Capitolo 9 A di Giulia Madonna

Ma voi riuscite a immaginare M. che assieme a Martina prima bracca, e poi uccide Poletti e D? Lo stesso M. che tutti conoscete, insicuro e tremebondo, rimasto impigliato, sin qui, tra le reti dell’inganno lanciate ripetutamente da D! No! Questo non può e non deve essere il finale di questa strana storia! In fondo il macchinoso gioco di D altro non è che un avvertimento per M., lo sprone a crescere e ad uscire dalla sua condizione di vinto e arreso alla vita. M. non può e non deve diventare come D, farebbe solo il suo gioco. Ma per fortuna la notte porta consiglio e dalle tenebre nasce la luce per ogni cosa, anche la più incomprensibile.

Difatti la notte passò e in quelle lunghe ore di sonno e silenzio M. e Martina riuscirono a prendere pace dall’incubo in cui erano caduti, loro malgrado. Addormentati l’uno nelle braccia dell’altra trovarono conforto ai loro tristi pensieri e presero importanti decisioni sul da farsi all’indomani. Quando i caldi raggi del sole entrarono nella stanza, dove i due innamorati erano ancora in balia di Morfeo, si diressero sugli occhi di M., che si ridestò a contatto di quella luce calda. Nell’aprire gli occhi M. vide accanto a sé Martina distesa e indifesa, ancora abbandonata ai suoi sogni. Aveva sulle labbra un accenno di sorriso che rendeva il suo viso dolce più che mai. M. immaginò che i suoi sogni fossero sereni e ciò gli regalò pace, poi provò un tuffo al cuore al ricordo delle ultime parole di lei: “ Allora non ci resta molto da fare se non eliminarli prima noi!” Quelle terribili parole cominciarono a risuonargli dentro in un rimbombo che lo scuoteva con forza.

M. era angustiato, più ci pensava e più quella soluzione gli appariva assurda. Aderire all’orrido piano di Martina avrebbe significato la definitiva caduta di entrambi nel gioco al massacro di D, che li avrebbe fatti divenire assassini senza scrupoli, proprio come quelli che avevano fatto fuori Franco. No, quella non poteva essere la giusta soluzione, ne era convinto. Martina cominciò a muoversi al suo fianco, proprio come accade alle principesse delle favole dopo il bacio del principe. Allora M. non potette resistere,  la baciò con dolcezza, perché voleva che fosse l’amore a destarla. Martina ricambiò il bacio con estrema passione. Era il loro primo giorno insieme: il giorno più bello delle loro vite. “Sai, ci ho pensato e ripensato. Non possiamo cadere nel loro gioco, diventando come loro o peggio!”

“Hai ragione! Ma te lo immagini noi due che uccidiamo D e Poletti? Non sapremmo nemmeno da dove cominciare!” “Mentre dormivi ho avuto un’idea. Proviamo a far finta che nulla sia accaduto! Alziamoci, facciamo colazione, vestiamoci e andiamo al lavoro, come se niente fosse. Io credo che il gioco di D sia soprattutto un inganno della mante costruito sui rimorsi, i rimpianti e tutto ciò che ci siamo lasciati, di irrisolto, alle nostre spalle. Forse, tutto ciò che è accaduto è semplicemente un avvertimento, un monito a cambiare e a vivere intensamente la nostra vita.”

Hai ragione, possiamo provarci, ma dobbiamo crederci davvero e cambiare le nostre vite.” “Io, dopo aver trovato te mi sento diverso, migliore. Sento di essere più forte e credo di nuovo nel domani se specchio i miei occhi nei tuoi. Non credevo fosse di nuovo possibile, ma l’amore fa miracoli!” Così, decisi e felici s’incamminarono nella loro nuova vita, mano nella mano, per non perdere il contatto e tenere acceso quell’amore che stava regalando nuovamente senso alle loro giovani esistenze.

Arrivati in ufficio si sentirono tutti gli occhi addosso perché chiunque li guardasse poteva intuire che tra loro era accaduto qualcosa, superato il primo imbarazzo tutto sembrò al suo solito posto, senza l’ombra di alcun problema.

La signora Gianna era come al suo solito alle prese con le sue insicurezze da computer, rossa paonazza e con le mani tremanti. Spillo, così soprannominato per la sua estrema magrezza, ciondolava inerme sulla sua sedia preso dalle mille scartoffie da svolgere, come sempre in eterno ritardo. Cristina era al cellulare, parlava sottovoce, preoccupata per la solita febbre del suo piccolo Luca, che non le dà mai tregua, soprattutto al lavoro. Insomma tutti, ma proprio tutti, erano intenti a svolgere le loro mansioni giornaliere e nulla appariva strano o fuori dalla norma. Così, sia M. che Martina si misero al lavoro, ognuno alla propria postazione, cercando di svolgere al meglio le loro mansioni. Era una giornata come tante in cui le ore trascorrono veloci tra fax, pratiche, relazioni e tutto ciò che di solito si svolge in un ufficio, come da copione. Poi arrivò anche Poletti, puntuale, verso le dieci, lasciando lungo i corridoi la sua scia di profumo, l’inconfondibile 1 Milion di Paco Rabanne, un’ottima fragranza ma oramai detestata da tutti perché portata dal terribile capo.

Quella mattina, però,  Poletti lasciò dietro di sé un altro odore. Tutti si voltarono al suo passaggio. Fu strano, anzi, più strano fu accorgersi del suo sorriso a trentadue denti rivolto a tutti, senza distinzione. La sua camminata era stranamente compassata, lenta, lo sguardo sereno, un po’ tra le nuvole. Sembrava quasi che quello non fosse più Poletti, o almeno il terribile Poletti che tutti conoscevano tristemente bene. La mattinata proseguì tranquilla, senza nessuno strano richiamo del capo o alcuna piazzata improvvisa, come aveva abituato oramai da tempo tutti, nessuno escluso. Neppure la terrificante figura di D apparve, né i suoi strani giochetti o quell’alone grigio, nulla di ciò a cui M. aveva dovuto abituarsi, suo malgrado.

Tutto filò liscio, senza scossoni, né improvvisi colpi di scena. Arrivò la pausa pranzo a portare ristoro ai forti brontolii dello stomaco e un po’ di sana tranquillità per rimettere ordine alle idee. In mensa tutto si svolse come sempre, tra vassoi carichi di bicchieri, piatti e posate un po’ traballanti, chiacchiere e qualche risa. In fondo alla sala M. e Martina mangiavano, occhi negli occhi, senza parlare, sorridendosi felici. Quella, sì, che era una gran novità. Tutti sapevano dell’amore segreto che Martina provava da sempre per M., solo lui sembrava  non essersene mai accorto. Ora, vedendoli, vicini e felici, tutti potevano tirare un sospiro di sollievo, e pensare che, forse, l’amore, almeno per alcuni, esiste davvero e non è soltanto un sogno incredibile, letto dentro qualche romanzo.

Persino quando arrivò Poletti in compagnia degli altri dirigenti, la cosa sembrò quasi normale. Arrivarono e si sedettero come se niente fosse, tra gli altri, senza i loro soliti sorrisetti sdegnosi. Finita la pausa, ognuno tornò al proprio lavoro e nulla, proprio nulla di strano o terribile accadde fino all’ora di chiusura. Sembrava davvero l’inizio di una nuova vita. All’uscita, lungo la strada, M. e Martina si diressero verso casa, i loro occhi ridevano di una tale felicità che stava riempiendo i loro cuori a dismisura. Non una parola, né un accenno a D e al suo orribile gioco. La notte, sebbene fredda, era stellata e lasciava presagire bel tempo per l’indomani.

M. e Martina proseguirono dritti verso casa, senza fermarsi a pensare, né chiedersi come o perché. Il domani era già davanti a loro, carico di promesse e felicità.

Non c’era inganno né perplessità nei loro passi: era la vita, la loro vita, ed era finalmente bella, come avevano sempre sognato.

Pubblicato il lunedì 29 aprile 2013 - 13:11
 
Commenti (24) | 29.04.2013

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