Papa was a rolling stone

E’ la seconda volta che vengo invitato a scrivere su un tempio della ristorazione di alta gamma. La prima volta era stato piuttosto bizzarro: grandhotel internazionale, clientela facoltosa, nel grande atrio un’atmosfera sospesa, vagamente vampiresca. Mi faccio annunciare, incontro lo chef, un narcisista perverso che mi odia subito, il maitre non può far nomi né raccontare dettagli, la direttrice mi guarda divertita (parteggia d’evidenza per me), la invito a cena, non si può, mi lascia al bar. Dico: devo scrivere su di voi, consideratevi a mia disposizione…al bar va molto meglio, a suon di margarita…

Là ho atteso la direttrice, non so esattamente cosa le ho detto, era felice -molto-, giocavo d’anticipo. Uscito, avevo un sorriso un po’ vago e dissipato e non sapevo davvero cosa scrivere su questo luxury restaurant di Minneapolis e neanche sull’atrio della corte centrale, cupola di vetro che sovrastavava un gruppo di yuppies postmoderni, un po’ naftalinati, come tutto.

Domando: qui gli uomini vengono con le loro donne o…con le loro amanti? – Come potremmo sapere, noi? – Ecco, grazie. Allora, ecco, avevo ricordato la ricetta, dovevo farmi dare una ricetta. Lo chef riappare, si siede, mi fa sedere e senza guardare scandisce pieno di fede: QUAGLIA, CAVOLFIORE, CAFFE’, FEGATO GRASSO, ZUCCA, SPAGHETTONI, CACIO, PEPE NERO, BORRAGINE, CIPOLLOTTO, BACCALA’, AGLIO DOLCE, PANE, SENAPE, SCAMPI, ANIMELLE, PATATE DOLCI, LEVISTICO, BATTUTA DI FASSONA, NIZZARDA, CODA DI BUE, RADICE DI SONGINO, PIOPPINI, FOGLIE DI SENAPE, OMBRINA, CARDI, CAPPERI, PUNTARELLE, MAIALE NERO, SCORZONERA, MELA ANNURCA, NOCI, NOCILLO, AMARETTI, RISO ACQUERELLO, ZAFFERANO, RANA PESCATRICE, LIQUIRIZIA, LIMONE, ASTICE, CAVIALE, CAVOLO VIOLA, ARINGA, PINOLI, UOVA, TARTUFO NERO, SCALOGNO, SCORFANO, SCAROLE, OLIVE NERE, PASTINACA, CAVOLETTI, PEPE ROSSO, CIPOLLA ROSSA, PATATE, VERZA, RADICI, TUBERI, UVETTA.” Però, mi son detto. Nessun egocidio. Di colpo lo chef mi piaceva.

A Minneapolis successero poi molte cose.

Questo, l’ultima volta.

Ora la cosa era diversa.

Ero stato invitato a scrivere un racconto punto e basta e la direzione tutta concordava sull’importanza della letteratura ed erano felici di accogliermi e farmi passare una serata sontuosa sul conto del mio sguardo infaticabile e del mio fiuto per l’occasione e, sostanzialmente, per il punto essenziale. Tutto piuttosto vago, a dire il vero, ma plausibile e ottimista, se non fosse stato per quell’umore funesto e generoso che mi prende di tanto in tanto per la via.

La chiamano disintegrazione emotiva.

Caduta irreversibile dall’uno al doppio e raddoppio. Emorragia inevitabile.

Succede che per qualche inesauribile motivo, l’emozione non si quieti ed anzi, impavida, senza pace, s’imbatta sistematicamente nell’emozione che segue. E se da un lato il giochino presenterà aspetti spettacolari, è possibile che nel fondo, attutito, come un’eco di un tonfo lontano, si senta un paf! o un toc! o un semplice tatà. Così che si diventerà silenziosi e malinconici, che son diritti appunto che si conquistano sul campo, e lo sguardo teso sul mondo diventerà un’elegia senza fine, posa marginale e poetica. Tutto sarà fonte di inguaribile nostalgia.

 

Così che uno si sveglia a Milano ricoperta di neve, in mezzo a una tormenta nordica, si affaccia alla finestra e vede due cacciabombardieri nell’atrio del palazzo dirimpetto e un sommergibile. E non si è a Mosca, anche se è come essere a Mosca, perchè dietro, mite, solenne, persistente, fiero…Sant’Ambrogio. Pure sommerso dalla neve.

Uno si sveglia in una casa deserta e si domanda: Chi è lei? Com’è?

 

Tutto stava finendo come era cominciato, dunque, nel non senso.

Ricordo molto distintamente che me ne stavo appollaiato al bar dell’Hyatt Hotel, galleria Vittorio Emanuele o qualcosa, luogo non luogo dove amo soffermarmi quando mi sento un fantasma, attendere non meglio precisate epifanie. Tipo “Lost in Translation”. Uno si apposta con una faccia stralunata e osserva gli obbrobri del mondo, i misteri alchemici del destino.

E qualcosa era successo.

Venivo da giorni strani.

Tutto era andato molto oltre le aspettative.

Una musa norvegese mi aspettava in un faro nei fiordi del mare del nord. Ultima occasione per una relazione che sembrava volgere all’epilogo.

Una grande artista internazionale aspettava me, con tutto il fervore delle grandi donne votate al martirio.

Si trattava di sistemare alcune faccende di lavoro, fare molte telefonate, concentrarsi sull’attimo fatale e comprarsi degli stivali da neve.

Mai avuti stivali da neve e senza quegli stivali non sarei mai partito. Del resto lei scalava i gradini sperando di galleggiare infine su un preteso paradiso in terra, io affondavo, mi immergevo nelle profondità di ignote maree.

La grande artista, travolta da un imperscrutabile senso del destino mi pretendeva, convinta che le nostre forze sarebbero diventate presto e nell’eternità una sola e avremmo dato splendore all’io-flow…www.io-flow.it…www.io-flow.com

Ritrovare il proprio centro e il proprio dentro.

Davvero sapevo che avevo bisogno di silenzio, di spazi inerti, di vuoto per la mente e di quell’universo ambiguo e battuto da ogni tempesta che la gente comune si ostina a chiamare “amore”.

Nel frattempo, dovevo solo godermi l’ora, essere quieto e ispirato, silenzioso all’esterno, sveglio all’interno. Quasi impossibile per uno da troppo tempo assai rumoroso dentro e fuori, divenuto perlopiù incomprensibile nei suoi atti al mondo e ancora di più a sè. Matto, o forse sempre più stupido.

Insomma, in un colpo solo si cerca rinascita, salvezza, sguardi muti, un amore impossibile. Però tutto pareva andare per il verso giusto. Avevo trovato un biglietto d’aereo perfetto ed economico, un varco imprevisto nei miei impegni di lavoro concedeva estro e tranquillità e all’arrivo mi eran stati promessi niente di meno che scarponi dell’esercito norvegese, roba ancestrale perfetta per montagne e metropoli postnucleari.

Poi era arrivato il seguente messaggio:

16:42:28 : Caro, I need to stay in the light tower on my own and just focus on my work…sorry about that – but think you haven’t booked any tickets and are anyway not sure if you come due to your job commitments. Better so. Get the boots anyway- they are brilliant.

Avevo risposto con un amaro e fatalista singhiozzo interiore.

- Strange life.

In tutta evidenza la nostra storia finiva lì.

Non avevo ben interpretato tuttavia un messaggio seguente e misterioso con cui la ragazza mi mostrava il suo ultimo lavoro, foto rubate in casa mia e una foto della mia mano aperta e placida mentre dormo, con questo strani versi criptici, che, manco a dirlo, sarebbero stati letti dal sottoscritto solo qualche giorno dopo:

“open hand while asleep

exposes the soul

and challenges its owner,

there is no rest until silence is found

only then will the dwelling secret be revealed.

I’ll carry this memory between my hands as if it were bowl filled to the brim with fresh milk…And it will be an adequate sign – it will be enough for me”

Qualche giorno dopo, una volta ormai presa la mia via una virata irreparabile e vi dirò come, ecco la nostra eroina faceva toc toc alla porta.

[20:40:31] – Spero che tu abbia capito….

[20:41:10] – Certo. Non ti preoccupare….

Solo…strana la vita… normalmente non riesco a combinare nulla, una possibilità su mille che tutto tornasse..ed ecco…tutto tornava perfettamente, giusto come non mai e..paf!…il tuo messaggio.

Si inverte la rotta…

Bisogna dire che davvero il nostro eroe aveva vaticinato che quell’incontro fosse cosa giusta e immaginato a lungo un lento iniziatico cammino nella neve per raggiungere nella profonda notte buia e magica del nord, un faro solitario, lambito dal mare, il periodo intermittente di una luce che segnala e scompare. Cosa sarebbe successo in quel silenzio sconfinato?

Ma ecco:

[20:45:34] ……davvero spero che tu abbia letto nel modo giusto e….che tu possa e voglia ancora venire…

Uh?

[20:47:35] …il mio messaggio…non hai capito…volevo solo, sono una donna, da donna, essere sorpresa, che tu apparissi, ecco, per necessità, d’un tratto…

Era seguito un considerevole strascico di: no!!! …si!…noooo!!!…si!… no! si…

[20:48:36] …Non puoi capire…l’ho fatto per…son stata malissimo tutta la settimana…manco riuscivo a dormire…solo pregavo, pregavo che tu venissi…

- Nooo!

- Si…

Per capire cosa passasse in quel momento nella testa del nostro eroe, si deve tornare al giorno in cui questi aveva ricevuto lo sciagurato messaggio in cui giustappunto la femmina nordica dall’apparenza sicura e destinata alla gloria artistica -e non solo- incitava il proprio amante ad un gesto rivoluzionario scrivendogli che…mmmh..doveva concentrarsi sul proprio lavoro…meglio vedersi un’altra volta (non male, no?).

Bene, quel giorno il nostro eroe aveva annunciato che non sarebbe più andato da nessuna parte, provato a suonare alla tromba “You and the night and the music”, e lavorato strenuamente a un certo progetto che lo vedeva coinvolto a doppio filo con un cliente patologicamente avvinto da un vertiginoso istinto alla disfatta.

Poi, sul tardi, aveva ricevuto una telefonata in cui sua cugina di quinto grado lo invitava fuori per un aperitivo.

“Come è difficile essere bravi!” si ripeteva all’orecchio.

Sta storia della cugina va spiegata.

Un giorno mia madre mi chiama con la voce rotta di emozione e mi dice, “non ti arrabbiare ti prego non ti arrabbiare, ma è successa una cosa. E’ successo che mi ha chiamato questo cugino lontano, imparentato con la nonna G. (che, per spiegarvi, era una persona speciale: evocazione magica, oramai puro alito cosmico, ho preso tutto da lei ereditando anche la specifica follia di quel lato della famiglia)…ebbene, abbiamo parlato di tante cose e tanti ricordi…ci incontreremo…ha delle lettere da farmi leggere…ci tengo, ci tengo tanto e…insomma…pensa un po’, neanche a farlo apposta…indovina???…ha una figlia che abita a Firenze…ora, dimmi di si, ma vorrei tanto che tu l’incontrassi, è importante, la famiglia è importante, la famiglia è tutto.”

Sta cosa della cugina e di ristabilire i contatti col ramo materno della mia famiglia mi intrigava assai. E non solo per l’amore per la mia nonnina “diabolique”. Era toccare con mano tutta una serie di racconti ancora vivi nei miei ricordi, racconti mitici di luoghi e nomi e destini. Ecco che quelle vaghe e prime fantasie avrebbero avuto un corpo, un indistinto palcoscenico dell’infanzia avrebbe profumato di terra e di erba, sarei stato lì in qualche modo. Tanto più che da un po’ di tempo ho questa fissa che vorrei scrivere una sorta di biografia familiare. Nessuna saga latino-americana, s’intenda, per quanto alcuni personaggi della mia famiglia siano davvero degni di realismo magico e da generazioni si realizzino fatalmente, una generazione si e una generazione no, rovine esemplari pervicacemente perpetrate.

Mi piacerebbe raccontare la storia della mia famiglia attraverso momenti all’apparenza banali, non determinanti, eppur densi di quella magia normale che accade solo in alcuni momenti esemplari, tipo l’affacciarsi al tavolo apparecchiato una domenica dell’infanzia mentre tutta la famiglia è seduta tranne tuo padre e tu quasi troppo all’improvviso arrivi lì e vedi il bianco della tovaglia e senti certi profumi. O il giorno in cui tua madre, molto distratta, ha detto senza rendersene conto, si, vai pure a casa del tuo amico e son le sette di sera ed è buio e tu sei solo ad attraversare la campagna e gli ulivi e c’è vento e tu hai quella prima incredibile sensazione di libertà e paura e poi vedi un muretto su una discesa per i campi e senza sapere perché, corri e salti dal muretto, nel vuoto, felice, eroe solitario, 7 anni.

Beh. Cosmogonie.

Come se il tempo si ricostituisse e un mondo di affetti e ricordi perduto, forse perduto..ecco…d’improvviso: ritrovare una strada!

E insieme forse anche la storia di tutto un paese, del trasformarsi di una classe operaia e borghese in cinquecento, con la Dc, a un paese sempre più ricco e futile. E d’improvviso povero. Invaso da una banda di Grillini parlanti, bontà loro. Scusate lo sfogo! Non son bei tempi.

Così avevo incontrato mia cugina ventisettenne, capelli castani, occhi marroni pungenti, un corpo grazioso e gentile, sensualità insondabile ma a profusione. Era stato in realtà un incontro piuttosto diplomatico, almeno fino a un certo punto. Poi la ragazza era andata via all’improvviso, lasciandomi in un localaccio col mio ghigno migliore.

Ora mia cugina mi chiamava per un aperitivo, con questa voce che rideva, ed io sentivo un’agitazione lontana, lo squillo del destino.

Ero tuttavia arrivato all’appuntamento molto in ritardo, distratto e stanco. Qualcuno aveva giocato a filotto sulla portiera della mia macchina con una chiave aguzza…

Le città italiane son bizzarre, uno passa un ponte, fa 8 strade ed ecco sei in un altro mondo. Ci sono paesi dove cambiando quartiere sembra che cambi tutto e invece non cambia nulla e paesi dove non cambia nulla ma due strade più in là sei dall’altra parte del mondo, molto lontano da casa. Ed io ero molto lontano da casa. Arrivare a una porta a vetri di un caffè letterario, quando fuori gela, appoggiarsi alla porta per intravedere i soliti dannati arredi shabby chic, per intravedere chi ti sta aspettando, percepire il richiamo profondo degli angeli.

Ero entrato, avevo sorriso, dolce è la parola della sera.

Una musa artista, sperduta in un fiordo del nord, in una casa faro, andava consumando la sua attesa inutile, longing and belonging.

Ed io qui, con la mia cugina di 5° grado, anch’ella musa artista, davanti al bancone di un bar, bevendo uno dopo l’altro centrifughe vegetali fruttate, allungate alla vodka.

E’ bizzarro percepire in altri occhi e altre mani, il proprio sangue, radici lontane, un codice genetico che si intreccia. Non è più unione degli opposti, ma un profondo ambiguo riconoscimento, c’è qualcosa che nell’intimo si specchia, si ritrova, si vede e si capisce. C’è un codice segreto, fatto di storie antiche, di cellule millenarie, di memorie collettive, di fantasmi e spiriti comuni, bauli, casse, sere, notti, paure, elevazioni, vizi, elementi sottili. C’è un assenso vertiginoso, come trovare un porto in tanta incomprensione, reminiscenza di essere stati un tempo un’unica cosa. Gli elementi sottili e incorporei, subito all’erta, si eccitano, ma quieti…si sta incontrando un altro sé…e quest’altro sé che ti accoglie e ti ama, è femmina.

Parlavamo io e mia cugina, di molte cose, e i nostri argomenti segnavano due direzioni. Una diceva che rappresentavamo per vie diverse lo stesso carattere o lo stesso percorso in famiglie, città e storie diverse. Ripercorrevamo un improbabile albero genealogico familiare, ed eravamo arrivati ad Alice Picasso fiera e scolpita, che in tutte le foto ha questi occhi selvaggi e un volto che assomiglia al ritratto di Gertrude Stein o all’arlèsienne di Van gogh.

L’altra era chimica ed alchemica, perché gli occhi quando si incontrano vengono attraversati da energie elettriche misteriose che vanno oltre noi, ed era difficile fingere che questo non avvenisse, qualcosa succedeva e pure il suo sorriso era così remoto per me e dolce, un sorriso che esiste da sempre nella mia memoria e certo il mio sguardo malandrino, lei doveva averlo già visto, sin dai primi suoi sogni e quella vertigine pure doveva conoscerla da sempre, non più dissennata e a perdersi, imperfetta, nel mondo, ma ecco, precisa e puntuale, agrodolce come se l’era aspettata, scientifica, implacabile, irresistibile.

Lei, parlando della sua arte, aveva all’improvviso detto, con un tono solo all’apparenza calmo:

“Ho sempre sentito all’interno delle cose e delle persone un’essenza, una ritualità…che porta alla creazione di uno stato superiore. Lo stato che sta aldilà delle apparenze. ”

Aveva sorriso.

“La mia ricerca nella vita e nella mia arte indaga questo interno, la regola oscura che sta dietro al crearsi delle cose, della nascita primordiale, la ricerca dell’archetipo da dove tutto ha preso forma e da dove tutto ha cominciato a formarsi.

Cerco il principio primario, il momento, l’attimo in cui avvengono gli accadimenti iniziali e finali.”

Cazzo! Mia cugina di quinto grado era un’alchimista maga e provava da tempo a trasformare l’oro in sentimenti cristallini.

(In pratica mummificava insetti e farfalle e li rendeva iridiscenti, ma questa è un’altra storia.)

Poi, a suon di bevute Green Day, la conversazione era diventata vagamente scomposta e frivola, tutto un cugino qui e cugina là, quelle emozioni primarie ci erano sfuggite di mano e poi anche la sacra concentrazione sulle vie misteriose dell’essere. Insomma eravamo piuttosto brilli e la serata rischiava di non avere più un nessun dove segnato.

Basta un’esitazione e l’entusiasmo si perde per la vita. Così che lei di colpo si fa pensierosa e bellissima, dove finirò -si dice-, come finirò. Oddio, oddio.  E non  c’è salvezza, non vedo salvezza. Io vorrei adesso solo fare un figlio e nessuno che vuole fare figli, tutti meschini attaccati al poco che sono, a confondere edonismo e bellezza. Tutte mezze calzette. Con crudezza si era voltata verso di me e aveva detto: “Io voglio essere ingravidata!!!”

E allora, è difficile spiegare certe cose.

L’amore e l’odio non sono sentimenti primordiali. Solo lo slancio è primordiale.

Io l’avevo guardata con la luce che hanno gli occhi dei matti, luce familiare. E mi ero avvicinato.

- Io ho una gran voglia di ingravidarti, avevo detto.

Lei si volta, si ferma all’angolo 39 gradi e gli occhi a 45° nord est, perché lei è seduta su uno sgabello e io in piedi.

- Vuoi fare un figlio…le dico.

Bene. Andiamo! Te lo faccio fare io un figlio.

Ora.

Seguimi.

Dove abiti?

- Qui vicino….

- Vuoi?

- Si.

Mi avvicino senza smettere di lasciare che i nostri sguardi e per essi gli elementi sottili dell’anima si compenetrino a dovere, si scontrino, si inebrino oltre misura. Perché lei è sorpresissima e incredula…ma viva e felice, finalmente scossa da un destino maestro. Il che non è male, se uno esce a prendere un aperitivo col proprio cugino.

Solo avvicino le mie labbra alle sue.

Partiamo tenendoci per mano ed è incredibile, credete a me, percorrere una strada, sapendo che si sta andando a fare un figlio.

L’aria è fresca, la via è antica e il cammino solenne e segnato dal divino. Si compie un destino di grandezza, si ha che fare coi principi. Non è sedurre qualcuno, avviarsi al trionfo finale, condursi più o meno spavaldamente o furtivamente in un luogo dove si farà l’amore, è partecipare della divinità. Si è nel giusto, belli e potenti come non mai. E io così mi sentivo, tenendo mia cugina per la mano, camminando a testa alta, lentamente, per questa via antica, appena illuminata, invernale, e sentivo per lunghi momenti che proprio l’amavo o qualcosa del genere, come si ama chi è arrivato dal nulla solo per te, per accoglierti nel firmamento e condurti in silenzio nel vivente giardino…

Evidentemente aveva ragione mia madre: di colpo intravedevo le gioie della famiglia.

La meccanica quantistica spiega che nell’ambito dell’infinitamente piccolo scompare la legge di causalità e che osservando, si modifica l’oggetto osservato.

Mia cugina pure aveva un passo fiero. Stava diventando madre. Ed era ispiratissima, una sacerdotessa.

Bene.

Eravamo arrivati a casa e lì, tra il corridoio e i divani, avevamo scopato senza preamboli, selvaggiamente. Per due volte il nostro eroe aveva guardato la sua femmina divina e lasciva, la sua metà ancestrale, dicendole che avrebbe goduto dentro di lei. Per due volte il volto della cugina si era acceso di pudore e felicità.

No, non era un gioco. No, vero? Non è un gioco. No. Non è un gioco.

Così.

Era successo.

Ed ora, torniamo al nostro eroe davanti a un computer e alla musa artista norvegese.

- Compra un biglietto, aveva concluso. Se ce la fai ancora, vieni. Subito.

Strana la vita…

Nei giorni seguenti il nostro eroe nient’altro aveva fatto se non…niente. Aveva lasciato trascorrere il tempo. Irreale per non poter essere due o tre persone e neppure se stesso.

La cugina non si era fatta sentire.

La grande artista norvegese aveva aspettato in una quiete dolorosa e non quieta, colma ora di speranza ora di dolorosa premonizione. Aveva passeggiato di notte alla luce delle stelle, senza trovare riposo, ascoltando le onde dell’oceano infrangersi sulla costa, in balìa di un sentimento vulnerabile di saggezza benedetta.

D’improvviso era così arrabbiata con sé stessa, non solo per la rovina della sua storia, ma più amaramente ancora per una latitanza veramente offensiva. Per essersi aperta a me. Ancora una volta ci si apriva alla vita e questa ti feriva a morte. Stretta ovunque da uno spazio creato per me e per il nostro incontro, spazio che è dappertutto e che trattiene tutto e da ogni parte opprime.

Così mi aveva scritto e liquidato, maledetto. Aveva gettato le chiavi di casa mia nell’oceano, voltandosi davanti ai flutti.

Ed allora io, ecco, arrivo, riprendo la parola e le spiego per filo e per segno, l’intreccio mortale degli eventi. Non avrei potuto fare altro, parlava la fatalità.

Le avevo spiegato come al leggere il suo messaggio, mi ero abbandonato silenzioso davanti al tavolo dove aveva scattato le foto, tutto in me era tornato di nuovo sfuocato, nebuloso, lontano, astratto, come sono io.

Ero arrivato fino all’amata cugina, divenuta un’amica, al nostro fare l’amore, ma senza dettagli riproduttivi.

Così i conti non tornavano.

- Per me fa lo stesso, aveva detto. Non cambia nulla nei miei sentimenti.

Questo davvero non me l’aspettavo.

- Quale il prossimo passo?

Senti…

Non ti lascerò così.

Vengo tra un mese da te.

- Vediamo…

- No. Io sono lì tra un mese. Punto e basta.

Se non mi vuoi, ripartirò.

Ti posso domandare una cosa?

- ….

- …no, non ce la faccio.

…Non posso domandartelo.

E’ durissimo chiederti di…aspettare. Posso desiderarlo? Non chiederlo. Sai cosa intendo…

 

Ed ora a noi.

Uno si sveglia, fa colazione.

Tutto ricomincia pericolosamente da zero.

Da Milano mi avevano chiamato alcuni amici, c’erano molte cose da fare, notte frivola milanese, tra cui il concerto di un tipo che canta che un giorno baby, we’ll be old e poi un Q qualcosa, settimana della moda, fiumi di champagne, blogger sacrali, carnevali di vario genere e un monte di gay supermondani con occhiali e baffo.

Non sarei stato propriamente sobrio.

Non riuscivo a non pensare all’incontro tra le due famiglie a casa di mia madre. Ecco, mi immaginavo, foto che si susseguono, discorsi, ricordi, aneddoti, poi il pranzo scivola verso quella pigrizia e stanchezza digestiva, e a un certo momento mi alzo e tintinno una forchetta sul bicchiere e dico, silenzio, per piacere, un attimo di silenzio, avrei qualcosa da dire, anzi…cara mia vieni qui…avremmo qualcosa da dire…su carina, dillo tu…

……

Silenzio, sguardi sbigottiti, mezzo sorriso incredulo di mia madre, la madre di mia cugina che trattiene il padre dal saltarmi al collo…ecc. ecc.

Quella mattina, mia cugina di 5° grado mi aveva telefonato. Era stato strano.

Tutto ricomincia pericolosamente da zero.

 

Nel primo pomeriggio ho preso un treno diretto a Milano.

Nevicava in tutta Italia, le elezioni erano alle porte. Questa neve avrebbe diminuito l’affluenza?

Avevo suonato due ore alla tromba Autumn Leaves, provando a imitare Miles Davis.

Arrivare alla stazione in ritardo, pochi minuti soltanto per leggere il numero del binario mentre si tagliano ampi spazi laterali affollati, percepire quell’impressione di salvezza, appena assaporare la vaga agitazione delle partenze, che poi la stazione di Firenze è bellissima e se arrivi camminando, si passerà dall’immobilità a un’irreale, insospettabile, frenesia. Adoro le stazioni. Odio il domicilio, anche quello interiore.

Sono confuso, devo ammetterlo.

Nella stazione mi giro e in mezzo a un’umanità fosforescente o piuttosto iridescente, fuochi fatui insomma, o veri e propri fantasmi con biglietto, il mio sguardo è attratto distrattamente da una pantera nera dai lineamenti affilati, mezza djangho e mezza thai. Ha grosse borse che non riesce a portare. Tutti gli uomini percepiscono la sua forza e intorno emana un’aura di bellezza,  assassina. Sono secondi.

Arrivo al binario e corro verso la carrozza. La mia è l’ultima carrozza. L’ultima, ed io la prendo dal fondo.

E’ con stupore che vedo arrivare un attimo dopo e sedersi al mio fianco, dall’altro lato del corridoio, la pantera nera. Questo non vuol dire niente. Almeno per menti limitate e chiuse alla magia come le nostre. Ma ci penso, ci penso e quasi son già travolto dal feroce dubbio del rimpianto.

Davanti, un papà che avrà la mia età tenta di assecondare un bambino, che è andato a prendere a Roma, dove vive la sua ex e dove è sempre primavera, per portarlo da lui nel weekend, a Milano, dove adesso nevica. Il bambino lo biasima in tutto. E’ così. Non si cheta un attimo la carognetta,

Ovunque, gente con il capo chino sui cellulari, anche la pantera.

Un tipo, dietro, parla al telefono, dice qualcosa come:

- Non fa nulla, Michele. Non fa nulla…

..Mi dispiace solo che…

…Michele…lo so Michele…ti chiamo apposta…è che m’aveva detto: “Michele, guarda, è qui”…ed io mi son molto stupito…perché… Michele, guarda se c’è una persona lì a cui voglio bene, quella sei te…

…però m’ha detto: “Michele è qui”…capisci?

…Uno ti licenzia e dice…

Capisci?

…No. Non mi sconvolge, Michele, è tutto ok.

Lo so che tu non sapevi nulla.

Sconvolge il mio pensiero di tre anni fa. Che avevo previsto tutto. E tu lo sai, Michele. Ti ricordi quello che ti avevo detto?

A te ora ti assumono e a me tra qualche anno mi faranno fuori, daranno a te quel che ho creato io…

Ti ricordi Michele?

Michele?!!?

La linea casca più volte

Quella voce non avrà mai un volto.

Non dico nulla, penso a cose indistinte e osservo di tanto in tanto la pantera, che si alza nervosamente più volte e sento che a un certo punto spiega al vicino che è una strega, si si. Che segue una religione pagana, dove si sbranano gli uomini e scorre molto sangue e molto sperma.

Evviva!

Il papa si è dimesso. Berlusconi annuncia che vincerà di nuovo. E la mia cuginetta dice che prenderà la pillola del giorno dopo, che non se la sente.

Arrivati in pianura padana, mi volto e tutto è avvolto dalla neve,  campagna indefinita e immota e triste e perenne. Con quegli alberi solitari e le cascine e gli edifici rurali. Quale vita si è fermata là? Non vedo nessun uomo.

D’improvviso si apre il Po’, che è diventato una vasta laguna stregata. Un’ansa che gira.

Sospensioni di ogni tipo.

A Milano, la pantera era inciampata con le borse e l’avevo aiutata.   – Dove è diretta, signorina? Vado a un concerto, aveva risposto. Ahahahah!

Ero rimasto a lungo sul binario, fiutando l’aria invernale, senza una meta apparente, senza un destino apparente. Avevo preso un taxi e facendomi varco tra bande di Grillini parlanti ero andato al Duomo, e poi, come un’illuminazione, senza appoggiare i piedi per terra, e non chiedetemi perché, mi ero diretto all’Hyatt hotel, Vun restaurant. Appollaiato al bar. Sicuro che sarebbe successo qualcosa.

a cura di Alessandro Jommi

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:30
 
Commenti (3) | 1.03.2013

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