COPERTINA INTRODUZIONE AL MONDO

Introduzione al mondo. Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità

Il durissimo libro del giovane scrittore emergente di origini albanesi Idolo Voxhogli, recensito dalla critica letteraria Franca Alaimo e da Luigi Francesco Clemente, filosofo e traduttore.

Eccesso d’anima
1. Allegria e pornografia
Libro di brutale disincanto, Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli mette in scena un’umanità spogliata d’ogni valore, inebetita dalla persuasione occulta, funestamente pervasa da meschini pregiudizi, un’umanità che ha come unico e temporaneo sacrario quello della fanciullezza, ben presto data in pasto alla deflorazione violenta, fisico-psichica. Introduzione al mondo è un libro terribile come il Viaggio al termine della notte di Céline: è una condanna globale del sistema sociale, d’ogni religione, d’ogni clan politico-religioso, è un libro dal tono risentito e amaro, in grado di dare vita a immagini e storie al limite dell’assurdo, se non del tutto immerse in esso. La prosa di Introduzione al mondo somiglia alla pittura tedesca dell’Espressionismo, in particolare a quella di Grosz. Le immagini utilizzate da Hoxhvogli ricordano il teatro di Beckett e Jonesco, sono spesso violente e crudamente pornografiche, rimandano a simboli dal significato evidente, come i porci che impediscono alla «Legge» di avvicinare il sindaco – chiamato Bunga – della città. La città contemporanea che Hoxhvogli descrive è disseminata di altoparlanti che mandano in cancrena la libertà di pensiero con l’urlo reiterato di «Allegria».

2. Realismo allegorico
L’autore cita nella nota conclusiva alcune fonti letterarie, tra cui Kafka, al quale Hoxhvogli si può accostare per la capacità di raccontare con ricchezza di dettagli realistici eventi del tutto simbolici, i quali assumono una dimensione verosimile, tragica e inquietante grazie all’accumulo ossessivo delle cose. Hoxhvogli descrive atmosfere intollerabili, da incubo notturno, da immaginario noir di certa produzione cinematografica. Non manca nessuna tinta aggressiva, nessuna immagine truculenta, né il fetore degli escrementi come in certi testi penitenziali del medioevo. Tale stile narrativo diventa per Hoxhvogli lo strumento necessario per sottolineare l’assurdità della società contemporanea, il cui giudizio morale è affidato a due punti di vista diversamente «out»: lo straniero e la bambina. Dallo straniero l’autore trae l’esperienza di dolore, umiliazione e solitudine. Nello straniero descritto in Introduzione al mondo si possono ravvisare eventi traumatici e discrepanze psichiche vicine alla biografia dell’autore, la cui formazione è ampiamente occidentale più che italiana, vicina alla sensibilità statunitense – per il desiderio di una patria di stranieri – ed ebraica – per la consapevolezza di essere ovunque straniero, lui che non è albanese né italiano, ma semplicemente europeo. L’esperienza dello straniero è immersa nella dimensione di incomunicabilità con l’altro e di persecuzione violenta e traumatica. L’esperienza della bambina è immersa in un luogo personale solo occasionalmente felice, ma ben presto invaso dal dolore e dalla scoperta del sesso: Allegra, prima di crescere ed essere «introdotta al mondo», scrive una lettera a Babbo Natale perché avvicini il Cielo e lo ridisegni. Allegra finirà, una volta diventata traumaticamente donna, con il partorire «un piccolo cadavere di nome Dio», frutto della violenza della pedofilia: «La trafigge. La solleva. La solleva a pochi centimetri da terra. Il sangue cola giù per l’asta. La lancia l’infilza».

Nessuno si salva dalla condanna: la politica, la chiesa, le autorità, la letteratura, la comunicazione mass-mediale, perché, come racconta la prosa Introduzione a un altro mondo, è proprio la Vita ad essere il boia di ciascun vivente. La figura di Gesù viene deformata da una pietà grottesca, da un ironico compatimento: l’ingenuità, la fiducia, la generosità sono qualità che determinano disastrose conseguenze nella vita quotidiana e sociale dei nostri tempi. È chiaro come tanta deformazione corrisponda alla più cocente delusione morale, alla condanna dei farisei di oggi come di ieri, che decretarono la condanna del Messia, apparentemente pro Barabba, in realtà pro potere politico e religioso. La parola viene data spesso, come nelle favole, ad animali e oggetti, che nella loro insipienza sembrano poter giocare la carta dell’indipendenza di giudizio: il cavallo che non vuole essere ammaestrato ma preferisce morire pur di salvaguardare la propria libertà; l’oggetto che filosofeggia sul rapporto soggetto-oggetto per dimostrare la preponderanza del secondo e la sua capacità decisionale di metamorfosi in potere distruttivo: «Mi trasformo in energia. Li spingo alla guerra. Cado da un aereo e ne polverizzo centomila».

3. Montaggio e costellazione
Idolo Hoxhvogli nella nota conclusiva fa cenno a Walter Benjamin come alla fonte del testo L’impianto del porco, ma l’influenza dello scrittore berlinese appare dominante nell’intera struttura di Introduzione al mondo, così da diventare un preciso metodo narrativo. Si potrebbe citare, per meglio comprendere Introduzione al mondo, un passo della Premessa gnoseologica di Benjamin a Origine del dramma barocco tedesco: «Le idee non si rappresentano in se stesse, ma solo e unicamente in una coordinazione di elementi reali nel concetto. E cioè come configurazione o costellazione di questi elementi». Le idee di Hoxhvogli vengono fuori grazie al montaggio d’immagini e dettagli utili alla costruzione di allegorie, le quali raggiungono uno straordinario effetto di surrealismo. I testi di ogni sezione del libro possono essere considerati come unità di una stessa costellazione significante, il cui il messaggio finale può essere il medesimo di Benjamin: «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo stato d’emergenza in cui viviamo è la regola». Per tornare al testo da cui questa digressione è stata alimentata, potremmo mettere a confronto la tesi numero nove delle tesi Sul concetto di storia di Benjamin con L’impianto del porco di Hoxhvogli per scorgervi delle somiglianze, ma anche delle differenze, almeno nelle conclusioni.

Leggiamo in Benjamin: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo progresso è questa tempesta».

Leggiamo in Hoxhvogli: «Un angelo rovescia lo sguardo sulla Borsa. Mentre a noi si mostra una serie di derivati, egli scorge un unico disastro cha accatasta banche su banche. L’angelo chiede a Dio di poter catturare i banchieri per farli a pezzi. Chiede a Dio di poter squartare gli avidi intestini con la spada della giustizia: una spada lunga come l’universo e larga come la storia: la spada fiammeggiante del Messia. Dio lo delude: è debole e precario. Dai palazzi scoppia una tempesta. È  scaturita dal grugnire schizofrenico del porco. L’angelo è travolto. La gola ingorda dei notabili di corte sbrana l’ultima polpa».

In entrambi i passi la creatura alata, trascinata via dalla tempesta della storia, è priva dell’aiuto celeste. Mentre in Benjamin la paura dell’angelo non arresta il futuro ignoto e non esclude un’alternativa apocalittica di sapore messianico, per Hoxhvogli il futuro, consegnato per sempre al porco «incontenibile», è senza alcuna possibilità di redenzione. Mentre lo sguardo dell’angelo di Benjamin si volge al passato per comprenderne la legge immutabile della disintegrazione, l’angelo di Hoxhvogli è rivolto al presente e al disastro voluto dai centri del potere economico, contro cui invano chiede giustizia a un Dio ormai debole, perché lasciato in agonia nel cuore degli uomini.

4. Avanguardia, ripetitività e ritmo
Quanto ad Eluard, chiamato in causa dall’autore come fonte della prosa Rovesciando, più che istituire parallelismi con qualche testo del poeta francese, sarà meglio dire che il suo influsso su Hoxhvogli è da ricercare nell’atteggiamento di perenne protesta contro lo stato dell’uomo offeso nella sua dignità e libertà. L’uomo non può essere privato delle sue necessità in nome di un assoluto morale: è questo un atteggiamento condiviso da Eluard con gli artisti del surrealismo. Per questo motivo Hoxhvogli potrebbe sottoscrivere la dichiarazione del 25 gennaio 1925 stilata, insieme a Breton, dal poeta francese: «Il surrealismo non è una forma poetica. È un grido dello spirito che ritorna verso se stesso». Se si volesse trovare in Hoxhvogli qualche procedura stilistica comune a Eluard e ai surrealisti, si potrebbe indicare la funzione della ripetitività come creatrice di ritmo, che nel testo Rovesciando dell’autore di Introduzione al mondo assume una connotazione quasi fiabesca per l’apparente infantilità del narrare, infantilità vistosamente contrastante con l’auspicata apocalisse o catastrofe del mondo.

5. Eccesso d’anima e società contemporanea
Queste considerazioni su Introduzione al mondo di Hoxhvogli sarebbero incomplete e mancherebbero del loro fulcro più importante se tralasciassero la sorgente intima di tanta veemenza verbo-immaginativa, che va individuata nella prosa che intitola l’intero libro, in cui si immagina un dialogo fra il malato Leo e il medico Canarini, il quale, ascoltati pazientemente i sintomi, emette una strana diagnosi: «Lei soffre di eccesso d’anima». Il dottor Canarini prescrive come cura una pastiglia dal nome altrettanto bizzarro di Introduzione al mondo, spiegando che la malattia del paziente conduce ad una «lenta e progressiva paralisi della vita, il non riuscire a fare nulla». Questo passo spinge a tessere relazioni con altre opere letterarie, come La coscienza di Zeno di Italo Svevo, che si fonda sull’inettitudine alla vita di Zeno Cosini e si conclude anch’esso con una visione apocalittica; così come con L’uomo senza qualità, capolavoro di Musil. Perché l’eccesso d’anima sia una colpa, una malattia che conduce alla paralisi della volontà, è comprensibile se pensiamo alle qualità richieste all’uomo contemporaneo, il quale è sempre più indirizzato all’utile, alla prassi acritica e all’obbedienza al pensiero mediatico. L’utile, la prassi acritica e i media trasformano la vita umana in una non-significante esistenza persa nel corpo opaco della massa. Possedere un tessuto interiore troppo spirituale rende Leo dissonante, difforme e perciò inadatto alla società in cui vive, privo di un ruolo necessario. È da «questa malattia», dunque, che si origina la scrittura amara di Idolo Hoxhvogli, la quale, però, finisce col rivelare – in virtù dell’accumulo di impressioni che la lettura progressivamente convoglia nella mente – una diversa e preziosa filigrana che l’attraversa: una sensibilissima tensione emotiva; una qualità spesso lirica, che s’insinua come la voce più profonda dell’anima, tesa, mentre considera il male, al possibile Bene; una fierezza che l’accosta all’angelo combattivo che conosce bene il presente e che tiene la spada sempre sguainata, pronto alla lotta, per quanto solitaria e apparentemente vana possa essa apparire. La spada di Hoxhvogli è la Parola.

recensione a cura di Franca Alaimo
Di Franca Alaimo ricordiamo i volumi Impossibile luna (Antigruppo siciliano), Lo specchio di Kore (Tracce), Il giglio verticale (Bastogi), Il luogo equidistante (Domenico Cara Editore), Samâdhi (Bastogi,), Magnifici Dispetti (Editrice Eugenia Miano), Il messaggero del fuoco (Spiritualità & Letteratura), L’uovo dell’Incoronazione (Serarcangeli), Giorni d’aprile (Thule), Le utopie del viaggio (Vallecchi), Lo splendore imperfetto (Thule), La polpa amorosa delle poesia (Lepisma), Corpo musico (Il bisonte), Amori, amore (La lampada di Aladino), Una vita come poema (Lepisma).

 

Il contemporaneo raccapricciante

Nel 2012, nell’Italia della critica militante, è esploso un piccolo caso letterario. Si tratta di Introduzione al mondo. Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità, opera prima di Idolo Hoxhvogli, giovane scrittore già presente in numerose riviste italiane e internazionali.

Come ha sottolineato Franca Alaimo, quello di Hoxhvogli è un «libro di brutale disincanto» che, dando vita a «immagini e storie al limite dell’assurdo», «mette in scena un’umanità spogliata d’ogni valore, inebetita dalla persuasione occulta, pervasa da pregiudizi». D’altra parte, parole analoghe si possono ritrovare in un robusto saggio apparso in Critica Impura, laddove l’autrice, Sonia Caporossi, parla di Introduzione al mondo come di un «conte philosophique settecentesco di contenuto morale», «un’enorme fiaba di argomento morale scritta apposta, più che per indurre il sonno, per svegliarsi, composta com’è da una sequenza apparentemente indeterminata di aneddoti parabolici, affastellati uno sull’altro secondo il vecchio adagio dantesco dell’anagogia».

Già da questi brevi cenni si può comprendere davanti a che tipo di testo ci troviamo, un libro di racconti e prose brevi, dal registro allegorico e grottesco, che tradisce una maturità compositiva inedita e, per certi versi, in controtendenza col panorama letterario italiano degli ultimi anni – panorama cui calza perfettamente quanto l’Autore dice del romanzo di successo, che è «un po’ radical, un po’ chic, a volte radical-chic. È attento al sociale mentre strizza l’occhio ai potenti. Usa un linguaggio politicamente scorretto, ma in maniera corretta».

In effetti, ad allontanare il lavoro di Hoxhvogli dalla dimensione patinata del romanzo di successo è, in primo luogo, l’istanza stilistica e conoscitiva che ne orienta la scrittura, attenta alla descrizione analitica del frammento e del dettaglio, ricca di immagini dialettiche sempre al limite dell’assurdo, in cui si sente risuonare la lezione potente di autori come Kraus, Benjamin o Kafka. In questo senso, è vero, si può parlare anche per Introduzione al mondo di “letteratura minore”,  secondo la felice formula che Deleuze e Guattari utilizzavano per descrivere l’opera di Kafka.

Ma probabilmente, più che al Kafka di Deleuze, è a quello di Günther Anders che dovremmo rivolgerci per comprendere l’istanza conoscitiva e al tempo stessa etica che sta dietro al discorso di Hoxhvogli. In gioco è la questione del linguaggio. Come è possibile dire, con verità, una realtà integralmente falsa? Come dire veramente il falso? Quale parola può dire adeguatamente, ovvero senza velleità moralistiche o retoriche, un mondo capovolto, un mondo in cui l’allegria si rovescia in malinconia, e la conversazione in soliloquio e in brusio anonimo?

Come nel caso del Kafka di Anders, si può dire che anche in Hoxhvogli, «lo sbalorditivo non sbalordisce nessuno». Infatti, come per l’autore de La metamorfosi, anche per quello di Introduzione al mondo, «non sono gli oggetti o gli eventi in quanto tali ad essere inquietanti […] ma il fatto che i suoi esseri reagiscano ad essi come ad oggetti o eventi normali, quindi senza agitazione». Così, Hoxhvogli sembra impiegare quella che secondo Anders è la cifra dello stile kafkiano, quella tecnica dell’inversione in virtù della quale, se si vuol dire che l’ovvio e il non sbalorditivo del nostro tempo sono raccapriccianti, allora bisogna invertire: «il raccapricciante non è sbalorditivo».

Al riguardo, si consideri la prima parte del libro: La città dell’allegria (le altre due sono La civiltà della conversazione e Fiaba per adulti). Vi si narra la “storia” di una città «piena di altoparlanti che gridano “Allegria”», a ogni ora del giorno, a ogni istante e in ogni luogo, nelle strade, dentro e fuori i negozi, alle finestre delle case; megafoni fortemente voluti dal sindaco Bunga, convinto che  grazie ad essi avrebbe finalmente offerto la felicità ai suoi concittadini. Ma a forza di moltiplicare gli altoparlanti, «è giunta l’assuefazione, tanta che l’“Allegria” lo sentono soltanto i forestieri in un fragore confuso». Dalla città vicina giunge, perciò, uno straniero, che «si avvicina come un lesto gatto a un megafono a caso” e, per il gran fragore, ne è buttato fuori. Ma non è solo il forestiero a mettersi alla volta della città dell’allegria. Ci prova anche la Legge. Arrivata al palazzo del governo, si trova davanti un maiale che le sbarra l’ingresso avvertendola che è solo «il primo tra i novecentoquarantacinque maiali a guardia del palazzo”, cosicché al suo posto entrerà una signorina che vuole lavorare in televisione. C’è poi chi, come Leo, scrive inutilmente al sindaco perché faccia rimuovere il megafono che, posto dov’è, proprio fuori del suo balcone, gli ha tolto quel sonno necessario a curarsi dell’allegrite, «pericolosissimo morbo che percuote pochi sfortunati». C’è solo un modo, tuttavia, per guarire davvero da questa malattia. Si chiama Introduzione al mondo, un potente farmaco grazie al quale è possibile «non sentire più nulla» e vivere «una vita normale, senza controindicazioni», al riparo dall’«eccesso d’anima», che «conduce a una lenta e progressiva paralisi della vita, il non riuscire a far nulla».

È così che la folle ed esasperata introduzione al mondo di Hoxhvogli non ha in realtà nulla di folle ed esasperato: tale appare piuttosto l’oggetto narrato, la grottesca galleria di mostri e figure più o meno umane, passate attraverso una lente allucinata e deformante che, lungi dallo sfigurarle, le consegna alla loro verità. È precisamente quanto avviene nella seconda parte del libero, La civiltà della conversazione, una fenomenologia del tempo presente dove l’assurdità delle situazioni  descritte risulta tanto più radicale e insostenibile quanto più i suoi protagonisti – «spacciatori di felicità», opinionisti, politici, economisti, predicatori di ogni sorta o colore – sembrano viverla come qualcosa di normale, di ovvio e quotidiano. Un esempio su tutti: il confronto televisivo su media e società tra un intellettuale e «il prestante Ano», con il secondo a farla da padrone grazie alle sue improbabili abilità “oratorie”, ovviamente molto apprezzate dal pubblico: «Cercando di proferire parole ponderate, Ano fu colto da un brusco attacco di tosse petodefecante. Le telecamere vennero travolte dal letame. I telespettatori aprirono sorpresi la bocca bramosa» (Chier spectaculaire).

E ancora, altre situazioni altrettanto grottesche: «Un uomo, credendo si tratti di cioccolata, si getta a fauci spalancate su di un cassone, invece pieno di letame. Mangiando, si accorge che non è cioccolata, ma così c’è scritto e pensa: “Ben venga”. Un secondo uomo vede il primo ingozzarsi, scorge il cartello Cioccolata, e si unisce al primo»; «In piazza un uomo gioca da solo a conversazione. Recita le due parti necessarie al dialogo. Finge di salutare. “Come sta?”, chiede. Si spoglia e riveste. Gira la testa e strizza l’occhio. “Bene”, risponde».

Nella terza parte del libro, Fiaba per adulti, il grottesco cede il posto al tragico, la fenomenologia delle situazioni fa spazio alla descrizione delle singolarità esistenziali. Qui, infatti, compare la piccola Allegra, bambina alle prese con le prime mestruazioni ma che l’Autore lascia intendere causate da una possibile violenza sessuale («qualche solco l’hanno scavato gli adulti per farle muovere i passi giusti. Un uomo le ha segnato un sentiero indimenticabile, col dito nel ventre»). Rispetto alle prime due parti del libro, assistiamo quindi a uno scarto radicale tra forma e contenuto, che ne accentua la brutalità: la scrittura è piana, i colori sono tenui, su tutto si stende un soffice manto natalizio di neve, puro come quei minimi e dimidiati – Allegra, appunto, ma anche i suoi “amici”, il topolino Chubby e il clown – che Hoxhvogli elegge a testimoni innocenti di una realtà altra, lontana dalla civiltà degli altoparlanti e della conversazione, una realtà «le cui radici sono nel futuro».

recensione a cura di Luigi Francesco Clemente
Luigi Francesco Clemente
, filosofo e traduttore, si è formato all’Università di Perugia. Tra i suoi lavori ricordiamo Un idealismo senza ragione (Ombre Corte), La differenza ontologica e la dimensione orante del pensare («Firmana»), Giobbe, Cristo e l´impotenza divina («Davar»), Che cosa c’è dopo la Sfinge? («Via Dogana»), Controversie («Smerilliana»). Ha tradotto Lévinas, Pinchard e Zupančič.

Idolo Hoxhvogli (1984) è nato a Tirana e vive a Porto San Giorgio. Si è formato all’Università Cattolica di Milano. I suoi scritti sono presenti in numerose antologie e riviste italiane e straniere, tra cui «Gradiva International Journal of Italian Poetry» (State University of New York at Stony Brook) e «Cuadernos de Filología Italiana» (Universidad Complutense de Madrid). Tra i suoi lavori ricordiamo Introduzione al mondo, Scepsi & Mattana, Cagliari 2012.

Idolo Hoxhvogli
Introduzione al mondo
Scepsi & Mattana
Cagliari 2012

Pubblicato il martedì 23 ottobre 2012 - 11:43
 
Commento (1) | 23.10.2012

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