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Scrittura Collettiva
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#scritturacollettiva al gran finale

Buon giorno a tutti,
come già lanciato su twitter, Tony Musicco è il vincitore del nono e ultimo capitolo del nostro libro a più mani.  Scelto dal pubblico di facebook e dalla giuria all’unanimità, faccio i miei complimenti a Tony che ha partecipato insieme a noi alla stesura del libro fin dal primo capitolo, proponendo sempre ottimi spunti. Ora non ci resta che scegliere insieme il titolo del vostro libro che, dopo la revisione finale, pubblicheremo online.

Giulia Madonna - 65 like (0 voti)
Tony Musicco - 108 like (1 voto J. Tamos)
Julius Tamos - 2 like (2 voti G. Madonna e E. Smonetti)
Elena Simonetti - 3 like ( 1 voto C. Parolisi )
Carla Parolisi – 53 like (1 voto E. Smonetti)

Da oggi 21 giugno fino al 21 luglio vi invito a mandarci le vostre idee per il titolo del libro di #scritturacollettiva inviando una mail a emanuela.bellotti@ilsole24ore.com

Vi aspettiamo!

Pubblicato il venerdì 21 giugno 2013 - 18:15
 
Commenti (5) | 21.06.2013
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Via alle votazioni del nono capitolo di #scritturacollettiva

E’ passato un anno da quando vi chiesi per la prima volta di iniziare a scrivere, mi sembra ieri. Molti di voi ci hanno seguito dal primo giorno e alcuni sono diventati amici di penna che mi sembra di conoscere da sempre. Grazie di cuore a tutti voi che avete partecipato con entusiasmo e che avete reso possibile tutto questo. Ora è il momento di votare l’ultimo capitolo della nostra storia. Siete pronti? Di seguito i capitoli che hanno partecipato. Come sempre, il meccanismo di votazione prevede tre componenti: voti interni (quelli dei concorrenti), voti esterni (quelli provenienti da fb) e la giuria di 24letture.
Per votare dovete mettere un like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 9 maggio 2013.

1. Capitolo 9 A di Giulia Madonna

2. Capitolo 9 B di Tony Musicco

3. Capitolo 9 C di Elena Simonetti

4. Capitolo 9 D di Carla Parolisi

5. Capitolo 9 E di Julius Tamòs

Invitiamo i partecipanti alla stesura dell nono capitolo, a votare uno dei capitoli in gara dei colleghi, utilizzando il form che trovate qui sotto. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà alla scelta del capitolo vincitore insieme ai like di Facebook e al voto della giuria di 24letture.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:35
 
Commenti (8) | 29.04.2013

Capitolo 9 E di Julius Tamòs

Il piano era semplice: sconfiggere Poletti e il signor D e poi cominciare una nuova vita in un’altra città. Ormai era sera, non che facesse molta differenza. La nebbia sembrava non voler cedere il passo e trasformava Milano in una lattiginosa città scandinava, senza giorno e senza notte. Ma le menti di Martina e Marco si erano schiarite, riscaldate e fortificate con il loro amore. Per sicurezza decisero di preparare subito una via di fuga. La casa di Martina era al piano terra, piccola ma accogliente. Lei prese le chiavi da sotto il portaombrelli, aprì la porta e fece passare Marco. Lui sapeva che avrebbe trovato una cucina con la cassapanca in legno ma, appena oltrepassata la soglia, una sensazione di freddo lo pervase e, nella penombra non riuscì a vedere altro che una poltrona con un alto schienale che avrebbe potuto nascondere un ospite sgradito. Eppure non riusciva a ricordare quella poltrona. I suoi pensieri si fecero confusi e, soprattutto, lenti. Faceva fatica a pensare alla prossima mossa, a cosa avrebbe dovuto fare. Gli sembrava che la nebbia, viscida, umida, appiccicosa, fosse entrata nell’appartamento e si facesse strada sotto la sua pelle.

Poi una voce, che aveva imparato a odiare negli anni: “Davvero credevi che ci saresti sfuggito?” – Poletti fece un passo per entrare nella languida luce che veniva dall’uscio. Marco rimase impalato a un passo dall’entrata. Incapace di parlare, incapace di pensare a una risposta.

“Certo scappare era la scelta più ovvia. Il signor D è andato a casa tua, ma io ti conosco, M.: sei un vigliacco che si nasconde dietro alle gonnelle. Così sono venuto qui. E avevo ragione” – esultò Poletti e fece un altro passo verso di lui. Marco percepì quelle parole come una freccia al curaro, dritta al suo cuore. Un piccolo passo e Poletti, gli occhi venati di sangue, strinse saldamente le mani intorno al collo della sua vittima. Marco, paralizzato, riuscì con difficoltà a pensare una sola parola: «Adesso!». Martina superò la soglia di casa brandendo un ombrello, con un balzo superò Marco e colpì con grande violenza, fuori luogo per la sua figura minuta, la nuca di Poletti. L’aguzzino si accasciò al suolo con un rantolo. Martina guardò la macchia rosso vermiglio allargarsi sotto la sua testa con stupore, poi appoggiò con delicatezza le sue labbra su quelle di Marco. “È finita” – disse, ma freddo, nebbia e buio non lasciarono la stanza.

Un applauso lento e beffardo si levò al riparo dell’alto schienale. La poltrona ruotò lentamente rivelando il signor D.: “Mi complimento con voi. Un’ottima pensata quella di lasciar attraversare l’uscio a Marco e lasciare fuori Martina. E tempismo perfetto. Peccato abbiate sbagliato obiettivo. Poletti non era altro che una marionetta”. Marco, libero dall’incantesimo del suo ex capo, ritrovò l’uso della parola: “Tu, tu, chi sei? Cosa vuoi da noi?”.

“Oh beh, vedi Marco, proprio il fatto che io sappia come ti chiami, ma tu non conosca il mio nome, mi dà un grande vantaggio in questo mondo onirico ed illusorio” – esplicò il signor D, con quel suo fare da nobile misterioso mentre si alzava, lento e solenne, dalla poltrona, appoggiandosi a un bastone dall’impugnatura argentata.

Marco ritrovò un po’ di spirito: “Caro il mio signor Domani Ti Sveglierai Più Vecchio Ma, Hey, Avrai Fatto Un Bellissimo Sogno, sparisci! Non sto più al tuo gioco. Lasciaci in pace”.

“Ogni cosa a suo tempo – replicò l’alta figura. – Non ho ancora risposto alla tua seconda domanda. Quello che voglio in questo momento è darti una lezione”. Repentinamente sollevò il bastone, lo puntò verso Martina e bisbigliò parole incomprensibili in una lingua gutturale. Dalla punta del bastone scaturì una nebbia densa, rosso sangue, che serrò la ragazza in una stretta mortale, sollevandola da terra.

“No, lasciala stare” – urlò Marco e fece un balzo verso la nera figura incombente. Il signor D sollevò con noncuranza un braccio, il palmo rivolto verso Marco che si ritrovò immobilizzato all’istante. Martina ansimava.

“Quello che non capisci, mio caro amico, è che qui sei nel mio regno. Siete alla mia mercé, non avete alcuna speranza”. Marco si sentì impotente. Martina emise un rantolo. “Ti avevo indicato il paradiso ma tu lo hai rifiutato. Ora sperimenterai il dolore e la desolazione dell’anima”. Paura, rassegnazione e colpa, colpa, colpa s’impadronirono di Marco, gli occhi puntati sui suoi piedi. Martina smise di respirare.

“Guarda il tuo amore morire!” – ordinò D. E Marco sollevò la testa, rialzò lo sguardo. Una lacrima rigò il volto di Martina, testimone non della tristezza per la morte imminente ma per un amore così grande, finalmente trovato, ormai perduto. I suoi occhi rivolsero un ultimo saluto a Marco, senza ombra di rimprovero.

«Meschino, meschino… per una volta non sarò un verme» – si disse Marco, gli occhi pieni di quelli di lei, il cuore in preda ad amore e odio. Invece che avanzare verso il palmo alzato del signor D., Marco costrinse il suo corpo, con ogni stilla di volontà che gli era rimasta, a scivolare di lato, si frappose fra il bastone e Martina. La ragazza crollò sul pavimento e riprese a respirare, avida di aria. Marco urlò, con tutto il fiato che poteva, per farsi coraggio: “Mister Dream o mister Death, non mi frega niente. Se questo è il mio sogno, comando io e tu, tu sei di troppo!”. Marco afferrò il bastone, ignorò gli spasmi di dolore nel braccio, e lo puntò verso D. Questi, un’espressione stupita dipinta nel volto, svanì, in silenzio.

Nebbia, paura e puzzo di morte abbandonarono l’appartamento, tornò la luce.

Era mattina, la foschia era sparita e un malaticcio sole milanese cercava di svegliare la città. Martina e Marco recuperarono documenti e denaro, prepararono due valige leggere e si diressero alla stazione Centrale. Durante il tragitto, tacitamente adottarono un piccolo rituale: tutte le porte, ogni uscio, veniva oltrepassato prima da Martina. Marco celava la sua insicurezza facendo il cavaliere: apriva le porte per far passare la sua dama e lei accondiscendeva, nella speranza che fosse solo una problema passeggero. Comprati i biglietti, in attesa del treno per il loro futuro, decisero di fare colazione al bar della stazione.

“Mi ordini un cappuccio e una brioche”…

“Al pistacchio” – concluse Marco.

“Ah, ma allora i miei gusti te li ricordi – ridacchiò lei. – Intanto vado alla toilette.” – e lo baciò prendendo delicatamente il labbro inferiore di lui fra le sue, morbide e dolci.

La guardò attraversare il bar con la sua camminata veloce ma sensuale, trovare il bagno, voltarsi verso di lui regalandogli un sorriso colmo di allegria e sparire all’interno. Lui rimase solo.

“Capucio e bliosh!”. Una voce alle sue spalle lo fece sussultare, si girò e vide un cameriere cinese, un brivido freddo partì dalla sua nuca e corse lungo la spina dorsale. Poi riprese il controllo: «Certo» – si disse rifugiandosi in un luogo comune. – «Cosa c’è di strano? Ormai la ristorazione a Milano è in mano loro».

Il cameriere, con un sorriso falso, gli stava porgendo lo scontrino. Marco cercò il portafoglio, lo trovò, lo estrasse. Dalla tasca spuntò anche un biglietto, cadde sul tavolo, vi era scritta una sola parola, in una grafia elegante:

«Martina».

 

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:15
 
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Capitolo 9 D di Carla Parolisi

Il piano di Martina è pura follia. Le ombre della notte fanno paura perché sembrano giganti e non riesci a scappare da loro , perché ti stanno appiccicate addosso, ma poi, accendi la luce e spariscono. Marco  pensa che Poletti e il Signor D. siano ombre della notte, qualcosa che torna sì dal passato, ma che non ha un nome. Puoi dare il nome che vuoi, dipende da te e dalla tua storia: rancori? Paure? Rimorsi? Sensi di colpa? In ogni caso, sono sentimenti negativi.

<<Hai mai provato ad eliminare delle ombre?>>, chiede Marco.

<<Impossibile>>

<<Beh, allora non è questa la soluzione. Proviamo ad accendere una luce dentro di noi; forse spariranno. Il dolore per la morte di Franco non si è ancora attutito, perché le cose che non ci spieghiamo, non ci fanno trovar pace. Quando ti danno una motivazione, ti acquieti sempre>>.

Martina lo avvolge stretto in un abbraccio e, decidono intanto, di tornare a casa.

Inizia a far freddo.  Martina si è dovuta alzare per andare a chiudere la porta: uno spiffero le impediva di non muovere una gamba e non stringersi nelle spalle.

Sono felici di stare insieme, ma  preoccupati  da quelle ombre giganti che escono dai loro occhi, si guardano davanti a due caffè bollenti.

<<La vita ha la capacità di sconvolgerci di continuo e noi, dobbiamo lasciare che ci sconvolga la mente ed il cuore; dobbiamo correrle incontro per abbracciarla, tenerla stretta senza mollare mai la presa, difendendo ciò che è nostro, asciugando lacrime amare e facendo sorrisi beati, dormendo sonni profondi nella più grande quiete e accettando notti insonni da pensare>>, affermò Martina.

Quella, è una di quelle notti insonni, ma la sorpresa per Marco, in quell’autunno di tormento, è trovarsi legato stretta stretta alla sua, un’altra anima e sentire che non gli manca più niente.

Martina, sa che quando non riesce a dormire, è costretta a pensare. Si è sempre chiesta perché le scorrono davanti persone e ricordi che pensava di aver rimosso o  persone che ti sembra assurdo ti siano venute in mente. Si è nel più totale silenzio, nel buoi più buio e non c’è altro da fare. Come in un vecchio cinema, la mente proietta i pensieri e noi siamo costretti a guardare un po’ per forza, ma a volte ci si addormenta prima di vedere la fine; tra un pensiero ed un altro, ci troviamo a dormire, proprio come accade davanti a un film che ci annoia perché già conosciamo il finale. Accade così anche a Marco.

Dormono di un sonno così profondo, da non sentire rumori. Quando si svegliano ,sono già le 12. Non sono andati a lavoro, ma la cosa più inquietante è che hanno fatto lo stesso sogno;  lo scoprono appena Marco inizia a raccontare il suo, ma Martina gli chiede di raccontarlo fino alla fine:

<< Stavo passeggiando su una spiaggia. Tutto intorno a  me era sereno. Il mare mi ha sempre messo tranquillità, ed era così anche quella volta. Avrò percorso circa due km, inspirando solitudine e brezza marina. Ad un tratto il sole si fa scuro e vedo il Signor D. venirmi incontro. Allora io inizio a correre nella direzione opposta e lui mi insegue. Non corre come me, ma molto più veloce. Io pensavo fosse distante, ma ad un tratto, sento afferrarmi la maglia. Cerco di divincolarmi, ma riesce a bloccarmi.

<< Caro Marco, hai capito tutto: io non sono che una proiezione della tua testa e di tutti quelli che, come te, vivono una situazione di disagio. Ora sei sereno e mi eliminerai senza accorgertene. Volevo solo presentarmi>>.

Io inizio a sudare, le gambe a tremare come foglie e i miei pensieri mi dicevano che la paura mi avrebbe lasciato morire lì, su quella spiaggia dove stava tornando il sole.  E’ in quel momento, invece, che lui, togliendosi il Borsalino, fa un lungo sospiro ed afferma:  sono il Signor Domani. Ora conosci il mio nome. Cosa dirti di più?  Io sono bravo a mescolare le carte, ma ora gioca bene quelle che hai in mano >>.

Marco fa un lungo respiro, poi conclude:

<< Prima di potergli rispondere qualsiasi cosa, è svanito nel nulla e… qualcosa mi dice che non lo rivedrò più >>.

Il sorriso di Martina, conferma  tutto. Insieme, finalmente, piangono di gioia e liberazione.

 

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:13
 
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Capitolo 9 C di Elena Simonetti

Martina, aspettò senza quasi respirare la reazione di M. a quelle parole troppo forti … forti anche per lei che le aveva pronunciate, quasi senza accorgersene.

“Eliminarli? ma… ti rendi conto Martina …. di cosa stai dicendo?”

“Daccordo… daccordo, è stato un pensiero pazzo fatto solo dalla disperazione del momento, noi siamo brave persone e non dovrebbero neanche sfiorarci questi pensieri… la rabbia di sapere che quei due loschi figuri c’entrano con la morte di mio fratello Franco mi ha fatto pensare di rendergli pan per focaccia… ma non siano noi che possiamo decidere il destino di altri uomini”…Martina, portandosi le mani fra i capelli disse con un filo di voce: “ma dimmi .. ora cosa si fa??”.

M. la guardò con tenerezza, con una luce viva negli occhi che lasciava trasparire il sentimento che stava crescendo nel suo cuore…: “Stai tranquilla, in un modo o nell’altro ne usciremo fuori… per il momento dobbiamo allontanarci da questo posto… ho bisogno di pensare, bisogna fare un piano, e subito”.

Attraversarono il parco, si era ormai fatto tardissimo…. mano nella mano cercarono un posto per dormire nelle vicinanze.. non era consigliabile ritornare nei loro apartamenti, e poi entrambi desideravano stare insieme, vicini per affrontare quel gigantesco problema che li stava annientando.

Entrarono in un Bed & Breakfast  che dava sull’atro lato del parco, erano stanchi…ma il desiderio di abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altra  era più forte… La notte arrivò e li trovò insieme, Si erano amati con passione, si erano voluti con tutti i loro sensi e poi, la stanchezza,  aveva preso il sopravvento e Martina si era addormentata mentre il sonno di M. tardava ad arrivare… “ho dormito tanto senza volerlo veramente trascinato nelle braccia di Morfeo da quel losco figuro del Signor D che adesso non riesco più a farlo…. “

L’alba li trovò abbracciati, M. si scostò con delicatezza da Martina, la guardò con tenerezza, il suo viso era illuminato dalla luce che proveniva dalle tapparelle della camera…la luce non era ancora così intensa, M scostò la tenda e guardò giù…. Un uomo portava già a spasso il suo cane e lasciatolo libero del guinzaglio gli lanciava un bastoncino, ed il cane che somigliava tanto al suo Lapo, lo riportava sempre allo stesso modo, qualsiasi era la direzione che il padrone faceva prendere al bastoncino, il cane lo riportava sempre allo stesso posto…. aspettando felice il nuovo lancio….

Ad un tratto, M.  ebbe un’illuminazione… “Adesso ho capito….. era lì la soluzione… era davanti ai miei occhi e non riuscivo a vederla….. adesso so’ cosa devo fare per mettere definitivamente la parola fine a questa storia”… Si vestì in fretta, senza badare a Martina che si era rigirata da un lato e che come un’adolescente continuava a dormire.

Uscì, chiudendosi nel soprabito, ebbe un brivido, dando la colpa al freddo mattutino di quella giornata di ottobre… ma dentro di sè sapeva che era un brivido di paura, di ansia per ciò che stava per fare.

Ogni volta che si era trovato di fronte al Signor D, vi era stata sempre una nebbia che faceva capire che era caduto in uno stato di dormiveglia, quando si svegliava riusciva a capire che aveva dormito per il semplice fatto che nel sonno aveva visto quasi sempre persone non reali o che non c’erano più….  Voleva capire se quei viaggi onirici venivano effettuati per ipnosi o se veramente veniva trascinato in un atra dimensione.. Arrivò in ufficio e decise di parlare con Poletti… Lui gli doveva delle spiegazioni e, non gli avrebbe fatto del male davanti ai suoi colleghi…

Poletti, era lì nel suo ufficio, era indaffaratissimo e quando vide M. ebbe un senso di fastidio: “allora è ritornato sui suoi passi, ha deciso cosa vuole fare della sua misera vita?? M. ebbe un sussulto, dietro di lui il Signor D. sogghignava, si avvicinarono entrambi toppo vicini. Poletti  lo strattonò facendogli perdere l’equilibrio, M. indietreggiò mettendo un piede in fallo, con una smorfia rovinò giù  lungo le scale mentre la testa gli girava pensò: devo tornare al punto di partenza…. si ritorna sempre al punto di partenza… mentre M perdeva i sensi pensò al  bastoncino che il cane riportava sempre indietro…

M. aprì gli occhi … Poletti appena lo vide riprendersi, tirò un sospiro di sollievo…: M. l’ ho cercata per mare e per monti, dove si era cacciato? Ho grandi notizie…. La persona che Le ho fatto incontrare ieri ha deciso di acconsentire ad un nostro progetto e vuole che se ne occupi lei in prima persona…. il progetto ha a che fare con la telecinesi…. Se lei acconsentirà potrà avere una parte variabile dello stipendio con molti zeri… che dice acconsente?…                M. non capiva … ma Lei ieri ha detto….”Sciocchezze”… disse “tutte sciocchezze oggi è cambiato tutto, su su si riprenda e si metta a lavoro… …. Bravo”…. e scomparve nella sala riunioni….

M. si ritrovò seduto alla sua scrivania…. Girò la testa e da lontano Martina gli stava sorridendo… era stato tutto un sogno?? Come se un grosso macigno si fosse sollevato dal suo stomaco M., ancora incredulo, capì che la sua mente aveva giocato con la fantasia del limbo…. Ho sognato, ho sognato tutto….. Poletti dalla grande sala riunioni, lo spronò nuovamente a mettersi al lavoro, M. sconcertato ma felice  girò sulla sua grande sedia di pelle nera, facendo stridere le rotelle, lanciò in aria i progetti che erano sul tavolo…. Riguardò Martina…. Quella parte del sogno era stata molto reale, aveva ancora il suo sapore sulle labbra…. Mandandole un bacio, disse piano tra sè… “noi cominceremo daccapo qualcosa che ho solo sognato… ma adesso so che ti amo anch’io…”.

M. si mise a lavoro in quella strana giornata d’autunno… consapevole di aver avuto una lezione dal suo stesso subconscio… la vita andava vissuta fino in fondo attento ad ogni dettaglio e vissuta come se si dovesse lasciare da un momento a l’altro…. mai avere dei rimpianti viverla con la consapevolezza di essere di passaggio ma di non trascurare le bellezze che ci circondano…. Distrattamene girò la testa verso la strada, al di là della sua finestra e con la coda dell’occhio notò appena un’ombra di un uomo che girava l’angolo con un cappello alla borsalino, un brivido di sudore freddo gli percorse tutta la schiena…

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:11
 
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Capitolo 9B di Tony Musicco

M. guardò Martina con gli occhi spalancati, impressionato dalle sue ultime parole.
<<Non parli sul serio, vero?>>. Lo sguardo di lei si incattivì.
<<Si, invece>>
<<Ma cosa vorresti fare? Ucciderli, forse?>>
<<M., non capisci? Si tratta di noi o di loro. Non abbiamo scelta!>>
<<Ma sei impazzita? Ti rendi conto delle cose che dici? Io non voglio ammazzare nessuno>>. Lo sguardo deciso di Martina lasciò il posto ad uno dolce e compassionevole. La sua mano destra sulla guancia di M., carezzandola.
<<Mio dolce M. Sei così nobile e giusto, che non faresti del male neanche ai tuoi più mortali nemici. E non voglio che cambi. Io ti amo proprio per questo>>
<<Martina, io…>> M. non poté proseguire, vedendosi le labbra sigillate da quella stessa mano che lo stava deliziando sulla guancia.
<<Shhh. Non voglio che tu cambi. Ed è per questo che sarò io a farlo>>
<<A fare cosa?>>
<<Li eliminerò io>>. M. l’afferrò per le braccia.
<<Martina, per favore, torna in te. Ora stai esagerando. Non puoi macchiarti di una simile azione. Qualunque sia il motivo, non ne vale la pena>>. Lei gli si avvicinò con la faccia, come per gridargli nel cervello le sue ragioni.

<<Si che ne vale la pena! E’ in gioco la nostra felicità. Dobbiamo combattere per essere felici. Basta con questi perbenismi. Hai forse dimenticato che quei due hanno ucciso mio fratello, nonché il tuo più grande amico? E ora ce l’hanno con te, vogliono toglierti l’ultima possibilità di felicità per la tua vita. Non ti fanno rabbia? Non vuoi cancellare i loro visi sghignazzanti dalla faccia della terra?>>. M. si distaccò da lei e fissò lo sguardo per terra. Poi si portò le mani alla testa.

<<E’ tutto così pazzesco. Però…io…voglio…>> si girò di scatto verso Martina. <<Si, voglio farlo. Distruggiamoli>>. I due si abbracciarono. Poi si tirarono indietro per guardarsi l’uno negli occhi dell’altra. <<Ma come faremo?>>
<<Oltre ai soldi, mio fratello mi ha lasciato anche…>> Martina esitò nel terminare la frase.

<<Cosa?>>
<<…una pistola>>
<<Una pistola?>>
<<Si>>
<<Perché mai ti ha lasciato una pistola?>>
<<Non lo so. Forse intuiva che saremmo arrivati a questo punto e ha voluto che io fossi pronta>>
<<Dov’è?>> le chiese M. ,con tono deciso.
<<E’ a casa mia>>
<<Andiamo>>. I due ripreso a correre in direzione di casa di Martina. Mentre avanzavano, M. la guardava come se la vedesse per la prima volta. Da una creatura dolce e innocente come Martina non si sarebbe mai aspettato una decisione del genere. E questo lo faceva riflettere su quanto lei ci tenesse a lui e alla possibilità della costruzione di un futuro insieme.

Raggiunto il palazzo ove era situato l’appartamento, i due salirono velocemente le scale. Una volta davanti alla porta, Martina presa da agitazione, non riusciva a trovare il mazzo di chiavi per aprire.
<<Eppure le avevo messe qui>> si lamentava, mentre con la mano destra frugava nella borsa. D’un tratto tirò fuori la mano con il tanto bramato mazzo di chiavi. Dopo un paio di tentativi falliti, Martina riuscì a inserire la chiave nella serratura.

<<E’ in camera da letto!>> urlò, entrando per prima nell’appartamento. Arrivati alla stanza, lei si diresse verso un cofanetto rettangolare di legno posto sulla toeletta. <<Oddio, non c’è>>

<<Non c’è?>>
<<No>>
<<Ma sei sicura di averla messa lì?>>
<<Sicura>>
<<Forse l’avrai spostata>>
<<Ma no, no. Era qui>>. Martina si lasciò cadere sul letto. Poi si mise le mani sugli occhi lacrimanti. <<Oh no. Come faremo adesso?>>. M. le si sdraiò accanto e l’abbracciò.

<<Non fare così. Cerchiamola. Dev’essere qui da qualche parte>>. M. sentiva il materasso leggermente sollevato nel punto centrale. <<Un momento. E se tu l’avessi messa…>>. Non completò la frase. Fece alzare Martina dal letto e poi sollevò il materasso. La pistola era lì, che giaceva come una persona caduta in un coma.

<<Eccola. Che sbadata. Come ho fatto a dimenticarmi di averla spostata?>>.

<<Andiamo>>.

Presi da grande foga mista ad ansia profonda, i due lasciarono l’appartamento di corsa. M. di tanto in tanto tastava la sua tasca interna per accertarsi che il ferro fosse ancora lì. Ed ogni volta che ne sentiva la forma sotto la stoffa, gli ritornava alla mente la loro missione. “Stiamo per uccidere quei due” pensò. “Stiamo per togliere la vita a qualcuno”.

Una decina di minuti dopo, si ritrovarono di fronte al palazzo dell’ufficio, dal quale erano fuggiti poco prima.

<<Eccoci qua>> esordì Martina.
<<Già>>
<<Entriamo?>>
<<Stiamo davvero per farlo?>>

<<Se vogliamo liberare le nostre vite e il nostro amore, non abbiamo scelta. Basta con le esitazioni. Andiamo>>. Martina tirò per il braccio M. e i due entrarono.

Salirono le scale e si ritrovarono nel corridoio che culminava con la porta dell’ufficio nel quale l’amore di Martina era stato svelato. I due si presero per mano e cominciarono ad avanzare lentamente verso la porta. Gli sguardi fissi su quell’ingresso si alternavano ad incroci tra gli stessi, come per assicurarsi che l’altro fosse ancora lì. I pochi istanti di distanza che li dividevano dalla porta della verità divennero anni. Un lago di sangue, una camicia sporca di sangue, due corpi esanimi distesi sul pavimento in pose anomale, una canna di pistola ancora fumante e due braccia tese con la stessa tra le mani davanti ai suoi occhi: per un attimo, M. aveva cercato di correre oltre quegli istanti freddati, aveva cercato di superare l’attimo del varcamento di quella soglia, arrivando direttamente all’esito unico e possibile che vedeva per quella folle vicenda.

<<M.?>> Martina lo richiamò dal suo viaggio mentale. Al posto della pistola stretta tra le sue mani, gli apparve, come in un visione, la soglia bramata. <<Sei pronto?>>. Lui aumentò la stretta di mano su quella di Martina.

<<Facciamolo>>. M. chiuse gli occhi per qualche istante, mentre la sua mano, al buio della sua momentanea e volontaria cecità, si allungò verso la maniglia. Una volta toccata e girata, M. riaprì gli occhi. Spinse lentamente la porta e allungò il piede destro all’interno della stanza. Ad accoglierli, l’immagine di Poletti, in poltrona, girato verso la finestra, che parlava al telefonino. I due entrarono senza che lui se ne accorgesse. M. diede una veloce occhiata alla stanza, senza trovarvi il Signor D.

<<La situazione ci è sfuggita di mano>> diceva Poletti al suo interlocutore al telefono. <<Dobbiamo ritrovarli assolutamente. Ormai…>>

<<Non ce ne sarà bisogno!>> tuonò Martina, interrompendo la conversazione di Poletti che, al sentire quella sua frase, sussultò e fece ruotare la poltrona. Quando li vide lì, di fronte a lui, fece uno sguardo sbalordito, come incredulo di quella visione. Poi, un sorriso maligno arrivò a sopprimere quella sorpresa scritta sulla sua faccia.

<<Siete qui?>>
<<Si. Siamo qui per chiudere questa storia>>
<<Ah, davvero? E come pensate di chiuderla?>>

<<Con questa!>>. Martina infilò la mano nella giaccia di M, prima ancora che quest’ultimo potesse reagire, e tirò fuori la pistola. Il primo colpo partì, ma mancò il bersaglio, beccando il lato superiore destro della poltrona. Poletti, scosso dallo scoppio del colpo così ravvicinato, si gettò per terra.

<<Martina, calmati!>> le gridò M., guardandola sconvolto.

<<No! Basta parole, basta tutto! Poletti e D. devono morire. Vigliacco, tirati su e accogli il tuo destino da uomo>>. Poletti non diede ascolto alle ultime parole di Martina e si tenne sotto la scrivania. Allora, Martina corse attorno alla scrivania, e raggiunse Poletti, rannicchiato. <<Eccoti qui, codardo che non sei altro>> e gli puntò contro la pistola.

<<Aspetta! Ragioniamo da persone civili>>

<<Civili? Tu mi parli di civiltà? Tu che mi hai portato via mio fratello e che ora volevi anche privarmi  dell’uomo che amo più di ogni altra cosa. Tu non meriti riguardi, meriti soltanto di andare all’altro mondo>>

<<Martina, aspetta…>> intervenne M., sempre più sconvolto. <<Sei davvero sicura di quello che vuoi fare? Lo so che è per il nostro bene. Lo so! Ma levare la vita a qualcuno è sbagliato. Sempre. Anche se la persona che abbiamo di fronte è la più cattiva del mondo>>

<<Amore mio, sei così buono, generoso, puro. Ma tutto ciò non deve offuscarti la mente. Io devo ucciderlo>>

<<Oddio, possibile che non ci sia un’altra soluzione?>>

<<Dagli ascolto, Martina. Possiamo risolvere diversamente la situazione>> suggerì disperato Poletti, in ginocchio davanti a lei.

<<Ah si? E quale sarebbe?>>

<<Che tu molli la pistola…>>. Una voce estranea a quella dei presenti raggiunse Martina, che di scatto si voltò. <<…o l’unico ad andarsene all’altro mondo sarà il tuo amato>>. Il signor D. che teneva fermo M., con una pistola puntata alla sua tempia.

<<Lascialo!>> gridò Martina, continuando a puntare la pistola contro Poletti.
<<Abbassa la pistola e lo lascio>>
<<No. Abbassala prima tu>>
<<Non ti fidi di me? Secondo te, ucciderei mai la migliore vittima del mio progetto? Se lo facessi fuori, il divertimento finirebbe di già>>
<<Abbassala!>>
<<Ma se mi costringi, non avrò altra scelta>>
<<Non l’avrete vinta!>>. Fulmineamente, Martina fece ruotare il braccio verso D. e fece partire un colpo che mancò M. per pochi millimetri. All’improvviso, M. si vide libero dalla morsa del braccio che lo teneva bloccato e si sentì mancare la pressione dalle spalle. Immediatamente, si girò. D. era disteso per terra, con un buco sulla tempia destra che piangeva sangue.

<<Oddio>> esclamò M., con sguardo sconvolto.

<<Maledetta! Dammi questa pistola>>. M. si girò nuovamente e vide Poletti che cercava di disarmare Martina. M. fece per raggiungerli, quando il suono di un nuovo colpo di pistola riempì l’etere della stanza. M. s’arrestò di fronte all’immagine di Poletti che, lentamente, strisciando su Martina, s’accasciava per terra. Lei era paralizzata, con le braccia divaricate, la pistola nella mano destra e la giacca sporca di sangue. Gli occhi sconvolti. Era sul punto di esplodere. M. gli si avvicinò e la strinse prima che potesse scoppiare, levandole la pistola dalla mano. Lui s’aspettava una cascata di lacrime. Invece, gli arrivò un semplice “scappiamo”.

<<Come, scusa?>>
<<Corriamo via di qui. Sicuramente avranno sentito gli spari. Andiamo via>>
<<Si. Ok>> rispose frastornato M.

I due lasciarono velocemente la stanza. M. si guardava attorno disorientato. Si sentiva prigioniero di una strana sensazione. Il corridoio era vuoto. A quanto pare, gli spari non avevano attratto nessuno.

<<Strano>>bisbigliò M. Ad un certo punto, da un angolo sbucarono fuori tre impiegati che correvano.
<<Vi dico che sembravano degli spari…>> diceva uno.
<<Dall’ufficio del direttore?>> chiedeva un altro.
<<Si>>.

Una volta fuori dal palazzo, quella sensazione anomala strinse maggiormente M. Lo sguardo vagava, come in cerca di qualcosa. I due si fermarono in un vicolo cieco. Martina lo bacio. Poi, si staccò da lui e lo guardò negli occhi.

<<Amore mio, siamo liberi. Non ci resta che prendere i soldi che mi ha lasciato Franco e fuggire via per costruirci una nuova vita insieme>>

<<Martina, hai appena ammazzato due persone!>>

<<Amore, basta. Hai ragione, ma era necessario. E ora, per favore, cerchiamo di dimenticarci di questo e andiamo>>. M. non replicò e si fece tirare dalla mano di Martina. Mentre camminavano con passo elevato, M. fissava la nebbia che avvolgeva la città. Quel manto dal colore spento lo inquietava. Quella sensazione sembrava aver preso forma in quella nebbia, che se ne stava sospesa sulla città come intenta a celarla agli occhi del resto del mondo. “secondo te, ucciderei mai la migliore vittima del mio progetto?”. Le parole di D. gli tornarono all’improvviso alla mente. All’improvviso s’arrestò. Lo sguardo vago.

<<Amore? Cosa c’è?>> gli chiese Martina. M. prese a bisbigliare qualcosa di impercettibile. <<Cosa dici? Che c’è?>>
<<Troppo facile>>
<<Troppo facile?>>
<<Tutto troppo facile, semplice>>. A quell’affermazione, lo sguardo di Martina si fece serio.

<<Di cosa stai parlando, M.?>>. M. tirò fuori la pistola dalla sua giacca e se la portò alla testa. <<Amore, cosa fai?>>

<<Tutto troppo semplice>>. Chiuse gli occhi e lasciò partire il colpo.

<<Aaaahh!>>

<<M?>>. Una voce candida accompagnata da un leggero riverbero. <<M?>>. Un frastuono tamponato, come quando si tiene la testa sotto l’acqua. Lievi raggi di luce si fecero spazio nel buio.

<<M, sveglia. Poletti potrebbe vederti>>. Quel nome pronunciato divenne come un pugnale che squarciò il buio e fece arrivare la luce tutta insieme, come in una pioggia di raggi. Gli occhi erano aperti ora. Tutto intorno, l’ufficio. La sua testa appoggiata sulle sue braccia. E lei, accanto a sé: Martina. Ma non la Martina che aveva visto o credeva di aver visto fino a qualche istante prima. La vera Martina. <<Devi essere proprio stanco per essere crollato così>>.
<<Ma cos’è successo?>>

<<Ti stavo raccontando di questo signore che è venuto a cercati e che tu hai detto che potrebbe corrispondere al tuo ‘Signor D.’, quando ad un tratto, ti sei addormentato.>>

<<Ti ho parlato di D.?>>
<<Si>>
<<E non mi sono mosso per nulla di qui?>>
<<No>>. M. cominciò a sorridere. Poi, scoppiò in una folle risata.
<<Lo sapevo. Lo sapevo. Era troppo facile>>
<<Ma cosa?>>
<<D. L’incontro nell’ufficio, la storia della pistola…tutto un sogno, uno dei tanti>>
<<Ma di che stai parlando? Ancora la questione dei sogni di quel tizio?>>

<<Tutto un sogno. Anche il tuo am…>>. S’interruppe e la guardò. Se tutto quello che aveva vissuto sino ad allora era stato un sogno, allora anche la dichiarazione dei sentimenti di Martina era stata frutto della realtà onirica. Allora, le si avvicinò spostandosi con la sua sedia.

<<Ascolta, Marti. Vorrei chiederti…ehm…una cosa>>
<<Si, dimmi>>

<<Ti andrebbe di…venire a cena con me…questa sera?>>. All’improvviso, le guance di lei divennero color fragola. Abbassò lo sguardo, vinta dall’imbarazzo.

<<M, bè…io…non saprei…>>

<<Mi basta un si o un no>>. Allora, i suoi occhi si caricarono di determinazione e tornarono a fissare quelli di M.

<<Si, mi farebbe molto piacere venire a cena con te>>

<<Fantastico>> commentò lui, entusiasta. D’un tratto, si alzò dalla sedia. Prese un bicchiere e andò a versarsi da bere dal boccione vicino alla finestra. Mente sorseggiava, lanciò uno sguardo fuori e subito sputò via l’acqua che aveva ancora in bocca. Il signor D. era fermo sul marciapiede di fronte. M. gli lanciò uno sguardo furioso, D. invece lo guardò con sguardo di sconfitta. Fece su e giù con la testa, come in segno di accettazione per quello che M. aveva fatto. Poi, si mise il cappello e prese a camminare. M. lo seguì con gli occhi, ma dopo qualche passo sparì nel nulla. M. aveva capito come batterlo. Aveva capito che l’unico modo per non essere più la migliore vittima era vivere al meglio la sua vita, rendere la sua realtà all’altezza dei suoi sogni.

I suoi occhi incontrarono quelli di Martina, che lo guardava ancora accesa in volto dal suo invito. Il suo amore per lui lo si evinceva da quegli occhi innocenti. Ma stavolta, l’avrebbe scoperto e assaporato davvero, nella realtà. Lei era il raggio di sole che, finalmente, avrebbe portato il giorno nella sua vita e che lo avrebbe svegliato dal suo lungo sonno, e lo avrebbe reso pronto per vivere.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:07
 
Commenti (11) | 29.04.2013

Capitolo 9 A di Giulia Madonna

Ma voi riuscite a immaginare M. che assieme a Martina prima bracca, e poi uccide Poletti e D? Lo stesso M. che tutti conoscete, insicuro e tremebondo, rimasto impigliato, sin qui, tra le reti dell’inganno lanciate ripetutamente da D! No! Questo non può e non deve essere il finale di questa strana storia! In fondo il macchinoso gioco di D altro non è che un avvertimento per M., lo sprone a crescere e ad uscire dalla sua condizione di vinto e arreso alla vita. M. non può e non deve diventare come D, farebbe solo il suo gioco. Ma per fortuna la notte porta consiglio e dalle tenebre nasce la luce per ogni cosa, anche la più incomprensibile.

Difatti la notte passò e in quelle lunghe ore di sonno e silenzio M. e Martina riuscirono a prendere pace dall’incubo in cui erano caduti, loro malgrado. Addormentati l’uno nelle braccia dell’altra trovarono conforto ai loro tristi pensieri e presero importanti decisioni sul da farsi all’indomani. Quando i caldi raggi del sole entrarono nella stanza, dove i due innamorati erano ancora in balia di Morfeo, si diressero sugli occhi di M., che si ridestò a contatto di quella luce calda. Nell’aprire gli occhi M. vide accanto a sé Martina distesa e indifesa, ancora abbandonata ai suoi sogni. Aveva sulle labbra un accenno di sorriso che rendeva il suo viso dolce più che mai. M. immaginò che i suoi sogni fossero sereni e ciò gli regalò pace, poi provò un tuffo al cuore al ricordo delle ultime parole di lei: “ Allora non ci resta molto da fare se non eliminarli prima noi!” Quelle terribili parole cominciarono a risuonargli dentro in un rimbombo che lo scuoteva con forza.

M. era angustiato, più ci pensava e più quella soluzione gli appariva assurda. Aderire all’orrido piano di Martina avrebbe significato la definitiva caduta di entrambi nel gioco al massacro di D, che li avrebbe fatti divenire assassini senza scrupoli, proprio come quelli che avevano fatto fuori Franco. No, quella non poteva essere la giusta soluzione, ne era convinto. Martina cominciò a muoversi al suo fianco, proprio come accade alle principesse delle favole dopo il bacio del principe. Allora M. non potette resistere,  la baciò con dolcezza, perché voleva che fosse l’amore a destarla. Martina ricambiò il bacio con estrema passione. Era il loro primo giorno insieme: il giorno più bello delle loro vite. “Sai, ci ho pensato e ripensato. Non possiamo cadere nel loro gioco, diventando come loro o peggio!”

“Hai ragione! Ma te lo immagini noi due che uccidiamo D e Poletti? Non sapremmo nemmeno da dove cominciare!” “Mentre dormivi ho avuto un’idea. Proviamo a far finta che nulla sia accaduto! Alziamoci, facciamo colazione, vestiamoci e andiamo al lavoro, come se niente fosse. Io credo che il gioco di D sia soprattutto un inganno della mante costruito sui rimorsi, i rimpianti e tutto ciò che ci siamo lasciati, di irrisolto, alle nostre spalle. Forse, tutto ciò che è accaduto è semplicemente un avvertimento, un monito a cambiare e a vivere intensamente la nostra vita.”

Hai ragione, possiamo provarci, ma dobbiamo crederci davvero e cambiare le nostre vite.” “Io, dopo aver trovato te mi sento diverso, migliore. Sento di essere più forte e credo di nuovo nel domani se specchio i miei occhi nei tuoi. Non credevo fosse di nuovo possibile, ma l’amore fa miracoli!” Così, decisi e felici s’incamminarono nella loro nuova vita, mano nella mano, per non perdere il contatto e tenere acceso quell’amore che stava regalando nuovamente senso alle loro giovani esistenze.

Arrivati in ufficio si sentirono tutti gli occhi addosso perché chiunque li guardasse poteva intuire che tra loro era accaduto qualcosa, superato il primo imbarazzo tutto sembrò al suo solito posto, senza l’ombra di alcun problema.

La signora Gianna era come al suo solito alle prese con le sue insicurezze da computer, rossa paonazza e con le mani tremanti. Spillo, così soprannominato per la sua estrema magrezza, ciondolava inerme sulla sua sedia preso dalle mille scartoffie da svolgere, come sempre in eterno ritardo. Cristina era al cellulare, parlava sottovoce, preoccupata per la solita febbre del suo piccolo Luca, che non le dà mai tregua, soprattutto al lavoro. Insomma tutti, ma proprio tutti, erano intenti a svolgere le loro mansioni giornaliere e nulla appariva strano o fuori dalla norma. Così, sia M. che Martina si misero al lavoro, ognuno alla propria postazione, cercando di svolgere al meglio le loro mansioni. Era una giornata come tante in cui le ore trascorrono veloci tra fax, pratiche, relazioni e tutto ciò che di solito si svolge in un ufficio, come da copione. Poi arrivò anche Poletti, puntuale, verso le dieci, lasciando lungo i corridoi la sua scia di profumo, l’inconfondibile 1 Milion di Paco Rabanne, un’ottima fragranza ma oramai detestata da tutti perché portata dal terribile capo.

Quella mattina, però,  Poletti lasciò dietro di sé un altro odore. Tutti si voltarono al suo passaggio. Fu strano, anzi, più strano fu accorgersi del suo sorriso a trentadue denti rivolto a tutti, senza distinzione. La sua camminata era stranamente compassata, lenta, lo sguardo sereno, un po’ tra le nuvole. Sembrava quasi che quello non fosse più Poletti, o almeno il terribile Poletti che tutti conoscevano tristemente bene. La mattinata proseguì tranquilla, senza nessuno strano richiamo del capo o alcuna piazzata improvvisa, come aveva abituato oramai da tempo tutti, nessuno escluso. Neppure la terrificante figura di D apparve, né i suoi strani giochetti o quell’alone grigio, nulla di ciò a cui M. aveva dovuto abituarsi, suo malgrado.

Tutto filò liscio, senza scossoni, né improvvisi colpi di scena. Arrivò la pausa pranzo a portare ristoro ai forti brontolii dello stomaco e un po’ di sana tranquillità per rimettere ordine alle idee. In mensa tutto si svolse come sempre, tra vassoi carichi di bicchieri, piatti e posate un po’ traballanti, chiacchiere e qualche risa. In fondo alla sala M. e Martina mangiavano, occhi negli occhi, senza parlare, sorridendosi felici. Quella, sì, che era una gran novità. Tutti sapevano dell’amore segreto che Martina provava da sempre per M., solo lui sembrava  non essersene mai accorto. Ora, vedendoli, vicini e felici, tutti potevano tirare un sospiro di sollievo, e pensare che, forse, l’amore, almeno per alcuni, esiste davvero e non è soltanto un sogno incredibile, letto dentro qualche romanzo.

Persino quando arrivò Poletti in compagnia degli altri dirigenti, la cosa sembrò quasi normale. Arrivarono e si sedettero come se niente fosse, tra gli altri, senza i loro soliti sorrisetti sdegnosi. Finita la pausa, ognuno tornò al proprio lavoro e nulla, proprio nulla di strano o terribile accadde fino all’ora di chiusura. Sembrava davvero l’inizio di una nuova vita. All’uscita, lungo la strada, M. e Martina si diressero verso casa, i loro occhi ridevano di una tale felicità che stava riempiendo i loro cuori a dismisura. Non una parola, né un accenno a D e al suo orribile gioco. La notte, sebbene fredda, era stellata e lasciava presagire bel tempo per l’indomani.

M. e Martina proseguirono dritti verso casa, senza fermarsi a pensare, né chiedersi come o perché. Il domani era già davanti a loro, carico di promesse e felicità.

Non c’era inganno né perplessità nei loro passi: era la vita, la loro vita, ed era finalmente bella, come avevano sempre sognato.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 13:11
 
Commenti (24) | 29.04.2013
scrittura_collettiva

VIII capitolo di #scritturacollettiva: the winner is…

Buon giorno a tutti,
come già lanciato su twitter, Luca Regis è il vincitore dell’ottavo capitolo di #scrittura collettiva, scelto dalla giuria all’unanimità. Complimenti a Luca che ha partecipato insieme a noi alla stesura del libro e che è sempre riuscito a proporre ottimi risvolti per ogni capitolo passato. Ora siamo al gran finale, manca un capitolo, il capitolo di chiusura e qui abbiamo bisogno di tutti voi perchè il finale è sempre il più atteso! chi di voi saprà stupirci più di quanto non abbia già fatto in questi mesi passati insieme?

Carla Parolisi - 59 like (1 voto E. Simonetti)
Elena Simonetti - 4 like (2 voti L.Barbangelo / L.Regis)
Luca Regis- 7 like ( 1 voto C. Parolisi)
Laura Barbangelo – 3 like (0 voti))

Avete tempo da oggi fino al 22 aprile per scrivere il nono e ultimo capitolo di #scritturacollettiva

Vi aspettiamo!

 

Pubblicato il venerdì 22 marzo 2013 - 17:13
 
Commenti (3) | 22.03.2013
scrittura_collettiva

Via alla votazione dell’ottavo capitolo di #scritturacollettiva

Manca veramente poco alla fine della nostra avventura! Siete pronti a votare l’ottavo capitolo in gara? Di seguito i capitoli che hanno partecipato questo mese. Come sapete, il meccanismo di votazione prevederà tre componenti: voti interni (quelli dei concorrenti), voti esterni (quelli provenienti da fb) e la giuria di 24letture.
Come sempre, per votare dovete mettere un like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 14 marzo 2013.

  1. Capitolo 8 A di Carla Parolisi
  2. Capitolo 8 B di Elena Simonetti
  3. Capitolo 8 C di Luca Regis
  4. Capitolo 8 D di Laura Barbangelo

Invitiamo i partecipanti alla stesura dell’ottavo capitolo, a votare uno dei capitoli in gara dei colleghi, utilizzando il form che trovate qui sotto. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà alla scelta del capitolo vincitore insieme ai like di Facebook e al voto della giuria di 24letture.

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Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:22
 
Commenti (11) | 7.03.2013

Capitolo 8 D di Laura Barbangelo

Quando furono in strada, la tensione che li aveva colti poco prima si era pian piano allentata, ma negli istanti che seguirono accadde qualcosa di veramente inspiegabile: Martina con gli occhi sbarrati con un misto di commozione e stupore disse a Marco di vedere davanti a sé l’immagine dell’adorato fratello, nell’atto di protendersi verso di lei per accoglierla nel suo rassicurante abbraccio. Quanto tempo era trascorso dall’ultima volta che lo aveva visto con il suo immancabile buonumore e adesso era lì, era tornato per lei! “Franco, fratello caro! Finalmente sei qui e posso riabbracciarti dopo tanto tempo!” fece Martina con una luce raggiante negli occhi, muovendo piccoli esitanti passi, quasi ipnotizzata da quella visione. Marco non era del tutto convinto. Anche a lui era apparso Franco che aveva cercato di metterlo in guardia dalle pericolose intenzioni di quell’essere misterioso. Eppure c’era qualcosa di veramente strano nell’atteggiamento di Martina e nel suo sguardo, che appariva assente, sotto l’effetto ipnotico di un non so che di prodigioso, impossibile a spiegarsi a parole. La chiamò più volte, ma Martina sembrava non accorgersi più di lui, invocando con tono delirante il suo caro fratello. Marco capì subito che la ragazza era succube di un inganno ordito da D. e, senza esitazione, la raggiunse, afferrandola per un braccio e facendola voltare verso di sé. “Martina svegliati! Quello non è Franco! E’ l’ennesimo tranello di quell’essere diabolico. Svegliati ti prego!” Marco era trepidante d’ansia, al solo pensiero che D. avesse potuto coinvolgere anche la sua dolce amica in questo assurdo gioco di sogni scambiati per realtà. “Martina…” le parole gli morirono in gola, nell’istante stesso in cui la ragazza, tentando di ridestarsi e tornare in sé, si abbandonò tra la sue braccia, che la sostennero saldamente, come ad impedirle di finire nel precipizio di una nuova illusione. Il tempo…quello che avevano stupidamente pensato di barattare con D. in cambio di sogni sembrava essersi fermato, tenendo le loro vite sospese a galleggiare nell’aria come un battito d’ali, che si perdeva nell’infinito azzurro del cielo, al di là dell’orizzonte dei loro sentimenti.

Marco guardò rapito la delicata rosea bocca di Martina, esplorandone i contorni perfetti e ben disegnati. Con il pollice le accarezzò piano, dolcemente, il labbro inferiore e a quella sensazione così intensa, che si trasmise al suo corpo fino alle porte del cuore, pensò quanto avrebbe voluto posare un leggero, lungo bacio su quel labbro di rosea seta e di candida sensualità. Soltanto adesso capiva tutto. Soltanto adesso vedeva lei, solo lei, sotto la nuova luce delle emozioni. Come un principe che con un bacio risveglia la bella addormentata dall’incantesimo, Marco avvicinò teneramente il proprio viso a quello di lei, respirando il profumo dei suoi morbidi capelli, ma il dolce sapore di quel momento svanì presto. Non appena ebbe dischiuso le sue labbra per incontrare quelle di Martina, improvvisamente si aprì un bagliore sopra di loro, inghiottendo nel suo manto di luce la ragazza. Di Martina non c’era più traccia. Ebbe appena il tempo di riprendersi dalla scioccante sparizione di Martina, che di nuovo il cono di luce tornò e lo investì prepotentemente, trascinandolo via con forza inaudita in un abisso senza tempo. Marco sentì il flebile suono della voce di Martina che gli chiedeva aiuto e lottò con tutte le sue forze, prima di farsi scivolare nell’abbraccio di quel vortice infinito. Sentì il suo corpo galleggiare nell’aria, come tenuto in sospeso da tanti invisibili fili e, con il nome di Martina sulle labbra, vide nuovamente sfilare nella mente le immagini sbiadite dei suoi momenti spensierati insieme a Franco e dei tanti trascorsi nella casa al mare di sua nonna Tilde durante le vacanze estive. Poi tutto improvvisamente tacque intorno a lui. Il silenzio era padrone di ogni attimo o sensazione, anche la più insignificante. Persino lo stesso battito del suo cuore sembrava quasi timoroso di turbare quel muro di silenzio. Forse era davvero la fine, forse D. era riuscito nel suo intento e i suoi ultimi anni di vita si erano sbriciolati. Forse non restava altro che abbandonarsi al silenzio e a quella sensazione di vuoto intorno, dove i rumori ora tacevano e non si sentiva più alcun dolore. Ma non era ancora finita. Quando Marco tornò in sé, si accorse di non essere più sospeso in aria: era disteso a terra e con i muscoli che gli dolevano cercò lentamente di mettersi seduto per poi tentare di rialzarsi.  “Ma… dove mi trovo?” si chiese incredulo, non riconoscendo il luogo in cui si trovava. A fatica riusciva ad aprire gli occhi, segnati da un’infinita stanchezza che chissà da quale angolo remoto della sua esistenza proveniva. Quando li ebbe riaperti, indicibile fu lo stupore provato di fronte a ciò che si offriva alla sua vista: era all’aperto, in un prato ammantato di un sottile strato di neve, attorno a lui una leggera nebbia era un velo trasparente posato sugli alberi e su una siepe di fiori d’ortensia, al di là della quale poteva solo immaginare di vedere cosa fosse celato, visto che per la sua altezza impediva agli occhi di spingere oltre la loro curiosità.

Soffiava un vento gelido e Marco fu scosso dai brividi, che non sapeva se dovuti a quel rigido clima o alla paura che come un freddo metallo teneva prigioniero il suo cuore. “Un altro trucchetto di quell’essere infame, accidenti!” ringhiò Marco con una rabbia indomita, che ebbe quasi il potere di attenuare quella sensazione di freddo intensa, divenuta insopportabile. Nel frattempo si era mosso e procedeva lentamente, attraversando con cautela il prato incanutito e guardandosi di tanto in tanto intorno, pensando di scorgere qualcuno. O lui. Doveva essere il freddo che mordeva il corpo come l’animo, oppure la stanchezza degli anni persi con il sogno, che Marco sentì nuovamente gli occhi appesantirsi e non potè fare in tempo a maledire D., artefice di quel perenne inganno: pur con gli occhi chiusi, sentiva le sue gambe continuare il loro cammino lento, costante, regolare sotto il controllo di un’altra mente, che non era la sua. Il fragore di un tuono gli esplose in petto e Marco aprì di scatto gli occhi: ora era fermo e si trovava in una stanza vuota, avvolta da un sipario d’ombra nella quella riuscì ad intravedere un uscio davanti a sé. Forse il ponte tra ciò che stava sognando e la vita vera che non stava più vivendo? “Puoi varcare quella porta se vuoi” riconobbe la voce alle sue spalle. Era quella del Signor D., come sempre pacata e misurata da risultare alle sue orecchie fastidiosamente irritante “Sappi che la tua decisione avrà necessariamente delle conseguenze sulla vita di alcune persone a te più care. Se scegli di oltrepassare la porta che hai di fronte, abbandonerai per sempre questo progetto e sarai libero di riprenderti la tua insignificante vita di sempre. Ma a qualcun altro toccherà una sorte peggiore e sai benissimo a chi mi riferisco: proprio alla tua  amica  Martina. Rimarrà per sempre intrappolata qui, in questa non-dimensione, a vagare tra stanze, corridoi e a oltrepassare infinite porte. A meno che tu non decida di rimanere e di continuare a regalarmi il tuo tempo”. Marco aveva di fronte a sé la decisione più difficile della sua vita: non si trattava solo di decidere se salvare se stesso o Martina, che chissà in quale angolo del sogno era nascosta, su questo non aveva alcun dubbio, ma di escogitare qualcosa  e in fretta per ritrovare la ragazza e per interrompere definitivamente quella spirale di incubo e paura in cui troppe persone erano misteriosamente finite.

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:13
 
Lascia un commento | 7.03.2013

Capitolo 8 C di Luca Regis

M. e Martina lasciarono l’ufficio mano nella mano. Si diressero a rotta di collo giù per le scale ed uscirono in strada di gran carriera, incuranti degli sguardi dei colleghi e degli altri presenti nell’edificio che li stavano già giudicando come due ladri in fuga.

La nebbia si stava nuovamente addensando, preparandosi ad avvolgere la città per la sera. La fioca luce naturale del sole stava scemando rapidamente, per lasciare il posto alle tenebre.

I due ragazzi corsero a perdifiato per qualche isolato, prima di fermarsi a rifiatare e soprattutto a ragionare.

E adesso che facciamo? Dove andiamo? Erano le domande che perversavano nella testa di entrambi, ma nessuno dei due osava pronunciarle. Si limitarono a guardarsi fissi negli occhi, ansimando per la corsa e per la paura, ma provando una strana energia, una sorta di forza l’uno nello sguardo dell’altra.

Fu M. a rompere per primo quel silenzio: “Adesso so cos’è successo a Franco…” Disse, ma Martina gli appoggiò delicatamente un dito sulle labbra, ad impedirgli di continuare quella frase.

“Lo so, lo so.” Gli disse con sguardo compassionevole. “Ho sentito tutto quello che vi siete detti in quella stanza.”

Tutto? Pensò M., richiamando alla memoria il maggiori numero di dettagli possibili di quella conversazione. “Ma allora…” incominciò a dire, ma come al solito non dovette finire la frase per lasciar intendere al suo interlocutore a cosa stava per riferirsi.

Martina sorrise timidamente, arrossendo. “Si M., è proprio vero, sono innamorata di te, e ora che lo sai…” Abbassò lo sguardo, senza proseguire la frase.

M. la afferrò con decisione alle spalle e la tirò verso di sé. Poi l’abbracciò forte. Sentì la testa di Martina appoggiarsi alla sua spalla, mentre ricambiava l’abbraccio. Restarono immobili per qualche secondo, stretti l’una nelle braccia dell’altro, e in quei pochi attimi entrambi sentirono addosso una forte energia, carica di passione, carica di amore, che diede loro speranza.

Martina si staccò leggermente dal corpo di M. e lo guardò fisso negli occhi; quegli occhi scuri e profondi, tristi e smarriti.

M. le fece lentamente scivolare le mani dalla schiena alle spalle, poi al collo e poi delicatamente si chinò per baciarla sulla bocca. Martina ricambiò quel bacio, che desiderava da parecchi anni.

Tutto attorno a loro tornò ad essere immobile. Le ultime foglie ingiallite, ancora attaccate agli alberi del viale in cui si trovavano, che lentamente si staccavano per raggiungere la terra e morire, si fermarono a mezz’aria, ad ammirare quel bacio di passione e compassione scambiato da due nuovi amanti, consapevoli che i loro sentimenti, per troppo tempo rimasti celati, erano finalmente usciti allo scoperto. Nessun rumore disturbava quel loro attimo di intimità; la città e il suo caos erano lontani, seppur tutto intorno a loro.

Passarono i minuti, o forse le ore, prima che le loro bocche si staccassero e i loro sguardi tornassero ad incrociarsi. Dapprima entrambi provarono un poco di imbarazzo, ma lo spazzarono subito via regalandosi vicendevolmente un dolce sorriso, che racchiudeva in sé tutto quando avrebbero voluto dirsi ma non sarebbero riusciti a fare.

Le foglie ripresero la loro inesorabile caduta verso il cupo e triste asfalto. I clacson e il rumore dei motori delle auto che affollavano tutte le strade in quell’ora di punta a fine giornata, tornarono a farsi udire dalle loro orecchie. E la domanda iniziale che entrambi avevano in mente, si materializzò sotto forma di frase pronunciata per mezzo della bocca di M.: “E adesso che facciamo?”

Martina non lasciò in sospeso quella domanda, e la risposta le uscì di getto quasi se la fosse già precedentemente preparata. “Partiamo! Andiamocene da qui, da questa città, da questa gente!”

L’Amore…quell’Amore che guida i popoli, che fa cessare le guerre, che spinge milioni di persone a prendersi cura di altri meno fortunati. Quell’Amore che è in grado di farti prendere decisioni su due piedi, senza rifletterci su troppo, perché sai che se è l’Amore che ti guida allora la decisione non può che essere quella corretta.

L’Amor che move il sole e l’altre stelle, lo definì il Sommo Poeta.

Ma la mente razionale di M. non riesce a tralasciare le piccole inezie della vita quotidiana, e di fronte alla grande avventura che gli si sta presentando, frappone i piccoli dettagli materiali. “Non posso partire con te Martina, mi dispiace…” M. abbassò lo sguardo a terra, a fissare lo stesso punto che aveva già incontrato lo sguardo di Martina poco prima, quando gli aveva confessato il suo Amore. “Purtroppo non ho un soldo e non ho neppure niente da vendermi per racimolare un poco di denaro. In questo momento non ho nemmeno i soldi per pagarmi un caffè al bar, figurati pensare di partire.”

Lo sguardo sconsolato di M. lasciò il grigio marciapiede e ritornò sul viso di Martina, ma contrariamente a quanto si aspettava la vide sorridere. “Non devi preoccuparti per questo. I soldi ce li ho io e…”

M. non la lasciò nemmeno terminare la frase, cercando di dirle che non avrebbe potuto accettare che lei, che come lui viveva del solo stipendio da impiegata precaria, si sobbarcasse una simile spesa, ma Martina proseguì decisa. “Io ho un piccolo patrimonio da parte M.. Non sarà sufficiente per vivere di rendita fino alla vecchiaia, ma ci può permettere di andarcene da qui agevolmente e ricominciare una nuova vita da qualche altra parte.” Prima che M. potesse obiettare nuovamente, Martina aggiunse. “Questi soldi sono un regalo di Franco, chiamiamolo così. Qualche mese prima di morire, stipulò un’assicurazione sulla vita, rendendomi unica beneficiaria del premio. Io all’ora non capivo perché volesse fare una cosa del genere, e perché avesse così tanta fretta di sottoscrivere quella polizza. Soprattutto perché lo trovai abbastanza prematuro data la sua giovane età e la sua salute di ferro, ma ora mi è tutto chiaro. Fatto sta che poco dopo la sua morte ricevetti quei soldi, ma non li ho mai toccati, anche perché mi rifiutavo di farlo per via dell’affetto che mi legava a mio fratello. Ma ora è giunto il momento di riscuotere: sono certa che è quello che anche Franco vorrebbe.”

A quelle parole e a quella risolutezza M. non seppe replicare, se non con un secondo problema. “D’accordo allora, partiamo pure: ma dove andiamo? Anche se scappassimo fino in Nuova Zelanda, presto o tardi il Sig. D. o Poletti o qualcun altro dei suoi accoliti ci troveranno per perseguire il loro perverso piano, e allora saremo nuovamente da punto a capo. Non c’è via di scampo in questa dimensione, in questo mondo che noi conosciamo e che loro conoscono meglio di noi.”

Un sorriso sardonico si dipinse sulle rosse labbra carnose di Martina, e strizzandogli l’occhio rispose a M.. “Allora non ci resta molto da fare se non eliminarli prima noi.”

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:12
 
Lascia un commento | 7.03.2013

Capitolo 8 B di Elena Simonetti

Appena usciti del grande edificio della sua sede lavorativa, il sole volgeva  al tramonto e una leggera brezza muoveva le foglie degli alberi,  M. si fermò e con un gesto liberatorio … respirò a pieni polmoni, quasi come se volesse assaporare aria pulita, cercando di scrollarsi di dosso  e dall’anima quella pesante respirata all’interno dell’ufficio di Poletti. Martina, che cercava di fermare con le mani i capelli che le venivano mossi dalla brezza, senza riuscirvi,…. con lo sguardo stravolto lo guardava: “Cosa si fa? Hai un’idea almeno di come uscire da questa situazione?” M. la guardò con tenerezza, con una luce diversa negli occhi e con un sentimento diverso nel cuore…: “Stai tranquilla, in un modo o nell’altro ne usciremo fuori… per il momento dobbiamo allontanarci, ho la netta impressione che quei viaggi onirici che il Signor D mi fa fare sono possibili perché lui è sempre nelle mie vicinanze…. Dobbiamo andare fuori città…. Vorrei portarti, se sei d’accordo, nella casa di campagna di mia nonna Tilde, ormai da quando lei non c’è più è chiusa e non ci ritorno molto volentieri perché mi provoca un vortice di ricordi e sensazioni molto tristi e allora… ma se ci vado con te è diverso… vuoi???” Martina annuì e si diressero verso la metro. Viaggiarono in silenzio, seduti l’uno vicina all’altro, entrambi immersi nei loro pensieri che riguardavano però lo stesso argomento.. cercare di districarsi in questa avventura che ormai stava prendendo una piega tale da rendere quasi impossibile una via di uscita…. Di fronte a loro due fidanzatini si stavano baciando… Martina li guardò con una punta di invidia, “Perché non capisci M…. – pensò-  perché non mi baci, cosa stai aspettando… ho bisogno di te adesso, come tu hai bisogno di me…” M. quasi come se stesse ascoltando le parole che Martina stava rimuginando nella sua mente, le prese le mani tra le sue, erano fredde ma riuscì a percepire il fremito che percorreva tutto il corpo di Martina, stava tremando, il contatto con il calore delle sue mani l’aveva fatta arrossire, “è vero – pensò M.-  aveva ragione quella canaglia di Poletti, Martina è innamorata di me…”, a quel punto, senza esitare più solo un secondo la baciò. Martina ricambiò con passione quel bacio. Si guardarono, e senza dire nulla la ragazza  si accoccolò nelle sue braccia e M. le accarezzò i capelli come si accarezza un cucciolo da proteggere. La Metro li portò alla Stazione di Milano Centrale, qui M. fece i biglietti per Rovato e arrivati a destinazione presero un autobus per il lago d’Iseo. La casa della nonna era appunto sul lago. Martina non credeva ai suoi occhi… Un casale con un immenso giardino era di fronte a lei…. Era proprio sul  lago… Una fitta nebbiolina avvolgeva tutto intorno le cose, creando un’atmosfera surreale… “e’ bellissimo qui” lei disse.

La mente di M. rapida andò ai giorni lontani, di quando ragazzino aveva giocato li dai nonni,  tornò repentinamente ai giorni più vicini e appena trascorsi e tutto gli sembrò così diverso, così innaturale. Non aveva più pensato a quei luoghi da quando anche nonna Tilde se n’era andata….

Prese dal portafogli la piccola chiave dorata, e avvicinandosi alla porta di legno l’aprì, accese la luce, era tutto rimasto così da quel giorno. Martina si diede subito da fare e andata sul retro prese della legna e incominciò ad attizzare il fuoco nel camino… “ è ottobre e sul lago fa più freddo che in città…. riscalderemo subito l’ambiente…. Intanto tu vedi se ci sono delle scatolette, ci prepariamo qualcosa da mangiare….” M. automaticamente aprì la dispensa, c’erano ancora molte provviste… “Nonna Tilde è sempre stata previdente”- pensò…. “Non si sa mai – diceva – se capiti qui all’improvviso, c’è sempre modo di farti fare uno spuntino…” .

Si sedettero sulle panche di legno, Martina aveva preparato la tavola accendendo anche delle candele, dietro le fiammelle danzanti M. guardava Martina con gli occhi lucidi: “Tu mi conosci da tempo ormai, sai che sono un misantropo, un solitario, odio le folla, le chiacchiere… Adesso con questa storia inverosimile di Poletti e “company” sono l’ultimo uomo al mondo che dovresti vedere … quindi capirò se vuoi tirarti indietro, …quel bacio l’ho voluto e desiderato… ma se..” Stai zitto” Martina con la mano gli tappò la bocca delicatamente e abbassandosi su di lui lo baciò nuovamente…. “Io lo volevo da tantissimo tempo quel bacio, sarò al tuo fianco, l’ho promesso a Franco nel mio sogno ricordi? Non mi sono mai tirata indietro nelle difficoltà e tu sai che entrambi ne abbiamo attraversate,,,, adesso dobbiamo fare un piano, e subito”.

La notte arrivò e li trovò insieme, nel letto con le lenzuola di pizzo della nonna… Si erano amati con passione, si erano voluti con tutti i loro sensi e poi, la stanchezza,  aveva preso il sopravvento e Martina si era addormentata mentre il sonno ad M. tardava ad arrivare… “ho dormito tanto senza volerlo veramente trascinato nelle braccia di Morfeo da quel losco figuro del Signor D che adesso non riesco più a farlo…. Ad un tratto la sua attenzione fu attirata da dei rumori appena sotto la finestra…. Qualcuno si stava aggirando attorno al casale…. M. prese l’attizzatoio del camino e si avvicinò alla porta…. Aprì il chiavistello e spalancò la porta…. Un forza improvvisa lo fece cadere all’indietro… e subito si sentì il viso umido, un cane era sopra di lui e lo stava leccando… “Lapooooooooo”… Era Lapo, il suo cane, il golden retriever che era scappato da Milano….”Non ci posso credere, sei vivo, sei qui, sei tornato… Oh Lapo, come mi sei mancato”…… Martina si era svegliata ed era corsa in cucina a vedere quella scena commovente… Lapo era smagrito, ma non aveva perso la sua verve …. Aveva fatto chilometri, si era ricordato di quando, nei fine settimana, M. lo portava al lago a trovare la nonna….Martina gli diede subito una tazza d’acqua fresca ed  quel po’ di cena avanzata…. Lo spazzolarono, lo ripulirono alla meglio e ritornarono a letto, ai loro piedi Lapo,  era sprofondato in un sonno ristoratore, felice finalmente di aver ritrovato il suo padrone.

Era l’alba M. si svegliò con la brutta sensazione che qualcuno lo stesse osservando, “Ah sei tu birbante…. Andiamo fuori usciamo…..Lasciamo dormire ancora un po’ Martina… Appena aprì l’uscio M. si ritrovò d’avanti una scena  straordinaria… l’alba sul lago d’Iseo….  Stormi di  uccelli cantavano festosi sugli alberi salutando il sole che saliva piano, sugli steli di canna più alti la cannaiola lanciava il suo inconfondibile canto, e sullo specchio d’acqua antistante al Casale un germano reale e uno svasso maggiore, portavano a spasso la loro prole, indisturbati data l’ora…. M. lanciò un bastoncino a Lapo che contento glielo riportava pronto a rifarlo ancora, M. era felice.. per un momento aveva dimenticato tutto… poi come una scintilla ci accese in lui il brivido del ricordo, il brivido di quel fattaccio che aveva sconvolto la sua vita…. “Devo uscire subito da questa situazione…” Ad un tratto, guardando Lapo riportare il bastoncino, M.  ebbe un’illuminazione… “Adesso so’ cosa devo fare per mettere definitivamente la parola fine a questa storia”…

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:11
 
Lascia un commento | 7.03.2013

Capitolo 8 A di Carla Parolisi

Poletti e il Signor D., scuri in volto e con in bocca un fallimento dal sapore amaro, guardarono da una  finestra del piano superiore, i due giovani allontanarsi mano nella mano.

Marco non sapeva affatto dove andare né come proteggere Martina, ma seguì l’istinto.

Camminarono a lungo in silenzio, fino a ritrovarsi in stazione; seduti  su una panchina si confondevano tra viaggiatori e valigie meno pesanti dei macigni che avevano nel cuore:

<<Quando si ha paura, l’ istinto ci spinge a scappare, in qualsiasi modo, reale o figurato, ma tutto si complica se sono le paure ad inseguirti, nel senso che le vedi, si materializzano, ti parlano, ti chiedono di raggiungerle in una stanza. Dove scappi in questi casi? Verranno con te sempre e non sarai mai libero.

Sì, perché le paure ci tengono in possesso, siamo di loro proprietà; siamo burattini mossi con fili sottili, che potrebbero anche spezzarsi e lasciarti lì, steso su un palchetto, neanche in un grande teatro, ma in quei teatrini per bambini, che mi hanno sempre messo tristezza da grande, dove se cadi steso, lo sapranno quei pochi che stavano a guardarti e nessuno più…>>, diceva Marco, che sentiva il bisogno di far vomitare pensieri alla sua testa; Martina, invece, non rompeva la bolla di silenzio in cui si era chiusa, ma il suo punto fermo era che non voleva perdere anche lui.

Marco decise di allontanarsi per bere un caffè, ne prese uno anche per Martina, ma quando arrivò alla panchina, la trovò vuota, solo un biglietto, scritto con una mano tremante e frettolosa:

<<Perdonami se scappo, ma ho una paura che copre come un’ombra gigante la mia vita, non voglio esserci, non ce la faccio…>>.

Marco lanciò il caffè per aria, stizzito e disperato allo stesso tempo, provò a cercarla in ogni angolo della stazione. Gli occhi si fecero lucidi. Si portò le mani alla testa e restò qualche secondo a fissare i binari. Vide una donna di spalle correre verso un treno, la scambiò per Martina, la rincorse pensando che stesse scappando da lui, la chiamò con un ultimo urlo prima di vederla salire sul treno e accorgersi che correva solo per non perderlo. Si rassegnò. Restò coi suoi pensieri, ma non aveva la forza di andare a casa né quella di prendere un treno qualsiasi e andare in un posto lontano.

Passeggiò per la stazione, osservando la gente, raccogliendo storie. Ad un tratto gli successe qualcosa di particolare, eppure sarebbe stato privo di significato in qualsiasi altro momento della sua vita. Alzò gli occhi e si accorse di una scritta con spray rosso sulla parete che incorniciava l’ultimo binario:

<< Comincia tutto, dove tutto inizia>>.

Ebbe come un’illuminazione. Capì cosa doveva fare. Ripeté tra sé e sé quelle parole e poi pensò:

<< Devo tornare dove tutto è iniziato, devo fare il percorso inverso e dire un “no” deciso”>>.

Sue elucubrazioni, forse, ma Marco si avviò al tavolino del bar, dove era avvenuto l’incontro col Signor D., sicuro di rivederlo lì.

Pensò che, in fondo, aveva cercato per tutto il tempo di sfuggire a D., ma in realtà aveva tacitamente accettato il patto o, forse, per la sua incapacità di dire “no”, avesse deciso D. per lui.

Aveva sognato e quei sogni dovevano per forza contenere messaggi.

Marco arrivò al bar, si sedette ed aspettò. Puntuale come non mai, ecco presentarsi D.:

<< Allora, sei tornato qui, Marco?>>

<<Sono tornato per darti la risposta che dovevo darti quella mattina: io il patto non lo accetto!>>.

D. scoppiò in una grassa risata che fece irritare non poco Marco che, si alzò quasi come volesse picchiarlo, ma poi si risedette per dirgli un’ultima cosa:

<< Caro Signor D.  non pensi che sia ora di presentarti? Che diamine significa quella “D” con cui ti fai chiamare?>>

<< Abbi pazienza Marco, questo te lo dirò al nostro prossimo incontro. La prossima volta ti dirò chi sono. Per ora, ti basterà sapere che quella vita che ti tolgo coi sogni, ti sarà restituita>>.

Marco batté un pugno sul tavolino e se ne andò lasciandolo lì.

Tuttavia, era deciso a perseguire il suo piano: fare tutto quello che era accaduto nei suoi sogni. Decise dunque di dirigersi verso la metro, ma le cose non andarono come lui sperava. Aveva fretta di arrivare ai treni, ma qualcuno voleva, invece, fermare la sua corsa e riscrivere la storia. Al ventitreesimo scalino inciampò e rotolò giù per le scale battendo la testa. Si rialzò in fretta, facendosi spazio tra le teste, chinate su di lui, di generosi ed incuriositi soccorritori, tranquillizzando tutti perché non era successo niente di grave. Si andò a risedere sulla panchina dove Martina lo aveva abbandonato alla sua sorte.

Stette lì molte ore, era quasi notte ormai,  ma il tempo passò così in fretta che non se ne rese conto. Decise di fare due passi, si diresse verso la grande mappa della città vicino al binario, ma non sapeva affatto dove si trovasse. Una donna di nome Rebecca lo vide in difficoltà e gli si avvicinò. Marco non sapeva dire neanche quale fosse il suo nome. L’incidente sulle scale gli aveva procurato un’amnesia. La donna corse a chiamare i soccorsi, mentre dall’altro capo della stazione, appoggiato al muro, sorrideva beffardo D.:

<< Comincia tutto, dove tutto inizia. Ora non sai più neanche chi sei, comincia da capo la tua vita, se vuoi…>>, e si  abbassò il Borsalino sugli occhi.

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:09
 
Commenti (3) | 7.03.2013
scrittura_collettiva

VII capitolo di #scritturacollettiva: the winner is…

Buon giorno a tutti,
come già lanciato su twitter, Giulia Madonna è la vincitrice del settimo capitolo di #scrittura collettiva e a lei vanno i comlimenti di tutti noi. Giulia ha totalizzato 250 like, un voto dei partecipanti e il voto della giuria di 24letture. Grazie a tutti voi che siete sempre attenti e che continuate a darci spunti molto interessanti. Siamo quasi alla fine, mancano due capitoli per concludere questo lungo viaggio iniziato quasi un anno fa! Chi di voi si aggiudicherà il finale tanto atteso?

Carla Parolisi - 93 like (1 voto T. Musicco)
Elena Simonetti - 33 like (2 voti G. Madonna e C. Parolisi)
Giulia Madonna – 250 like (1 voto E. Simonetti)
Davide Masera – 154 like (1 voto L. Barbangelo)
Tony Musicco - 260 like ( nessun voto)
Laura Barbangelo – 3 like (1 voto D. Masera)

Avete tempo da oggi fino al 4 marzo per scrivere l’ottavo capitolo di #scritturacollettiva

Vi aspettiamo!

 

Pubblicato il lunedì 4 febbraio 2013 - 16:34
 
Commenti (5) | 4.02.2013
scrittura_collettiva

Via alle votazioni per il settimo capitolo di #scritturacollettiva

Siete pronti a votare? siamo quasi alla fine di questa avventura, mancano solo due capitoli e siamo tutti curiosi di sapere come andrà a finire il nostro racconto.
Qui sotto trovate i capitoli in gara di questo mese. Come accennato nell’ultimo post, il meccanismo di votazione e valorizzazione dei voti cambia! anche noi che siamo stati spettatori, parteciperemo come giuria. Il meccanismo di votazione prevederà quindi tre componenti: voti interni (quelli dei concorrenti), voti esterni (quelli provenienti da fb) e la giuria di 24letture.
Come sempre, per votare dovete mettere un like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 27 gennaio 2013.

  1. Capitolo 7 A di Carla Parolisi
  2. Capitolo 7 B Elena Simonetti
  3. Capitolo 7 C di Giulia Madonna
  4. Capitolo 7 D di Davide Masera
  5. Capitolo 7 E di Tony Musicco
  6. Capitolo 7 F di Laura Barbangelo

Invitiamo i partecipanti alla stesura del settimo capitolo, a votare uno dei capitoli in gara dei colleghi, utilizzando il form che trovate qui sotto. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà alla scelta del capitolo vincitore insieme ai like di Facebook e al voto della giuria di 24letture.

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Pubblicato il mercoledì 16 gennaio 2013 - 16:55
 
Commento (1) | 16.01.2013