Inferno

Le sensazioni erano state così forti e belle che sembravano finte. Le coincidenze, le voglie e le emozioni degne, di un romanzo di una semplicità a dir poco banale e terrificante per il peso che gli si poteva attribuire. Non un chiarimento o una dichiarazione. Margherita decise di non pronunciare una parola ma di scrivere quelle essenziali in un racconto.

La serata non si prestava molto al giro che Niccolò aveva in mente, ma con molta naturalezza Margherita lo prese per mano e lo incoraggiò a farle strada. Riparati da un ombrello enorme, intrapresero una passeggiata senza sapere bene dove andare.
Pur vivendo a Milano da cinque anni, Margherita aveva bisogno di individuare una pensilina o una stazione della metro per capire dove si trovava. Da questo Niccolò capì di poterla stupire con poco e, con l’aria da guida, la fece salire sul primo tram che si trovò davanti invitandola a seguirlo senza fare troppe domande. Voleva farle vivere un’avventura presentandole una serata totalmente improvvisata. Alla fin fine si trattava della linea 1 e solo uno sprovveduto potrebbe vivere a Milano senza conoscerla ma Margherita non voleva deluderlo e si prestò al gioco. Scesero in via Manzoni e continuarono a piedi fino ad arrivare in Piazza Cavour. Margherita incominciava a sentire lo stomaco brontolare. Anche Niccolò lo sentì e prontamente riuscì ad intravedere un ristorantino dall’altra parte della piazza. Attraversarono la strada e solo allora riuscirono a decifrarne il nome: Conte Camillo. L’ombrello enorme e bagnato invase un ambiente molto intimo ed elegante: una cinquantina di posti a sedere e poche persone. Il cameriere li accolse e li fece subito accomodare. Niccolò non esitò a farle notare lo stucco veneziano e le opere di Bartolini. Margherita rimase in silenzio ad ascoltarlo accettando l’idea di non saperne niente del tessuto di Fortuny che ricopriva le sedie, suo malgrado. Lei restava stupefatta dalla sua cultura ma non riusciva ad apprezzarla fino in fondo perché era l’unico elemento che in qualche modo la faceva sentire a disagio. Con Niccolò per la prima volta non aveva alzato un muro e non aveva vissuto il conflitto che in genere viveva con l’altro sesso. Pur riconoscendo i suoi limiti, sapeva che per i suoi venticinque anni aveva fatto tanto e che pur volendo, non avrebbe potuto mai equipararsi ad un uomo dieci anni più grande. Entrambi misero gli occhi sul risotto al Valpolicella mentre la scelta del vino fu più meticolosa. Alla fine Niccolò scelse un vino rosso abbastanza corposo che secondo il cameriere era uno dei migliori. Peccato che Margherita ne capisse ben poco di vini. Il suo singolare nome poi non prometteva bene: si chiamava Inferno. Incuriosita dal nome, Margherita si fece almeno spiegare la storia di quel vino che l’avrebbe messa ko nel giro di qualche sorso. In realtà c’era ben poco da dire: il nome era dovuto alle temperature molto elevate che d’estate si raggiungono negli anfratti rocciosi della zona di Sondrio e anche perché nasce in una delle zone più impervie del Valtellina Superiore DOCG. Il cameriere smise di svelare troppi dettagli e volle tranquillizzare Margherita descrivendolo semplicemente come un vino deciso e “pieno di carattere”. Ormai Niccolò stava già pensando ai dolci e non fece molto caso alla preoccupazione di Margherita per la sonnolenza che le avrebbe provocato il vino. Nell’attesa, lei gli prese la mano mentre lui la fissava dritta negli occhi. Chissà che cosa cercava in lei. Rispetto ad altre esperienze, Margherita era più preoccupata del terrore che provava in quella situazione che dei pensieri di chi le stava di fronte: una familiarità mai provata prima e un assoluto senso di tranquillità. Il terrore era dovuto all’inspiegabile consapevolezza che il suo futuro era lì davanti a lei. Si rese conto in un momento che i suoi soliti discorsi sull’età, sullo status, sul lavoro non avevano più alcun senso e che non poteva farci molto: sarebbe stato lui il suo compagno di vita. Eppure non ne aveva di certo bisogno a venticinque anni. Si sentiva quasi arrabbiata di averlo trovato così presto senza aver vissuto troppe sofferenze, dopo aver conosciuto appena due o tre uomini. Lei ora doveva stare solo tranquilla. Continuava a pensare alla casualità degli eventi che l’avevano portata a sedere al tavolo con lui e non con un altro.

Margherita non riusciva a fare a meno di pensare come tutto ebbe inizio: un improvviso attacco di panico alla fine di una normale giornata di lavoro. Margherita era salita all’ultimo piano dell’edificio in cui lavorava, dove in genere andavano i suoi colleghi a fumare, per respirare un po’ di aria e ritrovare sollievo dopo una crisi senza precedenti. Gli elementi perché accadesse c’erano tutti: aprì la porta d’emergenza e si ritrovò davanti ad una sera d’ottobre come poche, in cui guardare il cielo milanese era addirittura rincuorante. Per lei le difficoltà erano i presupposti per ottenere qualcosa di meglio in un futuro poco lontano, eppure in quel preciso momento l’ottimismo decise di darle un bel calcio nello stomaco e di farla piegare proprio lì, sulle scale antincendio, e di voltarle le spalle. Restò mezz’ora stesa per terra a contemplare il cielo rosso con le lacrime agli occhi. Sapeva di non avere motivo di piangere perché i problemi economici e lavorativi alla fin fine sono sempre risolvibili. Quella sera però le piombarono addosso con una pesantezza irreale e vide in un ritorno a casa, nel suo paese natale, l’unica soluzione. Sentiva il bisogno di chiudere con un’indipendenza fittizia che cercava di costruire da anni, nel vano tentativo di cancellare il suo senso di colpa, orfano questo di una vera e propria ragione se non quella di essere andata via di casa in un momento difficile per la sua famiglia. I formicolii presto passarono e si riprese per forza di cose; non poteva permettersi di sentirsi male anche perché non si sarebbe risolto niente. Doveva rientrare per sbrigare le ultime faccende in ufficio e raggiungere la sua amica Caterina. Aveva in programma una semplice serata al cinema e vedere un qualsiasi film vagamente accettabile almeno dalla locandina. Spense il computer e percorse velocemente il corridoio lasciandosi alle spalle decisioni fin troppo importanti. La voglia di ricominciare da zero c’era tutta ma alla fine decise al massimo di passare al bar dell’azienda per prendere qualcosa che avrebbe mangiato in autobus. Sentiva di avere il viso sconvolto e la bocca ancora amara per il pianto, i suoi occhi erano infastiditi dalle luci del bar quando ad un certo punto si ritrovò davanti una figura maschile magra di cui non riusciva a decifrare i tratti. Subito dopo capì che si trattava di un ragazzo conosciuto per caso in ascensore una settimana prima con cui aveva scambiato appena due parole. Ripresero le fila del discorso lasciato in sospeso e che non sarebbe stato portato a termine perché non si lasciarono neanche dei riferimenti per ricontattarsi. Entrambi andavano di fretta e lui le chiese il nome per contattarla tramite e-mail e rimandare la discussione su un’applicazione a suo dire “originale e molto utile” per trovare lavoro davanti a un caffè. Margherita non diede molto peso alla cosa e dimenticò facilmente l’accaduto. Quasi una settimana dopo arrivò nella casella di posta di Margherita l’e-mail che lo annunciava: “eccomi” come oggetto. Era Niccolò e il suo invito per il caffè. Margherita era contentissima anche perché questo incontro capitava proprio nel momento in cui la sua compagna di merenda, Caterina, era in attesa di un rinnovo del contratto. Entusiasta percorse il corridoio quasi con impazienza finché si imbatté proprio in lui che usciva da uno degli uffici sullo stesso piano. Margherita come al suo solito non aveva fatto colazione e non esitò a dirgli che quel caffè delle 11:00 si sarebbe trasformato in uno spuntino più sostanzioso. Si sentì subito a suo agio vicino a quel ragazzo semplice. L’applicazione non fu neanche nominata ma nessuno dei due diede peso alla cosa. Dal caffè si passò all’aperitivo il venerdì successivo. Margherita non si fece molto desiderare: aveva troppa voglia di uscire con una persona totalmente diversa rispetto alle sue solite compagnie. Davanti ad un calice di vino e qualche stuzzichino, gli raccontò tutta la sua breve vita e lui fece altrettanto. Margherita aveva trascorso i suoi ultimi cinque anni tra lo studio e il lavoro: pochi i viaggi per risorse economiche limitate, pochi ragazzi per la sua mania per gli uomini impossibili e uscite obiettivamente poco eccitanti per via di un ristretto gruppo di amiche. Niccolò invece si rivelò un uomo di mondo: incapace di restare fermo lo aveva effettivamente girato tutto. L’apparenza non mostrava i suoi trentacinque anni e la leggerezza che lo aveva portato spesso a ricominciare da zero lo faceva sembrare un ragazzino. Margherita non si spaventò più di tanto anche perché mai prima di allora si era sentita così bene con un uomo. Così diversi, entrambi si ritrovavano in un periodo di grandi cambiamenti. Niccolò usciva da una brutta storia e Margherita era totalmente presa dalla ricerca di un lavoro, in vista dell’imminente scadenza del contratto. Il loro incontro si poteva definire tanto casuale quanto tempestivo: accadde proprio nel momento in cui Margherita era pronta ad ammettere di non riuscire a farcela da sola e, per certi versi, questo valeva anche per Niccolò.

Margherita smise di lasciarsi trasportare dai suoi pensieri e ritornò a guardarlo negli occhi cercando di trovare chiarezza e una risposta a suoi dubbi. Purtroppo, lui recitava la parte della persona instabile, incapace di vincolarsi a luoghi o a persone pensando di affascinarla. Era inconsapevole che questo genere di ruoli non attira più neanche l’attenzione di una giovane donna. Servirono la cena e il risotto al dente fece risvegliare i loro sensi. Margherita cercò di apprezzare quel momento. Il vino le fece sentire il calore che cercava da tempo e la sua pesantezza non era diversa da quella che la opprimeva e che faceva ormai parte di lei. Faticava a trattenersi e sentiva il forte desiderio di dirgli tutto quello che provava: della voglia di fargli sentire la terra sotto i piedi, di spiegargli dove si trovava l’essenziale poiché lui andava ancora in giro a cercarlo prendendo al volo tutti gli aerei che poteva. Quella cena per lui era un tentativo di riuscire ad apprezzare tutto quello che Margherita sembrava potergli dare: la semplicità e la concretezza. Dopo il risotto, Niccolò era riuscito a far perdere il senso della sua intera carriera e a descriversi come il semplice braccio del suo superiore. Parlava di voler cambiare vita e mentre lo faceva, teneva per mano Margherita. La bottiglia di vino finì e Margherita si sentiva parecchio disorientata. Nonostante la confusione era ancora convinta che quella situazione avesse un senso. Che i desideri di entrambi erano gli stessi. Ordinarono il dolce e per l’indecisione ne presero due diversi che avrebbero diviso: una semplice Tarte Tatin per Margherita e una torta pere e cioccolato per Niccolò. S’incrociavano le forchette nel piatto con una complicità quasi idilliaca per Margherita. Uscirono dal ristorante e fuori continuava a piovere. Insieme si allontanarono stringendosi in un tenero abbraccio. Margherita avrebbe voluto dirgli tutto quello che aveva immaginato ma sapeva che per lui era troppo presto e che non stava vivendo il momento giusto per apprezzare il calore che lei aveva vissuto così intensamente.

Nei mesi successivi si frequentarono poco e le cose si complicarono. Dalla ricerca di lavoro, Margherita riuscì ad ottenere un’opportunità che le imponeva un cambiamento importante: un contratto stabile ma in un’altra città. Niccolò, invece, aveva avuto una proposta di lavoro oltreoceano. Margherita lo sentiva lontano prima ancora di partire. Non capiva questa sua scelta e la trovava priva di senso. Vedeva solo un uomo in difficoltà che voleva risolvere tutto semplicemente partendo. In un primo momento, l’impulsività l’aveva portata a pensare che dichiararsi sarebbe stata la cosa migliore, come già aveva fatto in passato. Non avrebbe avuto il tempo per capire ma voleva riprovare quel tepore. Poi si ricordò che per lui non era il momento. Per lui sarebbe stato nel senso letterale del termine l’inferno: un vincolo, una gabbia e una scelta innaturale per la sua persona. La sua intelligenza le fece accarezzare l’idea, solo per un momento, di non essere abbastanza per lui ma poi anche lei si rifugiò nel personaggio che lui stesso aveva scelto di interpretare: lui doveva essere libero di andare ed intraprendere la sua strada, o forse le sue strade. Lui era l’uomo immaturo, incapace di mettere radici. Margherita tenne bene i piedi per terra e si convinse di aver immaginato tutto o sopravvalutato i suoi sentimenti. Sentiva di aver capito dove si trova l’essenziale e di non essere riuscita a convincerlo a vivere l’avventura senza farsi molte domande. Lo lasciò andare verso il suo niente e Margherita tornò al suo.

Margherita finì per scrivere quelle sensazioni in un racconto che inviò ad un concorso indetto da un giornale online nella speranza che Niccolò lo potesse leggere un giorno per caso, durante uno dei suoi viaggi.

a cura di Marianna Tramontano

 

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:27
 
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