La donna sul menù

“Il sole ogni tanto sorge anche a Milano“
[Giorgio Scerbanenco, Venere privata]

Stavo seduto comodamente al tavolo e lei mi osservava con occhi severi ed un fastidioso sorriso. Ero diventato un cliente abituale del Bagutta da cinque giorni. Dal giorno in cui l’avevo vista per la prima volta, cenavo accomodandomi al solito tavolo. Riparato da una parete, potevo lasciarmi andare a riordinare i pensieri assorbito da un luogo capace di emanare storia milanese da ogni suo angolo. Soprattutto, era l’unico ristorante dove sapevo che avrei potuto vederla: sarebbe stata lei a spiegarmi tutta quella confusione che avevo nella testa e che non mi faceva più dormire. Era ormai un appuntamento fisso.

 

Ero il classico cliente solitario: a Milano non era poi così strano. Potevo assomigliare ad un manager in trasferta che voleva scoprire la buona cucina milanese in pieno centro, magari alloggiando in uno dei lussuosi hotel della zona. «Buon giorno, sono da solo» uno sguardo cortese mi accoglieva, senza domande sul mio stato di triste-solitario «posso avere il solito tavolo?».

«Certo è presto, non c’è ancora molta gente» Con cortesia ero invitato a seguire il cameriere e mi sedevo in modo da poter incrociare e fissare gli occhi celesti di quella donna misteriosa. Era una routine, ogni sera uguale. Qualcuno avrebbe potuto pensare che fossi un tipo ossessivo. Forse era così, però avrebbero dovuto giudicarmi dopo aver conosciuto tutti i fatti. Ed anche io mi sentivo decisamente strano. I giorni precedenti mi avevano turbato e, stando a quel tavolo, potevo permettermi di interrogare gli occhi di quella donna dove ero convinto che avrei potuto trovare delle risposte. Ogni sera mi sarei seduto lì ad assaporare piatti deliziosi, a bere vino e ad usare il mio cervello, al riparo da altre distrazioni, per trovare le spiegazioni ed il colpevole di quegli atti così barbarici. Le pareti e i soffitti erano decorati da così tante opere d’arte che mi sentivo al riparo, come in un museo dove solerti guardiani, in veste di camerieri, mi vezzeggiavano portandomi delizie del palato. Cosa potevo voler di meglio per curare la mia indagine? Nella mia moleskine appuntavo tutto ciò che mi tornava alla mente come se fosse suggerito dagli occhi della signora che ammiravo.

 

Il tutto iniziò quando incontrai la marchesa Servellino di Volpiano nella sua villa immersa nel centro di Milano, in via Cappuccini, in pieno Quadrilatero del silenzio. Il mio lavoro era quello di investigatore di opere antiche: la gente, quasi sempre di ricca e nobile famiglia, chiedeva alla mia agenzia di valutare qualche opera e loro mandavano me. Mi aspettavo una signora anziana di aspetto decadente e mi sorpresi dall’essere accolto da una giovane trentenne, simpatica ed attraente. I lunghi capelli biondi scendevano su un elegante vestaglia in seta di color carta da zucchero che rilegava, con un’eleganza artigianale, le morbide curve del suo corpo. Parlava con tono snob ma affascinante e, coricata su un vecchio divano, mi descriveva le preziose opere d’arte che riempivano l’ampio salotto del suo appartamento. In qualche scantinato avevano trovato un piccolo anello che ora voleva far valutare. L’oggetto raffigurava uno scarabeo e una donna. Avevo studiato arte egizia a Torino e, ad una prima analisi basata sullo stile, potevo pensare ad un manufatto del Secondo periodo intermedio, tra XV e XVI dinastia negli anni della dominazione Hyksos. Mi guardava interessata e la sua bellezza alimentava inaspettatamente la mia arte oratoria (pensare che, solitamente, ero molto timido e noioso).

Ivan, il cameriere, che ormai mi conosceva per avermi servito per tante sere, mi porse il menù ed abbandonai per un attimo il riordino dei miei pensieri per ordinare la mia cena. Come sempre, chiesi un consiglio. Originariamente il locale era un’osteria toscana. Negli anni Venti molti ristoranti di Milano erano gestiti da famiglie toscane ed Ivan, le sere precedenti, mi aveva raccontato che la famiglia che aveva creato la trattoria Bagutta nel 1927 era originaria di Galleno, una frazione di Altopascio. Ovviamente, dopo quasi cento anni di milanesità, la cucina meneghina era entrata anch’essa di prepotenza nel menù. Quella sera, seguendo il consiglio di Ivan, optai per un rognone di vitello trifolato ai carciofi che volli accompagnare con un bicchiere di Chianti. Immaginavo i rapidi movimenti della cucina nel far ballare le piccole fette di rognone su grosse padelle con burro, qualche cucchiaiata di olio e l’aglio. Il trucco finale era quello spruzzo di limone, appena tolto il cibo dalla padella, per allietare il sapore e dargli un tocco inconfondibile. In passato avevo frequentato corsi di cucina e mi era rimasta la passione. E poi, guardavo decisamente troppo la televisione e i suoi innumerevoli super chef.

Sorseggiai il vino nell’attesa del mio piatto per abituare il palato al suo sapore  vellutato, sapido e leggermente tannico. Aprii la moleskine: un ritaglio di giornale mi ricordava i tragici fatti del giorno successivo al mio incontro con la marchesa. La donna era stata trovata, brutalmente assassinata, nel suo appartamento. “Il delitto della Milano bene”, era il titolo dell’articolo. Guardai la foto della donna sul giornale ed il volto che mi osservava dal dipinto su cartoncino appeso alla parete: erano identici.

Ivan mi sorprese incantato a guardare il volto alla parete. Il locale era ancora pressoché vuoto tranne un gruppo di giapponesi che erano arrivati molto presto. Notando il foglio di giornale, il cameriere si avvicinò chiedendomi se fossi interessato alla storia della signora. Con un certo imbarazzo ammisi il mio interesse. Annuì alla somiglianza tra il volto sulla foto del giornale e quel ritratto sul retro del menù appeso alla parete. C’era una ragione: la donna dipinta era la bisnonna della marchesa. Negli anni Venti, la famiglia si era trasferita dalla provincia torinese all’appartamento nel centro di Milano. Ivan mi raccontò che la donna, molto bella e giovane, frequentava spesso il Bagutta negli anni Trenta e, con gente come i giornalisti Paolo Monelli ed Orio Vergani, aveva creato la prima edizione del Premio letterario che portava il nome della trattoria. In seguito, alla combriccola si unì anche il pittore Vellani Marchi che disegnò le caricature dei giudici del premio sui retro dei menù e che ora abbellivano le pareti della sala. Si trattava di centottanta disegni realizzati tra il 1927 e i primi anni Settanta. I primi erano stati realizzati sui menù mentre, i più recenti, su fogli di cartone ed erano chiamati “liste”. Oltre ai giudici, celebravano anche personaggi che avevano partecipato ad eventi particolari che si erano tenuti nella trattoria, spesso arricchiti dalle firme di chi era nel locale la sera del disegno (e si parlava di personaggi quali Toscanini, Vergani, Montanelli,…).

Entrò una coppia di turisti tedeschi ed il cameriere si allontanò per accoglierli. Arrivò il mio piatto ed iniziai a gustarlo con il cervello pieno di immagini. Inebriato dai suoi sapori antichi, mi sentii trasportato in una serata degli anni Trenta e, nella mia testa, iniziai a veder passare quei volti come in un vecchio film muto. Bevevano, ridevano e si scambiavano commenti su libri. Poi c’era una grande festa ed un libro era premiato solennemente. All’improvviso, quelle immagini di felicità, che così bene si accompagnavano alla tenerezza del rognone e ai vapori del Chianti, sparirono dalla mia mente come una pellicola del cinema che si brucia e furono sostituite dalla giovane marchesa distesa sul divano. La vestaglia leggermente aperta scopriva un bianco seno che illuminava la stanza. Sembrava dormire se non fosse stato per il collo orribilmente piegato in maniera innaturale e gli occhi spalancati nella visione della morte.

Mi passai una mano sul viso madido di sudore. Bevvi un bicchiere intero di vino e mi concentrai sul sapore del rognone per ristabilire la mia concentrazione.

Il cameriere tornò per ritirare il piatto svuotato. Chiesi un menù per il dolce. Mentre leggevo la lista dei dessert, mi raccontò la tragica fine della marchesa che, ironicamente come solo il destino sapeva essere, la legava a quella della sua discendente. Negli anni Trenta un suo amico torinese la venne a trovare per venderle dei gioielli provenienti da degli scavi in Egitto.

Trasalii. Poteva essere l’anello che avevo visto anche io? Ivan mi raccontò che aveva sentito la storia dal padre dell’attuale padrone che, a sua volta, l’aveva ascoltata dal nonno. Mentre stavano trattando il prezzo per i gioielli nell’appartamento della Signora, un raptus di follia prese l’uomo che, improvvisamente, uccise la donna spezzandole l’osso del collo. Balbettai la scelta del dolce: «Che tra…gica st…oria! Mi porti una … mousse di bosco … grazie». Lo stomaco mi si era bloccato e presi la prima cosa che ero sicuro sarei riuscito a buttare giù.

Il cameriere si allontanò e la mia testa ricominciò a pensare al film degli eventi. Guardai il volto della donna sul menù. Ora sembrava non più sorridere ma osservarmi con piglio inquisitorio. Come avevo potuto? Io che ero stato sempre così docile.

Doveva essere quell’anello maledetto. No, era solo colpa mia. La magia nera non esisteva. Quella grazia così sicura mi aveva sopraffatto e il mio ego di stupido maschio aveva avuto il sopravvento.

Ora, tutto era tornato chiaro nella mia mente. Io quella sera parlavo, parlavo continuamente, brillante come non ero mai stato. La mia solita timidezza si era trasformata in una noiosa logorrea.

«Ora però basta: mi sta annoiando!» guardai la donna sul menù. Era stata lei a parlare? No era stata la marchesa col suo tono snob ed insopportabile, seduta strafottente su quel divano. Non doveva smontare tutta la sicurezza che mi aveva preso in quel momento. Mi guardava disgustata ed annoiata. Ed io che ero così entusiasta. Ero così sicuro di essere riuscito a fare colpo. Che stupido che ero stato. Non ci avevo più visto.

Ero finalmente diventato l’uomo più sicuro del mondo e lei, con una sciocca frase, mi aveva smontato. Ero tornato ad essere il timido e noioso ricercatore di opere antiche che puzzava di libri e biblioteche. Dentro di me si era innescata una rabbia incontrollabile. Mi scagliai contro di lei. Bastò un solo colpo e lei ricadde sul divano… morta: la vestaglia leggermente aperta e quello sguardo congelato in una smorfia per l’eternità.

Avevo ripulito la stanza, strappato il foglio della sua agenda relativo a quella giornata ed ero uscito di casa come un killer professionista. Quasi senza respirare, ero tornato a casa ed ero svenuto. Quando mi ripresi, ero coricato nell’ingresso della cucina con una piccola ferita alla testa che mi doleva così tanto. Ricordavo di essere stato all’appuntamento con la donna ma niente d’altro e solo ora era tornato tutto a fuoco.

La sera successiva, scioccato dopo aver letto nei giornali del mattino della morte della marchesa, mi trovavo da un cliente in zona San Babila ed avevo deciso di cenare al Bagutta, che si trovava nella via omonima. Nulla mi aveva fatto pensare quanto potessi essere stato mostruoso. Avevo schifo di me stesso e, forse, era questa la ragione per cui il mio cervello aveva alzato una barriera contro quei ricordi così odiosi.

Il cameriere mi servì il dolce guardandomi preoccupato. Ero particolarmente sudato ed iper-teso. «Non si preoccupi, tutto bene.» Nuovamente, il piacere del cibo tornò a tranquillizzarmi.

Ero stato un mostro e, come tale, non potevo che aver compiuto una mostruosità ma ora mi rendevo perfettamente conto di tutto. Riguardai il volto sul menù. Anche lei ora sembrava meno tesa. Ora, non si poteva tornare indietro e l’unica possibilità che ci era rimasta era soddisfare un bisogno di giustizia. Non avrebbe fatto tornare in vita la povera donna il cui destino l’aveva tragicamente legata a quello della sua famiglia; ma, almeno, non avrei più fatto del male a nessuno.

Il cameriere tornò per chiedermi se desiderassi un caffè o un amaro.

«No grazie, va bene così» Lo osservai con un senso di sollievo. Le preoccupazioni erano passate. Avevo ancora disgusto per me stesso ma era come se sapessi perfettamente cosa dovessi fare. Era grazie ai racconti di Ivan ed ai sapori del Bagutta se ero riuscito a rimettere ordine e a trovare il colpevole di quell’orrendo omicidio, indagando all’interno dei miei pensieri. «Mi porti pure il conto, grazie.» Il cameriere stava per allontanarsi ma non avevo finito. Questa volta, il conto che avrei dovuto pagare sarebbe dovuto essere molto più salato. «Aspetti, mi scusi, un favore… la prego…» lasciai un attimo di silenzio con la sua attenzione su di me. Osservai rapito il grosso ritratto della famiglia che aveva creato l’osteria e che riempiva una parete. Sembravano osservarmi tutti come una solenne giuria. Sì, anche loro avevano emesso un verdetto di colpevolezza e come avrei potuto appellarmi?

Guardai ancora il ritratto della donna. «Ivan, per favore,… chiami anche la polizia,… grazie»

a cura di Marco Donna

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:27
 
Commento (1) | 1.03.2013

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