Capitolo 8 A di Carla Parolisi

Poletti e il Signor D., scuri in volto e con in bocca un fallimento dal sapore amaro, guardarono da una  finestra del piano superiore, i due giovani allontanarsi mano nella mano.

Marco non sapeva affatto dove andare né come proteggere Martina, ma seguì l’istinto.

Camminarono a lungo in silenzio, fino a ritrovarsi in stazione; seduti  su una panchina si confondevano tra viaggiatori e valigie meno pesanti dei macigni che avevano nel cuore:

<<Quando si ha paura, l’ istinto ci spinge a scappare, in qualsiasi modo, reale o figurato, ma tutto si complica se sono le paure ad inseguirti, nel senso che le vedi, si materializzano, ti parlano, ti chiedono di raggiungerle in una stanza. Dove scappi in questi casi? Verranno con te sempre e non sarai mai libero.

Sì, perché le paure ci tengono in possesso, siamo di loro proprietà; siamo burattini mossi con fili sottili, che potrebbero anche spezzarsi e lasciarti lì, steso su un palchetto, neanche in un grande teatro, ma in quei teatrini per bambini, che mi hanno sempre messo tristezza da grande, dove se cadi steso, lo sapranno quei pochi che stavano a guardarti e nessuno più…>>, diceva Marco, che sentiva il bisogno di far vomitare pensieri alla sua testa; Martina, invece, non rompeva la bolla di silenzio in cui si era chiusa, ma il suo punto fermo era che non voleva perdere anche lui.

Marco decise di allontanarsi per bere un caffè, ne prese uno anche per Martina, ma quando arrivò alla panchina, la trovò vuota, solo un biglietto, scritto con una mano tremante e frettolosa:

<<Perdonami se scappo, ma ho una paura che copre come un’ombra gigante la mia vita, non voglio esserci, non ce la faccio…>>.

Marco lanciò il caffè per aria, stizzito e disperato allo stesso tempo, provò a cercarla in ogni angolo della stazione. Gli occhi si fecero lucidi. Si portò le mani alla testa e restò qualche secondo a fissare i binari. Vide una donna di spalle correre verso un treno, la scambiò per Martina, la rincorse pensando che stesse scappando da lui, la chiamò con un ultimo urlo prima di vederla salire sul treno e accorgersi che correva solo per non perderlo. Si rassegnò. Restò coi suoi pensieri, ma non aveva la forza di andare a casa né quella di prendere un treno qualsiasi e andare in un posto lontano.

Passeggiò per la stazione, osservando la gente, raccogliendo storie. Ad un tratto gli successe qualcosa di particolare, eppure sarebbe stato privo di significato in qualsiasi altro momento della sua vita. Alzò gli occhi e si accorse di una scritta con spray rosso sulla parete che incorniciava l’ultimo binario:

<< Comincia tutto, dove tutto inizia>>.

Ebbe come un’illuminazione. Capì cosa doveva fare. Ripeté tra sé e sé quelle parole e poi pensò:

<< Devo tornare dove tutto è iniziato, devo fare il percorso inverso e dire un “no” deciso”>>.

Sue elucubrazioni, forse, ma Marco si avviò al tavolino del bar, dove era avvenuto l’incontro col Signor D., sicuro di rivederlo lì.

Pensò che, in fondo, aveva cercato per tutto il tempo di sfuggire a D., ma in realtà aveva tacitamente accettato il patto o, forse, per la sua incapacità di dire “no”, avesse deciso D. per lui.

Aveva sognato e quei sogni dovevano per forza contenere messaggi.

Marco arrivò al bar, si sedette ed aspettò. Puntuale come non mai, ecco presentarsi D.:

<< Allora, sei tornato qui, Marco?>>

<<Sono tornato per darti la risposta che dovevo darti quella mattina: io il patto non lo accetto!>>.

D. scoppiò in una grassa risata che fece irritare non poco Marco che, si alzò quasi come volesse picchiarlo, ma poi si risedette per dirgli un’ultima cosa:

<< Caro Signor D.  non pensi che sia ora di presentarti? Che diamine significa quella “D” con cui ti fai chiamare?>>

<< Abbi pazienza Marco, questo te lo dirò al nostro prossimo incontro. La prossima volta ti dirò chi sono. Per ora, ti basterà sapere che quella vita che ti tolgo coi sogni, ti sarà restituita>>.

Marco batté un pugno sul tavolino e se ne andò lasciandolo lì.

Tuttavia, era deciso a perseguire il suo piano: fare tutto quello che era accaduto nei suoi sogni. Decise dunque di dirigersi verso la metro, ma le cose non andarono come lui sperava. Aveva fretta di arrivare ai treni, ma qualcuno voleva, invece, fermare la sua corsa e riscrivere la storia. Al ventitreesimo scalino inciampò e rotolò giù per le scale battendo la testa. Si rialzò in fretta, facendosi spazio tra le teste, chinate su di lui, di generosi ed incuriositi soccorritori, tranquillizzando tutti perché non era successo niente di grave. Si andò a risedere sulla panchina dove Martina lo aveva abbandonato alla sua sorte.

Stette lì molte ore, era quasi notte ormai,  ma il tempo passò così in fretta che non se ne rese conto. Decise di fare due passi, si diresse verso la grande mappa della città vicino al binario, ma non sapeva affatto dove si trovasse. Una donna di nome Rebecca lo vide in difficoltà e gli si avvicinò. Marco non sapeva dire neanche quale fosse il suo nome. L’incidente sulle scale gli aveva procurato un’amnesia. La donna corse a chiamare i soccorsi, mentre dall’altro capo della stazione, appoggiato al muro, sorrideva beffardo D.:

<< Comincia tutto, dove tutto inizia. Ora non sai più neanche chi sei, comincia da capo la tua vita, se vuoi…>>, e si  abbassò il Borsalino sugli occhi.

 

Pubblicato il giovedì 7 marzo 2013 - 15:09
 
Commenti (3) | 7.03.2013

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