I mondeghili laureati

Amava gli incipit dei romanzi: nelle librerie, di nascosto, apriva decine di volumi e leggeva i loro primi paragrafi. Solo così riusciva a decidere quali acquistare e quali invece abbandonare al loro destino sugli scaffali gremiti di titoli, parole e storie. Nello stesso modo, forse anche un po’ per abitudine, sceglieva il ristorante in cui mangiare solo dopo aver scorso i primi piatti sul menu.

‘Affettati misti’, ‘crostini fantasia’ e ‘insalata di mare’ erano per lei sinonimo di una cucina noiosa e di uno chef che non aveva idea di come stupire chi si sarebbe seduto alla sua tavola. Nei libri, così come nel cibo, cercava qualcosa che le desse una scossa: emotiva o fisica poco importava. La sua vita era praticamente perfetta, perlomeno ai suoi occhi giovani e a quelli di chi la circondava: ma doveva pur esserci qualcosa in grado di dare a cotanta perfezione un retrogusto diverso, degno di essere apprezzato indipendentemente da tutto il resto. E, dopo numerose e attente ricerche, aveva stabilito che le parole e i sapori creati e abbinati da altri erano i soli davvero in grado di aggiungere quel brio che tanto cercava.

Avere vent’anni e vivere sola in un grande loft sui Navigli, arredato secondo i suoi gusti e pieno di tutti quei comfort che la maggior parte delle persone avrebbero potuto solamente sognarsi, era un privilegio. Che Viola però non ostentava e che assaporava ogni giorno con rispetto e gratitudine: verso la sua famiglia, soprattutto, che le offriva la possibilità di vivere una giovinezza spensierata, concentrandosi solo su ciò che realmente le interessava, permettendole di inseguire un sogno senza doversi preoccupare di altro.

Con gli amici era molto selettiva: d’altra parte di gente disposta a farsi sua amica per poter scroccare una qualsiasi delle cose che aveva a disposizione ce n’era già stata parecchia. Sin dal liceo, capire di chi fidarsi e da chi invece stare alla larga era diventata una specie di ossessione: dopo alcune grandi delusioni, placate dall’affetto dei suoi genitori, smaltite da pianti che parevano inarrestabili e da CD praticamente consumati sullo stereo della sua camera di adolescente, si era ripromessa di non farsi più fregare. A Milano frequentava i pochi amici di una vita e Irene, una sua compagna di università: non potevano essere più diverse, ma non avrebbero potuto volersi più bene di così.

Si erano conosciute qualche settimana dopo l’inizio delle lezioni del primo anno: entrambe frequentavano il corso di laurea in Antropologia Sociale alla Statale. Entrambe erano convinte che studiare il comportamento degli altri fosse un modo per farsi un’idea più precisa sulla vita e per riuscire a coronare il loro sogno nel cassetto. Che era lo stesso, ma che le due amiche vivevano e sentivano in modo completamente diverso.

Anche Irene veniva da una ‘famiglia bene’. Ma mentre quella di Viola era accogliente, aperta al cambiamento e per nulla snob, quella dell’amica sembrava incarnare tutti i pregiudizi e i luoghi comuni sui nuovi ricchi: completamente ignari della possibilità di adattarsi al punto di vista altrui, i suoi genitori erano convinti che l’unico modo per assicurare alla propria figlia una vita degna di essere vissuta fosse rappresentato da una laurea in legge e da un matrimonio conveniente. Cocktail, feste, prime alla Scala e brunch con gli amici industriali segnavano il ritmo della loro vita e pretendevano diventassero il cronometro anche di quella di Irene. Che invece non aveva nessuna intenzione di farsi rinchiudere in una gabbia, per quanto dorata e tempestata di diamanti potesse essere.

Per questo si trovava così bene con Viola: non aveva bisogno di giustificare la carta platino nel suo portafoglio e poteva, nello stesso tempo, sognare una vita diversa senza sembrare un’ingrata. Passavano intere notti a fantasticare sul loro futuro, sulle famiglie che si sarebbero costruite, sugli uomini che avrebbero trovato e che sarebbero stati in grado di apprezzarle per quel che il loro aspetto e i loro averi non comunicavano, piuttosto che il contrario.

La telefonata della mamma di Viola arrivò una mattina di febbraio: fuori nevicava, la gente sembrava impazzita e c’era chi addirittura girava per Milano senza calze. D’altra parte quella era la settimana della moda e la città più che una città sembrava un circo. A Viola tutto quel bailamme sembrava surreale: mentre osservava dalla finestra quella strana gente, rispose distratta al telefono. Le notizie non erano buone: già da qualche tempo gli affari di famiglia navigavano in cattive acque. Non era solo la crisi a causare dei problemi: decisioni sbagliate prese in passato e la fiducia che suo padre aveva accordato a un socio che si era poi dimostrato un mezzo imbroglione avevano scombinato tutti i piani di crescita dell’azienda e l’avevano addirittura costretta a numerosi passi indietro.

Ora serviva disperatamente della liquidità: il loft (e non solo) andava venduto, al più presto. Ai genitori di Viola dispiaceva enormemente dover togliere quel gioiellino alla loro unica figlia, ma sapevano quanto fosse in gamba ed erano sicuri che, prima o poi, se lo sarebbe riconquistato, con il solo ausilio delle proprie forze.

A fare bagagli e scatoloni ci mise poco: inizialmente il piano era quello di tornare dai genitori. L’idea non le dispiaceva: la casa era grande e accogliente e i suoi erano speciali, pieni di amore e di positività, sempre. Ma poi, parlando con Irene, ascoltando e capendo la sua voglia di cambiamento, le cose presero un’altra piega: si sarebbero trovate un appartamento da condividere ed entrambe avrebbero iniziato a cavarsela da sole. Bastava trovare un lavoro, rimboccarsi le maniche e organizzarsi: non sarebbero state né le prime, né le ultime a studiare e lavorare contemporaneamente.

Il problema, ora, era comunicarlo ai rispettivi genitori: quelli di Viola si sarebbero sentiti infinitamente in colpa e lei non avrebbe voluto che questo succedesse. Quelli di Irene, invece, si sarebbero arrabbiati come non mai e avrebbero messo in campo tutte le loro armi per impedirle di prendere una decisione per loro così sconsiderata.

A distanza di due mesi da quella telefonata di febbraio il loft era venduto, Viola aveva ricevuto dai genitori i pochi soldi che potevano permettersi per aiutarla in quella nuova avventura e Irene era stata praticamente ripudiata dalla famiglia, mossa che, secondo i suoi, avrebbe dovuto convincerla a tornare sui suoi passi.

Avevano trovato un modesto appartamento con due camere, un salotto con cucina, un bagno e un minuscolo terrazzino nella zona Sud di Milano che era sì completamente diversa dai quartieri che avevano frequentato fino a quel momento, ma che a loro non dispiaceva per niente. Gli abitanti del posto erano perlopiù anziani, stranieri e qualche studente squattrinato che sceglieva quella zona per i prezzi abbordabili. Viola e Irene fecero tutto quel che poterono per rendere la casa più accogliente, ‘più loro’.

Quel che restava da fare era trovare un lavoro. Per Irene fu più semplice: alcuni amici del suo vecchio giro la consideravano “una davvero coraggiosa” e decisero di aiutarla. Trovò un impiego part-time come commessa in una boutique nel quadrilatero della moda: nonostante il lavoro fosse noioso, lo stipendio era buono e tanto le bastava per stare tranquilla.

Per Viola invece non andò così facilmente: inviò non sapeva nemmeno quanti CV e fece altrettanti colloqui per lavorare come cameriera, commessa e segretaria. Ma c’era sempre qualcosa che andava storto e quel tanto desiderato e necessario impiego tardava ad arrivare.

Un giorno, finite le lezioni, non aveva nessuna voglia di tornare a casa: Irene aveva il turno del pomeriggio e la sera sarebbe uscita con il ragazzo che stava frequentando. Non aveva intenzione di intristirsi seduta sul divano e non si sentiva in vena né di studiare, né di spulciare Google in cerca dell’ennesima offerta di lavoro. Uscita dall’università camminò fino all’inizio di via Torino e, senza pensarci troppo, salì sul 14, quel tram che “attraversava la città verticalmente”, come le piaceva dire.

Attraversò Brera e poi Chinatown, piazza Caneva e poi piazza Firenze. Lo sguardo vagava fuori dai finestrini, un po’ attento, un po’ confuso, spesso distratto. Non sapeva dove si sarebbe fermata né quando. L’idea era quella di arrivare al capolinea e provare a vedere cosa c’era lassù, in quel punto estremo della città in cui non aveva mai messo piede. Ma a volte è l’istinto, e non la ragione, a decidere e così Viola scese, insieme a un gruppo di donne sudamericane, a una delle ultime fermate su viale Certosa. Qui il traffico non è un’alternativa e palazzoni e uffici si susseguono a ritmo incessante. Viola fu attirata però da una viuzza che sfociava, almeno così le pareva di aver intuito, in una strada più tranquilla di quella in cui si trovava in quel momento. Era sicuramente lì che sarebbe andata.

La giornata era limpida, tersa come a Milano raramente se ne vedono, un vero e proprio spettacolo: la primavera era ormai sbocciata, il profumo nell’aria era ancora asprigno, ma quella punta di aroma dolce, che solo la bella stagione sa portare con sé, era sempre più presente.

Viola si avviò a passo deciso lungo una strada che non aveva mai percorso: “strano” – pensò – “mi sembra di essere a casa”. Non c’era niente di particolarmente bello o attraente in quel che vedeva intorno a sé: le case erano anonime e in giro non c’era nessuno, fatta eccezione per una signora anziana che camminava curva sul suo bastone e un paio di ragazzini che sulle spalle portavano zaini più grandi di loro. Persino le auto che passavano di lì sembravano più silenziose che altrove. Sentiva il canto degli uccellini e il sole di aprile le accarezzava il viso. Se non avesse avuto quel grande peso alla bocca dello stomaco, che lei soleva chiamare ‘i gommoncini’, avrebbe addirittura annoverato quel giorno tra quelli ‘perfetti’.

Passò distratta di fronte a una casa diversa dalle altre, era bassa, aveva un ingresso che pareva antico e sì, decisamente, si differenziava da tutto ciò che le stava intorno. Tornò indietro di qualche passo, incuriosita: si trattava di un ristorante. In pieno mood pseudo-apatico decise di dare un’occhiata al menu più per abitudine che per vero interesse: ‘Mondeghili a la Milanesa’, ‘Saltimbocca de Verz cont Pulenta’, ‘Insalata de Nervitt con Fasoeu Borlòtt’. “Lo chef ama decisamente stupire i suoi clienti” – pensò quasi sollevata Viola. In quella giornata già difficile e pesante non ci sarebbe stato niente di peggio che leggere l’incipit di un menu banale, trito e ritrito che potresti essere anche a Posilippo e non trovarlo inopportuno.

Il suo stomacò brontolò: tra tristezza, pensieri negativi e la piccola avventura in uno dei suoi altrove, Viola non aveva pranzato. Ormai era lì, non si vedeva un bar o un altro ristorante nei dintorni, aveva fame e quel menu l’aveva stuzzicata. Decise di entrare e provare a gustarsi un buon pranzo cercando di allontanare per un po’ la malinconia che l’affliggeva.

Il ristorante era grande, accogliente e pieno di angoli che sembravano casa: camini, divani, mobili antichi e quadri rispolverati dalle bancarelle dei mercatini vintage trovavano spazio sugli ampi muri, proprio sotto delle vecchie travi in legno rimesse a nuovo. In un angolo un giradischi del secolo passato sembrava tenuto d’occhio dal Garibaldi che il dipinto subito sopra immortalava. Grandi vetrate si aprivano su un piccolo, incantevole giardino. Tutta quella bellezza cominciò a farsi strada nel suo umore e, piano piano, i gommoncini iniziarono a sgonfiarsi.

Ordinò i mondeghili, le tipiche polpette della tradizione milanese che sua nonna, quando era piccola, le cucinava ogni volta che voleva coccolarla con i sapori della sua cucina. Assaggiò il risotto al salto e terminò con uno zabaione caldo accompagnato dal ‘pan mein’. Era sazia, sorridente e finalmente rilassata. Le arrivò un SMS di Irene: era al lavoro, come sempre si stava annoiando e voleva sapere come stesse. La sua amica sapeva cosa stava passando e si preoccupava per lei. Sorrise, grata di averla trovata sui banchi di un’università che, si stava rendendo conto, cominciava a perdere tutto il fascino che nei quasi due anni precedenti aveva esercitato su di lei.

Al momento di pagare il conto, Viola non poté non ascoltare le parole dei due uomini che si trovavano dietro al bancone: pareva che una delle cameriere storiche del locale avesse deciso di lasciare il posto. L’amore la stava portando in Francia e di lì a pochi giorni avrebbe fatto i bagagli per la sua nuova vita. Quando le uscirono di bocca non le sembrarono nemmeno parole sue: “Ho sentito che sarete senza cameriera. State cercando qualcuno? No, perché io forse sto cercando voi”. Un modo più singolare ed eccentrico per proporsi per un posto di lavoro, che forse nemmeno esisteva, non l’avrebbe potuto trovare neanche sforzandosi. I due uomini sorrisero divertiti e, forse, inteneriti. Viola era dello stesso colore del suo nome: l’imbarazzo era molto più che tangibile, ma ormai era fatta. Lei aveva bisogno di soldi, e soprattutto di qualcuno che le desse fiducia. ‘O la va o la spacca’ non era più solo un modo di dire: per lei ormai era una filosofia di vita.

In un attimo si trovò con la prospettiva di una settimana di prova a partire dal giorno successivo. Dora, la cameriera che stava lasciando l’Italia, l’avrebbe aiutata a capire come funzionava il lavoro, le avrebbe insegnato alcuni piccoli trucchi e l’avrebbe introdotta in quella che, Viola non lo sapeva ancora, sarebbe diventata la sua casa, in tutti i sensi, per i successivi tre anni.

Quel giorno tornò a casa confusa: i gommoncini c’erano ancora, ma al posto di essere gonfi e pesanti, sembravano semplicemente paffuti e leggeri. La testa correva veloce: un attimo era felice, quello subito dopo era terrorizzata. Aveva tra le mani l’opportunità di riuscire finalmente a cavarsela da sola al 100% e tremava dalla paura di farsela sfuggire o di combinare, inconsapevolmente, qualche guaio. Non chiamò né Irene, né sua madre per comunicare quella che doveva essere una buona notizia: se la settimana di prova fosse andata bene e il lavoro le fosse stato confermato, avrebbe poi diffuso la notizia ai quattro venti. La nuova Viola andava cauta: tempo per l’entusiasmo ci sarebbe sicuramente stato.

La settimana successiva fu quanto mai stancante: arrivare fino a là da casa sua, significava affrontare almeno un’ora e un quarto di viaggio. Iniziava alle 10:00 del mattino e finiva intorno alle 15:30. Questo non le permetteva di frequentare le lezioni, se non le ultime della giornata. Ma aveva deciso di non preoccuparsene per il momento: se tutto fosse andato come previsto, i proprietari del ristorante le avevano promesso la possibilità di un paio di turni diurni e degli altri serali. Così avrebbe conciliato studio e lavoro, proprio come desiderava. Dora con lei era paziente e allegra: le dispiaceva tanto lasciare Milano e quel posto che l’aveva praticamente adottata, ma nello stesso tempo non vedeva l’ora di abbracciare la sua nuova vita. Era felice che Viola potesse portare avanti quel che lei aveva costruito negli anni passati lavorando lì: anche Dora era arrivata giovanissima con tanti sogni custoditi in un cassetto e, proprio come Viola, faceva del sorriso la sua firma.

La settimana di prova si trasformò in un impiego stabile: Viola lavorava sul turno del pranzo due giorni alla settimana e i restanti quattro la sera. Appena arrivata al locale, si cambiava e iniziava ad apparecchiare i tavoli: con quasi 200 coperti che, almeno durante il pranzo, sarebbero stati quasi tutti occupati, non c’era tempo da sprecare. Controllava poi che i menu fossero aggiornati ai piatti del giorno, riempiva oliere, acetiere e saliere e si assicurava che i tovaglioli fossero piegati alla perfezione. Mangiava un piatto veloce insieme ai ragazzi che lavoravano in cucina e agli altri camerieri e poi si metteva ad aspettare paziente l’arrivo dei clienti.

La divertiva osservare il comportamento delle persone che gravitavano intorno al ristorante: c’erano i clienti abituali e c’era chi capitava lì per caso; c’erano gli avventori-del-pranzo, ovvero quelli che, lavorando nei paraggi, capitavano spesso a quei tavoli e poi le coppiette che cercavano (e trovavano) in quel posto la loro alcova gastronomica. Erano questi clienti che Viola amava di più: li osservava coltivare il loro amore, analizzava i loro sguardi per captarne l’umore, capiva quando qualcosa li turbava e li guardava con occhi affettuosi quando si tenevano il broncio per poi sciogliersi in una stretta di mano tenera e affettuosa.

Stare lì le piaceva sempre di più: l’attività veniva portata avanti sin dal 1924 dalla stessa famiglia e chi lavorava lì dentro imparava ad amare quel posto nello stesso modo in cui facevano i proprietari. Per loro quella “era una casa” e facevano in modo che lo diventasse per tutti. Un tempo era stata una cascina, poi una locanda, fino a diventare uno dei luoghi di riferimento della tradizione gastronomica milanese. Respirare l’aria di quel posto era una magia: storia, ricordi ed emozioni di un tempo si mischiavano perfettamente al presente, con uno sguardo rivolto al futuro.

Mentre il lavoro di Viola al ristorante procedeva a gonfie vele (i proprietari ne dicevano benissimo, i clienti ne gradivano grazia, gentilezze e professionalità e i colleghi ne apprezzavano senso dell’umorismo e allegria), le cose a casa parevano peggiorare. Gli affari di famiglia faticavano a risollevarsi e Viola cercava per quanto le fosse possibile di stare vicina ai suoi genitori. In università metteva piede sempre meno spesso: il lavoro la stancava molto e il fatto di vivere così distante dal locale non aiutava nell’organizzazione logistica e nel combattere la pigrizia. Irene si era innamorata di un ragazzo con cui sarebbe andata a convivere di lì a poco. La cosa aveva sconvolto tutti: a partire da Irene stessa che non pensava di avere il coraggio di prendere una simile decisione, per proseguire con i suoi genitori che la ritenevano una pazza e per finire con Viola che, nonostante fosse felice per la sua amica, cominciava a sentirsi sola. Ormai non aveva più senso pensare di rimanere a vivere in quell’appartamento e tantomeno cercare alla cieca qualcuno che potesse dividere con lei l’affitto: Viola decise di cedere il suo posto al fidanzato di Irene e permettere così all’amica di vivere la sua storia in una casa che conosceva e alla quale si era affezionata.

Pianti, ricordi, sorrisi e promesse si mischiarono nelle sere che precedettero il trasloco di Viola: avrebbe ricordato quei giorni come quelli più densi di emozioni della sua vita. Nel giro di meno di un anno si trovava per la seconda volta di fronte a una nuova avventura: sapeva che ce l’avrebbe fatta e che, prima o poi, il suo sogno si sarebbe realizzato.

Aveva parlato dei suoi problemi e delle sue difficoltà ai proprietari del ristorante che, timidamente, le avevano offerto un alloggio al primo piano di quella che una volta era stata una locanda. Nella prima parte del secolo scorso, infatti, i nonni degli attuali gestori offrivano anche un servizio che oggi si chiamerebbe di bed & breakfast: con il tempo questa attività era andata scemando, ma il piano superiore era comunque tenuto in perfetto ordine ed era pronto ad accogliere chiunque volesse viverci. Viola accettò con gioia: avrebbe riconosciuto un piccolo affitto ai suoi capi e avrebbe avuto per sé uno spazio grande quanto un ampio monolocale, nonché accesso alla cucina del ristorante e una comodità impagabile. Niente più viaggi della speranza in tram e in metropolitana, o addirittura a piedi, a tutte le ore del giorno e della notte: Viola avrebbe iniziato a coprire solo i turni serali per avere così la possibilità di frequentare a pieno ritmo le lezioni in università e, quando ce ne fosse stato il bisogno, avrebbe potuto fare qualche straordinario durante il giorno.

La sua vita prese una piega inaspettata e felice: quel posto per lei era sinonimo di pace e abitare lì le aveva tolto un grosso peso dallo stomaco. I gommoncini erano quasi del tutto spariti e sentiva di avere ormai completamente il controllo della sua esistenza e del suo presente. Il futuro era ancora nebuloso: il suo sogno era infatti sempre custodito gelosamente in quel cassetto di cui solo lei, i suoi genitori e Irene avevano la chiave. La sua famiglia, intanto, si stava, anche se a fatica, risollevando dai problemi economici che l’avevano afflitta e Irene le aveva comunicato, qualche giorno prima, di essere incinta: la sua amica era al settimo cielo e sentiva, finalmente, di aver staccato quel tanto ingombrante cordone ombelicale che, volente o nolente, l’aveva tenuta attaccata alla sua inopportuna famiglia d’origine.

Erano passati due anni da quella mattina di febbraio in cui osservava donne senza calze sotto la neve correre come pazze per arrivare in tempo a una sfilata: ora si trovava sul 14 in direzione centro città e dai finestrini vedeva esattamente la stessa identica scena. Solo che lei era diversa, era più consapevole e si sentiva perfettamente a fuoco. Non sapeva cosa le avrebbe riservato il futuro, ma non le importava: il suo cuore era felice ed era pronto ad accogliere tutto il bello che la vita le avrebbe voluto riservare.

Così Viola, senza rendersene nemmeno conto, era diventata più bella: i suoi vestiti erano più semplici, la sua pettinatura sempre un po’ approssimata e le sue guance erano rosee anche senza blush. Era una giovane donna autentica, con quel guizzo negli occhi capace di attirare gli sguardi di chiunque.

Una mattina, arrivata prestissimo in zona universitaria, decise di entrare in quella caffetteria che scimmiottava una celebre catena americana: non ci aveva mai messo piede, ma faceva freddo, stava per nevicare e aveva bisogno di un caffè caldo per ritemprarsi e affrontare l’esame che di lì a poco avrebbe avuto luogo.

Mentre prendeva posto a uno dei tavolini vicini alla vetrata che affacciava sul marciapiede si avvicinò un ragazzo che aveva la sua stessa luce negli occhi. Si sorrisero, lui si sedette senza dire niente e così iniziarono a conoscersi. Fecero l’esame insieme, andò bene (anche se non benissimo) a entrambi e, il giorno stesso, pranzarono in un bar silenzioso e squallido che venne magicamente riempito della loro energia. Quell’incontro, così come la storia che ne scaturì subito dopo, era la ciliegina sulla torta che Viola stava preparando con cura, amore e dedizione da tanti mesi a quella parte.

Federico divenne per lei un amore, un amico, un compagno, la persona a cui affidare il proprio cuore, i propri sogni e tutte le incertezze, le angosce e le delusioni che attraversano la vita di chiunque.

Viola continuava a vivere sopra il ristorante e Federico spesso rimaneva lì con lei: ai proprietari non dava fastidio, anzi, e il ragazzo in breve, per sdebitarsi di tutte le cortesie e gentilezze di cui era destinatario, cominciò a occuparsi della promozione sul web del locale. Fu in una di quelle serate, durante le quali Federico cercava contenuti e argomenti per il sito, che con Viola si imbatté in una grande scatola piena di fotografie: raccontavano la storia del ristorante e la vita delle persone che lì avevano lavorato e che avevano dato tutto quel che potevano per renderlo ciò che era riuscito a diventare.

Fu con grande stupore che Viola riconobbe, su una di quelle foto, un volto famigliare: il retro riportava la data del 1945 e un nome, Viola, che era il suo, ma anche quello di sua nonna. Rivedeva, in quell’immagine, il volto di una donna che aveva conosciuto per poco tempo tanti anni prima e riconosceva, nello stesso tempo, una se stessa più giovane in un’altra epoca. Ebbe dalla madre, a cui portò la fotografia perché la vedesse, delle conferme che comunque non le sarebbero servite: aveva capito fin da subito che con quella ragazzina diciottenne lei aveva un legame. E capì perché in quel ristorante si sentiva così a suo agio, così a casa: nel lontano 1943 i nonni dei suoi superiori avevano accolto una giovane donna che la guerra aveva lasciato sola e senza speranze, esattamente come era successo a lei. L’unica cosa che sapeva fare, oltre a parlare tantissimo (e Viola qui capì da dove avesse origine la sua parlantina), era cucinare: prima che la sua famiglia venisse decimata a causa del conflitto, la nonna di Viola era stata istruita per essere una perfetta donna di casa.
Viola scoprì così che la ricetta dei mondeghili utilizzata dal ristorante era in realtà quella che sua nonna aveva appreso nella cucina di casa e che aveva poi donato a quelle persone che, con tanto amore, l’avevano accolta offrendole un lavoro e la possibilità di una vita vera.

Trovarono il foglio su cui lei stessa l’aveva trascritta più di sessant’anni prima: era consumato, ingiallito e zeppo di macchie di unto, cibo e vino. Ma era un ricordo autentico che nessuno aveva dimenticato e che era stato copiato e ricopiato nel corso degli anni nel grande libro delle ricette che troneggiava in cucina.

 

Mondeghili a la milanesa

400 g di carne avanzata lessata o in umido

100 g di mortadella di fegato

100 g di salsiccia

2 panini raffermi

1 uovo

50 g di parmigiano

8 cucchiai da cucina di olio di oliva

un ciuffo di prezzemolo

1 spicchio d’aglio

mezzo bicchiere di latte

sale e pepe

Ammollare il pane nel latte. Tritare finemente la carne con i salumi, metterli in una terrina, aggiungere l’uovo, il pane ammollato e ben strizzato, il prezzemolo tritato con l’aglio, il formaggio grattugiato, sale e pepe e amalgamare.

Se il composto non fosse abbastanza consistente unirvi un po’ di pangrattato per asciugarlo.

Formare con il composto delle polpette, far soffriggere l’olio e rosolarvi le polpette fino a renderle dorate.

 

Per Viola quella fu una scoperta magnifica: ormai non c’era più nessuno in grado di raccontarle la vita che la nonna aveva vissuto tra quelle mura. I ricordi della madre e quelli che riuscì a ricostruire con l’aiuto dei proprietari e dei loro parenti le bastarono per capire che quel ristorante era stato importante per la nascita della sua famiglia e che, nello stesso modo, sua nonna era stata importante per la crescita di quel posto.

Non le serviva nient’altro per essere più felice, se non iniziare il cammino che le avrebbe permesso di coronare, finalmente, il suo sogno.

Erano passati cinque anni dall’iscrizione all’università e quella mattina si svegliò carica di energia e con una punta di malinconia che l’adrenalina che precede la discussione della tesi di laurea spazzò via in un secondo. Andò tutto secondo i piani: ad accoglierla nel chiostro della Statale c’erano i suoi genitori, Irene e qualche altro amico. Federico la accompagnava e non le lasciava la mano un secondo: si era laureato durante la sessione precedente e da qualche tempo si stava dedicando ad aiutare Viola a prepararsi al grande giorno e a scartabellare annunci di lavoro. La discussione fu breve e rilassata: nonostante il voto finale non fosse eccellente, Viola era al settimo cielo. In quegli ultimi anni aveva fatto tutto quel che aveva avuto il desiderio di fare e non avrebbe potuto chiedere di più.

Quella sera il ristorante rimase chiuso per accogliere Viola, la sua famiglia e i suoi amici e festeggiare così il traguardo raggiunto. In cucina, a spignattare, c’era anche lei che aveva voluto misurarsi con la ricetta della nonna e preparare con le proprie mani quelli che aveva ribattezzato i ‘mondeghili laureati’. Fu una serata così piacevole che nessuno avrebbe mai voluto alzarsi da quella tavola.

C’erano i suoi genitori che, finalmente, avevano ricominciato a trovare un po’ di pace: gli affari non erano certo quelli di un tempo e si erano dovuti ridimensionare. Ma sembravano più felici e sereni.

Poi c’erano i proprietari del ristorante con le loro famiglie: Viola li sentiva ormai parte integrante di sé e della sua vita. Guardare tutti loro riempiva il suo cuore di gioia e gratitudine.

C’era Irene con il suo compagno e la loro bambina che ormai aveva due anni: bella come il sole, con la pelle ambrata come quella del suo papà e gli occhi verdi come quelli della sua mamma. Irene non aveva ancora terminato gli studi, ma aveva coronato il suo sogno: scriveva, scriveva e scriveva sulle pagine del suo ‘mum blog’ ormai diventato famoso a livello internazionale. Era una giovane web star e Viola non poteva essere più fiera di lei.

E poi c’era Federico, l’amore della sua vita, Viola non aveva dubbi: sarebbero partiti la settimana successiva per iniziare un’altra parte della loro esistenza lontani da Milano e da tutte quelle persone straordinarie. Era triste per questo tanto quanto era elettrizzata all’idea di mettere piede a Berlino, sistemare l’appartamento che avevano trovato e iniziare anche lei, proprio come aveva fatto Irene, a esaudire il suo più grande desiderio: scrivere per gli altri per soddisfare se stessa. Aveva preso accordi con una giovane casa editrice digitale che non vedeva l’ora di leggere le prime pagine del suo romanzo dopo aver accolto con entusiasmo alcune bozze preliminari.

Avrebbe iniziato a scriverlo una volta arrivata in Germania: sapeva che avrebbe parlato di sua nonna Viola e che avrebbe mischiato i pochi ricordi che era riuscita a racimolare con episodi di pura fantasia, ma non aveva le idee chiare su come la storia avrebbe evoluto.

L’unica cosa sulla quale non nutriva alcun dubbio era il titolo del libro che non sarebbe potuto essere altro che ‘La Pobbia’.

a cura di Raffaelle Amoroso

 

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:28
 
Commenti (5) | 1.03.2013

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