Capitolo 8 D di Laura Barbangelo

Quando furono in strada, la tensione che li aveva colti poco prima si era pian piano allentata, ma negli istanti che seguirono accadde qualcosa di veramente inspiegabile: Martina con gli occhi sbarrati con un misto di commozione e stupore disse a Marco di vedere davanti a sé l’immagine dell’adorato fratello, nell’atto di protendersi verso di lei per accoglierla nel suo rassicurante abbraccio. Quanto tempo era trascorso dall’ultima volta che lo aveva visto con il suo immancabile buonumore e adesso era lì, era tornato per lei! “Franco, fratello caro! Finalmente sei qui e posso riabbracciarti dopo tanto tempo!” fece Martina con una luce raggiante negli occhi, muovendo piccoli esitanti passi, quasi ipnotizzata da quella visione. Marco non era del tutto convinto. Anche a lui era apparso Franco che aveva cercato di metterlo in guardia dalle pericolose intenzioni di quell’essere misterioso. Eppure c’era qualcosa di veramente strano nell’atteggiamento di Martina e nel suo sguardo, che appariva assente, sotto l’effetto ipnotico di un non so che di prodigioso, impossibile a spiegarsi a parole. La chiamò più volte, ma Martina sembrava non accorgersi più di lui, invocando con tono delirante il suo caro fratello. Marco capì subito che la ragazza era succube di un inganno ordito da D. e, senza esitazione, la raggiunse, afferrandola per un braccio e facendola voltare verso di sé. “Martina svegliati! Quello non è Franco! E’ l’ennesimo tranello di quell’essere diabolico. Svegliati ti prego!” Marco era trepidante d’ansia, al solo pensiero che D. avesse potuto coinvolgere anche la sua dolce amica in questo assurdo gioco di sogni scambiati per realtà. “Martina…” le parole gli morirono in gola, nell’istante stesso in cui la ragazza, tentando di ridestarsi e tornare in sé, si abbandonò tra la sue braccia, che la sostennero saldamente, come ad impedirle di finire nel precipizio di una nuova illusione. Il tempo…quello che avevano stupidamente pensato di barattare con D. in cambio di sogni sembrava essersi fermato, tenendo le loro vite sospese a galleggiare nell’aria come un battito d’ali, che si perdeva nell’infinito azzurro del cielo, al di là dell’orizzonte dei loro sentimenti.

Marco guardò rapito la delicata rosea bocca di Martina, esplorandone i contorni perfetti e ben disegnati. Con il pollice le accarezzò piano, dolcemente, il labbro inferiore e a quella sensazione così intensa, che si trasmise al suo corpo fino alle porte del cuore, pensò quanto avrebbe voluto posare un leggero, lungo bacio su quel labbro di rosea seta e di candida sensualità. Soltanto adesso capiva tutto. Soltanto adesso vedeva lei, solo lei, sotto la nuova luce delle emozioni. Come un principe che con un bacio risveglia la bella addormentata dall’incantesimo, Marco avvicinò teneramente il proprio viso a quello di lei, respirando il profumo dei suoi morbidi capelli, ma il dolce sapore di quel momento svanì presto. Non appena ebbe dischiuso le sue labbra per incontrare quelle di Martina, improvvisamente si aprì un bagliore sopra di loro, inghiottendo nel suo manto di luce la ragazza. Di Martina non c’era più traccia. Ebbe appena il tempo di riprendersi dalla scioccante sparizione di Martina, che di nuovo il cono di luce tornò e lo investì prepotentemente, trascinandolo via con forza inaudita in un abisso senza tempo. Marco sentì il flebile suono della voce di Martina che gli chiedeva aiuto e lottò con tutte le sue forze, prima di farsi scivolare nell’abbraccio di quel vortice infinito. Sentì il suo corpo galleggiare nell’aria, come tenuto in sospeso da tanti invisibili fili e, con il nome di Martina sulle labbra, vide nuovamente sfilare nella mente le immagini sbiadite dei suoi momenti spensierati insieme a Franco e dei tanti trascorsi nella casa al mare di sua nonna Tilde durante le vacanze estive. Poi tutto improvvisamente tacque intorno a lui. Il silenzio era padrone di ogni attimo o sensazione, anche la più insignificante. Persino lo stesso battito del suo cuore sembrava quasi timoroso di turbare quel muro di silenzio. Forse era davvero la fine, forse D. era riuscito nel suo intento e i suoi ultimi anni di vita si erano sbriciolati. Forse non restava altro che abbandonarsi al silenzio e a quella sensazione di vuoto intorno, dove i rumori ora tacevano e non si sentiva più alcun dolore. Ma non era ancora finita. Quando Marco tornò in sé, si accorse di non essere più sospeso in aria: era disteso a terra e con i muscoli che gli dolevano cercò lentamente di mettersi seduto per poi tentare di rialzarsi.  “Ma… dove mi trovo?” si chiese incredulo, non riconoscendo il luogo in cui si trovava. A fatica riusciva ad aprire gli occhi, segnati da un’infinita stanchezza che chissà da quale angolo remoto della sua esistenza proveniva. Quando li ebbe riaperti, indicibile fu lo stupore provato di fronte a ciò che si offriva alla sua vista: era all’aperto, in un prato ammantato di un sottile strato di neve, attorno a lui una leggera nebbia era un velo trasparente posato sugli alberi e su una siepe di fiori d’ortensia, al di là della quale poteva solo immaginare di vedere cosa fosse celato, visto che per la sua altezza impediva agli occhi di spingere oltre la loro curiosità.

Soffiava un vento gelido e Marco fu scosso dai brividi, che non sapeva se dovuti a quel rigido clima o alla paura che come un freddo metallo teneva prigioniero il suo cuore. “Un altro trucchetto di quell’essere infame, accidenti!” ringhiò Marco con una rabbia indomita, che ebbe quasi il potere di attenuare quella sensazione di freddo intensa, divenuta insopportabile. Nel frattempo si era mosso e procedeva lentamente, attraversando con cautela il prato incanutito e guardandosi di tanto in tanto intorno, pensando di scorgere qualcuno. O lui. Doveva essere il freddo che mordeva il corpo come l’animo, oppure la stanchezza degli anni persi con il sogno, che Marco sentì nuovamente gli occhi appesantirsi e non potè fare in tempo a maledire D., artefice di quel perenne inganno: pur con gli occhi chiusi, sentiva le sue gambe continuare il loro cammino lento, costante, regolare sotto il controllo di un’altra mente, che non era la sua. Il fragore di un tuono gli esplose in petto e Marco aprì di scatto gli occhi: ora era fermo e si trovava in una stanza vuota, avvolta da un sipario d’ombra nella quella riuscì ad intravedere un uscio davanti a sé. Forse il ponte tra ciò che stava sognando e la vita vera che non stava più vivendo? “Puoi varcare quella porta se vuoi” riconobbe la voce alle sue spalle. Era quella del Signor D., come sempre pacata e misurata da risultare alle sue orecchie fastidiosamente irritante “Sappi che la tua decisione avrà necessariamente delle conseguenze sulla vita di alcune persone a te più care. Se scegli di oltrepassare la porta che hai di fronte, abbandonerai per sempre questo progetto e sarai libero di riprenderti la tua insignificante vita di sempre. Ma a qualcun altro toccherà una sorte peggiore e sai benissimo a chi mi riferisco: proprio alla tua  amica  Martina. Rimarrà per sempre intrappolata qui, in questa non-dimensione, a vagare tra stanze, corridoi e a oltrepassare infinite porte. A meno che tu non decida di rimanere e di continuare a regalarmi il tuo tempo”. Marco aveva di fronte a sé la decisione più difficile della sua vita: non si trattava solo di decidere se salvare se stesso o Martina, che chissà in quale angolo del sogno era nascosta, su questo non aveva alcun dubbio, ma di escogitare qualcosa  e in fretta per ritrovare la ragazza e per interrompere definitivamente quella spirale di incubo e paura in cui troppe persone erano misteriosamente finite.

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:13
 
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