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Il cavallo di ritorno

L’esordio nel mondo del giallo di Peppe Lanzetta trasuda la tragicità e l’umorismo di una Napoli calda ed afosa in cui il suo stato nello Stato cerca di affrontare le cose, mandandole avanti con la sua etica e la sua voglia di lavorare… nel malaffare, certo, ma pur sempre di lavorare si tratta. Ne “Il cavallo di ritorno” la trama noir è un’occasione per farci battere il muso contro una serie di personaggi duri e crudi che ci fanno conoscere meglio le viscere della città.

Peppe Lanzetta è lui stesso un personaggio poliedrico, nato artisticamente alla fine degli anni Settanta da quella Osteria del Gallo che a Napoli ha partorito altri grandissimi come Pino Daniele: Peppe è attore ed autore teatrale, attore al cinema (da Tornatore e de Crescenzo fino a grosse produzioni internazionali come “Spectre”, l’ultimo James Bond), autore di brani musicali per Edoardo Bennato, Tullio de Piscopo, Enzo Avitabile, Franco Battiato,… ed infine scrittore, autore di diversi libri, sempre caratterizzati da racconti sprezzanti di una Napoli maledetta e piena di fascino. Tra i suoi libri più famosi ricordo “Figli di un Bronx minore” (Feltrinelli, 1988), “Un amore a termine” (Baldini Castoldi Dalai, 2003), “Elogio della suocera” (Pironti, 2004), “InferNapoli” (Garzanti, 2011).

Ne “Il cavallo di ritorno” Peppe fa il suo esordio nel mondo del giallo con il commissario Peppenella. La scelta dell’ennesimo funzionario di polizia in questo genere potrebbe far storcere il naso, ma Peppenella è un personaggio atipico, molto diverso dal commissario da giallo televisivo. È un eroe sporco, di per sé un controsenso nella città dei controsensi: tifa per la Juve (a Napoli!), è dipendente da una droga particolare (il kebab accompagnato dalla birra) che influisce sulla sua grassezza in una città colpita da un profondo caldo estivo ed ha grossi problemi familiari. In alcuni aspetti, mi ha ricordato un “Piedone” (inteso come il personaggio cinematografico interpretato da Bud Spencer) sporco e politicamente scorretto. Il suo contraltare è Don Salvatore a capo della “Banda della merda”, un clan di 87 ragazzini che lui chiama tutti Diego e tratta come dei figli. Don Salvatore è un criminale ma, a suo modo, è attento alla società in cui vive e cerca di migliorarla: permette a tante persone di lavorare (deliziosa la descrizione delle dipendenti del “cavallo di ritorno” che fanno orario da ufficio), si inalbera davanti ai problemi ambientali che uccidono di tumore alcuni suoi ragazzini nella terra dei fuochi, combatte il clan degli albanesi che, secondo lui, sono veri criminali. In fondo, non potrebbe dirlo, ma è un alleato della polizia ed è l’ennesimo controsenso nella città dei controsensi.

Lo stile con cui Peppe affronta la trama mi ha ricordato un autore che, a prima vista, potrebbe sembrare il più lontano possibile da lui: il “profondamente milanese” Andrea G. Pinketts. Infatti, anche lui, tende a descrivere situazioni spesso grottesche che, infilzate una dopo l’altra in sequenza, creano la trama del romanzo.

La lettura è piacevole ed offre uno spaccato crudo della città di Napoli con scene tristi, alternate ad un umorismo grottesco che sembra dare la forza a questa città per andare avanti.

“Il cavallo di ritorno” di Peppe Lanzetta

Edizioni CentoAutori, 2014

http://www.centoautori.com/il-cavallo-di-ritorno/

 

A cura di Marco Donna ( www.marcodonna.it )

Pubblicato il venerdì 19 giugno 2015 - 15:56
 
Lascia un commento | 19.06.2015

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