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Genova ch’è tutto dire

Il lettore mi perdonerà, spero, se in questa mia disamina mi lascerò prendere dalla nostalgia.
Da genovese ho sempre nutrito un’attrazione particolare nei confronti di Giorgio Caproni, che genovese non era, ma che ha amato e rimato Genova come nessun altro. I versi che il poeta livornese ha dedicato alla sua patria adottiva sono tanti, e meriterebbero forse un bel saggio che li raccogliesse e commentasse, a suggello di un andare poetico che ha fatto del capoluogo ligure un tema importante.

Se si potesse parlare un giorno di capronismo, certamente Genova ne sarebbe un elemento cardine. Mi tolgo immediatamente lo sfizio di rivelare al lettore quali sono i versi, tra quelli che Caproni dedica a Genova, che preferisco:

Quando mi sarò deciso

d’andarci, in paradiso

ci andrò con l’ascensore

di Castelletto, nelle ore

notturne, rubando un poco

di tempo al mio riposo. (L’ascensore)

La poesia, scolpita all’ingresso dell’ascensore che porta alla Spianata Castelletto, nel pieno centro della città, mette in risalto uno degli aspetti più suggestivi di Genova, chiusa tra mare e monti: la verticalità, che si traduce in strette vie che dalla collina scendono ripidissime verso il mare. Sono le creuze, come quella cantata da Fabrizio De André in Creuza de ma. E questo aspetto non sfugge al poeta nemmeno in Litania («Genova verticale,/ vertigine, aria, scale» [vv. 7-8]), lungo poema di 182 versi che si dipana in una serie di distici che, nel loro reiterare la parola Genova, sembrano voler riprodurre la cantilena mugugnona e pietosa della parlata ligure.

Su questo lungo poema è appena uscito per i tipi de Il Canneto editore un libro di Patrizia Traverso e Luigi Surdich dal titolo Genova, ch’è tutto dire.

Il testo si presenta come commento fotografico dei distici caproniani, in un percorso che mette insieme la dotta esegesi di un italianista tra i migliori in circolazione e una fotografa dall’occhio magnetico, in grado di catturare l’istante, anzi gli istanti, di una città in continuo movimento.
La Genova di Caproni, avvertono in prefazione gli autori, è una Genova di molti anni fa e il contrasto con l’immagine contemporanea non solo è voluto, ma è anche ricercato; ciononostante, Genova, seppure fremente come ogni porto di mare, è città immobile che resiste al cambiamento. Così ancora oggi le suggestioni del giovane Caproni degli anni ’40 trovano un riscontro immediato nelle mie e in quelle di chiunque decida di trascorrere nel capoluogo ligure un certo periodo della propria vita: l’attrazione, fatale e inspiegabile, per i caruggi (o carruggi, con r geminata), i vicoli, La città vecchia: «Genova che mi struggi./ Intestini. Carruggi» (vv. 33-34).

Ma se De Andrè sembrava attratto quasi unicamente dal nucleo antico della città (durante un concerto a Roma dichiarò a tal proposito di «avere pochissime idee, in compenso fisse»), Caproni ama uscire dal caos e dalla soffocante vitalità dei vicoli e godere dell’aria e del panorama dei quartieri collinari della città: «Genova tutta tetto./ Macerie. Castelletto. // Genova d’aerei fatti./ Albaro. Borgoratti» (vv. 29-32). Luigi Surdich sottolinea giustamente il contrasto che si crea in entrambi i distici: “Nella logica dei contrasti che governa gran parte dei distici della poesia, Caproni contrappone il desolato richiamo agli effetti terribili della guerra (le macerie) alla nominazione di un quartiere della consolidata borghesia genovese, Castelletto.” (42) La guerra che colpì e distrusse Genova profondamente, aprendo ferite che sopravvivono nei ricordi dei testimoni dell’epoca e dei loro figli e nipoti che da sempre sentono raccontare le storie di quei giorni di follia e d’orrore.

Nel secondo distico il contrasto si genera tra due quartieri collinari, Borgaratti e Albaro, il primo popolare e il secondo residenza della borghesia nuova, a cui Caproni, come prontamente segnala Surdich, aveva dedicato a suo tempo due poesie distinte, Borgoratti in Come un’allegoria e Albaro in Il franco cacciatore.

La Genova di Caproni è anche, anzi soprattutto, una Genova di mare, perché del mare la città è parte: «Genova e così sia,/ mare in un’osteria» (vv. 35-36). Questa città, che di mare odora e si assapora, ce la restituiscono in gran parte le fotografie di Patrizia Traverso, un vero e proprio commento fotografico alla Litania caproniana. A pagina 36, il distico «Genova da intravedere,/ mattoni, ghiaia, scogliere» (vv. 23-24), è affiancato da un’immagine che non può che richiamare al lettore la celebre canzone di De Andrè Il pescatore: un uomo intento a pescare su una scogliera ha di fronte a sé un mare popolato di gabbiani, spoglio all’orizzonte di navi da crociera o mercantili. Il lettore non deve però leggere le componenti di questo testo (immagine, verso e commento) separatamente. Le tre vertenze convergono e restituiscono un tutto omogeneo e coerente, a tal punto da non sapere chi accompagna chi e dove.

Il grado più alto di questa convergenza viene raggiunto alle pagine 106-107, dedicate ai vv. 93-94: «Genova che non mi lascia./ Mia fidanzata. Bagascia», dove la fotografia della Traveso ritrae vico degli Angeli, una via stretta che congiunge la monumentale ed elegante via Garibaldi alla multietnica e angusta via della Maddalena. Sul lato sinistro del caruggio si intravedono figure femminili, prostitute in attesa dei loro clienti. Il contrasto che genera il secondo verso del distico è ricreato nell’immagine e spiegato nell’esegesi di Surdich: “Lo sconcertante contrasto appartiene al gioco di opposizione cui molti dei versi di Litania si consegnano. Ma la radicale antitesi trova forse giustificazione nella prospettiva di un immaginario femminile che, inteso a deresponsabilizzare l’uomo, proprio nelle due figure giustapposte al v. 94 identifica il referente”.

L’amore per la fidanzata si rifrange ed estende a quello per la città, una Genova che non pretende fedeltà e affetto, che scarica il suo amante di ogni vincolo morale, ma lo attrae in una trappola ben più pericolosa. Ancora una volta, al centro dell’universo caproniano, tornano i caruggi, come luogo magnetico e repulsivo allo stesso tempo. I vicoli diventano metafora di un amore che si estende all’intera città, un amore che porta il poeta, o il comune lettore, ad allontanarsi da Genova, ma allo stesso tempo a ritornarci, a sentirne una profonda nostalgia.

Questa oscillazione deriva essenzialmente dalle opposizioni che dominano il capoluogo ligure, in cui lo splendore di via Garibaldi, Patrimonio Unesco, si affaccia su un vero e proprio postribolo a cielo aperto: dalla luce e l’orizzonte infinito di Spianata Castelletto al buio infernale dei vicoli; dalla pace e la poesia di Boccadasse al caos di Piazzale Kennedy. La Litania di Caproni non poteva fare altro che cogliere e trasformare in verso questa ambiguità così affascinante, che Patrizia Traverso e Luigi Surdich riescono a immortalare, con linguaggi e strumenti diversi, in un testo che dà al lettore l’opportunità di leggere e conoscere una Genova nuova. Una Genova di contrasti. Genova, ch’è tutto dire.

recensione a cura di Alessio Piras

Pubblicato il mercoledì 3 luglio 2013 - 13:18
 
Lascia un commento | 3.07.2013

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