Mister D., che per la prima volta manifestava un leggero disagio, e gli disse: “Questo è il mio sogno, quindi qui comando io, giusto?” l’uomo non rispondeva “Perciò, se io volessi un po’ di sole, basterebbe pensarlo.”

In quell’attimo il sole illuminò la strada.

“Molto bene” sorrise M., che stava riacquistando la sicurezza di prima “adesso attaccate ed eliminate quel bastardo!”

Tutte le persone alle sue spalle si lanciarono verso Mister D., il quale tentò di fuggire, ma venne sommerso dalla folla, mentre i sogni intorno a lui svanivano uno ad uno. Dopo alcuni secondi restava solo il suo vestito per terra.

“Ok, amici, grazie!” disse M. “E tu Franco, vieni qua, fatti abbracciare!”

M. strinse a sé l’amico, mentre sentiva nascere dentro di sé un nuovo ottimismo.

Sulla cima di una montagna in lontananza, Mister D. osservava la scena, impassibile come sempre, pensando: Bravo M., continua così.

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Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 15:39
 
Commenti (2) | 16.01.2013

Capitolo 7C di Giulia Madonna

M. era fuori di sé.
Con rabbia e forte disprezzo si rivolse a D e Poletti, guardandoli dritto negli occhi:
“Cos’ è accaduto a Franco? Esigo che mi raccontiate tutta la verità, subito!”

Poletti e D si guardarono vicendevolmente, con il fare sospetto di chi ha commesso qualcosa di inenarrabile e vuole a tutti i costi spacciarsi per estraneo ai fatti, solo per togliersi d’impiccio.
Così D, con la dialettica persuasiva che gli era consueta, cercò di rispondere a M. sviando il più possibile la domanda:

“M., è di lei che stiamo parlando, della sua vita inutile e senza sostanza. Ora non vada a riprendere il suo passato, né si affanni dietro tutti coloro che lo hanno riempito. Stiamo parando con lei e di lei, finiamo di girarci intorno..”
Mentre D continuava a portare il suo discorso dritto verso la direzione che voleva raggiungere, pensando che niente e nessuno avrebbe osato cambiare, M. lo interruppe alzando la voce:“No! Ora si fa a modo mio. Voglio conoscere la verità su Franco! Finisca lei di girarci intorno!”

Poletti con il solito sguardo odioso e il suo sorrisetto beffardo si intromise:“Vuole conoscere tutta la verità? E’ sicuro di reggere all’urto? E’ meglio se si siede, perché la verità è dura da affrontare, mi creda…”

“Io rimango in piedi. Dopo tutto quello che mi è capitato da questa mattina credo di poter affrontare anche la vostra terribile verità…sono tutto orecchie…”

Poletti e D si guardarono di nuovo a vicenda interrogandosi su chi dei due avrebbe dovuto narrare la storia. Un pesante silenzio avvolse la stanza che improvvisamente si scurì, quasi che tutto d’un tratto il sole, fuori, fosse venuto a mancare; un avvertimento inequivocabile dell’orribile presagio che portava con sé quella rivelazione.

I due complici continuavano a guardarsi con fare sospetto, cercando la strategia migliore.

Poi fu Poletti a prendere la parola: “Franco, sì, che era un uomo! Lo abbiamo accerchiato in tutti i modi possibili, con tutte le strategie in nostro possesso, ma lui era troppo forte, troppo pulito e fiero della sua vita.

Ci era piaciuto proprio per la sua forza. Il nostro progetto su di lui era davvero ambizioso: riuscire a trascinare nella nostra trappola emotiva una persona forte e sicura di sé, pienamente felice della sua vita. Ma con lui non ce l’abbiamo fatta.

Aveva troppo da perdere: la sua vita era positiva e non desiderava niente di più di ciò che aveva. Poi, seguendo e studiando Franco negli anni, abbiamo scoperto lei, M.

Un uomo problematico, sempre in balìa delle sue paure, sconfitto e arreso alla vita: un soggetto quasi perfetto per il nostro piano.

Lei, sì, che avrebbe ceduto alle nostre lusinghe, ne aveva bisogno per riconciliarsi con la vita.

Così, dopo averla studiata per un po’, ci siamo diretti verso di lei, perché più interessante.

A quel punto Franco era di troppo, sapeva troppe cose e sarebbe stato d’intralcio al nostro piano su di lei. E’ stato un vero peccato spegnere una così giovane vita e strapparla al mondo a cui avrebbe regalato tanto…Ma i nostri piani esulano dalla pietà o dalla bontà…”

Poletti si fermò e con lo sguardo tagliente e il suo solito ghigno fissò M. in attesa della sua reazione.

M. si mise le mani tra i capelli. Il cuore gli scoppiava di dolore e tra le lacrime fitte cercò di trovare le parole: “Lo avete ucciso! Lo avete fatto fuori perché non si è piegato ai vostri piani!

Certo, io sono un bersaglio più facile, una preda eccellente…Ma se con lui non ce l’avete fatta vuol dire che anche voi fallite! C’è la maniera per ostacolare le vostre manovre e spiazzare tutti i vostri diabolici piani…”

M. fu colto da una forza improvvisa che gli asciugò in fretta le lacrime e gli regalò la spinta per cercare di uscire da quell’incubo. Con tutta la forza che gli rimaneva addosso di scatto si diresse verso la porta.

Intanto Poletti continuava a parlare per cercare di fermarlo: “ Ma dove va adesso? Si fermi, ragioniamo! Conviene anche a lei starci a sentire…”

Ma M. era già fuori e come una furia era in cerca di Martina.
Martina era di fronte a lui, proprio dietro la porta. Era corsa in suo aiuto appena si era accorta, da fuori, che la discussione tra i tre si stava facendo sempre più animata. Lo strinse forte a sé, cercando di fargli arrivare tutto il suo calore, provando a placare la sua rabbia.

M. tremava come una foglia, però, cercò di non perdere neppure un istante: “Martina, siamo in pericolo! Andiamo via di qui, cerchiamo un rifugio da questo incubo…”

“Sì, M., siamo in pericolo! Dopo aver ascoltato lo strano racconto che mi hai confessato poco fa mi è tornato immediatamente in mente l’incubo di questa notte…Ho sognato Franco. Era in lacrime, singhiozzava… Poi, con un filo di voce flebile, quasi impercettibile, mi ha detto che tu eri in pericolo e che dovevo aiutarti. Mi sono svegliata con un’angoscia che non riuscivo a sciogliere e non ne comprendevo la ragione: ora conosciamo il perché!”

“Martina, prendiamo le nostre giacche e andiamo via, facciamo presto…”

Così, mano nella mano, stringendosi forte per farsi coraggio, cercarono di allontanare la paura, sparirono in fretta da quell’ufficio, che troppo spesso aveva regalato loro tanti problemi, ma ora era fonte di una paura talmente grande, che mai avrebbero osato immaginare.

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Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 15:38
 
Commenti (57) | 16.01.2013

Capitolo 7 B Elena Simonetti

Il primo a rompere quel silenzio che era diventato pesante come un macigno, in quella stanza semibuia, fu Poletti: “M. non credo lei sia nella posizione giusta per dare degli out out, le conviene abbassare i toni ed ascoltare noi, per il suo bene, poiché da qui in poi dovrà prendere una decisione, o dentro o fuori, e l’avverto, qualsiasi cosa deciderà sarà definitiva, non potrà più fare marcia indietro. Le confesso che rispetto al mio amico qui presente, il lato che più mi interessa del progetto è proprio vedere se ho ragione sull’opinione che mi sono fatta di lei, se lei avrà o no “le palle” di cambiare il suo destino semplicemente abbandonandosi nelle braccia di Morfeo, se lei rinuncerà alla sua insignificante vita per intraprenderne un’altra fatta di sogni ma sicuramente più entusiasmante di questa grigia che si sta trascinando dietro ormai da un po’ “.

Mister D. intanto, giocherellando con il sigaro tra le mani, con aria di sfida continuò: “Vuole sapere tutto su Franco? Le risparmio i particolari della sua morte, sull’Aurelia, che lei conosce già… quello che non sa e che Franco sapeva che sarebbe morto, in quel giorno, in quel preciso istante… non poteva sapere come … ma sapeva che era giunta la sua ora… A dire il vero, mi ha sorpreso molto vederlo arrendersi ed abbandonare la sua vita su questa terra, senza batter

ciglio, lui che era una persona così forte ed altruista, mi sarei aspettato un attaccamento maggiore … ma invece si è lasciato andare… però quando ci siamo visti, pochi istanti prima, mi aveva detto di star lontano dai suoi cari. Io, naturalmente sono stato invece invogliato a farlo, solo ero incerto se continuare con la sorella Martina o invece rivolgere tutta la mia attenzione sul suo migliore amico, a lei M., sull’orlo di gettare la spugna, privo di interessi, apatico… Si, la sua situazione calzava proprio bene per il mio nuovo progetto e quindi le mie considerazioni mi hanno spinto a lasciar perdere Martina … per il momento”.

M. era come in trance, allora è tutto vero, Franco me l’hanno portato via loro, vigliacchi: ” Cosa gli avete fatto, perchè è morto, non posso credere che aveva accettato una cosa così assurda. Era felice aveva un lavoro che amava, perchè avrebbe voluto affacciarsi in una vita che non era la sua, pur migliore, o più agiata?… Il poliziotto per lui era una missione, … infatti aveva solo vent’anni quando ha deciso che quella era la cosa che voleva fare per tutta la vita. E’ sempre stato felice di come era andata la sua vita, forse l’unico rammarico era quello di passare poco tempo con Martina, che adorava. Da buon amico, mi ha affidato tacitamente il compito di vegliare su di lei…. ed io anche se con tutti i miei casini penso di averlo fatto… almeno fino ad ora…”.

Mister D. fece un ghigno…. M. percepì il sapore della soddisfazione dell’uomo dal borsalino: “Franco … povero illuso era contentissimo dei suoi sogni, erano diventati una droga poiché entrava in un mondo dove, violenza, sopraffazione, delinquenza ed ingiustizia non esistevano, stanco di quello che il mondo vero gli faceva assistere ogni giorno, si rifugiava nei suoi sogni fatti di un mondo modello, utopistico dove tutti erano felici e non c’erano guerre, dove i poliziotti  avevano poco da fare… I politici non erano così attaccati alle loro poltrone, in quel mondo lavoravano per il bene dei cittadini…L’ho avvisato, troppi sogni, pochi anni di vita…. non è riuscito a fermarsi”…

M. si sentì venir meno… Come d’incanto si ritrovò fuori della porta di Poletti, Martina gli sorrideva dalla sua scrivania… “Allora come è andata? Hai capito se i due si conoscevano da tempo?” Accorgendosi dal suo viso che qualcosa di grave era successo in quella stanza Martina  alzando di un tono la sua voce gli gridò: “M. sei di nuovo fuori dal mondo, ma cos’hai? Mi stai spaventando”. M. guardò la giovane collega, con lo sguardo di chi aveva percorso in pochi minuti una grossa salita, ansimando implorò: “Martina, ho bisogno d’aiuto… Devi aiutarmi, solo tu puoi farlo!”

M. portò Martina in una stanza dell’ufficio più tranquilla, più appartata, e sedendosi di fronte a lei, le prese le mani tra le sue, erano fredde ma riuscì a percepire il fremito che percorreva tutto il corpo di Martina, stava tremando, il contatto con il calore delle sue mani l’aveva fatta arrossire, è vero pensò M., è innamorata di me: “Martina, ora devi ascoltarmi attentamente, non interrompermi anche se la storia ti sembrerà assurda, alla fine capirai perchè ti sto raccontando tutto. Ti avevo già detto qualcosa su Mister D, anche tu hai avuto una sensazione strana solo nel parlare pochi secondi con lui… Ma non sai invece che…”

M. spiegò a Martina tutto quanto era successo, senza tralasciare nulla, quando arrivò alla parte della storia che riguardava Franco, Martina fece il gesto di correre via, lontano, da quelle parole che le facevano così male, ma M. la trattenne, accarezzandole il viso rigato dalle lacrime: “ora sai tutto, l’unico modo per uscire da questo incubo, è capire come dire no, del resto io non ho mai accettato, Mister D. mi ha fatto intendere che questi erano piccoli assaggi di ciò che avrei avuto, pur togliendo alla mia vita già degli anni, non ha però ancora avuto il mio pieno consenso…ed ho paura che se riuscirà ad estorcermelo, dopo passerà a te.

Martina con gli occhi gonfi di lacrime e lo sguardo smarrito, lo stava implorando: “Dimmi come posso aiutarti”, le sue mani ora si erano intrecciate alle sue, con un ritmo frenetico continuava ad andare su e giù sulla seggiola, sussurrando “Dio mio, Dio mio, aiutaci”, non riusciva più a controllare quel fremito che l’aveva soggiogata… era scossa da spasmi e singhiozzi strozzati, a quel punto M. la baciò.

Il bacio, inaspettato, per entrambi, provocò ad M. una sensazione di straordinario benessere, sembrava quasi che stesse fluttuando, – Wow…. è la donna della mia vita, pensò, ma quando aprì gli occhi, Martina era scomparsa, con suo grande dolore si accorse che aveva di  fronte un altro uscio che si contrapponeva tra lui e la vita  reale….

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del settimo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 15:34
 
Lascia un commento | 16.01.2013

Capitolo 7 A di Carla Parolisi

Deve essere stata la tensione, ma Marco si sente cadere e di nuovo la stanza diventa buia. Si guarda i piedi; non poggiano sul pavimento, come se un terremoto avesse fatto crollare d’improvviso il solaio facendolo precipitare velocemente in basso; salvo forse, perché riparato da qualcosa, ma pur sempre sepolto sotto le macerie. Non sa che fare, mentre sente,sempre  più nitido, un rumore d’acqua che cavalca dolcemente per raggiungerlo. Si guarda i piedi. Ha i calzoni arrotolati più in su delle caviglie e i piedi nudi baciano la sabbia fredda e umida. Si gira. Di fronte a lui lo spettacolo del mare. Sulla riva, con le spalle rivolte a lui, nonna Tilde raccoglie conchiglie.

<< Erano anni che non venivo al mare in autunno>> urlò, con un sorriso luminoso, correndo verso la nonna che, in quel momento, si voltò verso di lui: <<Vieni ad aiutarmi o cadranno tutte>>
<< E’ quello che facevamo sempre quando ero piccolo. Avevo dimenticato quanto fosse bello il mare in questo periodo>>
<<Hai dimenticato molte cose, caro nipote, ma Lui si ricorda di te…>>
<<Cosa vuoi dire?>>
<<Devo andare caro…sei grande ormai, saprai cavartela da solo>>

Marco la vede immergersi nel mare immenso che la inghiottì in un vortice.
Si lascia cadere su quella riva; seduto, lancia sassi in acqua. Ha il sole dritto negli occhi e non riesce a vedere chi gli si avvicina. Poi un’ombra e un tocco sulle spalle: <<Franco,amico mio! Che ci fai anche tu qui? Perché sei ricomparso nella mia vita? Cosa vogliono da me quei due?>>

<<Sono venuto a fare una chiacchierata come ai vecchi tempi…Mi sembri cambiato,Marco, hai un atteggiamento che non sembra il tuo>>
<<”Sembra” hai detto bene. Il fatto è che il tempo passa e, per il tempo che ho dormito, per me è passato ancora più in fretta…>>
<<Che vuoi dire? Il sonno ti ha tolto tempo?>>
<<Non il sonno vero; ma in senso figurato. È come se per anni fossi sprofondato in un lungo sonno, mentre la vita continuava a scorrermi addosso senza bagnarmi. Quando mi sono svegliato, e ancora non l’ho fatto del tutto, ero un pezzo di vita avanti>>.

<<Cosa ricordi della tua vita durante il sonno,allora?>>

<<Ho accettato molte cose. Ho accettato i miei fallimenti; la morte dei miei genitori;  sono fuggito da vigliacco davanti ai problemi; ho accettato quello che gli altri pensavano di me senza far nulla per cambiarlo, perché in fondo, non mi importava di cambiarlo; ho sempre assecondato le persone quando mi raccontavano di aver bevuto tanto e vantarsi di questo per qualche motivo; ho avuto concezioni tutte mie dell’amicizia e dell’amore; ho spesso fatto finta di non capire quando qualcuno mi chiedeva un appuntamento per poi non presentarsi mai; ho sempre risposto quando qualcuno mi ha fatto delle domande perché voleva indagare su qualcos’ altro; ho fatto finta che solo gli altri avessero problemi e solo gli altri non avessero tempo; non tutti si interrogano sulla tua vita, però devi sempre interrogarti sulla loro; no, non è vittimismo…è che mi sono svegliato e addormentato e, mi sono svegliato capendo che la mia vita vale più di ogni altra cosa, il valore che mi danno gli altri o che mi hanno dato in passato, non m’ importa; nessuno può darmi un prezzo, come se fossi appoggiato su uno scaffale di un supermercato, valutando secondo criteri meramente discrezionali la mia personalità. Spesso sei la seconda scelta perché sei più paziente; beh, questa pazienza non l’ho più! Ho perso Lisa e ora capisco il perché. Non potrei elencarti tutte le cose che pensavo prima, ci vorrebbe una vita e io già ne ho sprecato molto di tempo. A lavoro, però, ho faticato come un mulo e Poletti non può trattarmi come gli pare!>>.

<<Ma Poletti ti sta aiutando…>>

<< Franco, cosa ti ha fatto il signor D.? Ti prego di dirmelo, se vuoi davvero salvarmi…>>

<<Marco, cosa credi, che sia morto per colpa del Signor D.? Io, è vero, l’ho incontrato, e mi ha fatto il regalo che gli avevo chiesto:” vivere di passione” , e io sono morto per la mia passione . Credimi,  sono stato l’uomo più felice della terra… perciò, quando mi ha chiesto, chi volessi  aiutare, gli ho indicato te…”

<<Ah, quindi sei stato tu?>>

<<Non solo…ma non posso dirti altro…ora devo andare>>

Marco allunga il braccio per fermarlo, ma vede sparire anche Franco nel vortice in cui poco prima era sparita la nonna>>.

D’improvviso è di nuovo nella stanza. Si accende una luce, una lampada da tavolo, quelle classiche su una scrivania, ma Marco continua a non vedere nessuno. Che fine hanno fatto il Signor D e Poletti? Cerca di non muoversi, ma sa anche che, se anche lo volesse,non potrebbe farlo. In quegli istanti pensa che non fa tanto paura il buio che cela tutte le cose, quanto la penombra  che può generare ombre spaventose.

Dopo qualche secondo inizia a sentire delle voci in quella stanza. Si sentono appena, ma Marco si gira di scatto per vedere chi ci fosse lì con lui. Fa due,tre giri su se stesso e le voci si iniziano a sentire un po’ meglio, man mano più forti e sempre più numerose: ora sono quattro,cinque voci e continuano ad aumentare; urlano tutte il suo nome, da ogni angolo della stanza e Marco continua a girare, come se fosse anche lui in un vortice, inseguendo le voci per cercare di capire di chi siano, fino a quando, con le mani si copre le orecchie, sente girargli la testa e, assordato, cade proprio al centro della stanza. Forse perde conoscenza per qualche secondo, poi apre gli occhi e il signor D. è davanti a lui con la mano tesa per aiutarlo ad alzarsi.

<<Senti, ho capito tutto. Era tutta una metafora quella del sonno! Mi fai dimenticare pezzi della mia vita e io ho la sensazione di  essere un pezzo di vita avanti, ma ora basta!>>

<<Ma bravo! Ma se anche fosse così, resta il patto…>>

<< Il patto?! Ma quanto dovrà durare?>>

<< Caro Marco, ti sto facendo solo un regalo…durerà fino a quando, col sorriso più vero, mi dirai tu basta. Ora però corri a casa, che tua moglie ha bisogno di te…>>

<<Mia moglie?! Mi sono sposato?! Ma quando?! E perché ha bisogno di me?>>

Marco lo lascia lì e esce finalmente da quella stanza varcando di nuovo l’uscio.  Una folle corse in macchina lo porta alla sua casa di sempre, ma non trova nessuno all’interno, solo un biglietto scritto a mano, non saprebbe dire da chi, che dice : “ Martina sta per partorire. Il tuo telefono era spento, corri in ospedale…”.

Marco sta davvero impazzendo. Arriva senza fiato in ospedale, chiede la stanza, corre per i corridoi e quando entra, trova Martina che allatta il loro piccolo. Si avvicina lentamente al letto, Martina gli dà subito tra le braccia il bambino. E’ l’emozione più forte che abbia mai provato. Lo guarda a lungo, piccolo ed indifeso, poi con gli occhi pieni di lacrime alza la testa e vede appoggiato alla finestra il Signor D. che gli sorride. Guarda di nuovo il bambino, poi alza la testa per dire al Signor D. quel famoso “basta” che avrebbe messo fine al patto, ma lui  è sparito nel nulla.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del settimo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 15:32
 
Lascia un commento | 16.01.2013
scrittura_collettiva

Chiuse le votazioni del sesto capitolo di #scritturacollettiva: the winner is…

Buon giorno a tutti,
con oggi si chiudono le votazioni del sesto capitolo del nostro libro. Complimenti a Elena Simonetti che con 358 like e la votazione dei partecipanti, si aggiudica la vittoria. Ringrazio tutti voi che avete partecipato e che avete saputo dare risvolti molto interessanti alla nostra storia. Vi ricordo che mancano tre capitoli per concludere questa bellissima avventura insieme e pertanto vi esorto a restare con noi fino al finale tanto atteso.
Da questo capitolo torneranno in gioco tutti, anche i vincitori dei capitoli passati che hanno osservato, commentato e contribuito all’evolversi della storia.
Dal settimo capitolo il meccanismo di votazione e valorizzazione dei voti cambierà! anche noi che siamo stati spettatori piacevolmente affascinati dalle vostre parole, parteciperemo come giuria. Il meccanismo di votazione prevederà quindi tre componenti: voti interni (quelli dei concorrenti), voti esterni (quelli provenienti da fb) e la giuria di 24letture.

  1. Capitolo 6A di Tony Musicco 136 like – 1 voto autore (M. Caravella)
  2. Capitolo 6B di Elena Simonetti 358 like – 1 voto autore (D. Masera)
  3. Capitolo 6C di Michelangelo Caravella 55 like – 1 voto autore (G. Madonna)
  4. Capitolo 6D di Giulia Madonna 110 like – 1 voto autore (E. Simonetti)
  5. Capitolo  6E di Luca Regis 5 like – 1 voto autore (T. Musicco)
  6. Capitolo  6F diDavide Masera 207 like – 1 voto autore (L. Regis)

Vi aspettiamo perchè l’avventura continua e le sorprese iniziano ad essere più vicine! Chi sarà dei nostri? Da oggi fino al 15 gennaio potrete partecipare alla stesura del settimo capitolo.

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e i successivi

Pubblicato il venerdì 14 dicembre 2012 - 11:49
 
Commenti (4) | 14.12.2012
scrittura_collettiva

Siete pronti? partono le votazioni per il sesto capitolo di #scritturacollettiva

Tutti pronti per votare il sesto capitolo del nostro libro? qui sotto trovate i capitoli in gara di questo mese. Come sempre per votare dovete mettere un Like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 12 dicembre 2012.

  1. Capitolo 6A di Tony Musicco
  2. Capitolo 6 B  di  Elena Simonetti
  3. Capitolo 6 C di Michelangelo Caravella
  4. Capitolo 6 D di Giulia Madonna
  5. Capitolo 6 E di Luca Regis
  6. Capitolo 6F di Davide Masera

Invitiamo i partecipanti alla stesura del sesto capitolo, a votare uno dei capitoli in gara dei colleghi, utilizzando il form che trovate qui sotto. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà al 50% per la scelta.

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Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e i capitoli successivi

Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 12:09
 
Lascia un commento | 3.12.2012

Capitolo 6F di Davide Masera

Avete mai provato quanto è fastidiosa una luce forte dopo il buio completo? Ecco, allora sapete come si sentì M. in quel momento.
Quando i suoi occhi si abituarono, vide che si trovava in un grande prato verde. Non riconosceva il posto, ma trasmetteva una sensazione di pace.
Non è reale, io sono in ufficio pensò devo assolutamente svegliarmi!
Si concentrò per cercare di scappare da quel luogo, quando un suono che non sentiva da anni lo fece voltare.
In lontananza vide una sagoma conosciuta e i suoi occhi si inumidirono.
“Lapo!”
Il suo golden retriever stava correndo nella sua direzione abbaiando e lui si accovacciò per terra per accoglierlo tra le sue braccia.
“Lapo! Dove sei stato? Che bello che sei!”
La sua felicità era enorme e per qualche minuto dimenticò la sua situazione, giocando col cane e rotolandosi nell’erba insieme a lui.
“Se aspetti ancora un po’ i tuoi biscotti si raffredderanno.”
La voce veniva dalle sue spalle e quando si girò M. vide una casa che prima non c’era, apparsa dal nulla, e sulla porta la nonna Tilde.
In quel momento tutta la felicità sparì e si ricordò che era tutta un’illusione, tutto un maledetto sogno.
“Tu non sei la mia nonna e tu non sei Lapo!” riconobbe a malincuore.
Una grande nube oscurò il sole, la casa sprofondò nel terreno e la figura avvizzita della nonna si contorse e mutò, fino a diventare un uomo slanciato ed elegante: Mister D era di fronte a M.
“Perché ti ribelli?” chiese con voce triste, ma comunque affascinante “Non vuoi essere felice?”
“Chi diavolo sei tu veramente?” urlò Marco.
“Il diavolo… qualche volta sono stato definito così, alcune volte stregone, elfo maligno o altri nomi che non ricordo più. Ad ogni modo, scegli quella che preferisci, perché tanto nella vostra lingua non esiste un termine che mi descriva.”
“Nella nostra lingua? Tu non sei umano?”
“Mi sembra evidente.” la voce di Mister D. non era più così piena di fascino, ora trasmetteva una grande inquietudine.
“Qual è il tuo scopo allora? Succhiare la vita alla gente come un vampiro?”
“Niente di così teatrale” sorrise Mister D. “Io offro felicità e gioia a chi non ne ha e ne ricevo un compenso.”
“Quale felicità?!? Questo non è reale, è solo un’illusione, al mio risveglio sarò sempre il solito M.!”
“Quello è una conseguenza della tua vita, o meglio non-vita, degli ultimi anni; non puoi dare la colpa a me se ti sei lasciato scorrere addosso tutto finora. Io non posso cambiare la realtà, quello era compito tuo; io posso offrirti una consolazione, un po’ di stacco dalla persona triste che sei diventato.”
M. rimase bloccato. Avrebbe voluto rispondergli a tono, aggredirlo, ma in cuor suo sapeva che Mister D. ci aveva visto giusto.
Parliamoci chiaro pensò ho un lavoro che odio, dei colleghi che non sopporto, non ho nessuno che tenga a me…
Alzò lo sguardo verso Mister D. e vide che sorrideva e in quel momento ebbe la sensazione che avesse sentito i suoi pensieri.
La cosa lo fece rabbrividire.
“Perché hai scelto me?” chiese M. per cambiare discorso.
“Io non scelgo mai, sono gli altri a farlo. Nessuno è mai arrivato fino in fondo, tutti a un certo punto decidono che hanno perso abbastanza e decidono a chi toccherà dopo di loro.”
M. era allibito.
“Quindi…” balbettò “…chi è stato a…?”
“Il tuo caro Poletti. Vedi, a lui ho regalato molte ore di felicità, ma poi voleva smettere e gli ho chiesto chi volesse scegliere. È toccato a te.”
Ora dentro M. c’era solo più un unico grande sentimento: rabbia!
“Quel gran bastardo!”
“Oh, non prenderla sul personale, avevate appena litigato e aveva il dente avvelenato.” sorrise, inquietante come non mai “Mi sembravi un buon soggetto, la classica persona che ha bisogno di quello che offro io, ma mi hai deluso. Stai opponendo troppa resistenza e quindi basta così.”
M. rimase in silenzio a fissare quell’uomo (uomo?) cercando di carpire i suoi pensieri, ma l’espressione gentile e affascinante rivelava un muro impenetrabile.
“E quindi?”
“Devi passare questo dono a qualcun altro, ma questa volta sarà diverso: dal momento che mi hai osteggiato troppo, sarò io a proporti la prossima persona.” lo guardò dritto negli occhi e poi disse “Martina.”
Da quando il sole era sparito ed era apparso Mister D. quel luogo era diventato silenzioso e cupo, ma dopo l’ultima frase a M. sembrò il posto più inquietante del mondo.
Una sensazione di freddo e paura lo invase fin nel midollo.
“Martina? Ma…” cercò di proseguire, ma la voce gli morì in gola.
“Sei libero di parlarne con lei se vuoi.” un sorriso falso si dipinse sulla bocca di Mister D. “Credi che non si sacrificherebbe per salvarti la vita? Povero sciocco, sei così concentrato a buttare via la tua vita che non ti sei accorto che è follemente innamorata di te.”
Martina innamorata? A M. sembrava impossibile, si conoscevano da una vita ed erano sempre stati amici. Innamorata? Si ripeté incredulo. Non è possibile.
Poi però ripensò a tutti gli ultimi anni, a come fossero legati, a come lei lo cercasse sempre e in ogni momento, al fatto che fosse sempre presente, che ridesse alle sue stupide battute.
Forse ha ragione…
“Non potrei mai chiederglielo!!!” sbottò alla fine.
“Mettiamola così, presto o tardi sarai costretto a decidere se morire o vivere. La scelta è questa: la tua vita o quella di Martina.”
La rabbia esplose nella testa di M. e scattò in avanti verso di lui, ma si ritrovò a colpire il vuoto.
“Andiamo, stai scherzando? Come pensi di poter…” Mister D. venne interrotto da un morso al polpaccio che gli strappò un urlo.
Era stato Lapo, che non si era mai allontanato dal suo padrone. Si avventò su Mister D., mordendolo ovunque, finché quest’ultimo non sparì.
“Bravo il mio cucciolo” disse M. andando ad accarezzare Lapo. “Andiamo, accompagnami a cercare l’uscita da questo sogno e poi vedrò come risolvere la situazione.”
Lapo per tutta risposta gli leccò la mano.
M. si alzò e iniziò a camminare, senza sapere bene dove andare.
Prima che il cane si alzasse, il suo muso mutò leggermente, rivelando un sorriso inquietante che M. conosceva bene, ma, purtroppo per lui, in quel momento era girato dall’altra parte e non lo vide.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del sesto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 12:01
 
Commenti (3) | 3.12.2012

Capitolo 6 E di Luca Regis

Quando la luce tornò ed i suoi occhi ripresero a vedere nitidamente, M. capì di trovarsi in una enorme stanza finemente arredata. Al centro troneggiava un enorme letto a baldacchino, ricoperto da lenzuola di seta color oro e drappi ricamati di velluto bordeaux. Il pavimento era completamente ricoperto da pregiati tappeti persiani e tutto l’arredamento,  i tendaggi alle finestre, l’imponente scrivania inglese addossata ad una parete, era sfarzoso. Sembrava una camera d’albergo, ma non una di quelle dozzinali stanze di terza categoria alle quali M. era abituato. Piuttosto una sontuosa suite in un lussuoso hotel.

Mentre M. era ancora intento a raccapezzarsi su quell’ennesimo ed inspiegabile salto spaziotemporale, la porta alla sua destra, di fianco alla scrivania, si aprì. Con suo immenso stupore, nonostante ormai fosse preparato a veder sbucare chiunque da dietro a quel battente, M. vide entrare nella stanza la ragazza dai ricci capelli corvini, incontrata al bar dei mattinieri.

Era vestita come quella mattina, quando l’aveva notata per la prima volta: le lunghe e tornite gambe nude sotto alla minigonna, l’abbondante seno avvolto dal giubbotto di pelle, e sul volto un sorriso dolce ed invitante. Non appena la vide, M. non seppe trattenere un’erezione. Sentì il pene inturgidirsi e spingere all’interno dei pantaloni. La ragazza si mosse verso di lui, sinuosa e sensuale. Senza dire una parola gli si parò di fronte e gli prese entrambe le mani tra le sue. Si sedette sul bordo del letto e lo tirò a se.

M., completamente imbambolato, rimase un poco rigido, indeciso, più che altro incredulo; ma il sorriso malizioso di lei era così invitante, la sua stretta così sicura, che pensò di non indugiare troppo e si lasciò andare.

Con mani esperte ma delicate, la ragazza lo spogliò. Poi fece lo stesso anche lei.

Nudi l’uno di fronte all’altra. Lo sguardo risoluto della ragazza che lo desiderava. M. diede sfogo ad ognuna della sue fantasie erotiche più recondite ed inconfessate – od addirittura mai nemmeno pensate.

La misteriosa ragazza lo assecondava in tutto, senza opporre la minima resistenza, anzi godendo appieno di ogni sua iniziativa. Dopo parecchie ore – o minuti, o giorni? Il tempo ormai non contava più nulla – e diversi orgasmi, M. si staccò dalla ragazza e si lasciò scivolare al suo fianco, sull’enorme e soffice letto. Con la fronte imperlata di sudore, rimase a fissare il nulla per qualche minuto – o secondo, o ora? – ansimante, esausto, appagato. Solo in quel momento si rese conto che non avevano detto una sola parola da quando si erano incontrati in quella stanza poche ora prima – o anni, o secoli?

“Chi sei tu?” Angelo divino? Avrebbe voluto dire M., ma come al solito si inceppò a metà della frase e le ultime due parole le pensò solamente. Quindi dopo la prima strozzata banalità, riuscì a proferirne in rapida sequenza altre due: “Dove siamo? Che cosa sta succedendo?”

Dopo aver pronunciato questi tre quesiti fondamentali, M. avrebbe voluto scomparire per la vergogna.

“Noi non ci conosciamo, o forse ora ci conosciamo molto profondamente.” La ragazza ammiccò, provocante. M. arrossì. “Mi hai vista questa mattina in quel bar, ricordi?” M. annuì, sospettoso. La ragazza proseguì: “Dove siamo non lo so, questo luogo è frutto della tua fantasia. E cosa sta succedendo, o meglio, che cosa è successo o cosa potrà succedere…” La ragazza si morse il labbro inferiore, sensuale. M. si gonfiò nuovamente.

Era bellissima, sdraiata al suo fianco. Gli occhi neri le scintillavano, le labbra carnose erano gonfie di piacere. I seni turgidi, i capezzoli tumidi e il suo sesso ancora caldo e madido erano un invito a proseguire a fare l’amore con lei, ma M. seppe tenere a freno la sua voglia, ormai più che appagata per quella notte – o era giorno?

“Si certo, mi ricordo di te…” Balbettò in qualche modo M., stordito ma compiaciuto. “Ed è chiaro che noi…” Sorrise pudico, arrossendo nuovamente. “Quello che voglio dire è, perché tu? Non so nemmeno il tuo nome, non ti ho mai vista prima di questa mattina.”

Così come Rebecca, rifletté M.: perché non è entrata lei in questa stanza?

“L’avermi vista seduta a quel tavolo con quel ragazzo, questa mattina, ti ha fatto venir voglia di fermarti, giusto?” Disse la ragazza.

M. annuì. Subito dimenticò Rebecca ed ebbe uno sciocco moto di gelosia, ripensando a come quel mattino lei amoreggiasse con quel ragazzo al quale lui non aveva pensato fino a quel momento.

“Tutto quello che ne è seguito è stata solo la conseguenza di quella tua decisione.” Aggiunse la ragazza, la voce bassa, quasi un sospiro. “Se non ti fossi fermato a causa mia, la tua giornata si sarebbe svolta in maniera completamente differente. Così il Sig. D. ha deciso di premiarti con questo mio regalo.” Anche lei arrossì e abbassò lo sguardo, fintamente imbarazzato, verso il suo sesso ancora nudo ed eretto.

“Dunque anche tu conosci il Signor D.?” domandò M., ma il suo tono di voce ora era secco, turbato. “Che cosa sei, una puttana?”

Invece di offendersi per quell’illazione, la ragazza fece una risatina arruffando il naso. Il suo viso era così dolce e candido che M. si pentì subito di averla insultata in quel modo.

“Certo che anch’io conosco il Sig. D..” Rispose in tono ancora più flebile, tanto che M. dovette sforzarsi per sentire cose gli stesse dicendo. “Tutti conoscono il Sig. D….”

Quelle ultime parole gli arrivarono alle orecchie come se fossero state filtrate da uno spesso muro di ovatta invisibile. Il resto del discorso che gli stava facendo la ragazza ancora nuda di fronte a lui, M. non riuscì ad udirlo. Vedeva le labbra di lei che si muovevano ammiccanti, sorridenti, ma non percepiva cosa stessero dicendo.

Your lips move, but I can’t hear what you’re saying

M. sorrise tra se, nervoso, teso, canticchiando quel brano di comfortably numb che gli balenò per la testa in quella situazione.

Subito dopo anche la vista tornò ad annebbiarsi, e prima che la stanza sprofondasse nuovamente nell’oscurità, M. fece in tempo a vedere la bellissima ragazza che si baciava i polpastrelli della mano e poi soffiava nella sua direzione.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del sesto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 12:01
 
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Capitolo 6 D di Giulia Madonna

Il buio era intenso da togliere il fiato ma M. prese coraggio e non si lasciò intimorire da i soliti giochetti di D,  fece un grosso respiro  ed entrò deciso con incedere risoluto.
La stanza era in penombra.
Le tende erano tirate per ripararsi  dal sole intenso che  a quell’ora puntava dritto dalle finestre. Quell’oscurità rarefatta regalava alla stanza un’atmosfera tetra e agghiacciante.
Tutto sembrava irreale, come se il tempo fosse sospeso. Ma M. cercò di non farsi travolgere dalle sue solite paure e provò a mostrarsi forte.
Poletti e D erano uno di fronte all’altro ai lati opposti della scrivania. Si girarono entrambi di scatto e alla vista di M. rimasero sorpresi: fu interrotto improvvisamente il loro dialogo.
Poletti fissò M. con il suo solito sguardo odioso e quel suo sorrisetto freddo e beffardo:
“Bene, è già qui? Non mi dica, la sua relazione è già pronta!Sarebbe un vero miracolo visto il suo lassismo degli ultimi tempi!”
“Non sono qui per la relazione. Voglio capire cosa avete da confabulare! Voglio sapere la verità! Tutta la verità e senza giochetti!”
“Cos’è quel tono? E’ forse impazzito?La smetta  di giocare a fare il duro perché non ne ha né la stoffa né tantomeno il coraggio!! Piuttosto ringrazi l’illustre dottor…”
Poletti s’interruppe ed esitò a pronunciarre il nome di D, preso da improvviso torpore, ma poi riprese:
“…non ha fatto che tessere le sue lodi per convincermi che lei può rappresentare una importante opportunità per la nostra azienda e che ha ancora bisogno di tempo per esprimere interamente le sue capacità. Beh! Io, nonostante la mia proverbiale riluttanza a lasciarmi ammorbidire da qualsiasi segnalazione, non so perché, ma oggi mi sono lasciato trasportare dalle belle parole del dottore. Nonostante sia davvero sorpreso che ci sia qualcuno che possa avere fiducia in lei, sa cosa faccio?Provo a darle ancora fiducia!”
M. era sorpreso e non riusciva a immaginare cosa mai D avesse potuto raccontare a Poletti tanto  da renderlo improvvisamente meno odioso e aggressivo del solito nei suoi riguardi.
Non si fidava, sentiva che c’era qualcosa sotto perché niente poteva andare liscio in presenza di D.
L’aria era pesante e tesa ma poi il silenzio fu interrotto dalla voce di D:
“Dottor Poletti, M. è davvero un ragazzo pieno di risorse! Gli dia ancora un po’ di tempo e vedrà che non se ne pentirà. Mi creda, io conosco bene il suo grande talento!”
M. era confuso.
Era incredibile che proprio D che, dalle prime luci dell’alba, lo aveva tormentato con il suo terribile gioco del tempo e del sonno, ora fosse disposto a prendere le sue difese e, forse, a salvarlo.
Poi fu Poletti a prendere la parola:
“Allora, facciamo così: torni alla sua scrivania e vada a terminare la relazione. Le concedo mezzora! Ora vada! E non mi faccia pentire di ciò che sto facendo…”
Poletti si mise le mani fra i capelli, come se fosse già pentito della nuova possibilità regalata a M.
M., come preso da una forza sconosciuta e al di fuori della sua volontà, ubbidì improvvisamente al capo e con zelo si diresse nuovamente alla sua scrivania per svolgere celermente e egregiamente il compito assegnatogli.
Arrivato al suo computer prese a scrivere la relazione con una tale passione e discernimento che neppure lui credeva alla velocità delle sue mani sulla tastiera e alle idee che, repentine e risolute, prendeva spazio nella sua mente.
In un battibaleno la relazione fu completata e M. era già davanti a Poletti con i suoi fogli in mano e tutto lo stupore e la soddisfazione del capo.
“Ma bene! Eccellente! E’ così che la voglio da oggi in poi. Se continua così dovrò davvero ringraziare il dottore e le sue raccomandazioni…!
D era lì che fissava M. col suo sorriso bieco e lo sguardo tagliente, sicuro che oramai lo avesse in pugno, una volta per tutte.
M. restava zitto e preoccupato.
Tutto era accaduto al di fuori della sua volontà.
Si era sentito una marionetta nelle mani di D, che aveva imbastito per bene la sua truffa.
Ma dopo qualche esitazione, M. ebbe un sussulto, un barlume di orgoglio:
“Basta! Il suo sporco gioco finisce qui! Rivoglio la mia vita e la mia libertà da lei e non m’importa se ciò dovrà costarmi tanto, forse, anche troppo!”
Poletti sgranò gli occhi sbalordito e riprese ben presto il suo solito ghigno accompagnando la furiosa uscita dalla stanza di M. che, sbattendo la porta rumorosamente, se ne andò.
M. era sicuro.
Non voleva essere preda o ostaggio di D.
Non voleva essere grato a D per rialbilitarsi agli occhi del terribile Poletti.
Non era quella la vita che sognava.
Non era soddisfazione o felicità quella che D  gli stava offrendo.
La sua vita e la sua felicità erano altrove e M., era certo, che le avrebbe raggiunte da solo e con le sue forze, senza gli strani giochetti di D.
Uscendo con fatica dai suoi pensieri pesanti si trovò davanti gli occhi dolci e accoglienti di Martina che, con il suo solito sorriso, gli andò in contro.
“M. cosa è accaduto? Ho sentito che urlavi! Dai, vieni che ci prendiamo un caffè e facciamo due chiacchiere…”
Martina avvolse con le sue braccia M.
Il calore dell’abbraccio lo riportò dolcemente al mondo e ora la sua rabbia sembrava acquietata.
Erano quelli i momenti più belli per M., quando Martina gli dimostrava la sua amicizia e lui si lasciava cullare in quel dolce calore.
Era la stessa amabile sensazione che in passato gli aveva regalato il suo amatissimo amico Franco, sempre presente e risolutivo, sempre incoraggiante e pacifico, una vera manna celeste che immancabilmente arrivava provvida nelle giornate più tristi e buie.
Ora, in mancanza di Franco, era lei, Martina, la detentrice del bene e della luce che riusciva con il suo splendido sorriso a risollevare anche la peggiore delle giornate.
Così, stretti in quel abbraccio, portatore sano di amicizia e serenità, si incamminarono verso la loro pausa dai pensieri e dalle frustrazioni che quella giornata lavorativa aveva lasciato sulla loro pelle.
M. si sentiva già al sicuro e si lasciò scivolare dentro quella bella sensazione.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del sesto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 12:00
 
Commenti (19) | 3.12.2012

Capitolo 6 C di Michelangelo Caravella

Emergere dal sogno fu come raggiungere la superficie dell’acqua durante un immersione in apnea. Era senza fiato.

M. era nel suo letto quello che aveva comprato da solo quando era andato a vivere per conto suo, tutto intorno era buio non si vedeva neanche la flebile luce della radiosveglia a led che teneva li a portata di mano sul comodino cerco a tentoni l’interruttore della lampada, con i polpastrelli segui il cavo elettrico sentendo della polvere sotto le dita,” doveva seriamente dare una pulita”, trovo il pulsante e lo fece scattare ma la lampada non si accese,fu solo allora che si accorse della sirena d’allarme che  in sottofondo ululava nella notte , un altro blackout! Come se quel sogno non fosse stato sufficiente e mettergli l’ansia.

Si alzo dal letto, al buio è fradicio di sudore si incammino  verso il bagno attento a non sbattere contro i mobili. Si spoglio della t-shirt dell’happy rock caffè di Londra la usava per dormire perché lo faceva sentire in vacanza, si sciacquo il viso e mise una maglietta asciutta , in quel momento tornò la corrente la luce al neon invase la camera da bagno, l’orologio segnava le 03:17, “bene” penso fra sé M. “almeno ho altre 3ore di sonno, prima di andare in ufficio e di incontrare Poletti….” Interruppe quel pensiero non era il momento di pensare, aveva fatto quello strano sogno forse era in tempo a riprenderlo penso alla parola TEMPO e sorrise che strano sogno. Uscito dal bagno spense la luce e torno nella camera da letto li era ancora buio, la radio sveglia lampeggiava, si era resettata da sola a causa del blackout , seduto sul bordo del lettone M. sbadiglio e ponderò l’idea di regolare di nuovo l’ora, ci pensò solo un istante ma poi accantono l’idea fu allora che una voce parlò:

<E’ per questo che ti ho scelto sai, a te non frega niente del tempo o mi sbaglio?

Il Signor D. era elegantemente accoccolato sulla poltroncina che M. aveva in camera, aveva spostato i vestiti sul pavimento senza curarsene più di tanto e al buio lo scrutava.

<Cazzo cazzo cazzo merda!

Impreco M. cercando di  fare luce, armeggiò per un istante con l’interruttore del comodino e nel contempo cadde sul pavimento con tonfo, sgomento guardò la figura che da sotto ad un altro capello con una tesa molto più larga sorrideva e si crogiolava nella paura delll’altro.

<Rimani calmo..non voglio farti male

Disse il signor D

<Be calmo e una parola grossa detta da uno che si introduce in casa altrui nel cuore della notte!

<Mi hai invitato tu non ricordi?

<Quando? Fino a 2 minuti fa eri solo un sogno!

<Be nel tuo sogno mi hai invitato ad unirmi a  te quando eravamo al bar quindi…

<Quindi non vedi il motivo per non introdurti in casa altrui?!

<Si e così …. come vedi io sono qui ed ora ascolta. Il primo giro era diciamo offerto dalla casa, il sogno che hai fatto era l’assaggio e credo ti sia piaciuto ora…

Il Signor D. fece una pausa ed effetto

<..Ora e tempo di formalizzare

Dicendo questo pose un accento sull’ultima parola ed indico lo scrittoio che M. aveva in camera,

M. segui lo sguardo del Signor D. sullo scrittoio c’era un vecchio foglio in pergamena, una penna d’uccello con un calamaio, il Signor D schiocco le dita e si accese una candela, le ombre cominciarono a danzare sui muri, Il Signor D indicò la pergamena e disse

<Leggi…

M. si alzo dal pavimento e come ipnotizzato dalla fiamma lentamente si avvicino allo scrittoio, prese il foglio fra le mani e comincio a leggere, quando finì l’adrenalina cominciò a salire, fu allora che arrivo la Paura…….

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Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 11:59
 
Lascia un commento | 3.12.2012

Capitolo 6 B di Elena Simonetti

Appena la fitta nebbia incominciò a dissolversi, lentamente, M. si trovò in una stanza in penombra… No, non era quella dell’ufficio di Poletti, decisamente no, i suoi mobili, minimali, freddi ed asettici dell’ufficio di quello che era il suo superiore avevano lasciato il posto ad un ambiente caldo ed accogliente, ad una grande vetrata, seppure le tende, che erano state volutamente accostate, lasciavano gran parte della stanza con ampie zone d’ombra…. Le pareti erano adornate con gusto da piccoli quadri che rappresentavano da una parte  le quattro stagioni….sull’altra parete foto di ragazzini tramutate in tele in bianco e nero mostravano la mano di un artista, probabilmente femminile, che era andata al di là dell’hobby. Pochi pezzi di antiquariato facevano capolino nella camera, che doveva essere un specie di salottino di rappresentanza, facevano da contrasto piccoli pezzi di design ultramoderno, che combinati insieme con grande gusto (anche questo attribuito ad una probabile donna) davano all’insieme un bell’equilibrio tra i due stili. Alla parete proprio di fronte alla porta vi era uno specchio molto grande nel quale M. ci si  specchiava in tutta la sua altezza…. Per un istante si guardó e non si stupì affatto di tutto questo, anzi stava incominciando a capire … aveva riconosciuto quella sensazione di torpore… Era anche sicuro di non essere affatto sveglio, ma di essere in un’altra dimensione, uno di quei viaggi onirici già vissuti… “stavolta starò al gioco” – pensò M.
Il signor D. era accanto alla vetrata, con una mano tratteneva un lembo della tenda, appoggiandovi leggermente il capo che risultava inclinato, fumava con l’altra un sigaro (ecco cos’era quell’odore acre che aveva sentito appena la nebbia si era dissolta) e guardava fuori, dall’intensità del suo sguardo si capiva che era immerso nei suoi impenetrabili pensieri…. Seduta lì di fianco, nell’angolo piú appartato della stanza, sprofondata nella poltrona di pelle, color rosso porpora, una sagoma che M. riconobbe come quella di Poletti… “E così ci si rincontra, caro il mio M.” Il signor D. nel pronunciare quelle parole, si era girato verso l’uscio dove M. era fermo, immobile con lo sguardo fisso, che lasciava intravedere la stanchezza di quella lunga giornata che all’apparenza era appena iniziata, ma che aveva invece lasciato tra le pieghe del tempo già diversi anni della sua vita (facendo un calcolo veloce delle volte in cui si ricordava di essersi appisolato). M. si fece coraggio e schiarendosi la voce, visibilmente provato disse: ” adesso incomincio a capire… lei e Poletti vi conoscete … come ho appreso da Martina, forse anche da tanto tempo…. magari la ragione di tanto astio nei miei confronti da parte sua, Poletti, nasce proprio da questo gioco infernale, da questo accordo non scritto che trama alle mie spalle, facendomi giorno per giorno cadere in un’apatia ed indifferenza per il mio lavoro del quale non vedo futuro… con l’unica inequivocabile intenzione di ostacolare me, per chissà quale motivo recondito che ancora non riesco a comprendere, ma io…. “Si calmi M., non é così….” La voce di Poletti che finora era stato zitto, interruppe la frase di M. “lei sta andando in una direzione sbagliata” … si avvicinò ad M. che, con gli occhi della mente, vide scorrere la goccia di sudore lungo la sua schiena, sudore freddo che, in una umida giornata d’autunno, non aveva nulla da invidiare a quello di una calda giornata d’agosto….
“Il progetto di cui la sua bella collega Martina le parlava, non é quello che lei ci ha scioccamente descritto…. A proposito di Martina, solo un cieco non si accorgerebbe di quanto sia innamorata di Lei… Lo sanno tutti in ufficio solo lei sembra non accorgersene… Ma anche di questo non avevo dubbi, immerso com’é nel suo mondo….
M. ebbe un improvviso scossone… Il cuore incominció a battergli forte nel petto…. Martina? Ma che sciocchezze sta dicendo quest’uomo?? … Io e lei…. Ma la conosco da quando era piccola…. Si sta sicuramente sbagliando….
“Ritornando a noi, si.. é vero, tra di noi ci sono state delle incomprensioni, non ultima quella che ci ha portati al litigio della scorsa settimana… Ho pensato di farla licenziare, glielo confermo senza false reticenze, la scusa l’avrei trovata facilmente, la crisi economica…, la mancanza di grossi progetti in attivo, .. la sua apatia contagiosa….ma poi, l’amico D. mi ha parlato del suo disegno, e la cosa mi ha intrigato tanto da soprassedere l’appuntamento con le mie velleità di capo…. Sono curioso di vedere come lei reagirà M., quale sarà la sua decisione in proposito, saprà approfittarne in maniera adeguata o farà la fine del suo amico Franco?”
Improvvisamente un gelo attraversó la stanza, nella frazione di secondo tra la percezione da parte del cervello di M. nel  recepire il nome del compianto amico e la sua reazione con annesso il segnale visivo di tutto ció che era legato a Franco, la sua storia, la loro amicizia, la sua morte improvvisa, fece scattare una smorfia d’ira mista a dolore che trasformò il viso di M. in una maschera impenetrabile: “Che ne sà lei di Franco?… Allora anche lui é stato succube di questo vostro pazzo gioco legato al tempo? Un accordo che voi avete preteso… spacciandolo per opportunità .. ma per chi? A cosa state mirando? Adesso mi vengono in mente tante situazioni strane che in questi anni mi sono accadute…. La morte dei miei genitori, la malattia della mia dolce nonna Tilde… E Lisa? C’entrate anche nella mia storia con Lisa? Ed il mio compagno di avventure Lapo? Non si sarebbe mai allontanato da me, volutamente…E’ assurdo… é disumano… se fosse così …. Franco, oh Franco…. Avevi cercato di avvisarmi…. ed io non sono stato attento….. Solo adesso capisco che dietro c’era un disegno troppo grande per noi…. Qualcosa di veramente imponente che é caduto sulle nostre deboli spalle….”
Rivolto verso i suoi due interlocutori M. Prende tutto il coraggio che mai immaginava potesse avere e con aria grave disse: “Adesso pretendo di sapere cosa é successo al mio amico… ma lo voglio sapere adesso….” Il volto di M. per la prima volta nella sua vita, non lasciava presagire nulla di buono.

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Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 11:59
 
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Capitolo 6 A di Tony Musicco

D’un tratto, un bagliore, una grande luce si fece spazio tra le tenebre, tanto da accecargli la vista e costringerlo ad alzare le braccia per riparare i suoi occhi da quello sfolgorare. E lo vide. Ancora lui, Franco. Apparve nel pieno di quel bagliore. La luce, dietro di lui, tagliata dalla sua sagoma, gli dava un aspetto quasi divino. Gli tese la mano.
<<M. non aver paura. Sono qui per aiutarti>>. M. abbassò le braccia e lo guardò.
<<Aiutarmi?>>
<<Sei in pericolo, amico mio>> e gli prese la mano. D’un tratto, il bagliore scomparve, lasciando spazio ad un prato verde.
<<Ma dove siamo?>>
<<Guardati attorno>>. M. prese a guardarsi intorno e vide una villetta. La riconobbe: era la villa di campagna di Nonna Tilde, dove lui e la sua anziana parente passavano le vacanze estive. <<La villa della nonna>>
<<Si. Ti ho portato qui perché è uno dei posti che, in cuor tuo, rappresenta pace e serenità. E dove possiamo parlare tranquilli, anche se ancora per poco>>
<<Franco, ma cosa succede? Tu… tu dovresti essere morto>>
<<Lo so>>
<<E cosa c’entri con il Signor D. ?>>
<<Lo conosco perché lui sta facendo a te quello che, a suo tempo, ha fatto a me>>
<<Cosa?>>
<<Ricordi quello che D. ti ha detto riguardo il tempo trascorso nel sogno?>>
<<Che ogni ora trascorsa sognando corrispondeva ad un anno in meno di vita>>
<<Esatto. Ho conosciuto D. tramite Martina, anche se lei ora ha perso ogni frammento mnemonico della sua identità. Lei l’aveva conosciuto tramite Poletti, in ufficio. Poi, una sera, lei mi chiama e mi dice che c’è una persona, questo Signor D., che vuole farmi una proposta di lavoro. Io, allora, avevo appena lasciato il mio posto alla casa editrice e fluttuavo nell’etere alla ricerca di un nuovo impiego. Nel frattempo, avevo cominciato ad abbozzare un mezzo libro. Pensai che la proposta riguardasse quello. Magari, un contratto editoriale. Ma poi, quando lo incontrai, prese a parlarmi di sogni: che mi avrebbe fatto fare un sogno bellissimo e che in cambio, si sarebbe preso il mio tempo. Un’ora di sogno, un anno in meno di vita. Da allora, la mia vita è stata totalmente sconvolta. I momenti ‘reali’ potevo contarli sulle dita di una mano. Per la maggior parte del tempo, sognavo>>
<<Che intendi per ‘sognare’?>>
<<Sognare. Quello che fai quando dormi. Con quella sorta di contratto, D. è capace di controllare il tuo lato onirico, attivandolo in qualsiasi momento egli voglia, anche quando sei perfettamente sveglio. Ecco spiegato il perché tu non ti sia accorto di essere arrivato in ufficio questa mattina. Per tutto il tragitto, sei stato prigioniero del sogno>>. M. si portò una mano alla fronte.
<<Oddio>>
<<E’ questo il tranello: il contratto parla di anni di vita in meno in rapporto al numero di ore passate a sognare. Ma il punto è che lui, manovrando i tuoi sogni, ti fa sognare in continuazione, aumentando così il tempo trascorso nello spazio onirico e levandoti irrimediabilmente ore vitali>>
<<Oddio, tutto questo è pazzesco>>
<<Ed è così che, alla fine, sono morto>>. M. alzò di scatto lo sguardo verso l’amico.
<<Vuoi dirmi che…>>
<<…che ho trascorso così tante ore nello spazio onirico da aver perso tutti gli anni di vita che mi restavano>>
<<Oh no>>
<<E ora sono questo: uno spirito che vaga nello spazio onirico, senza meta, senza scopo. Però, ora uno scopo ce l’ho: salvare te. Non deve assolutamente accaderti quello che è successo a me!>>
<<Ti ringrazio, Franco. Ma come…>> non ebbe tempo di finire la frase, che l’amico gli prese il braccio.
<<Andiamo via di qui>>
<<Cosa? Ma perché?>>
<<Ci hanno trovati>>
<<Chi?>>
<<D. e Poletti>>
<<Poletti? Ma…>>
<<Corri>> e si diressero verso la porta della villa. Ma da un angolo, M. vide riapparire sua nonna.
<<Nonna Tilde>>
<<M., vieni qui. Fatti abbracciare>>. M. le sorrise e, con lo sguardo fisso su di lei, fece per andarle incontro. Ma Franco gli strinse il polso.
<<Fermo!>> gli gridò.
<<Aspetta, è mia nonna. Vorrei…>>
<<No. E’ una trappola per farti rimanere qui e buttar via altro tempo>>
<<Ma…>>
<<Niente ‘ma’! Se vuoi che ti aiuti, devi fare esattamente quello che ti dico, è chiaro?>>
<<Allora, M?>> lo richiamò la nonna.
<<Guarda verso di me. Ignorala>>. Allora M, con sguardo sconsolato, levo gli occhi dall’immagine dell’amata nonna, e li posò sull’amico, il quale allungò la mano sulla maniglia della porta principale della villa, aprendola. Una nuova nube si creò attorno ai due.
<<Tieniti stretto a me. Non dobbiamo perderci>>. Si ritrovarono nella libreria. Erano davanti allo scaffale dei libri di fantascienza. <<Ascolta bene, abbiamo poco tempo>>
<<Cosa c’entra Poletti con tutto questo?>>
<<Poletti trova le potenziali vittime per D.>>
<<Potenziali vittime?>>
<<Si. E’ stato lui a indicare te a D.>>
<<Figlio di…>>
<<E lo stesso ha fatto con me>>
<<Ma cosa se ne fa il Signor D. delle ore di vita che sottrae a noi?>>
<<Le usa per sé. Per allungare la sua di vita>>
<<Cosa? Le usa per essere una sorta di immortale?>>
<<Esatto. Quindi, ha dato vita a quello che lui chiama “Il Progetto” per attirare più persone possibile tramite Poletti, e avere quindi delle vere e proprie scorte di anni vitali a disposizione >>
<<Ripeto, che figlio di…>>
<<Già>>
<<Ma come la risolviamo questa cosa?>>
<<Semplice: devi ucciderlo>>
<<Cosa?>>
<<Hai capito>>
<<No, no>>
<<Cosa?>>
<<Non posso farlo>>
<<Come sarebbe?>>
<<Non ho mai fatto niente del genere e di certo non comincerò ora>>
<<Non hai scelta. Lui ormai ti ha in pugno. Se non lo ammazzi, lui ammazzerà te>>. M. continuava a guardarsi attorno. D’un tratto, posò lo sguardo verso la cassa. <<No, cazzo. Non guardare lì>> e l’amico lo tirò giù, facendolo abbassare.
<<Perché non devo guardare?>>
<<La tua mente. Ora attiverà i ricordi e…>>
<<…la cassiera dai capelli rossi>>
<<Ecco. Era proprio questo che volevo che non ricordassi>>
<<Ma perché?>>
<<Perché siamo nello spazio onirico. Con quel ricordo, farai materializzare la tipa e farai capire a D. che ci siamo nascosti in questo piano dello spazio>>
<<Cazzo>>. I due si alzarono pian piano. Alla cassa c’era la ragazza dai capelli rossi. <<Oh merda, eccola>>
<<Dobbiamo andar via da qui>>. I due cominciarono a correre verso il bagno.
<<Ma dove andiamo di qui?>>
<<Basta una porta qualsiasi per approdare in un altro piano dello spazio onirico. La porta di quel bagno andrà benissimo>>. Si avvicinarono. Franco l’aprì. D’improvviso, la libreria fu avvolta da una sorta di nube grigiastra.
<<Ma perché ogni volta succede questo?>>
<<Ogni volta che si passa da una piano all’altro, quello precedente su cui si è stati si dissolve. In questi istanti, lo spazio onirico perde energie e se uno è abbastanza forte, può svegliarsi. Ma questo non è il momento giusto per farlo. Devo ancora dirti delle cose su questa faccenda e non posso farlo nel mondo reale, visto che lì non esisto più>>. Mentre ancora parlava, Franco si vide afferrato da una mano proveniente dal turbinio di fumo e tenebre che si era venuto a creare. Una voce oscura si sentì tuonare.
<<Ora non intralcerai più i miei piani>> e la mano tirò via Franco e le tenebre lo avvolsero.
<<Franco!>> urlò M.
<<Ricordati: devi ucciderlo! E ora, svegliati>> si sentì riecheggiare la sua voce, come provenisse da un posto lontano. E poi s’ammutolì.
<<Oddio>>. Il turbinio di tenebre si mosse verso di lui. <<Oddio, cosa faccio? Devo svegliarmi. Ma come faccio? Come faccio?>>. Cercò di strizzare gli occhi, senza risultato. <<Maledizione! Devo riuscirci. Devo essere forte>>. Le tenebre lo avvolsero. <<Forte!>> urlò. Buio. Aprì gli occhi. Davanti a sé c’era la porta dell’ufficio di Poletti. <<Ce l’ho fatta>> disse fra sé. <<E’ arrivato il momento di mettere fine a questa storia>> e aprì la porta con violenza.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del sesto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il lunedì 3 dicembre 2012 - 11:58
 
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scrittura_collettiva

Chiuse le votazioni del quinto capitolo di #scritturacollettiva

Buon giorno a tutti,
ci siamo, ci siamo! finalmente si chiudono le votazioni per il quinto capitolo del nostro libro. Decretare la vincitrice questa volta, non è stata impresa semplice! Complimenti comunque a Laura Barbangelo che, grazie ai voti dei partecipanti, risulta la vincitrice e apre la strada a nuove sfidanti avventure.

  1. Capitolo 5A di Tony Musicco 306 like – 0 voti autore
  2. Capitolo 5B di Carla Parolisi 233 like – 0 voti autore
  3. Capitolo 5C di Giulia Madonna 44  like – 1 voto autore (L. Barbangelo)
  4. Capitolo 5D di Luca Regis 26 like – 0 voti autore
  5. Capitolo  5E di Laura Barbangelo 15 like – 4 voti autore (Musicco, Parolisi, Madonna, Regis)

E se dai voti che leggete, non riuscite a capire come è potuto succedere, vi spieghiamo perché…

Il meccanismo di votazione e valorizzazione dei voti è strutturato in due componenti: voti interni (quelli dei concorrenti) e voti esterni (quelli provenienti da fb). Entrambe le votazioni concorrono al 50% del punteggio pieno, obiettivo da raggiungere per il vincitore.

Quindi un capitolo per vincere dovrà totalizzare 100 punti e 50 vengono assegnati dagli scrittori. Laura ne ha presi 40 dagli scrittori (50/5*4=40   50 punti diviso 5 scrittori moltiplicato 4 che l’anno votata).

Gli altri 50 punti vengono assegnati da Facebook: il totale dei voti facebook è stato 306+234+44+26+15=625

ogni singolo voto facebook dunque vale 50/625=0,08 punti

dunque Tony totalizza 0,08*306=24,48 punti.

Da aggiungere a Laura anche i suoi punti facebook 0,08*15=1,2 punti per un totale di 41,2 punti.

Vi aspettiamo perchè l’avventura continua e le sorprese iniziano ad essere più vicine! Chi sarà dei nostri?

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e i successivi

Pubblicato il martedì 30 ottobre 2012 - 12:58
 
Commenti (6) | 30.10.2012