Quella finestra sul Naviglio

Celeste era assorta nei suoi pensieri, la pila di piatti sembrava non finire mai, lavava, insaponava sciacquava… ormai non faceva più caso nemmeno alla schiuma che intanto saliva nell’acquaio…. “Celeste…!!!!”  la voce che la fece trasalire, era quella del padrone “Sempre tra le nuvole  tu vero?? ….. smettila di sognare ad occhi aperti e muoviti perchè dopo c’è da riordinare la sala”… Celeste aveva restituito a Rocco, l’occhiataccia che lui le aveva fatto …. Rocco aveva quasi 50 anni ma ne dimostrava 10 in più,  una vita trascorsa a cercare di rendere rispettabile la sua bettola ma non ci era mai riuscito i suoi avventori erano disperati più di lui e spesso si trovava a barattare un pasto caldo con un orologio da polso piuttosto che con degli stivali usati.

 

Un giorno, Celeste aveva bussato alla sua porta, portando una ventata di freschezza, una ragazzina, bionda, diafana… Celeste arrivava dalla Romagna. era venuta a Milano a  cercar fortuna. Era stata affascinata dai Navigli … adorava l’acqua che scorreva sotto i ponti e nei canali… Era poco più che maggiorenne e l’unica cosa che sapeva fare bene era cucinare , la sua mamma e prima ancora la sua nonna gliel’avevano insegnato fin da piccola. “Un giorno ti tornerà utile”  dicevano…. Ma Celeste per Rocco, un calabrese  trapiantato a Milano da una generazione, un po’ orso, rude e poco incline al dialogo, era capitata a fagiolo, la donna delle pulizie l’aveva abbandonato, dopo una storia finita con lanci di piatti e bicchieri, aveva sbattuto la porta e non l’aveva più vista. “La prenderò per sostituire quella cagna in calore….. va proprio bene per le pulizie della mia bettola”, pensò anche che era un po’ fragilina e si sarebbe dovuta dare tanto  da fare, avrebbe sgobbato non poco in quella bolgia di matti…. e chissà forse sarebbe servita, caso mai, anche per scaldargli un po’ il letto nelle serate più fredde…. Celeste oppose il minimo di resistenza, avendogli chiesto di fare la  cuoca, ma poi  accettò la misera paga da sguattera “Per il momento va bene così - pensò –  poi si vedrà …”

 

La pila di piatti andava ora messa a posto Celeste incominciò a guardare l’orologio, era stanca e non vedeva l’ora di tornarsene a dormire sulla brandina in soffitta. Ormai le sere si susseguivano una dietro l’altra sempre uguali, monotone…. ogni tanto qualche ubriacone forniva una nota diversa a quelle serate, “Un po’ di colore – pensava – in questo squallido grigiore”. Dalla sua finestrella del lucernaio Celeste vedeva le luci dei lampioni che illuminavano il naviglio, un’immagine fantastica, un’immagine romantica. Un filo di vento faceva muovere le foglie degli alberi Celeste come ogni sera immaginava che dal Naviglio sarebbe arrivato l’amore della sua vita…  “Sono sicura… arriverà dal fiume … e saprò che è lui….dal battito del mio cuore…  non vedo l’ora,  ma fino a quel momento aspetterò….” e Celeste si addormentava come una novella Cenerentola sognando il suo “Principe Azzurro”.

 

Tutte le mattine Celeste si alzava, riordinava la sua stanzetta in mansarda e scendeva le scale, si metteva subito a lavorare, lavava i pavimenti, riassettava la sala, spolverava, ma arrivata in prossimità della cucina, stava lì a guardare le fiamme dei fornelli sotto le pentolacce, adorava stare lì, le ricordava la cucina della nonna i racconti fatti ai nipoti mentre organizzava la cena, fatta tutti insieme, una cena contadina ma che aveva in sé tanto calore, il calore della famiglia. Spesso Rocco la sgridava e la riportava al suo lavoro. Una mattina il cuoco non si presentò. Celeste senza svegliare Rocco si mise subito ai fornelli, era raggiante poiché riusciva finalmente a sentirsi a proprio agio in un mondo a cui  sapeva di non appartenere…, la cucina, i suoi piatti quelli si che la rendevano felice… Decise di cucinare un Brasato al vino rosso alla “Reggiana” così come glielo aveva insegnato la nonna: aveva fatto marinare un bel pezzo di carne di manzo nel vino rosso con le verdure (sedano, carote, cipolle, aglio, sale e pepe) e poi lo aveva fatto rosolare dopo aver tritato le verdure sfumando con il vino della marinata. “Il padrone dovrà rendersi conto che sono una cuoca, cucinerò soprattutto per lui, dovrà farsene una ragione”. Rocco si accorse dal buon odore che gli arrivava dalla cucina, dall’aroma del vino sfumato e dell’arrosto, che ai fornelli non lavorava la solita persona, c’era un profumo, che non aveva mai sentito prima. “Un nuovo piatto – pensò -adesso mi sente, chi l’ha autorizzato?”
Con grande sorpresa scorse quella ragazzina minuta che si muoveva in modo familiare tra pentole e cibarie, temporeggiò un momento prima di intervenire, l’osservò bene, si vedeva che era a suo agio tra i fornelli: “Cosa stai facendo? Chi ti ha detto di entrare qui?” Celeste si girò di scatto lasciando cadere la padella che aveva in mano pronta con la polenta che voleva fare da contorno al brasato. “Le spiego tutto… il cuoco… la cucina…. ho pensato che…..” Ma Rocco non le diede il tempo di dire altro e la scaraventò fuori rivolgendole epiteti irripetibili. Quel giorno restarono chiusi ed anche il giorno dopo. Rocco quella sera seduto nella sala alla sola luce di una candela, incominciò a pensare, il profumo di quello che aveva cercato di cucinare la ragazzina era invitante… e se veramente fosse brava? “Celesteeee…” – chiamò la ragazza che fino ad allora era restata chiusa in camera poiché  terrorizzata da  quel padrone così rude… “Sono qui”  “Allora ti do’ una sola opportunità, bada bene una, se sei capace stasera di prepararmi qualcosa di mangiabile, darò a te l’incarico di cuoca ufficiale, poiché quel malandrino mi ha dato forfait, è andato in Francia, … coglione.
Celeste non credeva alle sue orecchie. “Io cuoca ufficiale?” incominciò a tremare si buttò ai piedi di Rocco e incominciò a baciargli le mani. Rocco la scostò. “Ho detto sé….. mettiti subito all’opera e fammi vedere come cucini i piatti del nostro menù, cucinali tutti adesso e poi vedremo”. La ragazza cucinò tutta la serata preparando ad uno ad uno  i piatti del menù che non erano poi tanti, mise tutta l’esperienza che aveva accumulato in quei pochi anni che aveva e non si dette per vinta. Preparò una tavola imbandita di tutti i piatti, contorni, secondi, che c’erano nel Menù ed aspettò con gli occhi bassi il giudizio di quell’uomo che aveva lasciato trasparire un piccolo spiraglio di umanità, cosa che fin ad allora Celeste pensava fosse impossibile.

 

Rocco, incominciò ad assaggiare, senza nessun commento, il suo viso inespressivo, con la barba incolta, non lasciava trasparire alcuna emozione, ad un tratto la piega vicino alla sua bocca incominciò a prendere la forma di un mezzo sorriso. Gli piaceva. “Né ero sicura gli piace” – pensò Celeste – ma si guardò bene da chiederglielo. Ad uno ad uno riuscì a mangiare tutte le pietanze che Celeste aveva preparato,  arrivato proprio a scoppiare allontanò il tavolo, con un gesto eloquente di come si sentiva, si toccò con entrambe le mani lo stomaco, era gonfio e si sentiva scoppiare.  Un rutto di gradimento risuonò in tutta la sala. L’uomo poi disse semplicemente: “Da domani cucini tu!”.
Celeste quella notte non riuscì a dormire tanta era stata l’emozione, all’alba era già in piedi, era scesa giù in cucina e si era data da fare. Da quel giorno la cucina fu la sua postazione fissa, cucinava i piatti molto semplici che erano inseriti nel Menù della “Trattoria Rocco”… ma spesso aggiungeva qualcosa di suo, di semplice,  se pur molto gustoso secondo la cultura contadina dalla quale la ragazza proveniva. Celeste  in alcune giornate uggiose ed umide, in quelle cioè che restano buie fin dal mattino, cucinava i manfrigoli, una minestra di uova, formaggio e pan grattato che lei soffregava tra le mani fino a ridurla in piccolissimi granellini così come le aveva insegnato la nonna materna. Li avevano preparati insieme quando il nonno era morto, infatti era il piatto che in Romagna si cucinava dal ritorno delle esequie, un piatto offerto ai parenti dopo il funerale. “Oggi questo  piatto è d’obbligo” – diceva.
Invece, quando il sole faceva capolino illuminando il Naviglio, rendendo tutto più brillante ed allegro Celeste dava via al suo estro e preparava mille minestre, in dialetto romagnolo “in brud” o “da sot“, faceva la pasta fatta in casa, una sfoglia la cosiddetta  ”smortadova” come la tradizione di casa sua e sfoderando la sua fantasia lavorava tagliatelle, cappelletti, strozzapreti, e tutte la serie di formati che le venivano in mente…. Quando invece gli andava di fare uno spuntino si preparava una piadina farcendola a piacere o mangiandola semplicemente così com’era. A Rocco non andava giù che Celeste prendesse queste iniziative  e quando se ne accorgeva la minacciava di cacciarla, ma nessuno mai se ne lamentava, anzi la cucina della “cuoca-sguattera” era molto apprezzata dai clienti della Trattoria  e questo sotto sotto a Rocco faceva piacere, ma non voleva che Celeste se ne accorgesse. I clienti da quando cucinava lei erano aumentati e quei pochi che aveva fissi incominciarono a fare complimenti ed a dire che loro erano stati i primi ad assaggiare le leccornie fatte dalla bellissima Celeste.
La cosa che più adorava Rocco di Celeste era la sua abitudine di cantare quando cucinava, a volte senza accorgersene, con una voce dolce e calda, intonava canzoni in dialetto romagnolo, ma anche altre canzoni come quelle delle favole che le raccontavano da piccola…. quando sognava ad occhi aperti canticchiava la canzone, “I sogni son desideri”… e si immaginava come un piccola Cenerentola  moderna…. alla ricerca del suo principe… Cantava Celeste e non si accorgeva che dietro di lei nascosto, appoggiato alla madia Rocco l’ascoltava compiaciuto accennando un sorriso dietro la smorfia di duro che ormai era stampata sul suo viso, anche se non voleva.
Dalla sua finestra della mansarda Celeste riusciva a vedere in lontananza il canale, i ponti, anche quello in pietra detto ponte “della Madonnina” per la presenza di un ritratto sacro nelle vicinanze. Dall’alto tra i tetti intravedeva le croci delle tante chiese nelle vicinanze,  la croce di S. Maria delle Grazie, quella di San Cristoforo,ecc….. Seguendo la “grande via d’acqua del Naviglio” ci si allontanava lentamente dal cuore di Milano per addentrarsi nei campi disseminati lungo la via. Celeste quando poteva andava a passeggiare sul Naviglio, adorava vedere l’acqua che scorreva sotto i ponti, la rilassava, e la faceva sognare ad occhi aperti. La strada che costeggiava tutto il Naviglio era la “residenza” prediletta di artisti e di storici bottegai. Le vetrine dei pellettieri ed i  pittori che si affacciavano sulla strada, ne riempivano le vie, rendendo l’atmosfera del naviglio la più affascinante al mondo per Celeste. Alcune barche trasportavano passeggeri da un paese all´altro,  specialmente nei giorni di mercato e di feste, anche se la ferrovia Milano-Vigevano, anch´essa parallela al canale, aveva soppiantato il giro in barca.

 

Spesso Celeste andava a lavare le tovaglie ed i suoi indumenti alla lavatoio fin sul Vicolo dei Lavandai lungo l’Alzaia del Naviglio Grande, dove l’acqua arrivava direttamente  dalla Darsena di Porta Ticinese. Qui si inginocchiava  su di una cassetta di legno detta “brellin“, poggiando le ginocchia su di un cuscino rivestito di cuoio. C’era una tettoia e sotto di essa delle  pietre inclinate utilizzate  per strofinare energicamente i panni.  Lavava Celeste e con la mente andava lontano, nella sua terra, era felice perché quel posto così suggestivo le ricordava la sua Romagna di quando con la mamma e la nonna insieme ai fratelli andavano giù al fiume a lavare i panni per poi finire tutti insieme a bagnarsi i vestiti, spruzzandosi l’acqua addosso. Ritornavano a casa ad asciugarsi davanti al camino acceso e con quel pretesto finivano per  raccontarsi storie fantastiche e favole tradizionali, mangiando la polenta o piuttosto una semplice piadina con culaccia.
Un giorno proprio mentre era intenta a lavare le tovaglie della Trattoria da lontano scorse un battello che attirò la sua attenzione perchè era diverso dagli altri, era di rovere levigato e lucido, aveva degli stemmi e degli stendardi. Celeste ricordò che un tempo le nobili famiglie milanesi si spostavano lungo il canale, all´inizio della bella stagione, lasciando  i freddi palazzi cittadini per raggiungere le loro residenze di villeggiatura, situate lungo le sponde del Naviglio. Per questo motivo, vi erano tanti parchi che si affacciano sul naviglio tutti dotati di piccole insenature che consentivano l’approdo delle barche diventando così uno  sfondo  suggestivo e poetico, che ispirava tanti pittori.

 

Man mano che il battello si avvicinava prima di scomparire sotto il ponte per poi rispuntare dall’altra parte,  l’attenzione di Celeste si focalizzò su di un’asta in ferro battuto con degli anelli metallici con sopra una decorazione a forma di gallo: era una caveja. L’aveva riconosciuta, nella cultura contadina Romagnola, si diceva che la caveja avesse poteri propiziatori,  evitava disagi climatici per tutelare il raccolto nei campi, ma proteggeva anche la famiglia, aiutando il futuro dei nuovi matrimoni. Celeste si stupì di vedere lì un oggetto di culto romagnolo …. si affacciò sporgendosi fino a perdere quasi l’equilibrio… voleva vedere chi c’era sulla barca, chi ne era proprietario, ma non vi riuscì. Mentre ritornava a raccogliere la biancheria,  dalla barca un giovane stava fissando ammirato i ricci dorati e ribelli di Celeste che con un gesto automatico aveva riposto le ciocche di capelli dietro le orecchie, senza riuscirvi…. Il giovane sembrava rapito dalla figura esile ma fiera di quella ragazza dolendosi di essere ormai lontano e di non poter fare la sua  conoscenza, infatti la barca scomparve addentrandosi lungo il Naviglio Grande. A Celeste restò la sensazione che qualcuno l’avesse osservata a sua insaputa, si girò di scatto ma ormai c’era solo il riflesso dell’acqua dorata del Naviglio che incominciava a prendere i colori del Tramonto.
Le giornate di Celeste, sembravano sempre le stesse, ma ogni giorno la ragazza faceva in modo di renderle sempre speciali… lo faceva con un nuovo menù, lo faceva cucendo di nascosto delle tendine colorate che poi comparivano d’incanto attaccate alle finestre, lo faceva invitando a ballare gli avventori affezionati in una mazurka o in un liscio da balera…. Rocco era ormai consapevole che quella ragazzina aveva portato la vita nella sua Trattoria che aveva  rischiato di andare a rotoli.

 

Celeste, come ogni sera, stava finendo di lavare i piatti, incominciò a provare una certa agitazione, non sapeva che cos’era quella sensazione che la faceva stare in ansia, questa sera non era come tutte le altre sere,  le sembrava diversa,  c’era nell’aria qualcosa.  Non sapeva spiegarselo sentiva  lo stomaco che le si torceva…. “Sarò stanca, questo è tutto….” Ripose l’ultimo piatto asciugato nella madia e si avviò verso la sua stanzetta. Nella sala tutto taceva, gli avventori erano tutti andati,  ma a tratti si sentiva il respiro pesante di Rocco, che si era addormentato appoggiato ad un tavolo, sognando forse compiaciuto delle entrate che stavano migliorando, sognando forse di dire grazie a Celeste, perchè  nella realtà non si sarebbe “sognato” mai di farlo personalmente, sognando che la sua bettola finalmente sarebbe diventata una Trattoria rispettabile come quelle altre sul Naviglio, che lui aveva sempre invidiato.
Ad un tratto un tonfo sordo verso la porta che dava sul retro. Celeste trattenne il respiro…. di nuovo il tonfo. Questa volta più forte ed un altro ed un altro ancora….. Si appoggiò spaventata ai vetri della sua finestra, senza aprirla guardò giù nel buio fitto sperando di scorgere qualcuno, ma non vide nessuno…. Di nuovo un rumore, questa volta qualcosa aveva toccato i vetri della finestra… scorse un’ombra… rabbrividì il suo sguardo andò prima alla porta, era chiusa con il chiavistello, lo aveva sempre messo dall’inizio che era lì,  Rocco non le sembrava molto raccomandabile, soprattutto quando beveva, poi misurò l’altezza che la separava dalla strada, si sentì al sicuro da qualsiasi male intenzionato, quindi si fece coraggio e aprì la finestrella e mise fuori la sua testolina bionda: “Chi è, chi è a quest’ora? Fatevi riconoscere, prego”. Nessuna risposta arrivò, allora Celeste fece per rientrare quando una voce calda di uomo disse: “Sono io Celeste, il tuo principe azzurro….”
Celeste, era senza parole, prese la lanterna e la pose fuori dalla finestra per vedere a chi appartenesse la voce che aveva pronunciato quelle strane parole. “Chi siete? io non vi conosco”. Scorse un giovane fermo dritto sotto la sua finestra, “Scendi Celeste, ti prego voglio conoscerti da vicino”.“Non ci penso nemmeno – sbottò Celeste – non parlo agli  sconosciuti, e poi a quest’ora!”. Celeste fece per chiudere la finestra ma la voce insistette, “Ti prego non ti mangio mica, solo un momento”  Celeste era incuriosita dall’insistenza dello sconosciuto e comunque sapeva badare a se stessa, nel dubbio prese in mano l’attizzatoio del camino nascondendolo dietro la lunga gonna e scese giù da basso. Sgattaiolò senza farsi sentire da Rocco che adesso russava sonoramente. Aprì il chiavistello senza far rumore e uscì dal retro. Il giovane era molto attraente, dall’alto non l’aveva notato, era muscoloso, ben vestito, dai capelli corvini…. occhi azzurri penetranti … “Allora?? Chi è lei e cosa vuole da me???” “Buonasera Celeste, ti ho visto dal mio battello quel giorno sul canale, all’altezza del vicolo dei Lavandai…. e non ho trovato pace fino a che, chiedendo a tutti quelli che incontravo, se avessero informazioni su di una bellissima ragazzina dai capelli color oro, non mi hanno risposto – “è Celeste, la cuoca della Trattoria Rocco” – e quindi  eccomi qui”.
”Io non so’ chi siete signore e …” – “ti prego” -  la fermò lui, – “io sono Francesco dammi pure del tu”- e lei – “…e comunque non posso e non voglio parlare a quest’ora , e di che cosa poi non ho ben capito, mi dispiace, piacere di averla conosciuta ma devo andare, domani il gallo canta alle 5 ed io devo alzarmi per incominciare la mia giornata quindi”….. “Ti prego, fammi soltanto spiegare il perchè ti ho cercata….. Io compirò a breve venticinque anni e volevo dare una festa sul mio battello, purtroppo il mio cuoco si è ammalato ed ho bisogno di qualcuno che possa sostituirlo, ti confesso che l’idea di conoscerti va al di là della tua professione, ma adesso proprio per farti capire che ho intenzioni serie e che non sono un malandrino, ti volevo chiedere se vuoi accettare di cucinare un piatto speciale per me…. uno a tuo piacere piccola Cenerentola…. A queste parole Celeste arrossì…. “Cenerentola…. ma io …. lei… tu…. come mi hai chiamata??!!”

 

L’acqua del canale scorreva veloce e come su di uno specchio rimandava i riflessi delle luci che soffuse si erano accese lungo la strada che costeggiava il Naviglio, fidanzatini passeggiavano mano nella mano e Francesco chiese a Celeste di fare due passi. Celeste imbarazzata fece scivolare giù l’attizzatoio che aveva tenuto nascosto tutto il tempo… “Non credo ci sia bisogno di usarlo”, pensò…  Camminarono lungo la passeggiata del canale, era deserto le botteghe erano tutte chiuse, due bar erano senza clienti, Celeste, mentre passeggiava in silenzio con la coda degli occhi  diede un’occhiata alla trattoria che Rocco odiava perché era del suo diretto concorrente… i camerieri erano fermi a parlare o a fumare e sembravano impegnati solo a spostare il loro peso prima da una parte e poi dall’altra,  solo per far vedere al padrone che si stavano muovendo, Celeste ne era compiaciuta, “A Rocco farà piacere saperlo” – pensò.

 

Arrivati in una piazzetta, i due giovani si sedettero su delle piccole panche di pietra,   Francesco aprì il suo cuore a Celeste:  “Sai l’innamoramento non l’ho mai aspettato, non ho mai fatto misteri sul fatto che, forse per l’abitudine maschile, che agisce meccanicamente quando si tratta di donne, si passa da una ragazza all’altra senza pensare alla bellezza, al fascino o all’età, è così,  e senza chiedere il permesso l’occasione ti fa ladro di sentimenti … poi all’improvviso un colpo al cuore…. Ti manca il fiato, sai benissimo che hai di fronte l’esatta metà di te stesso, il completamento della tua persona e della tua stessa essenza… E’ lei .. la parte mancante … la costola  ritrovata e nulla conta più se non anelare che il tuo respiro sia unito al suo… E tutto d’un tratto non servono le parole, parlare è infatti inutile,  poiché uniti anche nel silenzio che non suscita nessun imbarazzo, come una coppia che collaudata nel tempo approfitta dei loro silenzi per raccontarsi in un’intesa mentale e fisica la gioia di stare insieme… Tutto questo Celeste l’ho provato appena ti ho vista, ed ora che ti ho di fronte a me ne ho la certezza…. Sei tu l’amore, quella che voglio”.

 

Celeste, imbarazzatissima sorrise, era stordita ma provava la stessa sensazione, stava bene le parole di Francesco le davano calore e sicurezza era felice…. Per Celeste Francesco ebbe l’effetto di una lampada che ci accende nel buio per indicarti la strada, per farti notare man mano che i tuoi occhi si abituano alla luce, che tutto intorno c’è vita e che senza più paura, puoi arrivare alla tua meta. Le loro mani si sfiorarono, Francesco avvicinò la sua bocca a quella della ragazza che avendo capito le sue intenzioni aveva colorato il suo viso di un rossore adolescenziale. Celeste non aveva più difese, ma volutamente si lasciò andare …. Una scarica elettrica invase il corpo dei due giovani per un attimo Celeste credette di avere un mancamento…. Poi scostandosi con delicatezza Francesco le sussurrò: “Sei la mia principessa”.

 

La mattina dopo Celeste indugiò nel letto ripensando a quel bacio, sfiorò le sue labbra con le dita e facendole scivolare su di esse provò un calore che la invase fino ad arrivare al suo basso ventre, vergognandosene quasi  tanto fu il piacere. Non aveva mai baciato alcuno e quel bacio improvviso l’aveva resa felice.  Celeste era diventata più allegra, faceva anche le faccende cantando, andava al mercato e salutava tutti, avendo sempre un occhio di riguardo verso gli anziani che le ricordavano la sua nonna. Con Francesco usciva tutti i pomeriggi, dopo aver preparato il menù della sera, per evitare che Rocco avesse avuto qualcosa da ridire, grugnendo tra i denti qualche parola irripetibile. I due innamorati erano soliti sostare sotto un salice che con i sui rami “piangenti” creava un’atmosfera romantica.  Celeste restava ore appoggiata sulle gambe di Francesco e con la punta delle dita, toccava la superficie dell’acqua del Naviglio, mentre il ragazzo con un filo d’erba in bocca lanciava sassi nel fiume disegnando grandi cerchi sull’acqua. Di solito guardavano divertiti i ragazzini che si tuffavano nelle acque gelide del fiume dalla sponda nei pressi di San Cristoforo, solo per recuperare qualche moneta lanciata da qualche passante nel fiume a mo’ di portafortuna. Le giornate che prima non passavano mai, adesso erano troppo brevi per Celeste, che trasaliva quando al tramonto Francesco le chiedeva di rientrare, accompagnandola in Trattoria.

 

Intanto si stava per avvicinare il giorno del compleanno di Francesco e Celeste ripensando alla proposta che il ragazzo le aveva fatto, quando si erano conosciuti, decise di cucinare il suo piatto speciale. Ebbene lui l’aveva chiamata “la sua Cenerentola” e allora perché la sua fiaba preferita potesse rivivere in lei, occorreva una zucca, questa volta non per tramutarsi in una carrozza ma per diventare un gustosissimo piatto: i Tortelli di zucca.

 

Per Celeste molto importante era la scelta della zucca, doveva essere pesante, soda e di un bel colore arancio, come la tipica zucca mantovana. Decise di andare personalmente al mercato ortofrutticolo per scegliere la regina delle zucche e tutti gli ingredienti per cucinare i Tortelli ripieni. Portò nella sua cucina  una zucca di circa 2 kg di un colore arancio che ricordava quello del sole al tramonto in un pomeriggio d’estate. Dopo aver tagliato a pezzi la zucca, una volta cotta Celeste aggiunse alla  polpa circa 200 gr di amaretti ben pestati, sale pepe e circa 200 gr. di parmigiano reggiano. Dopo aver preparato la sfoglia per la pasta, con 1 kg di farina e 6 uova intere, Celeste stese l’impasto sul tagliere e dopo averlo tirato piuttosto sottile ritagliò dei quadrati ne troppo piccoli ne troppo grossi, al centro mise una noce del pesto di zucca e ripiegati i quadrati su se stessi prima a triangolo e poi formando l’anello del tortello, li buttò  in abbondante acqua salata rigorosamente  uno alla volta, li colò e messi in una pirofila provenzale, con tanto di fiorellini arancio, li  condì semplicemente  con burro e tanto parmigiano reggiano.

Venne il giorno del compleanno di Francesco e Celeste cucinò i tortelli così come aveva stabilito…. preparò oltre a questo gustoso primo piatto, tante altre portate  a base di zucca e tante specialità che aveva ormai inserito nel menù della trattoria di Rocco. Per lei, Cenerentola metropolitana, la sua zucca quindi invece di carrozza, come mezzo di trasporto si era trasformata in un mezzo di comunicazione, stava comunicando attraverso il senso del gusto la sua gioia di cucinare ma allo stesso tempo gettava le basi per quello che sarebbe stato l’amore della sua vita. Aveva portato tutto sul battello di Francesco che non riusciva a credere che quella minuta ragazzina avesse fatto tutto da sola. “Mi ha aiutata Rocco…. incredibile ma vero…. stamane mi ha vista indaffaratissima e senza chiedere nulla ha incominciato a gironzolarmi intorno, gli ho chiesto con un filo di voce: – “mi passeresti la verdura devo lavarla…” e lui – “lo faccio io!” e così per due ore mi ha supportata lavato le pentole, aiutato con il fritto… e la sorpresa più grande per me è stata quando dalla sua bocca sono usciti fiumi di parole, aneddoti di quando faceva il cuoco nell’esercito e di come poi gli è venuta l’idea di aprire la trattoria. Ero felice perchè io gli voglio bene… e lui mi ha dimostrato che ricambia il mio affetto”.

 

Francesco guardò la tavola che straripava di cibarie Tortelli alla ZuccaGnocco fritto, Piadina romagnola con Culaccia, Sedani di pasta fresca con zucchine, menta e pecorino e ancora, dei delicatissimi Cappellottoni di magro con crema di parmigiano. Vi era anche  il Culatello di Zibello, il Salame  felino… il classico ‘Formaggio di Fossa’ accompagnato da miele di castagno, confettura di fichi e cotogna, Savour Romagnolo (mosto di uva cotto con mele e pere cotogne e frutta secca), fichi caramellati, nonché i formaggi ‘erborinati’ come il Gorgonzola, il Taleggio di Grotta, e tanti altri formaggi.

 

Celeste aveva anche preparato una  invitantissima selezione di dolci tra cui la Cioccolatissima alle mele o la fantastica  Torta di riso e mandorle al profumo di Sassuolo. Aveva predisposto per ogni piatto anche una selezione di vini romagnoli tra i quali Sangiovese, Albana, Pagadebit, Trebbiano, Cagnina.

 

Celeste mentre imbandiva la tavola, disponendo le vettovaglie con gusto e raffinatezza, raccontò a Francesco le origini di quei vini tanto amati dalla sua nonna… uno su tutti  il  Sangiovese detto “Sunguis di Jovis” cioè Sangue di Giove , servito nel lontano ‘600 dai monaci a Papa Leone XII, col passare degli anni, diventò il simbolo della terra di Romagna, tanto che i contadini dicevano che il “Sanzve’s” contenesse il carattere dei romagnoli: esuberante, franco e schietto,  robusto ed ospitale,  ruvido all’esterno, ma sincero e delicato, all’interno.

 

Quella sera sul battello, che scorreva lungo il canale la musica del Valzer accompagnava l’allegro vociare degli intervenuti in un caleidoscopio di colori, immagini e suoni che resero un’atmosfera da favola per Celeste che per l’occasione aveva indossato un abito lungo dal colore dei suoi occhi, azzurro cielo, ed aveva messo giù i suoi capelli ricci che, vaporosi, le incorniciavano il candido viso da ragazzina innamorata… Francesco era raggiante, e presa Celeste per mano annunciò inaspettatamente per i suoi familiari e per gli amici la sua intenzione: “Vi presento la mia sposa, la mia piccola Cenerentola che si è trasformata nella principessa che ho sempre avuto nel mio cuore”. Celeste scoppiò a piangere dalla gioia e baciò il suo principe più e più volte.

 

Purtroppo il finale edulcorato delle fiabe “…e vissero felici e contenti” nel disegno che il  fato aveva già stabilito per Celeste e Francesco, non era previsto. Un giorno, mentre Celeste era intenta a badare alla sua cucina, con la Trattoria piena di gente, e con grande orgoglio di Rocco che era diventato ormai un’ottima spalla per la ragazza, Francesco ritornava dal fiume con il suo battello. Da lontano intravide una serie di barconi che trasportavano sabbia, incolonnati nella spianata del bacino in attesa di scaricare il loro pesante carico. Su quel lato del fiume, infatti,  i silos ormai stracolmi, avevano lasciato il posto a dune che si alzavano  fino ai secondi piani delle case, erano i cosiddetti “sabbioni” che davano un aspetto caratteristico al panorama. Una manovra errata del timoniere, nel sorpassare i battelli in fila, fece sbandare violentemente l’imbarcazione che urtò contro la poppa dell’ultimo battello merci. La caveja, quell’oggetto che era stato per Celeste uno dei segnali del loro amore,  fissato in malo modo sulla parte superiore della barca, per l’urto cadde violentemente su Francesco, conficcandosi all’altezza del cuore facendolo morire sul colpo.

Celeste, affranta, nei giorni che seguirono rimase chiusa nel suo dolore, rintanata nella sua soffitta e con lo sguardo fisso al di là della finestra che dava sul Naviglio. A nulla valsero le preghiere di Rocco e dei sui amici-clienti. Poi un bel giorno, all’alba, Rocco sentì dei rumori in cucina, Celeste, con la morte nel cuore aveva ripreso la sua vita, che non fu però mai più la stessa. Gli anni, tanti, passarono incessanti da quel tragico giorno e altrettanta acqua passò sotto i ponti del Naviglio Grande. Celeste ormai anziana, si ritrovava spesso sulle rive del Naviglio a pensare alla sua giovinezza. Il canale era ancora lì con il suo fascino e le sue le luci, il luogo di conservazione di molte delle antiche  tradizioni era adesso il centro della “movida” milanese e degli stranieri che arrivavano per vedere questa affascinante destinazione. Ma, ad uno sguardo più attento, a Celeste non sfuggì certamente che lo storico quartiere dei Navigli era,  ormai,  un ricordo di quello che lei aveva invece impresso nella sua mente.

Sempre più spesso pensava a quando da ragazzina aspettava il suo Principe Azzurro. Si, Celeste si era sposata,  aveva avuto dei figli e tanti nipoti, e a tutti aveva insegnato i segreti della sua cucina Emiliana. Rocco, ormai stanco  le aveva lasciato la Trattoria sui Navigli, lo aveva fatto come un padre dona i suoi averi ad una figlia, con amore e le era rimasto accanto, a proteggerla, diventando un nonno presente per suoi figli, fino alla fine. Celeste molto più tardi era anche riuscita con le sole sue forze ad aprire un’altra Trattoria al centro di Milano, inaugurando il  piccolo locale, posto su due piani, con orgoglio. La gestione era sempre di tipo familiare e i sapori, immancabili, sempre tipici della cucina emiliana. Celeste  aveva continuato per tutti questi anni a fare quello che le era sempre riuscito meglio: cucinare.

Dopo la morte di suo marito, un uomo tranquillo che l’adorava, che era stato fin dall’inizio consapevole di dover combattere per tutta la vita contro un fantasma e che aveva accettato di avere in cambio di un amore incommensurabile, semplici dimostrazioni di affetto, Celeste  pensava sempre più spesso a quel periodo in cui per un tragico destino non si era trasformata da Cenerentola a Principessa. Non aveva mai smesso di pensare a Francesco, un meraviglioso ragazzo che l’avrebbe amata per tutta la vita se il destino non gli fosse stato così avverso. Facendo i suoi conti però, la sua era stata una bella vita. La sua zucca, era vero, non si era trasformata in carrozza, ma non rimpiangeva niente di quello che aveva fatto in tutti gli anni della sua lunga vita, era tempo di passare il testimone, era tempo di andare sulla sua soffitta e guardare da quella finestra che dava sul Naviglio il suo tramonto, l’ultimo.

a cura di Elena Simonetti

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:25
 
Commenti (5) | 1.03.2013

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