Capitolo 9 E di Julius Tamòs

Il piano era semplice: sconfiggere Poletti e il signor D e poi cominciare una nuova vita in un’altra città. Ormai era sera, non che facesse molta differenza. La nebbia sembrava non voler cedere il passo e trasformava Milano in una lattiginosa città scandinava, senza giorno e senza notte. Ma le menti di Martina e Marco si erano schiarite, riscaldate e fortificate con il loro amore. Per sicurezza decisero di preparare subito una via di fuga. La casa di Martina era al piano terra, piccola ma accogliente. Lei prese le chiavi da sotto il portaombrelli, aprì la porta e fece passare Marco. Lui sapeva che avrebbe trovato una cucina con la cassapanca in legno ma, appena oltrepassata la soglia, una sensazione di freddo lo pervase e, nella penombra non riuscì a vedere altro che una poltrona con un alto schienale che avrebbe potuto nascondere un ospite sgradito. Eppure non riusciva a ricordare quella poltrona. I suoi pensieri si fecero confusi e, soprattutto, lenti. Faceva fatica a pensare alla prossima mossa, a cosa avrebbe dovuto fare. Gli sembrava che la nebbia, viscida, umida, appiccicosa, fosse entrata nell’appartamento e si facesse strada sotto la sua pelle.

Poi una voce, che aveva imparato a odiare negli anni: “Davvero credevi che ci saresti sfuggito?” – Poletti fece un passo per entrare nella languida luce che veniva dall’uscio. Marco rimase impalato a un passo dall’entrata. Incapace di parlare, incapace di pensare a una risposta.

“Certo scappare era la scelta più ovvia. Il signor D è andato a casa tua, ma io ti conosco, M.: sei un vigliacco che si nasconde dietro alle gonnelle. Così sono venuto qui. E avevo ragione” – esultò Poletti e fece un altro passo verso di lui. Marco percepì quelle parole come una freccia al curaro, dritta al suo cuore. Un piccolo passo e Poletti, gli occhi venati di sangue, strinse saldamente le mani intorno al collo della sua vittima. Marco, paralizzato, riuscì con difficoltà a pensare una sola parola: «Adesso!». Martina superò la soglia di casa brandendo un ombrello, con un balzo superò Marco e colpì con grande violenza, fuori luogo per la sua figura minuta, la nuca di Poletti. L’aguzzino si accasciò al suolo con un rantolo. Martina guardò la macchia rosso vermiglio allargarsi sotto la sua testa con stupore, poi appoggiò con delicatezza le sue labbra su quelle di Marco. “È finita” – disse, ma freddo, nebbia e buio non lasciarono la stanza.

Un applauso lento e beffardo si levò al riparo dell’alto schienale. La poltrona ruotò lentamente rivelando il signor D.: “Mi complimento con voi. Un’ottima pensata quella di lasciar attraversare l’uscio a Marco e lasciare fuori Martina. E tempismo perfetto. Peccato abbiate sbagliato obiettivo. Poletti non era altro che una marionetta”. Marco, libero dall’incantesimo del suo ex capo, ritrovò l’uso della parola: “Tu, tu, chi sei? Cosa vuoi da noi?”.

“Oh beh, vedi Marco, proprio il fatto che io sappia come ti chiami, ma tu non conosca il mio nome, mi dà un grande vantaggio in questo mondo onirico ed illusorio” – esplicò il signor D, con quel suo fare da nobile misterioso mentre si alzava, lento e solenne, dalla poltrona, appoggiandosi a un bastone dall’impugnatura argentata.

Marco ritrovò un po’ di spirito: “Caro il mio signor Domani Ti Sveglierai Più Vecchio Ma, Hey, Avrai Fatto Un Bellissimo Sogno, sparisci! Non sto più al tuo gioco. Lasciaci in pace”.

“Ogni cosa a suo tempo – replicò l’alta figura. – Non ho ancora risposto alla tua seconda domanda. Quello che voglio in questo momento è darti una lezione”. Repentinamente sollevò il bastone, lo puntò verso Martina e bisbigliò parole incomprensibili in una lingua gutturale. Dalla punta del bastone scaturì una nebbia densa, rosso sangue, che serrò la ragazza in una stretta mortale, sollevandola da terra.

“No, lasciala stare” – urlò Marco e fece un balzo verso la nera figura incombente. Il signor D sollevò con noncuranza un braccio, il palmo rivolto verso Marco che si ritrovò immobilizzato all’istante. Martina ansimava.

“Quello che non capisci, mio caro amico, è che qui sei nel mio regno. Siete alla mia mercé, non avete alcuna speranza”. Marco si sentì impotente. Martina emise un rantolo. “Ti avevo indicato il paradiso ma tu lo hai rifiutato. Ora sperimenterai il dolore e la desolazione dell’anima”. Paura, rassegnazione e colpa, colpa, colpa s’impadronirono di Marco, gli occhi puntati sui suoi piedi. Martina smise di respirare.

“Guarda il tuo amore morire!” – ordinò D. E Marco sollevò la testa, rialzò lo sguardo. Una lacrima rigò il volto di Martina, testimone non della tristezza per la morte imminente ma per un amore così grande, finalmente trovato, ormai perduto. I suoi occhi rivolsero un ultimo saluto a Marco, senza ombra di rimprovero.

«Meschino, meschino… per una volta non sarò un verme» – si disse Marco, gli occhi pieni di quelli di lei, il cuore in preda ad amore e odio. Invece che avanzare verso il palmo alzato del signor D., Marco costrinse il suo corpo, con ogni stilla di volontà che gli era rimasta, a scivolare di lato, si frappose fra il bastone e Martina. La ragazza crollò sul pavimento e riprese a respirare, avida di aria. Marco urlò, con tutto il fiato che poteva, per farsi coraggio: “Mister Dream o mister Death, non mi frega niente. Se questo è il mio sogno, comando io e tu, tu sei di troppo!”. Marco afferrò il bastone, ignorò gli spasmi di dolore nel braccio, e lo puntò verso D. Questi, un’espressione stupita dipinta nel volto, svanì, in silenzio.

Nebbia, paura e puzzo di morte abbandonarono l’appartamento, tornò la luce.

Era mattina, la foschia era sparita e un malaticcio sole milanese cercava di svegliare la città. Martina e Marco recuperarono documenti e denaro, prepararono due valige leggere e si diressero alla stazione Centrale. Durante il tragitto, tacitamente adottarono un piccolo rituale: tutte le porte, ogni uscio, veniva oltrepassato prima da Martina. Marco celava la sua insicurezza facendo il cavaliere: apriva le porte per far passare la sua dama e lei accondiscendeva, nella speranza che fosse solo una problema passeggero. Comprati i biglietti, in attesa del treno per il loro futuro, decisero di fare colazione al bar della stazione.

“Mi ordini un cappuccio e una brioche”…

“Al pistacchio” – concluse Marco.

“Ah, ma allora i miei gusti te li ricordi – ridacchiò lei. – Intanto vado alla toilette.” – e lo baciò prendendo delicatamente il labbro inferiore di lui fra le sue, morbide e dolci.

La guardò attraversare il bar con la sua camminata veloce ma sensuale, trovare il bagno, voltarsi verso di lui regalandogli un sorriso colmo di allegria e sparire all’interno. Lui rimase solo.

“Capucio e bliosh!”. Una voce alle sue spalle lo fece sussultare, si girò e vide un cameriere cinese, un brivido freddo partì dalla sua nuca e corse lungo la spina dorsale. Poi riprese il controllo: «Certo» – si disse rifugiandosi in un luogo comune. – «Cosa c’è di strano? Ormai la ristorazione a Milano è in mano loro».

Il cameriere, con un sorriso falso, gli stava porgendo lo scontrino. Marco cercò il portafoglio, lo trovò, lo estrasse. Dalla tasca spuntò anche un biglietto, cadde sul tavolo, vi era scritta una sola parola, in una grafia elegante:

«Martina».

 

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 15:15
 
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