La menzogna è un piatto che va servito caldo

Mi chiamo Elisabetta, ho 37 anni e sono sposata, da tempo immemore, con un notaio brianzolo che si fida ciecamente di ogni mia parola, mi ama sinceramente e mi vizia come una principessa. Vivo con lui, in una comoda villa alle porte di Varese, e credo di poter aggiungere, senza il dubbio d’essere smentita, di averlo tradito fin dai tempi del nostro fidanzamento, diciamo più o meno fin da subito e, diciamo pure, senza mai l’ombra di un  rimorso.

Fin d’ora, però, desidero definire una premessa d’obbligo: il tradimento rituale non è alla portata di tutti, perché comporta memoria, precisione, amore del rischio, fantasia, analisi e studi di approfondimento. Ma non basta: senza una vera predisposizione alla menzogna, capace di trasformare ogni nostra parola, gesto, movenza, in verità incontestabile, anche a dispetto dell’evidenza più ovvia e della logica più schiacciante, senza questo naturale impulso a mentire, dicevo, ogni onesto tradimento avrebbe vita assai breve. Ebbene, io mi porto sulle spalle 15 anni di indiscussi successi, il migliore dei quali risale, solo, a 26 mesi fa.

Come tutti i bipedi umani, anch’io e il mio adorato marito, nel corso della nostra felice vita coniugale, abbiamo acquisito alcune comodissime abitudini nelle quali sprofondiamo con gioia reciproca. Almeno due di queste potrebbero fare al caso nostro: la prima è legata alla passione di Filippo per l’opera lirica mentre la seconda potremmo enunciarla come la regola del mercoledì; salvo viaggi di lavoro, per lo più miei, il mercoledì io esco con le mie amiche mentre lui va a giocare a poker  in quel di Varese centro.

Pertanto, in un mercoledì sera senza pioggia, invitai Francesca, la mia più cara amica, al ristorante preferito di Filippo per il dopo teatro: il Don Carlos. Dalla sua sala centrale, una volta scese le scale, si entra nella cantina climatizzata in cui troneggia un antichissimo rudere, un pezzo romano di non so quale porzione delle vecchie mura cittadine, accanto al quale, però, si servono ottimi aperitivi su richiesta. Ma dal momento che queste paginette non sono finalizzate ad annoiarvi con dettagli superflui, quanto piuttosto a esservi utili qualora decidiate, per i più disparati motivi, di dilettarvi con ameni tradimenti, arriverei subito al succo della storia.

Dopo una serie di appaganti bocconcini, accompagnati da un fruttato U Baccan del 2009, io e Francesca tornammo di sopra dando inizio alla danza delle portate e delle chiacchiere durante le quali, dopo aver divorato lo sformatino di parmigiano e cialda al pistacchio e dopo aver addentato la coscia di un’anatra agli agrumi, mi accorsi di un uomo sui quarant’anni, sguardo gentile e corpo tracagnotto, che mi sorrideva; sollevai l’ultimo bicchiere della nostra seconda bottiglia e ricambiai lo sguardo. Da mesi non mi succedeva nulla di interessante, erano stati lunghi e solitari mesi durante i quali, in una limpida fedeltà coniugale, mi ero annoiata da morire. Immagino che siate inclini a pensare che questi periodi di forzata fedeltà siano rilassanti, che siano giusti per fare il punto con se stesse e magari una ne approfitti per stare più tempo a casa; ebbene posso assicurarvi che non è affatto così: esistono regole di guerra anche in tempi di pace e l’addestramento, si sa, è alla base del meritato successo. Nel mio caso, e se posso permettermi anche nel vostro, è fondamentale mantenere invariato il proprio stile di vita, ossia non abbassare mai il numero dei viaggi di lavoro, delle cene con le amiche, dei guai da risolvere,  poiché prima o poi arriverà sempre il momento in cui dovremo attingere al vaso di Pandora. E io, fedele a questa legge e disciplinata come un soldato, in tutti quei lunghi mesi solitari ho lavorato spesso fino a tardi e sono partita per talvolta inesistenti trasferte a Londra o Parigi, dove i receptionist degli hotel in cui sono solita alloggiare, hanno l’ordine categorico di non confermare mai la mia presenza e tantomeno di passarmi telefonate in camera. Forse un eccesso di zelo, potreste obiettare, visto che Filippo mi chiama sempre e solo sul cellulare ma, come ben ci ricorda il proverbio, la prudenza non è mai troppa.

Accadde quindi che, mentre versavo il latte nel caffè e conversavo con Francesca sullo scorrere inesorabile del tempo e sui benefici marmorizzanti del botox, tenendo d’occhio, con sguardi pseudo casuali, il solitario avventore vidi il cameriere, armato di vassoi, marciare dritto verso la nostra postazione.

“E’ stato tutto di vostro gradimento?” E, appoggiando due grandi bicchieri sul tavolo, aggiunse: “Il signore vorrebbe che voi assaggiaste questo eccellente Cognac Louis XIII. Se posso permettermi si tratta di un’ottima scelta.” Concluse ruotando la testa nella direzione del donatore.

“Volentieri, ma solo se si unisce a noi.”

L’invito fu comunicato e il passo fu compiuto: il Cognac venne versato e la bottiglia lasciata sul tavolo, le presentazioni furono fatte e gli sguardi divennero loquaci. Poiché lui aveva preso l’iniziativa, fatto ammirevole, era tempo che anch’io mi attivassi per non sfigurare, del tutto, ai miei stessi occhi.

“Scusate, ma ho ricevuto una chiamata di lavoro da New York, devo proprio sentire cosa vogliono. Scusatemi un momento.” E mi alzai in direzione del cameriere.

“Chi è il tizio del Cognac?” Gli sussurrai, fermandomi.

“E’ un nostro cliente, di Tel Aviv, viene spesso qui per lavoro.”

“E … Samuele di Tel Aviv, che fa?”

“Non lo so, è molto riservato, ma credo che tratti pietre preziose.”

“Diamanti… che divertente!”

“Non saprei.”

“E dorme in albergo, anche?” Bisbigliai con un soffio di fiato e curiosa come una gatta.

“Sì, sempre la stessa camera, la Verdi.”

“Ah, infatti dice che gli piace l’Opera.”

“Grande appassionato!”

“Sei un tesoro, a dopo.”

“Ciao bellezza. Io non ti ho detto niente, vero?” Ovviamente non ho mai spifferato nulla a nessuno di tali confidenze, e non tanto perché io sia una fervente sostenitrice del diritto alla riservatezza, quanto piuttosto perché non c’è nulla di più idiota di fare un danno a se stessi per colpa di una leggerezza: cooperazione e buone mance sono di norma più utili di una verità, pur sempre relativa.

“Sarò una tomba. Ora vado a telefonare.” E fu così che varcai la soglia che dal ristorante conduce al bagno delle signore.

“Ciao amore sono io, sì sì sono al Don Carlos, sì tesoro ottimo come sempre, però qui c’è un problema, amore mi sento così in colpa, ma come perché … Francesca ne ha sempre una … e poi non ce la faccio più, è di nuovo in lacrime, ora è in bagno, sì sempre per quel tizio orribile, non so che fare, è un bene che vada a vivere a Bologna magari lo dimentica, tu cosa dici, pensavo addirittura di darle un sonnifero, ma ho paura che le faccia male, perché secondo me ha bevuto troppo. Ma no, amore, come faccio ad averlo, sembra che lei li abbia a casa. Hai ragione è meglio evitare. Però mi manchi, speravo di arrivare in tempo per farci un po’ di coccole stasera e invece se va avanti questo pasticcio c’è il rischio che debba stare con lei. Lo dico solo a te, ma non capisco come faccia a trovare sempre uomini simili. Tieni acceso il telefono e mettilo sul comodino. Ti amo anch’ io, sì, ti chiamo più tardi. A dopo amore mio.”

Or bene, quello che vi ho appena trascritto è un esempio di comunicazione preventiva dello stato di crisi che sarebbe buona norma effettuare ogni qual volta una serata inizia, per misteriosi motivi, a scorrere verso un’ansa invitante alla quale sarebbe sciocco opporsi, remando controvento. Nel mio caso capita che lo squilibrio mentale di Francesca, le cui disavventure amorose sono oggetto di narrazioni domestiche da anni, si acuisca al punto da richiedere il mio intervento. Devo ammettere che per Filippo i problemi di Francesca sono diventati ormai fonte di commozione, arriverei a dire di pietà, essendo, ai suoi occhi, la vita della suddetta fanciulla piuttosto sventurata e la sua stabilità emotiva decisamente labile. Quanto a me, non posso negare un discreto gaudio ogni volta che ottengo la conferma di aver sposato un uomo comprensivo che crede davvero nel valore dell’amicizia. E, ciliegina sulla torta nuziale, Francesca sa quale ruolo recitare le pochissime volte che devo, per amor di verità, piazzarli allo stesso tavolo; certo borbotta sempre più del dovuto, attacca ogni volta la ramanzina della sincerità, ma alla fine è un’interprete impeccabile.

“Eccomi qui. Credo proprio che mi ci voglia una lacrima di Cognac!”

“Tutto a posto?”

“Oh, nulla di irrisolvibile. Quindi anche tu come me sei un appassionato d’Opera?”

“Sì, dicevo adesso a Francesca che quando vivevo a Milano andavo spesso alla Scala.”

“La prossima volta che torni magari riusciamo ad andarci insieme, se ti va. Anche a me piace molto, ma tra pochi giorni lei si trasferisce a Bologna e io perdo l’amica e la compagna di teatro in un colpo solo!” Dissi, mescolando verità e menzogna in una densa crema pasticcera.

È evidente che quello era un invito privo di fondamento, ma non potevo certo farmi sfuggire un’ occasione così ghiotta: tutte le Traviate, le Carmen, le Butterfly del mondo, accompagnate da stuoli di flauti magici, erano in fila dentro di me per rendersi finalmente utili a una missione degna del loro nome.

“Io devo andare a casa, domani ho una giornata pesante. Tu cosa fai?” Intervenne Francesca, nota paladina della verità e stanca di fare la terza incomoda in quella che sarebbe stata la nostra ultima serata milanese prima del trasloco.

“Hai ragione, finiamo il Cognac e andiamo. Ci fumiamo una sigaretta qui fuori, magari.”

“Ottima idea. Posso farvi compagnia con il sigaro?”

“Ma certo.”

Una mezz’ora dopo, salutai garrula il nostro israeliano e gli diedi appuntamento per il giorno seguente, poi accompagnai Francesca a casa, la baciai e riposi in borsetta le sue chiavi di scorta.

“Mi mancherai, ma in fondo Bologna è dietro l’angolo, ci organizziamo di certo. Ti voglio bene amica!” E la guardai mentre il portone la inghiottiva.

Persa nei ricordi di tanta vita insieme, e oppressa da un’insolita malinconia che mi impediva di partire, mi sovvenne un piccolo dettaglio: non avevo ancora mandato a Filippo il comunicato di rientro dell’emergenza. Afferrai il cellulare e scrissi: “Amore arrivo a casa … alla fine si è addormentata. Ti amo.” Poi riaccesi la macchina e carica di aspettative guidai baldanzosa verso il futuro: una donna separata e senza figli è nella situazione perfetta per potersi innamorare di nuovo.

Infilatami nel talamo infastidii Filippo, giusto per ricordargli che lui e nessun altro è l’oggetto del mio desiderio, anche di mercoledì e anche dopo tanti anni di onorato matrimonio, poi mi girai e immediatamente mi addormentai. Il mattino dopo, però, lui venne in cerca di ciò che gli avevo promesso durante la notte e, grazie alla prospettiva di una giornata gioiosa, trovai lo stimolo sufficiente a portare a termine, in fretta, il coniugale amplesso.

A questo punto cruciale della storia mi sembra doveroso, per riguardo a voi, un certo grado di sincerità circa un piccolissimo dettaglio del mio carattere: nulla mi interessa veramente. Politica, guerre, ideali, principi hanno su di me l’effetto di una pioggerellina estiva, e lo stesso vale per l’arte, la letteratura o la musica, mai un vero e inebriante fremito, addirittura l’Opera, di cui mio malgrado sono una discreta conoscitrice mi viene subito a noia. Potete immaginare, quindi, il mio sgomento quando, ordinando il solito cappuccino al bar sotto l’ufficio, mi ricordai di non sapere nulla su palestinesi, ebrei, religioni e chissà cos’altro salvo che i giudei erano stati sterminati durante l’Olocausto, cosa drammatica è chiaro, ma argomento quantomeno discutibile se si vuole sedurre chicchessia. Avendo poco tempo e molte lacune, per non dire voragini di ignoranza, dovevo per forza procedere per gradi di priorità: il nome. Come avevo astutamente previsto Samuele era un profeta un po’ come Pietro per i cristiani o roba simile, ma non c’era tempo da perdere, dovevo entrare nel cuore del problema: il cibo. Se i confinanti mussulmani non mangiano il maiale, i loro cugini ebrei avranno qualche altra stranezza? Mi chiesi, iniziando la ricerca sulle pagine di Internet.

Alle dodici e quaranta, di ottimo umore e con le mie Luoboutin nuove di zecca, lo vidi sul divano di velluto verde, sotto la volta di vetro del salone, davanti al caminetto acceso, tra specchiere antiche, tavolini liberty e vasi di ceramica, in un atmosfera retrò che evocava incontri galanti tra uomini in frac e donne fruscianti di chiffon. Ma quando mi accomodai al ristorante e scrutai il menù l’incanto si sbriciolò e venni colta da un vago sconcerto: il foie gras al passito con tanto di cipolla di Tropea era ammesso? L’oca era nella lista dei pennuti mangiabili, ma nulla mi era dato sapere circa il suo squisito fegato. Di per sé non mi importa nulla delle manie alimentari altrui, ma nel caso in questione, se lui fosse stato praticante le mie speranze di diventare la donna dei suoi sogni, spalmando senza ritegno il fegato esploso di un’ oca seviziata su dei crostini caldi, si sarebbero volatilizzate alla sola vista del piatto. Però dobbiamo anche essere obiettive; io posso capire che sia vietato mangiarsi scimmie o rettili, anche se muniti di zampe, che poi chissà cosa può significare, riesco a soprassedere persino sulla generalizzata repulsione verso il povero suino, e non mi sento certo di considerare i deliziosi delfini come antipasti, ma depennare aragoste, granchi, gamberi, caviale, capesante, cozze, vongole e anche le lumache, che adoro, continua a sembrarmi piuttosto insulso. Ma lui era seduto davanti a me e sorseggiava con aria giuliva un calice di spumante. Non era questa  la sola cosa che contava?

“Tu cosa prendi?” Gli chiesi, tanto per sminare il terreno.

“Non saprei, magari pesce, ora chiedo un consiglio. E tu?”

“Oh, io sono un po’ noiosa con il cibo, ho un’avversione per i molluschi, e…, insaccati a parte, non mangio volentieri il maiale, non so, il pesce mi piace, ma solo se è a forma di pesce.”

“Come …?”

“Sì, cioè, se è fatto come un pesce con le pinne e le squame e il resto, altrimenti ecco mi fa senso!”

“Ah, solo pesce a forma di pesce, quindi. Che strano!”

“In che senso?” Dissi, atteggiando un sorriso idiota per nascondere il dubbio, ben più che amletico, di averla detta troppo grossa.

“Nel senso che noi abbiamo molti vincoli sul cibo, io non li rispetto se devo essere onesto, ma la mia famiglia è rigorosa e circa i pesci a forma di pesce, come dici tu, noi …. ” E mi propinò una non troppo breve spiegazione del loro complicatissimo regime alimentare.

Ascoltandolo, con scarso e ben dissimulato interesse, ero giunta tuttavia all’unica conclusione rilevante: avrei potuto mangiare con sommo gaudio la terrina di foie gras al passito con la famigerata cipolla di Tropea.

“E come fai a non farti scoprire?”

“Veramente lo sanno! Comunque vivo da solo, viaggio molto per lavoro, e quando sono in famiglia è un piacere rispettare le tradizioni, non è uno sforzo per me.”

Più o meno in questi termini, e fatti salvi i molluschi che non avrei mai più toccato in sua presenza, mangiammo e bevemmo senza il timore della sempre in agguato punizione divina e trascorremmo il pomeriggio nella sua suite, passando allegramente dal letto alle poltrone del salotto, sotto lo sguardo sconcertato del defunto Giuseppe: un nuovo amore era ufficialmente entrato nella mia esistenza.

La vita mi divenne giocosa, le giornate trascorrevano spensierate, la casa di Francesca era diventata, alla bisogna, il nido d’amore, le nostre fotografie avevano sostituito le sue, e le prenotazione dei voli per Tel Aviv si moltiplicarono segretamente. Emozioni e stratagemmi, bugie e incanti erano le pietanze della mia nuova vita e quel costante assetto di guerra in cui il suo paese si trovava iniziò ad apparirmi famigliare; vivere nella precarietà della menzogna e nell’insicurezza del domani scatenavano, in me, una detonazione interiore, un desiderio di vita che si opponeva all’incombenza della fine.

Nei mesi trascorsi avevo appreso tutto quello che dovevo su tradizioni e religione; mangiavo cibo casher ogni volta che andavo a trovare i suoi genitori e mi beavo dei lussi che ci concedevamo insieme, fino al giorno in cui Samuele mi invitò a cena nel nostro amato ristorante e mi fece trovare accanto ai bicchieri un cofanetto rosso, con dentro un vero, enorme, luccicante anello di fidanzamento: mi chiese di trasferirmi a Tel Aviv e di sposarlo. Al culmine dell’ esultanza, accettai e vissi quelli che potrei definire i mesi più felici della mia vita: i preparativi, i progetti, i sogni, per lo più suoi, di una vita insieme in Israele resero elettrizzante ogni attimo che trascorrevamo insieme. Insomma, ero al settimo cielo, ma come immagino sia chiaro anche a voi era necessario smetterla di giocare alla fidanzatina modello e iniziare le grandi manovre per sistemare la faccenda. Il mio buon umore si dissolse. L’idea di dover rinunciare a lui mi appariva del tutto inaccettabile, ma soprattutto il dover decidere, contro la mia volontà, di mettere la parola fine alla mia stessa gioia mi portarono un paio di volte sull’orlo di spaventose crisi di pianto, e solo dopo aver ripreso il dominio di me stessa, riuscii a percorrere la strada che mi avrebbe condotta sulla soglia della giusta soluzione.

Circa un mese dopo sarei dovuta atterrare alle quindici e venticinque all’aeroporto internazionale di Ben Gurion, ma non partii, gli scrissi un vago messaggio per avvisarlo, poi spensi il telefono e per due interi giorni mi rintanai nell’appartamento di Francesca. Al termine del secondo giorno gli scrissi un altro messaggio: “Perdonami è successa una tragedia, non posso più sposarti. Ti amo.”

Trentadue ore dopo prese un taxi da Malpensa e mi raggiunse a casa. Gli aprii dimessa e senza trucco, pronta ad affrontare, in lacrime e in sciatteria, la verità.

“Mi dici che cavolo succede?”

“Non posso più sposarti. Ecco cosa succede. Ora ti prego lasciami stare, non ho altra scelta.”

“Per piacere smettila di piangere, siediti qui, ti prego, calmati e dimmi tutto.” Soffiandomi il naso, con gli occhi rossi e un bicchiere di vino aperto all’occorrenza continuai:

“Si tratta del mio ex marito, Filippo, è successa una disgrazia, un incidente in auto, forse resterà paralizzato, è in ospedale. Mi ha pregato di restargli accanto, dice che devo risposarlo, che non vuole morire da solo. Come potevo dirgli di no! Non ha nessuno, capisci, nessuno a parte me. Amore mio, ti prego cerca di capire.”

Stretti nel comune dolore, come si usa dire, di una separazione che appariva ingiusta ma inevitabile, ci rifugiammo nelle braccia l’uno dell’altro, ci amammo, ci consolammo e infine ci rendemmo conto che dovevamo combattere il nostro destino. E in un turbine di soddisfazione intuii che Samuele era ormai pronto per entrare anch’egli nell’affollato circolo dei menzogneri.

Oggi siamo ancora amanti, io ho risposato Filippo che si è rimesso, ma ovviamente non del tutto, lui, Samuele, si è fidanzato con una graziosa ragazza di Tel Aviv che inorridisce davanti al foie gras, non beve e ama la vita domestica: donna ideale da sposare, probabilmente in primavera.

E ora, al termine di questo mio breve omaggio all’arte della menzogna vorrei proprio sapere da voi: ma siete ancora sicure che la cosiddetta verità sarebbe riuscita, senza farmi rinunciare a niente e soprattutto a nessuno, a rendermi altrettanto felice?

Io, sinceramente, credo proprio di no.

a cura di Erika Rigamonti

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:29
 
Commenti (3) | 1.03.2013

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