Emir e Charlie

Emir accartocciò la sigaretta nel posacenere metallico posto all’ingresso dell’albergo. Ogni tanto quel gesto lo portava a riflettere su come dovesse esser entrare tranquillamente con la sigaretta accesa nei luoghi pubblici, usanza che appena sette o otto anni prima era perfettamente prassi normale. Di fatto nutriva una sorta d’invidia per quella libertà ormai sottratta, anche se appena si fermava a valutare i pro ed i contro anche il suo giudizio (come quello di molti fumatori) pendeva abbondantemente sui secondi. In fondo anche i cambiamenti scomodi, con il senno di poi, possono acquistare sfumature vantaggiose a volte.  Altre volte sono solo delle grandi spine appuntite nel culo. Punto.  Meglio dietro che davanti in effetti. Come la coda per i bagni della Love Parade.

Che poi dipende semplicemente dai propri gusti personali, d’altronde.

Lavorare nel campo della moda se da una parte ti apre la mente a molte altre esistenze parallele a quelle che solitamente si dichiarano “normali”, dall’altra, e lo dico senza nascondere un po’ di amarezza, accresce un po’ troppo il materialismo interiore facendo leva sul cinismo dei meccanismi umani bellezza+sfarzo+soldi+sesso= amore. Equazione che non funziona neanche invertendo l’ordine degli addendi. Il risultato è sempre uguale: al massimo si tratta di vomitare champagne da quattromila dollari in una tazza di ceramica da cinquemila.

Comunque al tempo era esattamente quello che ci piaceva fare. In fondo, per noi account delle grandi firme di lusso, quel teatrino era semplicemente una splendida favola da vivere: godevamo dei grandi privilegi del nome per il quale lavoravamo senza patire le pene dell’inferno come toccava invece ai modelli o alle modelle, costretti sempre a stare attenti a cosa mangiare e soprattutto a cosa vomitare. A noi invece toccava qualche sfacchinata in più ma in compenso accompagnare quei fisici statuari alle serate, seguire le sfilate, organizzare le conferenze stampa lasciava molto tempo libero da passare a sculacciare quegli ossuti sederi da modelle e a svuotare i frigo bar degli alberghi di lusso nei quali avevamo tutto pagato.

Di noi due, lui era il più brutto se devo esser sincero. E quando dico sincero intendo fazioso, ovviamente. E con questa quindi sapete anche chi dei due fosse il più sincero. E per ora vi basti.

Ma torniamo all’ingresso nell’albergo Principi Di Savoia, il migliore in città. Emir tirò giù un’edulcorata bestemmia nel momento in cui si bruciò un dito distratto dal fondoschiena di una passante mentre spegneva la sigaretta.  Aveva una capacità innata di resettare atteggiamenti, registro, tono e personalità all’istante secondo il luogo in cui si trovava. Riusciva ad apparire perfettamente integrato in una giornata di polo a cavallo a Brighton (rigorosamente su invito e abito bianco), come in una rissa da testosterone annegato d’ alcol in una bettola del porto di Teheran. Ho sempre invidiato questa sua capacità: penso, infatti, che esser curiosi e sapersi comportare in ambienti diversi faccia crescere la propria capacità di interagire con il mondo. E penso che interagire con la realtà e le persone che la occupano sia un buon modo di spendere il proprio tempo su questa terra. Io non ci sono mai riuscito. Invitatemi in una trattoria di periferia o chiedetemi di bere dalla bottiglia di birra e potrei urlare e nascondermi nel bagno nella peggiore delle ipotesi, inventarmi un appuntamento urgentissimo nel migliore dei casi. E’ più forte di me.

Anche in quell’occasione la bestemmia, normalmente condannata dalla maggior parte delle donne, risultò sorprendentemente apprezzata dalla ragazza dalle chiappe d’oro. Le doveva esser parso un modo alternativo e originale di complimentarsi con il suo fascino, poiché si voltò per chiedere ad Emir se si fosse fatto male. Inoltre dopo alcuni minuti di chiacchere si offrì di fargli fare un giro della città dopocena, nel caso fosse rimasto senza inviti precedenti.

Paraculo che non era altro. Ci sono quelle persone, e sarà capitato a chiunque di conoscerle, che come la giri la giri riescono a cadere sempre in piedi anche quando chiunque altro sarebbe stato spiaccicato al suolo esanime e senza un organo funzionante. Una specie di gatto cui hanno legato sul dorso una fetta biscottata imburrata. Il felino, si sa, cade sempre in piedi; la fetta biscottata sempre dalla parte imburrata, morale: un moto perpetuo in sospensione. E culo salvo in ogni caso. Lui era così: girava tutto incredibilmente e sempre a suo favore. A volte quell’influsso riusciva a contagiare anche chi gli stava vicino.

Una volta entrato e consegnatagli la chiave della stanza 613 chiese se fosse per fumatori.  L’addetto al check in rispose di no.

“Uhm, peccato.  E mi dica, se posso, ci sono per caso delle stanze libere per fumatori? Magari potrei ancora fare cambio.”

“No, Signore, purtroppo mi dispiace comunicarle che tutte le camere sono per non fumatori. Mi spiace.”

“Va bene, non si preoccupi, capisco” rispose educatamente Emir, mentre la sua gola e il suo cervello imprecavano nuovamente e di gusto.

Aveva trattenuto il malcontento con facilità. Appena un secondo dopo però faticò davvero tanto a trattenersi dal mandare al diavolo l’addetto alla reception quando questi esordì con una ben poco brillante domanda del tipo:

“Perché, lei è un fumatore, Signore?”

Mannoooo…che idee le vengono in mente? Perché mai. Le ho fatto quella domanda perché mi piace tirare petardi dal letto, prima di addormentarmi. Non sa che ninna nanna.  Oppure mi piace accendermi le scorregge fino a sentire profumo di anatra laccata all’arancia. Mmm …oppure qualcosa tipo…adoro l’odore di napalm al mattino. O ancora sto provando un nuovo sistema di fumogeni da curva sud, sa per quando si giocano i derby a PES sull’Xbox…mi piace il realismo di questi giochi moderni.”. Queste erano il tipo di frasi che istantaneamente il cervello aveva messo insieme. Ma era riuscito a trattenerle nella scatola cranica, snocciolando invece, a labbra tese per trattenere la risa:

“Ehm, beh, devo ammetterlo. In effetti, sì, pensavo al piacere di una sigaretta davanti ad un bel film per questa sera. Sa, la quiete dopo una giornata di tempesta…” aveva detto mentre con una mano sollevava la valigia con l’intenzione di dirigersi agli ascensori.

“Mm, beh, allora, per questa volta possiamo fare un’eccezione.” gli rispose richiamandolo al bancone.

Sorpreso dal repentino cambiamento di scenario Emir riprese: “Ah, ma…così? Cioè, voglio dire, grazie mille, ma non vorrei andare contro le regole. Posso anche uscire per fumare, solo volevo sapere quali fossero i divieti. Immagino che ci siano i sensori antincendio, non vorrei infradiciare tutto l’hotel per i miei vizietti…”

“Ma no, non si preoccupi. Basta che non si metta a fumare proprio sotto il sensore e non c’è problema.”

“Wow, beh, allora se è così…grazie. Grazie mille davvero” gli rispose guadagnando la strada agli ascensori.”

“Ah, signor Kaspor, le faccio recapitare un posacenere immediatamente.”

“Ah. Beh…grazie, molto gentile. Se vuole me lo porto su io, se ne ha a disposizione, non è il caso di mandare su un ragazzo apposta per una cosa come questa.

“No, non si preoccupi, mi è più comodo così. Buona notte.”

“Allora me lo mandi tra un paio d’ore, se posso. Grazie, buona notte.”

Etrò in ascensore, soddisfatto della buona notizia ed anche un po’ meravigliato di quanta gentilezza gli era stata mostrata. Non che non ne fosse abituato, ma in questo caso si sentì addirittura “privilegiato” nel poter andare contro le regole piuttosto restrittive.

C’è una cosa da dire di Emir. Oddio, forse più di una, ma una è quella che questo evento richiama più di altre. Non ha assolutamente il senso del limite. Tutto è esagerato con lui, spinge ogni cosa alla massima velocità. Dagli un dito: si prende braccio, gamba ed un pezzo di inguine. E difficilmente torna indietro un grazie. Non per cattiveria o maleducazione sia ben chiaro, proprio non ci fa caso. Come se fosse naturale e non ci dovesse esser necessità di alcuna giustificazione, spiegazione o frase di circostanza. Una sincerità infantile, non fosse che la maggior parte delle sue azioni si traducono in atteggiamenti  che di etico in fondo hanno ben poco.

Forse il portiere avrebbe dovuto saperlo.

Salendo in ascensore, infatti, Emir si fermò prima al terzo piano: miss culo di marmo gli aveva dato persino il numero della camera: 302.

Bastardo di un funambolo della pinga.

Bussò alla porta con convinzione, appoggiandosi allo stipite bianco con l’avambraccio. Quella posa funzionava sempre, anche se poteva apparire esagerata. A vederla in modo distaccato sembrava una mossa degna di Fonzie di Happy Days, una di quelle in cui la maggior parte della popolazione maschile sarebbe risultata ridicola. Non era chiaramente il suo caso. Non appena la ragazza aprì la porta Emir presentò un bel sorriso bianco Durban’s da divo di Hollywood e fissandola con i suoi occhi scuri le disse che alla fine aveva declinato ogni invito per quella sera, preferendo rimanere nel caldo ed accogliente albergo. Discussero un po’ di frivolezze, di quanto fosse bello tornare nella propria camera e lasciarsi andare con un bicchiere di vino e un po’ di musica, e lei rideva e sorrideva e si lisciava le ciocche e si aggiustava una spallina e si appoggiava alla porta e si muoveva da un piede all’altro e si arricciava un’altra ciocca e sorrideva e rideva di nuovo… Sembrava di assistere a un balletto: Emir cercava di muoversi il meno possibile per coprire con fermezza il ruolo dell’uomo che non deve chiedere mai e che ottiene ogni cosa che vuole. Per le conquiste fugaci è un’arma sicura, ve lo assicuro. La lasciò invitandola a salire per un drink in camera sua. La ragazza chiuse la porta mordicchiandosi un dito tra le labbra a spalle strette, chiudendo un ginocchio contro l’altro, reazione fisica per contenere l’effervescente calore che stava crescendo tra le sue gambe. Tre minuti dopo stava salendo verso la camera 613.

Maledetto trapezista del prepuzio.

Bussò alla porta e Emir le andò ad aprire, senza maglietta: stava sempre così quando rientrava in camera, o a casa. Appena arrivava nel nuovo albergo la maglia o camicia finiva sul primo divano o poltrona. Era il suo modo di mettersi a suo agio. Alcuni potrebbero prenderla come un’esagerazione, ma a lui le idee degli altri (soprattutto quando sbagliate) non interessavano per niente.

Di fatto in quell’occasione fu chiaramente apprezzato: era un non celato messaggio di quali fossero le intenzioni di quel drink. Esser bevuto se proprio avesse avuto sete, ma avrebbe potuto anche rimanere appoggiato sul tavolo tuta la sera, per quel che lo riguardava. E in effetti la seconda opzione fu quella che si realizzò, all’inizio per lo meno: Emir si avvicinò alla ragazza che, incrociando il suo sguardo, socchiuse le labbra senza neanche accorgersene. Le labbra si toccarono e nel momento in cui i due corpi ebbero quella sensazione fisica in comune, tutto il resto prese vita propria. Le mani, le braccia, i polsi trattenuti per alcuni istanti dalle mani, i corpi si cercarono l’uno con l’altro, affondando le dita per realizzare con forza la realtà di quel contatto. L’armadio contro la quale Emir si trovò gli sembrò esser il più comodo dei letti mentre sentiva le gambe della ragazza avvinghiarsi al suo bacino. Più la voglia si sprigionava dall’alchimia dei due corpi e più la sua sete di sentire il piacere fisico di quel corpicino si faceva gustosamente irrinunciabile. Tirarono fuori tutti gli alcolici del minibar e iniziarono avidamente ad assaporarli dalle carni bollenti dei loro corpi. Muscoli e curve carnose ricoperte di liquido alcolico che aumentava ancora il piacere del contatto con la superficie liscia e scivolosa, che si arricchiva di una sensazione appiccicosa dovuta all’alcool. Emir percorse con le sue labbra quasi tutto il corpo della ragazza, distesa ora sul bordo del letto. Tirò fuori tutto quello che lo scomparto nascosto della sua valigetta nascondeva: erba, speed, qualche pezzo di cocaina tirato su tra i seni della ragazza o dal suo petto o dai dintorni degli inguini di entrambi. Il sangue pulsava nelle loro vene allo stesso ritmo delle idee che la vista di quel corpicino così sinuoso scaturiva come flash continui nella sua testa.

Fu a quel punto che bussarono alla porta.

Sentirono solo lontanamente quel suono, affogati negli ansimi com’ erano, ma senza staccarsi Emir si alzò e andò verso la porta, appena dietro, appiccicata senza interrompere il contatto, c’era la ragazza. Coperti solo da un lenzuolo Emir aprì la porta.

Di fronte a loro, completamente immersi in un’altra dimensione, in un altro mondo, stava un cameriere dell’albergo, con un posacenere in mano.

“Il suo ….posacenere….signore…” disse titubante, scorgendo dentro la stanza vestiti e bottiglie vuote buttate a caso, pezzi da cento arrotolati, asciugamani sparsi, mentre odore di erba e effluvi di alcool colpirono i recettori sensoriali del ragazzo, che rimase interdetto.

Avevo detto che il portiere avrebbe dovuto sapere che da un dito si sarebbe preso mezzo corpo no?

“Uh, beh…sì, grazie, in effetti…ci siamo già organizzati…ma” ritirò il posacenere dalle dita del ragazzo “ lo prendiamo volentieri.” Rispose.

Il ragazzo fissò con un inaspettato interesse l’addome di Emir, invece che il seno mezzo scoperto della ragazza, o le sue labbra che non potevano passare inosservate dagli occhi di un qualsiasi uomo dotato di istinto sessuale. Mentre stava per richiudere la porta Emir notò questo particolare, e si fermò. Lo guardò fisso negli occhi e gli disse: “Beh, forse puoi esser interessato a dare una scrollata alla tua serata, magari, mi sbaglio?”

“Ehm, no, beh…cioè non so cosa intenda, ma di certo non tutte le serate qua sono divertenti, in effetti.”

Emir rientrò in stanza per raggiungere il tavolo su cui cercò una penna e un pezzo di carta. Nel farlo senza accorgersene mostrò metà del suo fondoschiena al ragazzo, che diventò incredibilmente rosso in faccia. Questo particolare fu colto solo dalla ragazza che sghignazzante, si godette la scena pregustando il momento in cui sarebbe tornata ad affondare le unghie su quel fondoschiena che le faceva venire molti interessanti pensieri.

Tornò alla porta e gli consegnò il biglietto.

“ Vai a portare una bottiglia di Bordeaux a questa stanza, e dì a Charlie che ho già pagato io per due ore del tuo salario di questa notte. Parlerò io con il tuo responsabile.”

Infilò due biglietti da cento nel taschino del ragazzo.

“Beh…veramente io….beh, ok” disse il ragazzo.

“Divertitevi anche voi. “ gli rispose, e chiuse la porta.

In fondo quel bastardo sapeva che regali farmi quando mi sentivo triste nelle serate in albergo.

 

 

La mattina seguente ci trovammo a cena nel ristorante dell’albergo con cinque top model dell’albergo. Le ragazze erano messe giù da combattimento, tacchi vertiginosi che sfidano la forza di gravità e soprattutto l’anatomia umana: non si riesce a capire quale principio di fisica riesca a permettere loro di camminare senza spezzarsi il malleolo. C’è da dire comunque che l’atmosfera bene si sposava con il loro stile da Hollywood. Ogni tavolo era curato nei dettagli, la vetrata dalla quale si poteva ammirare la fontana e il rigoglioso dehor alleggeriva e dava un tono moderno allo stile lussuoso del palazzo antico nel quale ci trovavamo seduti. Sono sempre stato molto attirato dalle cucine di questi grandi e dispendiosi ristoranti. Mi chiedo sempre se anche in quelle cucine i fornelli sono sempre sporchi di rimasugli di salse, condimenti, olio ed affini, o se invece, in linea con la perfezione che regna sovrana più che una cucina sembra una sala chirurgica. Parlando con il Restaurant manager che ci veniva a trovare due o tre volte a ogni cena per assicurarsi che tutto fosse perfetto, avevo manifestato questa curiosità e per tutta risposta l’uomo mi invitò a fare un salto in cucina per osservare come funzionava la preparazione dei piatti. In effetti, avevo ordinato una succulenta spalla di maialino al pepe, con millefoglie di patate ed un bouquet di verdure e volevo carpire qualche segreto di preparazione per quando sarei tornato a casa e avrei invitato Manuel, l’ultima fiamma che avevo lasciato a casa. Andava matto per la carne. Ed io per la sua. Entrai nella cucina dalla porta di servizio e subito un profumo misto di prelibatezze investì le mie narici. Estasi. Gli addetti alla preparazione si muovevano veloci tra i fornelli, padelle e vassoi con taglieri. Sorprendentemente rispetto a molte altre cucine che avevo avuto il piacere di visitare in questa non c’era frenesia, nessuno dava in escandescenze per la velocità, le modalità di cottura o per la presentazione del piatto. Non sembravano correre alla forsennata per riuscire a esaudire i desideri che gli ospiti in sala riversavano sui loro compiti. A un tratto mi accorsi che c’era qualcosa in più, che non avevo notato subito, che accompagnava ancora di più l’atmosfera coordinata e leggera: un gigantesco schermo al plasma dal quale proveniva musica classica a tutto volume. Mi voltai verso il Restaurant Manager per chiedere spiegazioni e lui mi disse che era stato messo lì dal Capo Chef. Trasmetteva tutto il giorno concerti di musica classica per l’appunto, in quanto a suo modo di vedere una cucina funziona proprio come un’orchestra: la perfetta riuscita di un pezzo è l’insieme armonico dei vari strumenti e soprattutto dall’amalgama che si crea tra i musicisti. Allo stesso modo voleva che funzionasse la cucina. Il risultato era effettivamente riuscito e in più la musica classica diffondeva calma e attenzione in chi la ascolta, si sa. Era veramente uno spettacolo vedere affettare, soffriggere, scolare e guarnire, il tutto leggiadramente sviluppato su note e arzigogoli classici. Un colpo d’occhio davvero ammaliante.

Ammaliante come Stefano: mentre uscivo dalla cucina in procinto di tornare al tavolo adorno di femminile bellezza quasi mi scontro con Stefano, il Sommeiller del ristorante. Ne rimango folgorato. Gli occhi e i capelli scuri si stagliavano in contrasto con il chiaro vestito che indossava.

“Ops, mi scusi” disse. “Per poco non la trascinavo per terra, mi deve scusare ma questa porta è un terno al lotto ogni volta: dovrebbe esser interamente trasparente per evitare questi spiacevoli inconvenienti. E’ da un pezzo che lo chiediamo ma per il momento non si è ancora mosso nulla.”

Alla frase “Per poco non la trascinavo per terra…” i miei occhi si sono fatti avidi mentre in testa mi immaginavo la scena e ciò mi aveva procurato una certa eccitazione. Non potendo manifestare le fantasie che si rincorrevano nella mia testa, sorrisi e risposi:

“Ma non si preoccupi, più si lavora duro più è probabile che queste cose capitino. Anzi, lasci che le dia una mano” e tenni la porta aperta per farlo entrare in cucina con quel grosso vassoio che lo limitava nei movimenti.”

“Grazie mille, gentilissimo” ripose lui.

Tornai al tavolo dove Emir stava tenendo banco, raggiante come il suo solito. Aveva alla sua destra una moretta, Debora, che penso gli stesse dando del filo da torcere, in quanto era l’unica che ribatteva alcune delle sue battute o che per lo meno non rideva come una scema per qualsiasi frase gli uscisse dalla bocca, al contrario delle altre quattro alle quali si accompagnava. Conoscendo Emir questa sorta di sfida funzionava ancora meglio del Viagra (non che ne avesse bisogno). Dentro di me pensai che se avesse voluto divertirsi nuovamente quella notte, sarebbe stata lei la sua preda. Più si fatica a conquistare il proprio obiettivo, maggiore è la soddisfazione. E poi, quando uno si fissa, si fissa, c’è poco da fare. Il resto della serata passò piuttosto in fretta, tra cibo, vini pregiati e battute su tutti i presenti agli altri tavoli. Lasciai il gruppetto per tornare in camera, girando un po’ a caso al pianoterra tra bar, zona lounge e qualche sala di rappresentanza un po’ per curiosità e un po’ perché speravo di imbattermi di nuovo in Stefano. Ogni tanto il caso va aiutato. Purtroppo non ci fu modo di scorgerlo da nessuna parte, per cui rientrai nella mia stanza, accesi la televisione e m’infilai a letto. Aprii gli occhi che era già mattino.

Come ogni mattina facevo uno squillo in camera di Emir, solamente per anticipare che sarei passato da lì a mezzora, in modo che avesse tempo almeno di rendere presentabili ospiti e camera prima di passare  a prenderlo per iniziare la giornata. Quella mattina non mi rispose. Non dico che non fosse mai capitato ma comunque era successo veramente di rado che non fosse in grado di trovare la cornetta e biascicare anche solo “Ok, ho capito, ora mi attivo…”. Non ci feci molto caso e iniziai a prepararmi. Arrivai alla sua stanza e bussai. Nessuna risposta.

“Apri scemo, sono io…cerca di darti una svegliata che dopo colazione dovremmo partire per andare in centro.”

A quel punto sentii qualche rumore confuso provenire da dentro la stanza, la porta si socchiuse e intravidi l’occhio e mezzo viso di Emir, sembrava turbato. Mi fece entrare richiudendo la porta dietro di me tanto rapidamente che per poco un braccio non mi rimane pizzicato.

La stanza era un casino.

“Macchediav…”

“E’ morta Charlie! E’ morta per Dio!” sbraitò lui.

Sul letto, mezza coperta dal lenzuolo c’era la bruna della cena. La curva sinuosa del fondoschiena si slanciava seguendo la coscia. Sembrava dormire. Il fatto che le nostre voci e soprattutto il panico nel tono di Emir non la svegliassero era surreale. Intorno, il risultato delle solite notti di Emir: un gran casino.

“Ma, ma… che cosa è successo Emir? Com’è possibile? Hai chiamato l’ambulanza?”

“No, no, no! Niente ambulanza! Non ho chiamato nessuno! Guarda questo posto, ti pare? Farebbero subito dei controlli e penso che non avrei scampo: abbiamo scopato e tirato su tutta la notte, è piena del mio Dna! Per Dio, sono fottuto…”

Emir si accasciò a terra, contro il divano da diecimila euro.

“Ma cosa è successo? Sei stato tu? Oddio mi viene da vomitare…”

“Macchè son stato io, l’ultima riga l’ha stroncata…era già l’alba.”

“Ok. Ok. Quindi non hai fatto nulla tu…”

“No, a parte che ho organizzato un cocaine party con una cazzo di minorenne…no! Ho guardato nel portafoglio…ha diciassette anni… Sono finito, sono finito! Finirò in carcere a vita…”

“Cazzo…Fammi pensare…fammi pensare!”

Un silenzio irreale scese sulla stanza, mentre cercavo la migliore soluzione per poter togliere Emir dai casini. In fondo avevamo già risolto alcuni spiacevoli incidenti accaduti durante le serate di devasto generale, ma mai dovendo tirare fuori da cose del genere uno di noi due. Avevamo sempre coperto i segreti e nascosto gli scheletri negli armadi di stanze altrui. Ora la faccenda era molto più complessa e la lucidità non era di casa.

Dopo poco ebbi un’illuminazione. Una cosa alla volta.

“Ci sono. Allora per prima cosa dobbiamo nascondere il corpo: qualcuno ti ha visto andare via con la ragazza? Qualcuno può testimoniare che fossi l’ultima persona in sua compagnia?”

“Non lo so…non lo so. Non ricordo!”

“Devi ricordare Emir! Per Dio! Sto cercando di darti una mano ma mi devi aiutare! Pensa, pensa! Qualcuno ti può collegare a lei, quando scopriranno che manca dalla sua stanza? Sempre che non l’abbiano già fatto…”

“Dici? Oh no…Mio Dio, allora sono già un uomo morto…”

“No, stai tranquillo, scusa, scusa. Non dovevo. Nessuno si è accorto di nulla, ci sarebbe stato già un gran fermento in albergo. Ci sarebbero polizia e sirene dappertutto, invece niente.”

“Dici? Ma l’avranno già cercata stamattina in camera sua magari…Oh, no!! Anzi sì, sì non può essere! Ricordo che mia aveva detto che oggi avrebbe avuto la sua giornata of: non doveva sfilare! Mi ha detto che avrebbe passato la giornata finalmente da sola, senza quelle quattro sgallettate sempre intorno a starnazzare! Che culo Charlie!! Oh, ora ricordo…io…dunque, si…allora son venuto in stanza dopo aver salutato tutte e cinque le ragazze. Mi ero fissato con Debora, ma il suo atteggiamento aveva iniziato a infastidirmi, non riuscivo a tenerle testa, quindi, infuriato, ho abbandonato l’idea. Poi…forse…si, sarò stato mezzora in stanza, ma non scommetterei sui tempi. Ho deciso di scendere nella hall per sfogare la frustrazione portandomi in stanza qualche altra ragazza meno complicata. Ah si…ecco, ora ricordo! Ho incontrato Debora in ascensore, mentre da sola dopo aver salutato le altre quattro stava rientrando in camera. Non sapevo cosa fare, poche volte mi era capitato di sentirmi disarmato di fronte ad una donna, ma lei mi faceva sentire così. Stavo per salutarla per proseguire quando mi ha agguantato e sbattuto al muro. Da lì è iniziato tutto, abbiamo fatto tutti le pareti del corridoio fino alla mia stanza e lì poi…beh, il resto lo puoi immaginare, mi conosci…”

“Ok, ok. Si, conosco il resto. Ti sono grato per avermelo risparmiato ora, poi me lo racconti eh, no dimentichiamoci. Allora per questo siamo a posto. E’ già un gran passo avanti. Coraggio. Adesso quindi dobbiamo trovare solo un modo per portarla fuori ed un posto dove nasconderla. Un posto dove nessuno guarderà per un po’ di tempo, che ci permetta di fare questa benedetta ultima sfilata e poi lasciare questo posto. Ok? Ok. Si, può funzionare”.

Mi voltai per guardare Emir: mi fissava, con il volto devastato dalla preoccupazione.  Mi avvicinai.

“Ce la facciamo Emir, non ti preoccupare. Non è colpa tua. Non potevi immaginarlo. A volte queste cose capitano e non c’è un perché. Doveva andare così e non hai fatto niente per cui ti debba sentire in colpa, ok? Ora datti una ripulita, sistemiamo questo posto, prendiamo Debora, la avvolgiamo nel lenzuolo e la portiamo sul tetto. Ho letto una notizia simile qualche giorno fa. In questi alberghi ci sono sempre delle cisterne di acqua, la nasconderemo lì. Nessuno andrà a guardare fino a che l’acqua non avrà un saporaccio. Allora andranno a controllare, e noi saremo già lontani. Oggi è l’ultima sfilata, per fortuna. Poi tutti a casa. Andrà tutto bene. Non ti preoccupare.”

Lo guardavo fisso e lui guardava me. Ce l’avremmo fatta, il suo sguardo da disperato si era trasformato in qualcosa di più vicino alla speranza.

Spinsi Emir in bagno, dicendogli di farsi una doccia, nel frattempo in estrema fretta cercai di rassettare quello schifo di stanza. Mi chiedevo com’era possibile combinare tanto casino in poche ore. Cercai di far sparire tutte le tracce diciamo “illegali” o per dirla più raffinata “scomode”; quindi ebbi il mio bel daffare. Nel frattempo Emir era uscito dalla doccia. Non ci scambiammo nessuna parola per diversi minuti, intenti a rimanere concentrati: in quel momento era necessario. Avevo quasi finito, avevamo già pronta la nostra mummia top model sul pavimento di fronte alla porta.

“Emir, a quest’ora passano a fare le pulizie. Devi fare un’ultima cosa: se prendiamo e facciamo sparire il lenzuolo qualcuno potrebbe accorgersi della mancanza proprio nella tua stanza. Esci e cerca di recuperare un lenzuolo pulito dal carrello dell’house keeping. Non ti fare beccare per Dio, altrimenti ti giuro che ti mollo nella merda questa volta.”

Non era chiaramente vero, sarei stato al suo fianco fino in fondo, ma Emir deve esser messo alle strette per far si che prenda sul serio le cose. Purtroppo è un suo limite, che spesso l’ha portato ad accorgersi degli eventi quando era ormai troppo tardi. Le batoste ricevute in quei casi l’hanno sicuramente segnato e la reazione che ha costruito è quella che si vede oggi: cinico, disilluso e dannatamente concentrato su di se per risolvere i suoi problemi. Questa era stata una delle prime occasioni in cui aveva chiesto aiuto a qualcuno. Inutile dire che ero molto contento che l’avesse chiesto a me.

Fatto sta che in cinque minuti tornò in stanza con un bel lenzuolo pulito, soddisfatto della missione compiuta.

“Bravo! Ti ha visto nessuno?”

“Con chi credi di parlare?”

“ Devo rispondere, cazzo di Folletto Vorwerk?! Devo ricordarti perché stiamo arrotolando una gnocca da dieci in un lenzuolo sporco di sudori, coca e chissà cosa? Non che sia strano, lo strano è che non siamo a uno dei soliti party di fine stagione, ecco cosa!”

“Ok, dai, no, non è il caso. Come non detto”.

Per fortuna le borse per contenere i nostri vestiti da migliaia di Euro erano piuttosto capienti, dal momento che ogni giorno ci cambiavamo almeno tre volte da capo a piedi. Riuscimmo a nascondere Debora in uno dei borsoni griffati. Una modella che per bara si trova un borsone da quindicimila euro griffato in coordinato con il perizoma che indossa… tanto grottesco quanto stiloso.

Salimmo con l’ascensore all’ultimo piano. Non spiaccicava una parola. Aprimmo la porta che dava sul tetto. Il nostro obiettivo comparì come un’oasi per un disperso nel deserto. Ci guardammo intorno, il palazzo era il più alto di quelli nei paraggi, per cui avremmo potuto agire in fretta e senza esser visti. Arrivammo alla cisterna che a nostro avviso era la più nascosta. Aprirla non fu difficile, in fondo non era certo un luogo da custodire con grandi livelli di sicurezza. Emir guardò per qualche secondo Debora e so per certo che nella sua testa stavano passando flash di ogni posizione in cui aveva visto quel fantastico corpicino.

Cinico, fino in fondo, per non perdere il senno.

Forse è vero che per non perdere una cosa, l’unica speranza è non averla proprio.

“Voilà!” esclamò, quando il corpo sparì nell’acqua con un tonfo sordo.

Lo guardai quasi esterrefatto, a bocca aperta.

“Uei Charlie, va che se speri che qualche gabbiano ti s’infili in bocca, non sono quelli gli uccelli che piacciono a te eh! Quelli mica volano…” ghignò.

Detto questo rientrò dalla porticina di acciaio, facendo bene attenzione a non toccare niente con le mani, esattamente come avevamo fatto fino a quel punto. Come faceva a farmi ridere anche in quel momento, non me lo so proprio spiegare.

Incredibile come si reagisca diversamente alle cose. Io mi sentivo discretamente da schifo, lui era tornato come sempre in un battito di ciglia.

Scendemmo le scale e senza farci vedere da nessuno tornammo nelle nostre stanze, a preparare i bagagli, impacchettare tutto. Suggerii a Charlie di ripassare la nottata per non dimenticare alcun luogo in cui si potesse eventualmente trovare qualsiasi segno della presenza di Debora.

Mentre ci incamminavamo verso le auto prenotate apposta per accompagnare tutto lo staff alla sfilata Emir si fermò, mi guardò e disse:

“Questa vita è da sogno, guarda quest’albergo, questo ristorante, guarda quelle gambe, quei seni e quelle labbra. Ok, ai seni tu sostituisci i pettorali. Comunque sia, tutto questo è splendido e siamo davvero fortunati. Per me, dopo stanotte, ciò è finito. Questa è la mia ultima giornata Charlie. Non posso continuare così, sto diventando completamente senza emozioni. Non pensare che non meravigli anche me sentirmi così… Sparisco dopo questa.”

A quel punto stavo molto peggio che discretamente male.

a cura di Rodolfo Marchesi

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:28
 
Commenti (6) | 1.03.2013

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