Capitolo 8 C di Luca Regis

M. e Martina lasciarono l’ufficio mano nella mano. Si diressero a rotta di collo giù per le scale ed uscirono in strada di gran carriera, incuranti degli sguardi dei colleghi e degli altri presenti nell’edificio che li stavano già giudicando come due ladri in fuga.

La nebbia si stava nuovamente addensando, preparandosi ad avvolgere la città per la sera. La fioca luce naturale del sole stava scemando rapidamente, per lasciare il posto alle tenebre.

I due ragazzi corsero a perdifiato per qualche isolato, prima di fermarsi a rifiatare e soprattutto a ragionare.

E adesso che facciamo? Dove andiamo? Erano le domande che perversavano nella testa di entrambi, ma nessuno dei due osava pronunciarle. Si limitarono a guardarsi fissi negli occhi, ansimando per la corsa e per la paura, ma provando una strana energia, una sorta di forza l’uno nello sguardo dell’altra.

Fu M. a rompere per primo quel silenzio: “Adesso so cos’è successo a Franco…” Disse, ma Martina gli appoggiò delicatamente un dito sulle labbra, ad impedirgli di continuare quella frase.

“Lo so, lo so.” Gli disse con sguardo compassionevole. “Ho sentito tutto quello che vi siete detti in quella stanza.”

Tutto? Pensò M., richiamando alla memoria il maggiori numero di dettagli possibili di quella conversazione. “Ma allora…” incominciò a dire, ma come al solito non dovette finire la frase per lasciar intendere al suo interlocutore a cosa stava per riferirsi.

Martina sorrise timidamente, arrossendo. “Si M., è proprio vero, sono innamorata di te, e ora che lo sai…” Abbassò lo sguardo, senza proseguire la frase.

M. la afferrò con decisione alle spalle e la tirò verso di sé. Poi l’abbracciò forte. Sentì la testa di Martina appoggiarsi alla sua spalla, mentre ricambiava l’abbraccio. Restarono immobili per qualche secondo, stretti l’una nelle braccia dell’altro, e in quei pochi attimi entrambi sentirono addosso una forte energia, carica di passione, carica di amore, che diede loro speranza.

Martina si staccò leggermente dal corpo di M. e lo guardò fisso negli occhi; quegli occhi scuri e profondi, tristi e smarriti.

M. le fece lentamente scivolare le mani dalla schiena alle spalle, poi al collo e poi delicatamente si chinò per baciarla sulla bocca. Martina ricambiò quel bacio, che desiderava da parecchi anni.

Tutto attorno a loro tornò ad essere immobile. Le ultime foglie ingiallite, ancora attaccate agli alberi del viale in cui si trovavano, che lentamente si staccavano per raggiungere la terra e morire, si fermarono a mezz’aria, ad ammirare quel bacio di passione e compassione scambiato da due nuovi amanti, consapevoli che i loro sentimenti, per troppo tempo rimasti celati, erano finalmente usciti allo scoperto. Nessun rumore disturbava quel loro attimo di intimità; la città e il suo caos erano lontani, seppur tutto intorno a loro.

Passarono i minuti, o forse le ore, prima che le loro bocche si staccassero e i loro sguardi tornassero ad incrociarsi. Dapprima entrambi provarono un poco di imbarazzo, ma lo spazzarono subito via regalandosi vicendevolmente un dolce sorriso, che racchiudeva in sé tutto quando avrebbero voluto dirsi ma non sarebbero riusciti a fare.

Le foglie ripresero la loro inesorabile caduta verso il cupo e triste asfalto. I clacson e il rumore dei motori delle auto che affollavano tutte le strade in quell’ora di punta a fine giornata, tornarono a farsi udire dalle loro orecchie. E la domanda iniziale che entrambi avevano in mente, si materializzò sotto forma di frase pronunciata per mezzo della bocca di M.: “E adesso che facciamo?”

Martina non lasciò in sospeso quella domanda, e la risposta le uscì di getto quasi se la fosse già precedentemente preparata. “Partiamo! Andiamocene da qui, da questa città, da questa gente!”

L’Amore…quell’Amore che guida i popoli, che fa cessare le guerre, che spinge milioni di persone a prendersi cura di altri meno fortunati. Quell’Amore che è in grado di farti prendere decisioni su due piedi, senza rifletterci su troppo, perché sai che se è l’Amore che ti guida allora la decisione non può che essere quella corretta.

L’Amor che move il sole e l’altre stelle, lo definì il Sommo Poeta.

Ma la mente razionale di M. non riesce a tralasciare le piccole inezie della vita quotidiana, e di fronte alla grande avventura che gli si sta presentando, frappone i piccoli dettagli materiali. “Non posso partire con te Martina, mi dispiace…” M. abbassò lo sguardo a terra, a fissare lo stesso punto che aveva già incontrato lo sguardo di Martina poco prima, quando gli aveva confessato il suo Amore. “Purtroppo non ho un soldo e non ho neppure niente da vendermi per racimolare un poco di denaro. In questo momento non ho nemmeno i soldi per pagarmi un caffè al bar, figurati pensare di partire.”

Lo sguardo sconsolato di M. lasciò il grigio marciapiede e ritornò sul viso di Martina, ma contrariamente a quanto si aspettava la vide sorridere. “Non devi preoccuparti per questo. I soldi ce li ho io e…”

M. non la lasciò nemmeno terminare la frase, cercando di dirle che non avrebbe potuto accettare che lei, che come lui viveva del solo stipendio da impiegata precaria, si sobbarcasse una simile spesa, ma Martina proseguì decisa. “Io ho un piccolo patrimonio da parte M.. Non sarà sufficiente per vivere di rendita fino alla vecchiaia, ma ci può permettere di andarcene da qui agevolmente e ricominciare una nuova vita da qualche altra parte.” Prima che M. potesse obiettare nuovamente, Martina aggiunse. “Questi soldi sono un regalo di Franco, chiamiamolo così. Qualche mese prima di morire, stipulò un’assicurazione sulla vita, rendendomi unica beneficiaria del premio. Io all’ora non capivo perché volesse fare una cosa del genere, e perché avesse così tanta fretta di sottoscrivere quella polizza. Soprattutto perché lo trovai abbastanza prematuro data la sua giovane età e la sua salute di ferro, ma ora mi è tutto chiaro. Fatto sta che poco dopo la sua morte ricevetti quei soldi, ma non li ho mai toccati, anche perché mi rifiutavo di farlo per via dell’affetto che mi legava a mio fratello. Ma ora è giunto il momento di riscuotere: sono certa che è quello che anche Franco vorrebbe.”

A quelle parole e a quella risolutezza M. non seppe replicare, se non con un secondo problema. “D’accordo allora, partiamo pure: ma dove andiamo? Anche se scappassimo fino in Nuova Zelanda, presto o tardi il Sig. D. o Poletti o qualcun altro dei suoi accoliti ci troveranno per perseguire il loro perverso piano, e allora saremo nuovamente da punto a capo. Non c’è via di scampo in questa dimensione, in questo mondo che noi conosciamo e che loro conoscono meglio di noi.”

Un sorriso sardonico si dipinse sulle rosse labbra carnose di Martina, e strizzandogli l’occhio rispose a M.. “Allora non ci resta molto da fare se non eliminarli prima noi.”

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:12
 
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