Il litigio più bello

Ci andavo per tutto ciò di cui avevo bisogno. Ci andavo quando volevo mangiare qualcosa di buono, naturalmente, e magari un bicchiere di vino, o semplicemente quando avevo bisogno di sentirmi a casa. Ci andavo quando ero felice, per celebrare occasioni liete, o stanco morto, per lamentarmi della giornata in ufficio, delle insoddisfazioni e dei piccoli compromessi quotidiani. Ci andavo quando il frigorifero era vuoto o non avevo il tempo di preparare una cena dignitosa. Ci andavo in cerca di compagnia, di facce sorridenti, di qualcosa che assomigliasse a una famiglia. Perché La Pesa era un rifugio, Fabio offriva amicizia, oltre che i piatti migliori della tradizione milanese e lombarda.

Era nel quartiere San Siro, ovvero dall’altra parte della città rispetto a dove abitavo, ma la distanza non era mai stata un problema. L’ambiente era essenziale e accogliente, con le travi a vista, le tovaglie a quadri bianche e rosse, la luce delle candele, la musica di Jack Johnson che ogni sera mi avvolgeva in un’atmosfera da falò sulla spiaggia. Nei miei cinque anni milanesi ci ero andato decine di volte: per incontri di lavoro, per distendere i nervi, per festeggiare il mio compleanno, per prendermi cura di un amore.

Ma la volta più bella ci ero andato per litigare.

 

Emma la conoscevo da un mese e mezzo, o almeno era da un mese e mezzo che aveva iniziato a esistere per me. L’avevo notata, per la verità, circa tre anni prima, in una piccola libreria di viale Gioia dove organizzava presentazioni di romanzi gialli. Capelli neri, occhiali e look da studentessa di Sinistra, lanciava sorrisi simpatici a tutti, anche se a me quel pomeriggio arrivarono soltanto un paio di occhiate storte: forse perché ero l’unico nella sala che non conosceva?

Mi ero ben guardato dal presentarmi, non sarebbe stato saggio dire chi ero e cosa facevo. Già, perché all’epoca leggevo romanzi per conto di una casa editrice e segnalavo quelli degni di ulteriori letture o, in pochi fortunati casi, di essere pubblicati. Fiutavo storie, fiutavo le persone. E inevitabilmente ero assediato – perfino nei posti più impensabili, figuriamoci nelle librerie – da aspiranti scrittori con il manoscritto nel cassetto.

Sicuro che anche lei, tra le pieghe di qualche hard disk, avesse un racconto, delle poesie, o un’imperdibile trilogia erotico-fantasy da sottopormi, le girai alla larga. Però dentro di me registrai il suo volto, la sua bellezza.

La rividi due anni dopo, mentre era in coda alla portineria della casa editrice, e non potei evitare un saluto. Lo balbettai, più che altro. Poi, per giocare d’anticipo e scansare l’eventualità che avesse conservato quella strana, istintiva ostilità nei miei confronti, tentai di rompere il ghiaccio.

«Sei qui per proporre un libro?» le chiesi, con una presunzione che non mi appartiene e di cui mi accorsi troppo tardi. «Guarda che dovresti prima chiedere appuntamento…»

I suoi occhi mi risposero che ero un imbecille.

L’imbarazzo che mi infiammò il viso confermò che aveva ragione.

«Sono qui per un colloquio» ammise timida e scaramantica. «Oggi è il terzo. Se va bene questo, è fatta.»

Aveva leggermente cambiato stile: portava un abito colorato ma sobrio, di un’eleganza un po’ spagnola (non saprei come spiegarlo meglio, non chiedetemi di più, non sono portato nemmeno per la moda). Ancora più bella di come la ricordavo, sicuramente.

«Oh, in bocca al lupo allora» fu l’unica cosa che riuscii a dire. Che era anche il massimo della mia arte seduttoria.

Ottenne il posto e diventammo colleghi, ma eravamo destinati a vederci poco. Lavoravamo su piani diversi dello stesso inquietante grattacielo in periferia, ci incontravamo ogni tanto davanti agli ascensori, o in coda alla mensa, altre volte ci siamo ritrovati a percorrere insieme la strada verso l’ufficio. Un saluto, all’inizio poche parole, poi qualcuna in più, e gradualmente le nostre timidezze impararono a comunicare. Entrambi imbranati, avevamo soltanto bisogno di scoprirci.

 

Ognuno ha il suo posto speciale, dove si sente più forte, dove gli sembra di avere sempre almeno un paio di assi nella manica: il mio era La Pesa. E fu lì che invitai Emma a cena.

I ristoranti dipendono da una delicata combinazione di tempi, alchimia, illuminazione, musica, fortuna e – forse soprattutto – generosità. Anche gli amori sono così, e sembrava che Fabio lo sapesse meglio di chiunque, quando alcuni anni prima aveva preso in mano la trattoria: tra quelle mura, come raccontava spesso ai suoi clienti, erano nate molte storie, e alcuni lì dentro avevano addirittura chiesto alle proprie compagne di sposarli. Confidavo nel fatto che il fluido magico di quel posto avrebbe compiuto il suo dovere anche quella sera.

Certo è che ce la misi tutta per rovinare la serata. Tanto per cominciare, quando il cameriere ci servì un piattino con quattro mondeghini – il tipico piatto della cucina milanese – serviti in crema di broccoli verdi, come stuzzichino mentre sceglievamo dal menù, ebbi la bella pensata di dire: «Secondo te, ho il coraggio di leccarli tutti e quattro, così tu non puoi mangiarli?».

Sono un cretino, non c’è alcun dubbio. Ma è il mio modo: quando prendo confidenza con una persona, mi diverto a scherzarci, a lanciare sfide infantili. Con una donna è un rischio: ci sono quelle che sanno stare al gioco, e quelle che più semplicemente ti prendono per scemo.

I suoi occhi si strinsero in due adorabili mezzelune nere, con un’aria inequivocabile di competizione. Che fu abbastanza per spingermi ad andare avanti. Presi la forchetta, la misi in bocca e, felice come un ragazzino che sta rubando la marmellata sapendo che non verrà punito, la passai su ciascuna delle squisite polpette di carne.

Pensi di piacerle in questo modo?, disse una vocina nella mia testa.

«Credi davvero che te li lascerò mangiare tutti?» disse invece Emma, sorridendo, e un attimo dopo stava masticando il primo mondeghino.

Per come sono fatto, di lei ne sapevo già abbastanza per innamorarmi.

 

Ordinai il bollito, uno dei piatti forti della casa durante la stagione invernale. Quella era l’ultimo giorno in cui lo avrebbero cucinato, fino al prossimo novembre, e non potevo perdere l’occasione.

Emma preferì una cotoletta alla milanese: ottima scelta, perché Silvano – il cuoco trentino de La Pesa – la preparava secondo la tradizione; cosa che ormai avviene soltanto in pochi ristoranti della città. E fu quando gliela servirono in tavola che mi feci scappare la seconda stupidaggine della serata.

Con fare da galantuomo le dissi: «Vuoi che chieda il limone al cameriere?». E non contento aggiunsi, come uno che la sa lunga: «Strano che non te l’abbiano portato. Di solito qui sono così attenti…».

Emma mi fulminò con un’occhiata delle sue.

«Ok, non ti piace il limone» risi. «Mia signora, chiedo venia, non volevo offenderla.»

La battuta non andò a segno.

Coglione, commentò la vocina.

«Il limone non si mette sulla cotoletta» spiegò lei, con un tono che si fece inspiegabilmente duro.

«Pensi di potermi perdonare» dissi ridacchiando, «o mettiamo la cosa in mano agli avvocati?»

Altra battuta a vuoto.

Altra occhiataccia.

Come al solito c’era qualcosa che mi sfuggiva.

Poi Emma si mise a giocare con il calice di Falanghina che avevo ordinato, e per lunghi secondi sembrò sprofondare in pensieri che adesso iniziavano davvero a farmi paura.

Infine lo disse.

«Ti stai per sposare, vero?».

Ora, io non so se il tempo va avanti sempre fluido e senza interruzioni, ma potrei giurare che in quel momento tutto si fermò. Persone, cose, rumori, tutto congelato. Mi sentii come una statua di sale, e il mondo intorno a me diventava più grande, oppure ero io che piano piano mi stavo rimpicciolendo fino a sparire. Lei, immobile, mi fissava con una profonda delusione.

Passai in questo limbo almeno un millennio, o forse furono soltanto pochi istanti.

«Fra sette mesi» ammisi quando tornai sulla Terra. «Non lo sapevi?» aggiunsi poi, e chissà se è possibile fare una domanda più idiota di questa.

«Cosa aspettavi a dirmelo?»

«Pensavo che la voce fosse girata, che qualcuno avesse parlato…» mi aggrappai a uno specchio.

«Sei un cretino», sentenziò amareggiata. «E smettila di grattarti la testa!»

Come darle torto?

«C-credevo…» balbettai alla ricerca disperata di argomenti.

«Dovevi darmi la possibilità di scegliere. La vuoi smettere di grattarti quella testa, mi irriti.»

«Scegliere?» provai a ribattere. «Scegliere prima di cosa? Non è successo ancora niente tra noi…»

Dovrei scrivere un manuale delle frasi sbagliate. Sarebbe subito un bestseller.

 

Non so come fu possibile, ma la tensione si allentò un poco e la cena proseguì più rilassata, parlando di libri, di traslochi, delle mie mani che secondo lei erano troppo piccole.

Le raccontai che esisteva una trattoria La Pesa anche a Sidney, creata da una certa Maki, che dopo aver gestito un coffe shop su una spiaggia australiana aveva deciso di aprire un ristorante di cucina milanese dall’altra parte del pianeta. Per dimostrargli che non me lo ero inventato, le indicai i due orologi appesi sulla parete sopra di lei, uno sul fuso orario di Roma, l’altro appunto su quello di Sidney.

«Certe volte i sogni più folli sono i migliori» avevo commentato, quasi distratto. A giudicare dal suo viso, avevo inavvertitamente messo a segno il primo punto della serata.

In ogni caso, questa storia la distrasse, o almeno fu brava a farmelo credere. Benché continuassi a sentirmi in colpa per non averle confessato prima la verità, adesso ero felice che la situazione fosse trasparente. E che lei fosse ancora seduta di fronte a me.

Concludemmo la cena dividendoci una cheese cake e bevendo due bicchieri di mirto. Poi, visto che si era fatto tardi, pagai il conto e ci infilammo le giacche, sistemandoci bene la sciarpa intorno al collo per ripararci dal gelo di febbraio.

Salutai Fabio e segui Emma all’esterno.

Non passavano macchine e le strade erano silenziose. Qua e là sul marciapiede c’erano piccoli cumuli della neve che era caduta nei giorni precedenti.

«Sei un cretino» mi disse di nuovo lei, stavolta accennando un sorriso.

«Già, sono un cretino adorabile» azzardai, come uno che non ha più molto da perdere.

«Dovrei odiarti…»

«E invece?»

«E invece…» disse avvicinandosi.

Un attimo dopo mi stava baciando.

Tanto per cambiare non avevo capito nulla.

a cura di Francesca Colletti

 

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:25
 
Commenti (5) | 1.03.2013

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