La scatola di latta rossa

Mariella e Carlita si guardarono negli occhi, mentre quel piccolo quaderno spalancava sulle loro vite le emozioni di una storia costruita dai gesti quotidiani di un’umanità silenziosa e vittoriosa. Carlita estrasse da una busta un frammento di carta a quadretti, la firma tagliata a metà. Lo accostò alla pagina da cui era stato strappato e il nome riprese vita: Francisco Xavier. Suo padre.

Gli occhi delle due donne si cercarono ancora. Erano sedute di fronte, nell’osteria tornata finalmente silenziosa e pronta all’ascolto. Mariella, si tolse il grembiule, accarezzò il ricettario e aprì la scatola di latta. Conteneva qualche foto  ingiallita, un orologio, una chiave di ferro, una piccola immagine della chiesa di Santiago. Era il momento di iniziare il racconto.

Una domenica come le altre di quel gelido inverno di guerra, finita la messa, era stato padre Cavedon

ad avvisare Nunzia. Mentre salutava i parrocchiani  sul sagrato della chiesa, Padre Cristiano le si era avvicinato e le aveva detto di preparare altre provviste per i poveri. Era la loro parola d’ordine: qualcuno sarebbe arrivato alla Locanda Magenes da lì a poco. Aveva sposato Carlo solo qualche anno prima, ma a Barate e alla locanda lei, la Milanese, era subito diventata il punto di riferimento. La locanda era una sua creatura, sorta di fianco alla macelleria, era lì che il paese si ritrovava, davanti al grande camino con il fuoco sempre acceso e il profumo del bollito che riempiva la piazza. Insieme al sorriso di Nunzia era arrivato anche un pianoforte nero e la locanda era diventata anche scuola di canto.

Pochi anni dopo il matrimonio nubi minacciose avevano iniziato ad addensarsi all’orizzonte e il suo Carlo era partito per il fronte. Le leggi razziali emanate l’anno prima erano un segnale impossibile da ignorare e la Locanda Magenes contribuiva come poteva, con le donne a guardia della casa. I primi perseguitati erano arrivati attraversando le gallerie sotterranee che collegavano la Certosa di Pavia a Vigano e la Locanda, insieme alle altre cascine intorno a Gaggiano, si era trasformata in centro di accoglienza. Mentre nei granai si nascondevano armi, formaggi e farina per il futuro, a trovare rifugio nella locanda erano gli uomini. Sotto la grande casa c’era spazio sufficiente per nascondere chi aveva bisogno di un luogo sicuro e così, da qualche tempo, le gallerie si erano riempite. Prima era arrivato Karl, un giovane musicista tedesco che Nunzia aveva conosciuto durante gli anni del Conservatorio. Il pianoforte suonava anche per lui, che componeva “lieder” delicate e romantiche. Poi era stata la volta di Giacomo, un timido maestro scappato da Ferrara insieme alla giovane moglie Rebecca, un’infermiera di origine ebrea.  Altri partigiani, altri sognatori: per alcuni la locanda era solo una tappa in attesa del passaggio verso la Francia, per altri un laboratorio politico permanente per continuare a credere nella libertà. Anche l’orefice di Pavia con la sua famiglia si era nascosto per qualche giorno alla Locanda, mentre altri, con l’aiuto della Curia, arrivavano da Milano. L’intero paese partecipava a quel laboratorio di resistenza, sembrava anzi che la sopravvivenza di Barate dipendesse da quel gruppo di uomini nascosti e protetti dal silenzio di un patto mai scritto.

Nell’omelia di quella domenica Padre Cristiano aveva fatto riferimento al popolo fuggito dall’Egitto guidato da Mosè, un viaggio ispirato dalla fede e dalla speranza di una terra promessa per gli uomini liberi: stava avvisando il paese che un altro viaggio stava iniziando, lui sarebbe stato al loro fianco. Quella sera stessa Padre Cristiano entrò nella cucina della Locanda per riparlare con Nunzia. Dopo la traversata da Barcellona il nuovo clandestino era arrivato  a Genova, debilitato e ammalato, ma  non era stato possibile curarlo. Sarebbe arrivato quella notte dalla Certosa, e il medico che lo aveva visitato era stato chiaro: bisognava  intervenire subito, si sospettava una peritonite. Nella stanza dei bambini al primo piano era stata attrezzata una sala chirurgica d’emergenza.

Francisco era arrivato sul carro del fieno poco dopo la mezzanotte, accompagnato dal medico. Nunzia lo aveva guardato con tenerezza. Un ragazzo di non più di 20 anni, rannicchiato, pallido, consumato dai dolori e dal viaggio, che stringeva tra le mani una scatola di latta rossa. Mentre lo trasferivano su una barella improvvisata al centro della stanza, Nunzia aveva preso delicatamente la scatola. Francisco era sembrato uscire dal suo torpore e l’aveva guardata negli occhi mentre, lentamente, la scatola passava di mano.

Quella sera anche Rebecca era salita dalle gallerie e l’operazione aveva avuto inizio. Tutti conoscevano il dottor Mortarino, che viveva a Gaggiano e operava in quella stanza ogni  volta che un’urgenza rendeva l’ospedale di Pavia troppo lontano.

Dall’arrivo di Francisco erano passati giorni e settimane e la vita nella locanda seguiva il ritmo dettato dalle lettere di Carlo che arrivavano dal fronte e dall’eco dei primi bombardamenti su Milano. Una famiglia di sfollati si era sistemata nell’appartamento all’ultimo piano. La locanda era diventata una piccola comunità. Alle prime  lettere di Carlo dal fronte africano che descrivevano l’illusione di una facile vittoria erano seguiti brevi messaggi dal campo di prigionia inglese dopo la sconfitta  dell’esercito italiano a Beda Fomm. Egoisticamente Nunzia aveva pensato che un prigioniero era meglio di un caduto in battaglia. Aveva ragione, Carlo era stato trasferito in Australia e le notizie che arrivavano attraverso un contatto della Croce Rossa erano buone. Da casa gli spedivano i libri per continuare gli studi di giurisprudenza. Le donne di casa Magenes non smettevano di pensare a quando la guerra sarebbe finita e alla locanda nessuna notizia scalfiva la certezza che quel piccolo mondo sarebbe sopravvissuto.

Il paese sembrava essersi arricchito di quelle presenze clandestine nelle gallerie e chi era stato così fortunato da trovare rifugio alla locanda ricambiava quell’ospitalità sincera ed essenziale con il suo mestiere di tutti i giorni. Il maestro Giacomo dava lezione ai bimbi del villaggio ed ogni mattina si aprivano

i quaderni davanti al camino, con i biscotti appena sfornati e l’allegria delle poesie recitate a voce alta tutti insieme. Rebecca assisteva il dottor Mortarino nel giro delle visite ai malati e  ogni mattina Nunzia le affidava qualche piccolo boccone con cui  viziare i malati: piccole pagnotte, vasetti di conserva, un sacchettino di riso.  Francisco aveva lentamente ripreso le forze ed era diventato il braccio destro di Nunzia in cucina. Cucina e racconti: Francisco amava ricordare la sua Spagna.

A Pamplona aveva lavorato come aiutante di cucina al Cafè Iruña dopo aver abbandonato il sogno di diventare un grande torero. “Avevo trovato il mio posto nelle cucine del bar e lì ho conosciuto la mia Odilita.  Nonostante la guerra civile Pamplona era una città piena di vita: adoravo stare in cucina e chiacchierare con i clienti. Con uno in particolare mi  fermavo ogni sera, alla chiusura. Era un Americano, un giornalista, si chiamava Ernest. Mi dissero che era un famoso scrittore, adorato da uomini e donne”.

Ma Ernest era innamorato della Spagna, ne subiva il fascino straordinario, un mistero che desiderava comprendere e spiegare nei libri, negli articoli come corrispondente.

“La sfida con la morte nell’arena o per le vie di Pamplona era diventata un’ossessione per lui. Arrivava per ultimo, dopo un giro di pintxos per i bar della città, salutava  Martha e quando gli portavo il suo piatto mi faceva sedere con lui. Una delle prime sere gli avevo accennato per caso di essere arrivato a Pamplona al seguito dei tori Miura. Il suo sguardo si era illuminato. Ero diventato suo. Mi chiedeva tutto dei tori, dei toreri, di quella lotta, di come prepararsi e sopravvivere al momento della  stoccata finale.

Sembrava che la verità della guerra civile spagnola e della vita potesse essere raccontata attraverso i gesti e le parole della corrida.

Io in cambio gli chiedevo dell’America, della libertà, delle donne americane. Lui mi rispondeva che nessuna avrebbe mai avuto gli occhi della mia Odila, la fierezza del suo sguardo. Scambiavamo i nostri mondi. Qualche domenica, quando il locale era chiuso ce ne andavamo lungo i fiumi in cerca di trote. Noi quattro,  Ernest e Martha, io con la mia Odilita;  ci sdraiavamo lungo le rive e dimenticavamo tutto il resto.

Al ristorante gli chiedevo di parlarmi dei suoi sapori di casa. Allora Ernest mi raccontava il tacchino di Thanksgiving, la cheesecake, i pancakes, la Caesar’s salad. Io ricambiavo con i miei sapori:  i pintxos, le sopas fumanti, il gazpacho a la Navarra , l’agnello nel chilindron, i fagioli bianchi di Sangüesa, il maialino arrosto di Estella. Gli spiegavo i segreti per cucinare l’anguilla.

Avrei voluto provare le sue ricette ma niente tacchino al mercato, niente Thanksgiving. Qualche uovo ogni tanto, l’unico piatto che si adattasse alle bancarelle vuote della Navarra era la Caesar’s salad.  Lattuga, Queso Roncal  al posto del Parmigiano, briciole di pane secco al posto dei crostini, niente Worchester sauce ma acciughe. Olio e  aceto, qualche volta limone. “Si divertiva a ordinarla. Quando entrava mi chiamava ‘Francisco, chaval, la mia insalata!’ L’assaggiava e mi sorrideva. Poi gli regalavo i sapori del mio cuore,  uova fritte con chistorra e peperoni del piquillo ripieni di baccalà.

Mi promise che un giorno mi avrebbe aiutato a varcare l’Oceano, in realtà non ci fu bisogno di aspettare quel sogno per dimostrarmi la sua amicizia. La Navarra aveva aderito al progetto di Franco, quindi dovevo andarmene. Ernest mi trovò un passaggio su una nave diretta a Genova, si procurò un  lasciapassare per me e viaggiammo insieme fino a Barcellona su un convoglio della stampa. Lì ci salutammo.

Da casa solo una scatola di latta rossa, qualche foto della mia Odilita, il mio libro di ricette, un quaderno e la chiave della stanza che dividevamo sopra il bar. Ero certo che un giorno sarei tornato, avrei sposato la mia querida e insieme avremmo realizzato il nostro sogno americano”.

Così raccontava Francisco a Nunzia, la domenica alla locanda quando avanzavano le uova e preparavano insieme i pancakes. Più piccoli del normale per accontentare tutti, ovviamente niente sciroppo d’acero, ma solo un cucchiaino di zucchero  mescolato al burro. Le raccontava della sua Odilita, dei suoi capelli lunghi e neri, dei loro sogni, del ristorante che avrebbero aperto insieme in America.

Cucinavano insieme per la loro piccola comunità, con quello che la guerra concedeva loro di avere tra le mani.  Francisco era anche un ottimo contadino, conosceva gli animali e sapeva tutto su salsicce e formaggi.

Aveva appoggiato sul camino il suo ricettario di fianco a quello di Nunzia e ogni giorno si divertivano a mescolare sapori e profumi. Francisco aveva scoperto la morbidezza del risotto lombardo, ascoltava lo sfrigolare del riso, il ritmo dei mestoli di brodo,  osservava i gesti di Nunzia mentre mescolava burro e Grana grattugiato.

Poi le regalava i suoi colori: il gusto piccante, la morbidezza del cuore delle tortillas, la fideuà croccante nella padella di ferro sopra il fuoco del camino.

Alla sera dalle gallerie, Francisco raccontava tutto alla sua querida, al lume di una candela le scriveva sul quaderno cercando di unire i puntini del loro destino. Quanto era stato fortunato ad arrivare a casa Magenes, com’era diversa la Pianura con quella luce bianca, il sole pallido, il caldo d’estate, il mare lontano, la nebbia, il sapore del risotto, il calore della polenta.

I due ricettari vivevano vicini sul camino e le ricette si mescolavano l’una all’altra, quando gli ingredienti mancavano all’appello perché la guerra era avara di sogni.

E così era stato per l’insalata di trippa, una sera d’estate. Una sera speciale,  il compleanno di Nunzia, l’ultima notte di Francisco alla locanda. Gli era sembrato il giusto commiato e così aveva chiesto a Nunzia di non entrare in cucina lasciando a lui la preparazione della cena. Aveva deciso il menù da tempo: tortilla de patatas, gazpacho a la Navarra, riso con l’agnello e una Caesar’s salad a base di trippa e lattuga. Era questa la ricetta cui teneva di più, perché legava le persone e i luoghi a cui doveva la vita: l’Americano e casa Magenes.

D’inverno la trippa in umido di Nunzia era il piatto forte del mercoledì, d’estate veniva semplicemente bollita e condita con olio e aceto. Francisco voleva creare qualcosa di nuovo usando il condimento della Caesar’s salad. La lattuga dell’orto, pestata nel mortaio insieme alle acciughe dissalate, qualche goccia d’olio, del succo di limone: perfetti per insaporire. Avrebbe aggiunto delle briciole di pane secco, qualche uovo bollito, poche  scaglie di Grana. Appuntò tutto nel suo ricettario.

Quella sera la gente della locanda pensò per un attimo di essere lontano, tra la terra di Spagna e quella d’America. Il mattino seguente, quando Nunzia entrò in cucina, Francisco era già partito.

Sul tavolo la scatola di latta rossa e un breve messaggio: “Cara Nunzia, ti lascio  il mio piccolo tesoro, abbine cura. Grazie di tutto”. La locanda aveva continuato il suo viaggio: altri erano arrivati cercando rifugio, poi finalmente la guerra era finita e gli uomini erano tornati a casa.  La prima televisione, il primo telefono, il primo vero ristorante, ora era Mariella a raccontare i sapori.

Mariella guardò Carlita. “Questa scatola appartiene a te. Mia mamma l’ha conservata per tutti questi anni, certa che un giorno Francisco sarebbe tornato. Le ricette del ristorante nascono dalla cucina di quei giorni, i due ricettari sono sempre rimasti vicini”. E chiese, infine: “Ma come hai fatto a trovarmi?”

Carlita accarezzò la scatola di latta rossa, e rispose: “La locanda Magenes fa parte della storia della mia famiglia quanto della tua. I racconti dei mesi che papà trascorse qui si mescolano nella mia infanzia insieme a quelli delle favole. La tua mamma era un personaggio familiare per me. Il suo sorriso, le sue ricette, la forza con cui affrontò quegli anni. Se mio padre ha realizzato il suo sogno lo deve anche a lei. La fuga dall’Europa, l’arrivo in America, il suo piccolo ristorante con la sua querida Odilita non sarebbero stati possibili senza questo luogo. Non riuscì mai a tornare, ma mi fece promettere che lo avrei fatto io. Mi diede quel pezzetto di carta che aveva strappato dal suo diario e mi disse dove trovarvi.”

“Porterò alla mamma le foto, l’orologio, la chiave del piccolo appartamento sopra il bar Iruña, il diario di papà con i racconti di quei giorni, ma…”.

Carlita tolse dalla scatola il ricettario e lo appoggiò sul camino vicino a quello di nonna Nunzia, guardando Mariella.

“… il suo posto è qui.”

 

a cura di Maria Greco Naccarato

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:29
 
Commenti (2) | 1.03.2013

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