Asfodelo

PRELUDIO
– che cosa metti nelle tue sculture?
– e tu che cosa metti nei tuoi piatti?
– ci metto la terra, questa terra. I semi cresciuti qui, a Milano, dal tempo di Verdi, per riscoprire sapori che tutti conoscono e che tutti hanno dimenticato.
– e poi?
– e poi li reinterpreto. E tu, tu non mi hai detto delle tue sculture.
– quello che ci metto dentro? La terra, la mia terra, le rocce di Sardegna, un fiore di Sardegna, che ama i prati soleggiati, una bianca spiga che Omero faceva crescere negli Inferi.
– e poi?
– e poi li rimescolo.

 

BLU

Ogni amore è lo sfiorarsi di due anime che si compenetrano senza toccarsi.

Come gli atomi di cui sono fatti sale e acqua: si mescolano e formano una sostanza sola.

Max ama le domeniche. Il sabato sera trovava sempre delle scuse per non fare troppo tardi. Gli amici all’inizio avevano cercato di convincerlo. Poi avevano creduto alle sue balle, poi avevano finto di crederci, poi lo avevano accettato. Faceva parte di Max. Max era un po’ introverso: all’inizio ti ascoltava per qualche ora, poi faceva un’osservazione che denotava acutezza e sensibilità, poi diventava persino simpatico ma, alla fine, se ne andava. Prima che l’alcol rendesse liquida l’atmosfera. Prima che le ragazze rimorchiate a inizio serata cominciassero davvero a sciogliersi. Prima che la compagnia si lanciasse in un’avventura memorabile. Lui spariva. Max era Max.

Max ama le domeniche mattina. Si alza all’alba, con la luce che entra dalla finestra senza tapparella, senza bisogno di sveglia. Si infila i jeans e una felpa blu col cappuccio, quella che tiene sulla sedia tutta la settimana, quella che, dal lunedì al venerdì, saluta religiosamente appena lo smartphone fa partire la suoneria che annuncia una giornata lavorativa. Si lava i denti, saltando la lauta colazione che di solito gli serve per affrontare l’ufficio. Spalanca la finestra e inspira profondamente l’aria gelida, carica di nebbia, allargando le braccia, ascoltando il suo cuore battere. Si infila la giacca di pelle, quella che intanto ho la giacca, la moto la prenderò quando me la potrò permettere. Poi apre l’armadio, la scatola di cartone dentro all’armadio, il sacco di panno dentro alla scatola ed estrae una Nikon, reflex, con i rullini, in bianco e nero. Lasciata da suo padre insieme con il ricordo di tanti anni prima, di una voce nel rosso buio, amorevole, che ti insegna a sviluppare i negativi, nell’attesa del miracolo chimico di un’immagine che guardi formarsi attraverso l’acqua.

Max ama le domeniche mattina a Milano. Sorride, facendo scattare le chiavi nella toppa del monolocale; sorride mentre scende le scale a salti, la destra sul corrimano, la sinistra che ammortizza il movimento della macchina fotografica; sorride spalancando il portone del palazzo popolare. Perché può fingere che la città sia sua, e più fa finta, più gli sembra vero. E Milano è lì, frizzante e addormentata: popolata di esseri eterei. Il pensionato del quinto piano che è già sulla panchina, facendo finta di leggere il giornale di ieri, pronto a fare un apprezzamento salace con un orgoglioso accento siculo. La ragazzina del terzo che sgattaiola fuori dalla punto blu prima che il padre si svegli; come fa ad avere sempre abiti svolazzanti, leggeri, a stampe di fiori anche d’inverno? La donna dell’edicola, ti sorride sempre come se le facessi piacere a passare davanti ai suoi quotidiani, anche se li compri solo ogni tanto, anche se non conosce mai il fumetto che le chiedi.

Max ama. Perché ha un appuntamento. Con un etereo ricordo di una domenica mattina al Naviglio Grande. Così supera i tornelli della metrò verde, scende le scale dove la zingara che ti avvisa se sta arrivando il treno non c’è, perché non ci sono i pendolari. Così entra nello scompartimento di testa godendo della calca che non c’è, senza sentire la mancanza dell’afrore di sudore che adesso non copre il pizzicore del metallo umido. Così scende a Porta Genova e si dirige verso la via d’acqua attraverso cui veniva il marmo di cui è fatto il Duomo. Qui i parapetti sono di pietra, come se qualcuno avesse rimpicciolito i massi di Stonehenge e li avesse messi in fila, per proteggere i passanti dal pericolo di cadere nella poca acqua melmosa rimasta. Max ama la scabrosità di quella pietra. Appoggia la Nikon e fotografa lo scorcio della piccola Stonehenge di Milano con il sole, la pioggia, la brina, la neve, la nebbia, ogni domenica mattina per scandire la sua città: poi ne farà un piccolo racconto in time-lapse del suo angolo preferito della metropoli.

 

TOCCATA

– ho visto le tue sculture: sono forti e ruvide e sembrano urlare la vita, ma con una punta di disperazione.

– perché era questo che volevo celebrare. Ma piuttosto dimmi: come hai preparato il piatto unico che mi hai offerto ieri sera?

– ho rosolato quattro nodini di vitello con pancetta e rosmarino e poi li ho irrorati con un po’ di bianco.

– e la salsa? Come ottieni la giusta densità?

– burro e farina, burro e farina.

 

MAX

Sull’Azaia del Naviglio Grande sfocia una stradina, il vicolo dei Lavandai. Ancora oggi alcune lastre di pietra, le brelle, costeggiano un piccolo canale. Fino agli anni ’50 donne inginocchiate sul brellin di legno ci strofinavano sopra i panni. Usavano spazzole e paltun, un sapone che acquistavano nella drogheria all’angolo. I camini, i soffitti a cassettoni, le travi a vista del negozio sono rimasti ma, oggi, ospitano un ristorante.

Dalla porta socchiusa un blues lento e triste, sfiorato nota per nota su un vecchio piano da un vecchio uomo, raggiunge Max che cerca il suo posto. Max che sceglie l’inquadratura, deve essere esattamente sempre la stessa, domenica mattina dopo domenica mattina. Dall’altra parte del vicolo, da una finestra aperta sull’alba le corde di una viola legano una melodia diafana, femmina eppure forte. Due musicisti sconosciuti confluiscono i loro sogni sopra le acque del naviglio. Nella mente di Max intrecciano  un’unica musica. Con gioia cerca i riferimenti nel mirino della Nikon. Ecco il piccolo canale, ecco le vecchie brelle. Su di una siede una creatura perfetta. Una gamba piegata mentre si abbraccia l’altra con mani d’avorio, consolanti. Grandi ricci corvini e un sorriso intimo e disarmante. Alza lo sguardo di profondi occhi blu in un’istante immobile di comprensione. Un raggio d’alba fa scintillare una goccia di sudore sulla sua tempia.

Max si dimentica di far scattare l’otturatore.

Acqua salata ma, se smetti di mescolare, il sale torna sale.

Lei, Blu, lo vede, svolge le gambe da cerbiatta, fa scivolare lontano lo sguardo e fugge all’interno del Brellin. Le mani tremanti di Max scivolano sulla macchina fotografica, la mente vuota di ogni ragionamento e colma di un caldo sapore gli urla silenziosa e lui ubbidisce. Corre alla porta e la spalanca. Il vecchio pianista lo guarda, due uomini al bancone sono assorti in una conversazione ma di lei, di Blu, nessuna traccia. Solo una nota dolce di fiori di miele.

 

La domenica mattina, nel ristorante El Brellin lo scultore e lo chef chiacchierano, si confidano e creano…

 

FUGA

– dunque come si chiama questo piatto il cui profumo ha scaldato il mio palato?

– Rustin negàà con risotto alla milanese. E tu, dimmi il nome di quel fiore che ami, quello che Omero vedeva negli Inferi.

– è il candido asfodelo.

 

La domenica sera, ogni domenica sera, un’immagine si forma attraverso il liquido di sviluppo per il bianco e nero: prima si formano grandi boccoli ribelli e corvini, un sorriso disarmante compare e poi gli occhi. Blu.

a cura di Julius Tamos

Pubblicato il venerdì 1 marzo 2013 - 16:29
 
Commenti (6) | 1.03.2013

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