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Il nero fascino del destino

Guido ha quarantanni e vive delle piccole rendite lasciate dai genitori. La sua vita è piatta, monotona, tranquilla. Felice? Cosa potrebbe accadere allora per riuscire a smuoverlo, se non l’amore, o la prospettiva di esso? Guido conosce per caso Lucia, aiutandola a ritrovare il suo gatto. Iniziano a frequentarsi piacevolmente, ma un giorno Guido trova Lucia in lacrime: un suo vicino di casa, giovane padre di famiglia, è scomparso nel nulla e Lucia sta vivendo il dramma dei suoi cari. Guido non ha niente da fare, quindi… perchè non occuparsene? 
Questo semplice passo, questo abbandonarsi al proprio destino sconosciuto, questo seguire tracce flebili, lo porteranno a Libeccio, un militare passato ai servizi segreti che sta svolgendo una missione segreta contro due pericoli, uno esterno (un presunto terrorista) ed uno interno, che giace nel profondo del suo io. E, stavolta, per Guido non sarà semplice come leggere un racconto di Sherlock Holmes.

Stefano Nicoletti è nato nel 1975 a Viareggio, lavora nel mondo della finanza e collabora al sito di cinema Klub99.it.
Autore di oltre 30 racconti e di infiniti spunti da sviluppare, scrive anche soggetti e sceneggiature per il cinema (una delle quali, il cortometraggio “dispenser”, è stata prodotta nel 2011). Si è cimentato solo una volta nel romanzo ed il risultato da sgrossare, dal titolo Il Nero Fascino Del Destino, è liberamente scaricabile da GoogleBooks. Curiosità? ogni tanto deve rileggere i suoi lavori precedenti, perchè si dimentica come vanno a finire.

Qui un estratto del primo capitolo del suo racconto:

Aria.

Era tutto quello che chiedeva dopo una mattina intera chiuso in una stanza senza finestre, al piano seminterrato della banca dove lavorava. Seppur dotati di uffici ben illuminati da luce naturale, i suoi colleghi dei piani superiori non se la passavano meglio. Godevano esclusivamente della vista su una vasta zona industriale, dominata dal grigiore di capannoni prefabbricati in cemento.

Sole.

Brillava nel cielo dalle primissime ore di quel giorno di una primavera baldanzosa. Sarebbe stato un peccato perderselo per pranzare con un piatto precotto in uno dei tanti bar presi d’assalto dai lavoratori della zona. Comprò un panino al volo e armato della sua reflex digitale comprata a rate salì sulla sua auto diretto alla vecchia Tenuta a pochi chilometri di distanza.

Un tempo residenza nobiliare, una delle tante che fino ai

primi del novecento avevano popolato l’entroterra toscano tra il mare e l’Appennino, nei suoi vasti boschi i signori si erano dedicati alla caccia, mentre una schiera di contadini lavorava la loro terra. Sparita la nobiltà, erano rimasti solo i contadini, mentre nei boschi e nella maggior parte dei campi la natura si occupava già da anni di portare avanti la propria ordinaria amministrazione senza essere disturbata.

Per lui, quello era solo un posto tranquillo dove passare la pausa pranzo per conto suo, per ricaricarsi e distrarsi

scattando qualche foto al paesaggio, camminando con la testa persa tra le nuvole, tra le chiome dei pini, sui bocci dei fiori di campo.

Parcheggiò l’auto lungo una strada secondaria. Aveva intravisto un terreno completamente macchiato di colori, tra papaveri rossi, margherite bianche e gialle, spighe di grano selvatico ed altri fiori rossi che non conosceva e per raggiungerlo imboccò un piccolo sentiero ombreggiato.

Sotto gli alberi la brezza lo fece rabbrividire, ma quando

uscì in pieno sole si stupì nel venir colpito da un piacevole tepore. Sbottonò un po’ la camicia, si arrotolò le maniche e con la macchina fotografica al collo si inoltrò nell’erba in mezzo ai fiori. La natura, o forse la semplice assenza di suoi simili, lo rilassava e lo faceva sentire in pace con sé stesso. Inginocchiandosi e dosando bene l’esposizione dell’obiettivo, fotografò un ciuffo di papaveri e di margherite con lo sfondo della pineta e di una nuvola bianchissima stampata sul cielo azzurro.

Una tavolozza intera di colori, del verde intenso dei pini, a quello vergine del grano, al rosso, al giallo, al rosa dei mille fiori.

Ripeté la stessa foto da più angolazioni, finché la nuvola non svanì, evaporata per il calore. Già soddisfatto, sentì una rana che gracidava e si diresse verso la pineta, pensando di trovare un fosso lì vicino dove poter fotografare, con un po’ di fortuna, anche i fiori di qualche pianta palustre.

Il fosso era invaso da stupendi iris viola appena sbocciati, ma non arrivò mai a vederli. Mentre camminava facendosi largo nell’erba alta, sentì con sorpresa un rumore metallico sotto le sue scarpe. Non fece nemmeno in tempo ad abbassare lo sguardo, perché la grata metallica rugginosa si schiantò sotto i suoi piedi e lo fece stramazzare giù per uno stretto abisso.

Precipitò, finché colpì il fondo del pozzo col piede sinistro.

Mentre la caviglia si piegava in modo innaturale sotto il peso di tutto il suo corpo, provò a urlare, ma il mondo si spense.

 

Pubblicato il venerdì 19 ottobre 2012 - 12:28
 
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