ladismissione

La dismissione

“Rinuncia ad una competenza o a una proprietà da parte di un ente pubblico. Specificatamente, nel settore delle aziende a partecipazione statale, la vendita a privati di proprietà pubbliche “. Potrebbe servire questa definizione per introdurre l’annoso dibattito, iniziato nel 1992, sulla chiusura dello stabilimento Ilva di Bagnoli, sulle successive dismissioni a Cina, India e Malesia nonché sulle interminabili speranze (in primis il progetto Bagnoli Futura e non ultima la decantata scelta di investimento da parte di Apple) che accompagnano chiunque si avvicini all’area occidentale di Napoli. Potrebbe servire ma non basterebbe ricondurre esclusivamente ad un gruppo di macchinari l’intricata vicenda socio-politica descritta nel romanzo – reportage “La dismissione” (2002) di Ermanno Rea, autore e affidatario delle memorie e dell’ossessione di Vincenzo Buonocore.

Il protagonista, Buonocore appunto, ha vissuto in prima persona il sogno di modernità della Napoli degli anni Settanta, e dopo essere stato operaio nelle viscere della “Fabbrica” diviene responsabile delle colate continue con il conseguente onere di occuparsi del suo smantellamento per agevolare i compratori cinesi. Una condizione altamente destabilizzante per chi ha contribuito con la propria abnegazione a far diventare quello stabilimento un piccolo centro di eccellenza, per chi ha assistito alla nascita di uno spirito di legalità e di etica del lavoro che sembrava fin troppo recondito nei vicoli del contrabbando e dell’inquinamento.
L’autore prova a denunciare le tante inefficienze manageriali e le troppe implicazioni politiche: la decisione della dismissione viene presa, in maniera inspiegabile, subito dopo un ingente piano, nel 1977, di ammodernamento e ristrutturazione. Eppure il protagonista, in maniera ancora più contraddittoria, non sembra per nulla infelice di vedere sparire la sua creatura, ma è soltanto impaziente di poterla smontare pezzo per pezzo.

I tramonti rossi, per via dei fumi della fabbrica, sul mare di Bagnoli hanno reso Buonocore una macchina disciplinata al servizio di quella colata che ammira come fosse una donna, che spia dall’invidiabile buco della serratura del Golfo di Napoli. E per portare a termine il suo ultimo incarico, preservare l’ordine della Fabbrica dal caos del mondo circostante, non si fa smuovere dalle mobilitazioni sindacali, dalle minacce ricevute dai contestatori della privatizzazione, dai controversi rapporti con il capo della delegazione asiatica e dalle turbolenze coniugali per via dell’intimità con la giovane operaia Marcella. La macchina dei pensieri diretta da Buonocore va incontro a una crisi programmata, tenuta sempre sotto controllo in virtù di un anelito superiore: quello di restituire un ultimo briciolo di ordine a una città che ha vissuto per anni in un limbo di “agitata depressione” prima di essere privata per sempre di un proprio arto.

La contraddizione di Buonocore è tratteggiata magistralmente da Rea, che la rappresenta come la cieca ostinazione di un filosofo moderno, che vive con determinata rassegnazione il tramonto dei suoi “tramonti rossi” e tramanda con la sua irrazionale normalità una contro cartolina di una Napoli fatta di rigore e sacrifico da tramandare ai posteri: l’atto di cessare qualcosa è spesso l’arte del congedarsi.

a cura di Fabio Fedele

La dismissione
di Antonio Rea

 

Pubblicato il venerdì 15 aprile 2016 - 12:22
 
Lascia un commento | 15.04.2016

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*



*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>