Il briccone

Il signor Arturo non era certo un cuor di leone. Se fosse stato chiesto a chiunque lo conoscesse di descrivere la sua persona con un aggettivo, tutti avrebbero scelto “codardo”. Anche in giovane età, quando la scarsa conoscenza del mondo e l’ardore delle passioni ancora acerbe, ti spingono ad osare, a sfidare gli eventi in cerca del tuo posto nel mondo, lui appariva rinunciatario, mite nelle azioni e nei pensieri. Era quindi cresciuto nel suo guscio, in una condizione di costante mitezza, ligio alla costruzione, mattone dopo mattone, anno dopo anno, di una vita perfettamente dentro gli schemi.

Di amici non ne aveva, e non perché fosse noioso o antipatico. Era perché non ne voleva. Gli amici – pensava – portano molte, troppe incombenze. Compleanni da ricordare, discorsi doverosi al momento del bisogno, pacche sulle spalle e cortesie: un bel popò di roba che per lui rappresentava solo un grande impegno.

Un suo parente avvocato aveva un piccolo studio in città. Un ufficio modesto, nessuna targhetta altisonante alla porta, un numero di clienti sufficiente a campare dignitosamente. Fin dai tempi della scuola superiore Arturo vedeva lì il suo futuro lavorativo. Immaginava il suo intelletto comodamente seduto tra quelle pareti che odoravano di tabacco e scartoffie, immerso in un susseguirsi ritmico di azioni meccaniche e poco impegnative.

All’età di ventun anni la sorte decise di premiarlo. Quando il fedele segretario dello studio, il signor Domenico, lasciò l’impiego per un futuro professionale più appagante, Arturo gli subentrò.

Che giubilo fu per lui! I contorni della vita che aveva sempre desiderato cominciavano a delinearsi, il suo animo sarebbe finalmente diventato dimora per una radicata, inespugnabile serenità.

Gli anni trascorsero veloci e uguali. Come i bambini si affezionano per qualche tempo allo stesso gioco, Arturo ripeteva la stessa giornata ogni giorno, senza stancarsi.

Sveglia alle sette, bagno in acqua calda con un goccio di olio di menta piperita – questa, una piccola abitudine che gli alleviava i dolori articolari –, colazione con caffè macchiato entro le otto e quarantacinque per poi essere in studio alle nove in punto. Tutti questi gesti erano perfettamente  calibrati con la maestria di chi è capace di fare della propria vita una partitura perfetta. Nessun gesto aveva più peso di quel che meritasse, nessun pensiero o fantasticheria osavano mai essere tanto insolenti da rubare spazio vitale alle altre indispensabili azioni giornaliere. Arturo era il floricoltore della sua vita. Sapeva esattamente quante gocce d’acqua andassero a ciascuna orchidea e con prontezza di spirito estirpava qualunque erbaccia tentasse di invadere la sua serra ordinata.

Certo, di tanto in tanto gli eventi del mondo gettavano un po’ di caos sulla sua esistenza. Come quella volta in cui una scolaresca di ragazzini masticanti merendine ai conservanti aveva occluso il suo solito treno impedendogli di entrare. Oppure,  come in quella mattina di pioggia, quando lungo il ciglio della strada verso la metropolitana, un automobilista gli era sfrecciato affianco sporcando il suo cappotto di schizzi d’acqua fangosa. In entrambi i casi Arturo era arrivato a lavoro in ritardo. Non che permettesse a simili sciocchezze di alterare il suo stato di calma costante, ma non riusciva davvero a concepire perché mai dovessero esistere simili brutture. Inconvenienze antiestetiche che impedivano il normale e confortante fluire degli eventi.

Quando il fondoschiena del signor Arturo, alle nove esatte, si lasciava cadere sulla sedia davanti alla scrivania dello studio legale, il suo animo veniva inondato da una piacevole sensazione di pace. Una sorta di torpore appagante non lo abbandonava fino alle diciassette e trenta quando, finita l’attività d’ufficio, radunava le sue cose per fare ritorno a casa. Era quello il momento della giornata che Arturo preferiva. Quel preludio al senso di appagamento totale che le mura domestiche, nell’abbraccio della sera, sapevano donargli. Che meraviglia quei pochi attimi prima della pace! In quegli istanti la sua tavolozza di sentimenti si arricchiva di tinte più audaci e Arturo poteva sentire il battito del suo cuore più incalzante, quasi fosse scandito da un autentico stato di eccitazione. Come un fidanzato che attende l’amata, o un bambino che non vede l’ora di scartare il suo regalo di compleanno, il signor Arturo si godeva ogni giorno quello sfrigolio dell’animo che anticipava il riposo serale.

E questo accadde per molti e molti anni felici. Poi, una sera non diversa dalle altre, mentre Arturo sprimacciava il cuscino con piccoli colpetti ritmici, tutto il suo essere, corpo e anima, carne e sangue, pigrizia e codardia, fu scosso da una sensazione sgradevolissima.

Da qualche parte nel quartiere, una creatura diabolica emetteva latrati che stridevano atroci come centinaia di unghie contro una lavagna.

Ad ogni “Cai cai ahuuu ahuuu”, Arturo contraeva  il viso in una smorfia di dolore. I suoi pensieri si frantumavano, il raziocinio precipitava nel vuoto e al loro posto, nello spazio illimitato della mente, una sola immagine: se stesso prono e sconfitto sotto le zampe anteriori di un grosso cagnaccio. Una grossa, enorme bestia dall’aspetto luciferino che ululava e latrava e ringhiava trafiggendogli le orecchie.

«Cai cai ahuuu ahuuuuuu!». Il cuore di Arturo fece un balzo da cavalletta e il sudore gelido gli imperlò la fronte. Il sonno era compromesso, la pace un’isola lontana.

Quella notte non chiuse occhio. Il cerbero infernale emise oscuri richiami senza tregua, imperterrito. La mattina seguente, per la prima volta nella sua vita, il signor Arturo si svegliò ben oltre l’orario consueto. Alle otto le palpebre si schiusero bruscamente, le gambe fecero un salto repentino sullo scendiletto come animate da un misterioso marchingegno che non aveva potere sul resto del corpo.

In ufficio gli fu difficile mantenere la concentrazione. Le solite email da inviare, i soliti contratti da verificare si proponevano ora con una nuova, sconosciuta complessità. I pensieri di Arturo erano confusi e lenti. Anche la sera, una volta rincasato, fece fatica a svolgere le attività di sempre. Cucinò un piatto di spaghetti sciapido e colloso e il povero pesce pagliaccio nella bolla di vetro in salotto fece esperienza del suo primo digiuno.

Attendeva, Arturo. Attendeva come la vittima attende il killer da cui è braccato. Attendeva Lui, l’unico protagonista dei suoi pensieri nebulosi: il cagnaccio infernale! Alle ventidue e trenta la sadica creatura non si era ancora manifestata. Ma Arturo non era preda facile per l’inganno e sapeva, sapeva con certezza assoluta, che prima o poi avrebbe risentito quei versi malefici.

Cani rabbiosi, lingue di fuoco, denti aguzzi, zolfo che punge le narici …La sua mente pescava queste immagini dal cilindro dell’inconscio unendole in molteplici combinazioni. Poi, a poco a poco, questi fotogrammi si fecero flebili diventando ombre sfuggenti. Infine il nulla. Buio. La mente del signor Arturo si era svuotata, il torpore invase le membra e il sonno anelato fece capolino.

«Cai cai ahuuu ahuuuuuu». Eccolo, il nemico! Arturo si alzò e prese a girare in tondo nella camera da letto. Prima o poi smetterà – pensava. Ma non fu così. Il cagnaccio era instancabile e il Signor Arturo non dormì.

La tortura si ripeté identica per settimane. Sul campo di battaglia i ruoli restavano immutati: ogni notte il canide vinceva incontrastato sull’uomo.

In ufficio Arturo cominciava a destare l’attenzione del capo. Per la prima volta l’avvocato si preoccupò per il suo diligente segretario e, quando gli fu chiaro che l’andatura ciondolante e gli occhi cisposi non erano il risultato di qualche sporadica notte brava, azzardò l’interrogatorio.

«Signor Arturo è sicuro di star bene?».

«Certo avvocato. Perché mi fa questa domanda?».

«Sembra distratto. Un comportamento insolito per lei…Pensavo di concederle una vacanza».

«In vacanza io?» –  balbettò Arturo.

«Sì. Cosa ne pensa? Potrebbe farle bene, del resto ha diversi giorni di ferie arretrate e ultimamente il lavoro non è tanto».

Vacanza? Il signor Arturo non simpatizzava per quella parola. Certo, andava in vacanza qualche volta. Ma a Natale, quando raggiungeva la sorella Rosaria in montagna, o in estate quando volentieri si univa a qualche gruppo di turisti alla scoperta delle bellezze europee. Ma a febbraio quale vacanza avrebbe potuto prendere? In quel periodo dell’anno lui stava a casa, lavorava, viveva la sua routine e gli piaceva! Era felice perbacco! Non voleva affatto scambiare la sua lettura serale, o il bagno mentolato del mattino con una gita nelle campagne francesi, e nemmeno con un mojito da sorseggiare in riva al mare ad Acapulco!

Doveva fare qualcosa o la sua vita perfetta sarebbe andata in pezzi. Solo in quell’istante, nel turbinio frenetico dei pensieri generati dall’agitazione, prese corpo, nitida, la consapevolezza dell’urgenza di agire.

Bofonchiò qualcosa al suo capo e con in corpo la speranza timida di averlo persuaso, afferrò il soprabito e si precipitò a casa.

In ascensore, pensò a quanto la sua mente aveva abbozzato allo studio legale. «Azione, reazione, azione…» – ripeteva, notando quanto fossero sgradevoli quelle parole. La loro portata semantica lo atterriva, ma i fonemi erano addirittura in grado di irritarlo fino all’isterismo. «A-zio, rea-zio, z, z, zio» – sibilava, isolando come a volersi torturare, quell’odiosa affricata che gli ronzava in testa.

Ma non c’era tempo! Il signor Arturo spinse se stesso verso l’antro misterioso della risolutezza ed entrò nel suo appartamento deciso a definire un piano conto il cerbero!

Nel tepore domestico, meditò a lungo. Del resto era pur sempre preferibile ordire congetture che attivare l’apparato motorio… «No no no! Devo fare qualcosa» –  si disse facendo dell’insolito training autogeno. E si convinse definitivamente della necessità di affrontare la situazione.

Una riflessione preliminare era tuttavia necessaria. Chi aveva condotto il cagnaccio nel suo quartiere? Cos’era cambiato nel suo habitat affezionato? Quale ruolo aveva lui, creatura pacifica, nell’oscuro disegno del cerbero e del suo padrone infernale?

I neuroni del signor Arturo si attivarono in una scansione accurata del vicinato, delle vie che percorreva ogni giorno, delle attività dove acquistava i beni di prima necessità, il giornale, l’olio essenziale di menta piper…All’improvviso una rivelazione fulminea. Eccolo lì! È lui! È lui il nemico!! – pensò. E senza accorgersene, scacciò il pensiero dalla sua dimensione silenziosa per vestirlo del fragore della sua voce tuonante.

Arturo mise a fuoco quell’insegna comparsa qualche settimana addietro sotto casa: “Tano, passami l’olio”. Un ristorante. Un ristorante senza dubbio gestito da un personaggio oscuro accompagnato da una belva nera! Ma poi che razza di nome era quello per un ristorante? Di nomi di ristoranti ne aveva sentiti tanti: “Pane e vino”, “Da guido”, “Da Francesco”,  “Trattoria Annina”, addirittura “Ristorante occhio di pernice”! Poi c’erano quei nomi francesi, “La baguette, “La courgette”, “La tartiflette”…Ma “Tano, passami l’olio” proprio gli suonava oltremodo bizzarro!

Ma non bisognava distrarsi. Arturo aveva individuato il nascondiglio del cagnaccio e ora doveva dare conferma alla sua intuizione.

Così, in quella notte appena rischiarata da uno spicchio di luna, il signor Arturo non indossò il suo pigiama. Non si accovacciò sotto le coperte dopo aver sorseggiato del latte al miele. Si coprì invece il volto con un passamontagna e, dopo aver infilato un coltello nella tasca del cappotto, scivolò giù per le scale deciso ad affrontare il buio. Pochi metri e il ristorante gli fu davanti. Un’insegna poco vistosa, le pareti intonacate di tinte pastello, gli infissi dorati a contornare la porta in legno. Un edificio dall’aria innocua – notò Arturo. Ottima copertura per la belva e il suo padrone – concluse.

Reso ancor più risoluto da un’apparenza che per lui era quasi totale conferma, Arturo raggirò l’edificio in punta di piedi e, nel retro, scovò una porta di legno. Ecco il rifugio del canide! – pensò. E con baldanza caprina incastrò la soletta in cuoio dei mocassini nei pochi appigli della parete lignea. Poco prima di far emergere la testa al di sopra della porta, fu animato da una congerie di sentimenti nuovi. Eccitazione, inusitata spavalderia, timore per ciò che avrebbe potuto scoprire scuotevano il suo corpicino poco avvezzo alle emozioni forti. Uno stiracchio di vertebre ed eccolo col naso per aria, davanti allo spettacolo che cercava. Il cane era lì, steso vicino ad una casetta in miniatura ed era nero! Esattamente come lo aveva immaginato!

A ben vedere però, il canide in questione non aveva un’aria esattamente diabolica. Anzi, era piuttosto piccolo. Che verso avrebbe mai potuto produrre quel gargarozzo minuscolo? Arturo doveva capire. Doveva scoprire se quella era la sua bestia. Estrasse un accendino dalla tasca e lo lanciò dritto sul muso dell’animale. E fu così che in un istante, Arturo poté vedere l’inferno scatenarsi davanti ai suoi occhi. «Cai cai ahuuu ahuuuuuu! Wolf wolf grrr grrrrr» – il cane prese a ringhiare e abbaiare come un satanasso e Arturo poté ben distinguere, quando la sua bocca si aprì, una sfilza di orrendi denti acuminati.

In realtà, il cerbero era un piccolo Schnauzer nano e gli orrendi denti acuminati erano dei dentini. Ma il povero signor Arturo proprio non sopportava il suo abbaiare insistente. Per lui quel suono cadenzato era quanto di più sgradevole potesse giungere alle sue orecchie. Quei “Cai cai ahuuu ahuuu” riuscivano a penetrare nel profondo del suo essere alterandone l’equilibrio, cancellando tutti i suoi buoni sentimenti. I timpani languivano, il cervello si dibatteva esasperato.

Fu così che il signor Arturo scavalcò agile il portoncino e una volta davanti al cane afferrò il coltello che aveva riposto in tasca. Un movimento secco e zac! L’impietoso gesto era compiuto!

Arturo aveva reciso il guinzaglio dell’animale e con fare celere aveva fatto del malcapitato un fagotto da riporre sotto il cappotto.

Con la destrezza di un trafugatore di cani professionista si era poi allontanato alla svelta dal luogo del crimine. Conosceva bene quelle strade. Sapeva in quali punti le ombre si raccoglievano più dense a definire nicchie e passaggi sicuri per criminali. Due saltelli tra marciapiedi, piazzuole e giardini e Arturo era già dentro il portone di casa.

Una volta nel suo appartamento, poté finalmente riprendere fiato. Bevve un sorso d’acqua e, ripensando a quanto fatto, si stupì dell’agilità con cui si era dato alla fuga. Arturo, per anni, aveva diligentemente sepolto abilità e risorse sotto i detriti della sua indolenza. Le labbra disegnarono un ghigno compiaciuto e fu in quel breve istante di godimento che si ricordò del cane. Dal rapimento lo aveva stretto a sé senza mai allentare la presa ed era così silenzioso e leggero da essersi quasi dimenticato della sua presenza. Liberò il fagotto peloso e lo posò sul pavimento. L’animale lo fissava attonito. Il guazzabuglio in cui era stato coinvolto, forse lo spavento, o forse lo sfregare continuo del cappotto sulla sua testolina gli avevano buffamente cotonato il pelo. Per un attimo Arturo lo associò a Teresa, un amore importante della sua gioventù. Anche lei si cotonava i capelli e tutto quel lavorio in testa spesso sortiva l’effetto di renderla piacevolmente buffa. Arturo sorrise ma quell’ilarità svanì insieme all’incoscienza alimentata dall’adrenalina. Al suo posto si fece spazio, ingombrante, una sensazione plumbea di rimorso. Cosa aveva combinato? Perché quel cane dagli occhi supplichevoli era nel salotto di casa sua? Oltre tutto si era ammutolito in modo preoccupante! Provò a parlargli, gli urlò contro, batté le mani a un palmo del suo naso ma il cerberino non reagiva! Nulla. Sembrava una scultura di marmo.

Il signor Arturo non sapeva cosa fare e cominciò a sentirsi terribilmente stanco. Non poteva scaricare quel povero animale, tuttavia non poteva nemmeno restituirlo al proprietario: lo avrebbero certamente scoperto!

Chiuse il cane nello studio e si gettò sul letto esausto.

Alle dieci del mattino gli occhi del signor Arturo avvertirono la luce. Dopo settimane si aprirono finalmente riposati, senza quelle venature rossastre che proclamavano stanchezza. Arturo era di nuovo felice. Si alzò sorridente e mantenne quel sorrisetto pacioso per tutta la durata della colazione.

Poi, tenendosi stretta la sua flemma, aprì la porta dello studio e andò alla ricerca del cane. Il poveretto si era rannicchiato nell’ultimo ripiano della libreria, tra un Quenau e un ricettario pugliese, e quando vide l’ombra di Arturo allungarsi sul suo manto, rattrappì tutti i suoi ossicini in un minuscolo fagotto. Arturo fissò i suoi occhi scuri e come spesso accade al primo sguardo duraturo tra cane e uomo, il suo cuore fece una capriola. Quel cagnetto un tempo tanto detestato ora gli faceva pena, lo inteneriva. Non lo avrebbe abbandonato. Lo avrebbe tenuto con sé fino a che non avesse trovato una soluzione. Diede una rapida occhiata tra le zampe posteriori del cane e poi, con aria rassicurante, si inchinò vicino al suo orecchio e gli sussurrò: «Non avere paura Teresina, sei al sicuro qui».

Per il signor Arturo cominciò una nuova routine un po’ più movimentata della precedente. Teresina aveva bisogno di cure per cui si era immediatamente attivato nella ricerca di alcuni indispensabili oggetti per cani: una cuccia, qualche giocattolo gommoso, delle ciotole per i pasti e, infine, del buon cibo.

La prima volta che versò le crocchette e i bocconcini nella ciotola di Teresina, il signor Arturo provò una gioia mai sperimentata. La piacevole sensazione di occuparsi di una creatura che aveva bisogno di lui aveva addolcito ogni fibra del suo corpo.

Ma Teresina non mangiava, beveva a malapena qualche sorso d’acqua. I giorni passavano e Teresina non cambiava atteggiamento. Nessun guaito, nessun abbaio, nessuno scodinzolio felice. All’ora dei pasti zampettava intorno alla ciotola diffidente, qualche annusata qua e là, e poi andava a rannicchiarsi sul divano.

Cosa poteva fare il signor Arturo per quella cagnolina? Non potava restituirla al suo padrone, forse non lo voleva nemmeno! Gli piaceva grattarle il musetto, affondare per qualche minuto le dita nel suo pelo morbido. Non poteva neanche farla morire di fame però! Ma perché non mangiava? Poi, in un istante, il da farsi gli sembrò chiaro. Arturo si sarebbe recato dal vecchio padrone di Teresina e avrebbe preso del cibo per lei. Forse lui la nutriva con i suoi piatti e valeva la pena non lasciare nulla di intentato.

Quel giorno, alle venti e trenta, il signor Arturo fece ingresso nel ristorante “Tano, passami l’olio”. Le mani umide e il cuore veloce erano le avvisaglie di uno stato di giustificata tensione. Del resto, era tornato sul luogo del delitto e quella mossa finiva sempre col fregare il criminale!

Fu accolto da una signorina gentile che lo condusse subito ad un tavolo. Scorse il menù alla ricerca di un buon piatto per Teresina. Cannoli al ragù di anatra con crema di melanzane e cioccolato, tiramisù di seppia, uova di quaglia caramellate su mousse di tonno, ravioli ripieni di parmigiano, patate e carciofi… Mmm piatti un po’ troppo arditi per una cane – osservò Arturo deluso. Poi, eccolo lì il pasto per Teresina! Un filetto di capriolo dal sapore deciso poteva aggradare a un diretto discendente del lupo. Arturo ordinò il filetto senza esitazioni. Chiese anche una bottiglia di Merlot che avrebbe sorseggiato lentamente osservando gli altri clienti e magari, se avesse avuto fortuna, il proprietario. Sperava proprio di incontrarlo, voleva scrutarne la personalità, voleva capire cosa facesse di tanto speciale per rendere felice quella cagnetta. Certo, doveva nutrirla con intingoli molto sostanziosi per indurla, piccola com’era, ad abbaiare con tanto vigore. Sicuramente era un uomo affettato – continuava a fantasticare –, dall’aria vagamente snob, magari con un foulard di seta intorno al collo, snob anche quello.

Un profumino delizioso salì lungo le sue narici interrompendo quelle supposizioni. Il filetto era arrivato.  Il colore bruno della carne creava un’assonanza cromatica perfetta insieme al verde delle verze. Sul piatto, un grazioso bouquet di colori si offriva alla vista di Arturo rendendogli la bocca acquosa. Tagliò un pezzo di carne, raccolse con la forchetta un ciuffo di verze e si portò il boccone alla bocca. Quale bontà! Quale tripudio di sapori sulle sue papille in festa! Al contatto con la lingua Arturo poté distinguere una crosticina croccante superficiale da un cuore interno morbido e succoso. Ora capiva perché Teresina non degnava di uno sguardo le crocchette!

Un altro boccone e poi, accertandosi che nessuno lo vedesse, avvolse il resto del pasto in un fazzoletto che mise in tasca. Bevve il vino, pagò e si rivestì per tornare dal suo cane.

Al rientro, Teresina gli fece le feste per la prima volta. Gli annusò insistentemente scarpe e pantaloni, poi abbaiò più volte. La furbetta sentiva l’odore del capriolo e Arturo non se la sentì di farla attendere. Srotolò il fazzoletto e ne versò il contenuto nella ciotola per cani. Teresina mangiò di buona lena e dopo che fu sazia, si prestò ad un’ora abbondante di coccole.

Il signor Arturo si sentiva soddisfatto nel vedere la cagnetta più vitale del solito. Anche l’indomani – pensò – le avrebbe portato qualcosa di speciale.

E la sera successiva, il signor Arturo, fedele ai suoi propositi, andò di nuovo da “Tano, passami l’olio”.

Stavolta si sentiva più a suo agio, nessuno sospettava della sua malefatta e del resto il proprietario il giorno prima non si era visto, per cui presumibilmente non si sarebbe fatto vedere neanche quella sera. Magari non gradiva aggirarsi per la sala – pensò. E quella supposizione aveva un po’ il sapore della rassicurazione, un po’ quello della delusione.

Stavolta scelse uova di quaglia caramellate su mousse di tonno, bottarga di tonno e tonno crudo con olio extravergine alla menta. Era proprio curioso di assaggiare quella combinazione di ingredienti. Il piatto arrivò al tavolo curato come quello della sera prima. Quattro piccoli ovali lucidi come biglie erano adagiati su uno sfondo dalle sfumature rosee. L’aroma deciso dell’olio d’oliva fece brontolare lo stomaco del signor Arturo. Portò un uovo alla bocca, poi un altro, e un altro ancora fino a terminarli. Il sapore soddisfò egregiamente il suo palato. Era un sapore nuovo, una formula inconsueta che metteva insieme, in dosi perfette, il dolce dell’uovo, il salato del tonno, l’acre dell’olio extravergine d’oliva. Persino la sensazione di freschezza portata dal tonno crudo e dalla menta era studiata alla perfezione. Un’intensità appena superiore avrebbe coperto gli altri sapori, un intensità di poco inferiore non avrebbe bilanciato la dolcezza dei tuorli.

Arturo era stordito, mai nella vita aveva goduto tanto di un’operazione necessaria come il mangiare. Non si era nemmeno accorto di aver consumato in un baleno il piatto che avrebbe dovuto condividere con Teresina. Per ovviare all’inconveniente, ordinò il bis, ma precisò che avrebbe desiderato che le uova venissero incartate perché era tardi e doveva proprio rincasare.

Arturo aspettava appagato l’incarto, quando il proprietario del ristorante, il signor Tano in carne e ossa, si presentò al suo tavolo.

Nessun foulard altezzoso, nessuna aria snob. Il signor Tano si presentò cordialmente e affermò di aver notato che il signor Arturo aveva particolarmente gradito le sue uova di quaglia.

«Sì, molto buone» – tentennò Arturo, e poi aggiunse, per omaggiare le uova deliziose: «Non avevo mai mangiato uova tanto sfiziose».

«Beh visto che le ha apprezzate così tanto le dirò come le preparo»  – disse il signor Tano. «E badi bene – aggiunse strizzando l’occhio – che uno chef non rivela di buon grado i suoi segreti!».

«Sa perché sono cosi croccanti fuori e cremose dentro?». E proseguì: «Perché ne zucchero la superficie e poi le scotto con la fiamma, come si fa con la crème brûlé. Solo così si riesce ad ottenere quella patina croccante!».

Arturo si limitava ad annuire con gli occhi leggermente socchiusi di chi è concentrato.

«E la mousse di tonno?» – fece poi il cuoco.

«Faccio soffriggere il pesce con olio extravergine d’oliva  e qualche tocchetto di zucchina, patata e carota. Poi aggiungo le spezie che danno quel tocco di grinta in più: due rametti di timo, dieci bacche di ginepro, due chiodi di garofano, dieci grani di pepe nero».

Quegli ingredienti, così enumerati, echeggiavano come una litania antica, come una formula magica tramandata nei secoli. Quell’uomo parlava del cibo con poesia e Arturo ne fu affascinato. Quando fu pronto l’incarto, lo ringraziò promettendogli che sarebbe tornato e si congedò a malincuore.

A casa, Teresina gradì le uova ma il signor Arturo non si sentiva tranquillo. Un pensiero sottile e insidioso gli grattava il cervello urtandolo terribilmente. Era Teresina, il problema. O meglio, era il fatto che Teresina, un cane non suo, fosse a casa sua, il problema. Come aveva potuto privare quel cuoco sopraffino del suo cane? Come aveva potuto ridursi a uomo tanto scellerato?

A notte fonda Arturo riportò Teresina nel cortile del ristorante. La posò accanto alla sua casetta in miniatura, dove l’aveva vista la prima volta. Il cuore avvertì una morsa leggera, ma allo stesso tempo il prurito allo stomaco che aveva cominciato a sentire dopo cena svanì.

Quella notte Arturo dormì sereno come mai prima.

Divenne un cliente abituale del ristorante. Spesso si fermava da Tano per provare una nuova leccornia e ogni volta, dopo aver scambiato qualche parola con lo chef, andava via imboccando la strada dietro il ristorante. Arrivato al cortile dove dimorava la cagnetta, tirava fuori dalla tasca un fazzoletto con qualche bocconcino da donarle. Le avvicinava la mano da sotto la porta e le grattava un po’ il muso. Poi, ripresa la strada verso casa, una gran soddisfazione cominciava a farsi spazio in lui, espandendosi fino a colmarlo. E a quel punto, sul viso del signor Arturo, faceva capolino un sorrisetto beffardo. Il sorrisetto di chi sa di aver fatto proprio una bella bricconata.

a cura di Valentina Ternullo

 

 

 

 

 

 

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:26
 
Commenti (4) | 1.03.2013

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