Capitolo 5E di Laura Barbangelo

“Franco! Franco!” gridò a gran voce M. e la sua voce sembrava risuonare nell’aria piena di ansia e di sgomento alla vista di quell’apparizione, ormai inghiottia dall’oscurità.
Il Signor D. osservava la scena compiaciuto e divertito e, abbozzando un vago sorriso, si rivolse a M. con la solita calma, che aveva sempre contraddistinto i suoi gesti, da quando M. l’aveva conosciuto: “Non preoccuparti, il tuo amico sta bene. Solo non può sentirti. Nel posto dove si trova adesso non ci sono sofferenze né problemi, si vive come in una dimensione di sogno, sospesi nell’aria, fluttuando come le nuvole nel cielo. Un posto pieno di pace e serenità, proprio dove tutti vorrebbero essere, non è vero M.?”. Adesso l’aveva chiamato per nome e il suo nome pronunciato in quel modo e con quel tono così calmo e tranquillo, sembrò quasi paralizzare ogni sua reazione o replica. Ad un tratto la testa prese a pulsargli e a girargli vorticosamente, che M. fu quasi sul punto di cadere al suolo. Fece uno sforzo tremendo per riprendere il controllo di se stesso e per impedire ai suoi occhi, che si stavano intorpidendo, colti da un improvvisa sonnolenza, di chiudersi. Ma fu inutile: i suoi occhi furono vinti da un irresistibile torpore, le sue palpebre si fecero sempre più pesanti e in attimo il mondo attorno a sé scomparve. Una nube di ricordi avvolgeva ora la mente di M. come una fitta e impenetrabile nebbia, offuscandone i pensieri e riportandolo indietro a chissà quale tempo della sua vita passata. Gli sembrò quasi di vedere sfilare con gli occhi della mente, come rapidi fotogrammi della pellicola della sua vita, ricordi, emozioni, sensazioni, momenti difficili e lieti, volti, persone, suoni, colori, immagini….in un continuo e incessante fondersi e mescolarsi, finché tutto ciò non fu avvolto dal buio. Nel bel mezzo di quel tunnel oscuro in uno squarcio di luce apparve nuovamente Franco, che avanzava tremante verso di lui, protendendo le sue mani in una supplichevole richiesta di aiuto e pronunciando parole, confuse, il cui significato M. non riuscì a comprendere. Una frase, però, M. riusci a cogliere in modo nitido e inequivocabile: “Fà attenzione M., non fidarti di lui! Svegliati, apri gli occhi! Cerca di tornare in te! Sei ancora in tempo M., ma non devi continuare a dormire! Verrà il giorno che..” e la voce tacque bruscamente. M. aprì immediatamente gli occhi, forse sperando di individuare il punto esatto da cui proveniva la voce di Franco. Si guardò intorno e vide che era ancora nel salotto e che tutti gli arredi erano al loro posto. Ma era solo: il Signor D. sembrava scomparso e a quanto pare non si udivano rumori strani o altre presenze intorno. Quando M. fece per uscire dal salotto, udì però dei passi alle sue spalle e si voltò di scatto; quasi non riuscì a credere a quello che vide: una figura esile, dal viso gentile e amabile e dai capelli color argento raccolti in una crocchia. Si trattava della sua cara nonna, nonna Tilde, che lo guardava con quei suoi occhi benevoli, gli stessi che M. ricordava quando, da bambino, la nonna gli rimboccava le coperte o gli raccontava fantastiche storie di paesi e di tempi immaginari. “Nonna, nonna Tilde…sei…qui!” disse M. con voce strozzata dall’emozione.
La sua cara nonna, madre di sua madre, una presenza fondamentale nella vita di M., dal momento che si era presa cura di lui, dopo la morte di entrambi i genitori e la cui scomparsa era sintomo che da quel momento la vita per M. non sarebbe stata più la stessa. Nonna Tilde rimase in silenzio, si limitava a sorridere e a guardare il suo piccolo M., che aveva lasciato molti anni prima e che adesso era un uomo fatto e finito. Proprio mentre M. tentò di avvicinarsi alla cara nonna per abbracciarla, pieno di contentezza per averla ritrovata, si udì il fragore di un tuono e poco dopo tutto intorno ripiombò nel buio. M. si sentì nuovamente precipitare nel vuoto, come risucchiato dal vortice senza fine del tempo…. e ancora una voce riecheggiava lontano…. quella di Franco? Quella di nonna Tilde? O erano entrambe le voci? Una voce calda, morbida, carezzevole cercava ora di ridestarlo a poco a poco da quell’intorpidimento in cui era scivolato e che gli aveva procurato quelle strane e assurde visioni… quella voce a lui così familiare, poteva udirla nitidamente e avrebbe saputo riconoscerla…… “Marco…Marco…ehi Marco!”, “Eh sì!?” fece lui spalancando gli occhi con un sussulto. Si guardò intorno: il salotto e la strane visioni non c’erano più, ora era nel suo ufficio e davanti a sé lampeggiava il cursore sullo schermo, proprio dove si era interrotto nel terminare una frase di una relazione sulle vendite trimestrali, a cui stava lavorando. E in piedi di fronte a sé la persona a cui quella voce, così melodiosa, apparteneva: Martina, l’amica e collega a cui M. confidava ogni minimo pensiero o perplessità, sempre pronta a sostenerlo e a dispensargli buoni consigli ogni volta che ne aveva bisogno. Martina, una brava collega, sempre cordiale e sorridente, al punto che neanche un’ombra di malinconia sembrava scalfire tanta solarità che irradiava da tutto il suo essere. Martina gli trasmetteva proprio questo: era rassicurante, dava serenità e insegnava con la sua calma determinazione a risolvere tutte le difficoltà, senza lasciarsi scomporre e senza ansie. Come si dice, di fratello in sorella, eh sì perché anche suo fratello Franco si comportava nello stesso modo, affrontando tutto senza la minima esitazione. Marco aveva conosciuto Franco proprio grazie a Martina e da quel momento ne era nata una grande e fraterna amicizia, che niente e nessuno avrebbe potuto turbare, fino a che non arrivò quel maledetto giorno … “Marco, allora, la relazione è pronta? Marco… ma mi stai ascoltando?” chiese Martina in modo insistente. Per tutta risposta M. si limitò a guardarla, ma di uno sguardo i cui occhi vedevano altro, invece del proprio interlocutore. Ad un tratto pronunciò in un soffio “Franco…verrà quel giorno…”. Martina spazientita e un po’ preoccupata dallo strano comportamento di M. sbottò “M. ma che stai dicendo? Cosa c’entra mio fratello! Ma cosa ti prende oggi? Tra poco c’e una riunione di tutto lo staff con il capo… ma si può sapere cosa ti succede? Mi stai ascoltando?”. “Ah Martina!” M. si era finalmente liberato da quello stato di perenne e ovattato incanto ed era riuscito a tornare in sé; solo non si spiegava che cosa ci facesse in ufficio, visto che, in base ai suoi ricordi, quella strana mattina, dopo l’incontro con il Signor D., non ricordava di essersi recato al lavoro… Ma quanto tempo era passato? Aveva dormito? Sognato? Si era trattato davvero di un sogno e si era veramente svegliato in quel momento, sentendo la voce di Martina? “Scusa, Martina, ero sovrappensiero…. sai, ero così concentrato sulla relazione, che proprio non mi sono accorto del tuo arrivo…” cercò di giustificarsi M. “Beh diciamo che eri molto sovrappensiero, quasi ipnotizzato dallo schermo del computer, come se fossi su un altro pianeta o stessi sognando ad occhi aperti; mi stavo quasi preoccupando: non mi rispondevi proprio…” ridacchiò un poco Martina, nascondendo, però, dentro di sé il timore che M. non stesse attraversando un bel periodo e che questa volta, fosse restio a confidarsi con lei. Come aveva detto Martina? <>. Dopo alcuni attimi di silenzio M. ripresa la parola: “Martina, scusa se ti faccio questa domanda, che troverai assurda, ma ti prego di rispondermi lo stesso: oggi mi hai visto arrivare in ufficio?”
“Certo che ti ho visto, non ti ricordi? Siamo arrivati alla stessa ora e abbiamo preso l’ascensore insieme….M. cosa ti succede? Non ti senti bene? Cominci ad avere dei vuoti di memoria? C’è qualcosa che non va? Ti va di parlarne… sempre se vuoi”.
M. non sapeva se mettere o meno a parte Martina di quello strano incontro ed esitò un istante, alla fine vincendo ogni remora, si decise a raccontare alla sua collega cosa era accaduto in quel bar, prima che si accingesse a prendere la metropolitana: “Prima di venire in ufficio, mi è successa una cosa strana, davvero insolita: ero seduto al tavolino di un bar e stavo aspettando che mi servissero il caffè, quando ad un certo punto si rivolse a me uno strano tipo, un signore distinto, vestito con abiti eleganti e fuori moda, che mi fece uno strano discorso sul tempo. Pensando che fosse uno che volesse rifilarmi qualche prodotto, gli dissi risolutamente che volevo comprare nulla. Per tutta risposta mi disse che non aveva bisogno di nulla, tranne che del mio tempo e che questa notte avrei fatto un sogno e che in questo sogno avrei visto un uscio…In realtà è come se avessi già sognato…. io non ricordo neppure di essere arrivato in ufficio… in realtà oggi, invece di recarmi al lavoro ho preso la metropolitana e ho conosciuto una ragazza di nome Rebecca e le ho chiesto se le andasse di fare qualcosa insieme, giusto per conoscersi (non so neppure perché pensavo di dare un appuntamento ad una ragazza appena conosciuta….). Poi ci siamo recati insieme in una libreria e lì vedemmo un libro che non avevamo mai letto “L’amante di Lady Chatterly” di D.H. Lawrence… Insomma te la faccio breve, in questa libreria ho incontrato di nuovo questo strano personaggio, che dice di chiamarsi Signor D., credimi ho l’impressione che mi abbia seguito per tutto il tempo….”. M. proseguì, raccontando del vicolo cieco dove il Signor D. lo aveva condotto, del palazzo in stile vittoriano, dello strano appartamento che in esso si trovava e del salotto, dove M. ebbe le apparizioni prima di Franco, poi della cara nonna Tilde, nonché della sequenza di immagini del suo passato fino al sogno nel sogno che ebbe e all’ultimo risveglio, quando uscì definitivamente da quella dimensione onirica, grazie alla voce squillante di Martina, che era rimasta in uno sbigottito silenzio, stentando a credere a quel bizzarro racconto. “Un momento” lo interruppe Martina “ora che ci penso, è venuto circa mezz’ora fa un distinto signore, che ha chiesto di te, dicendo che tu lo conoscevi bene. Visto che stavi lavorando alla tua relazione, gli ho detto che eri impegnato e che l’avresti ricevuto a breve”.
“Un signore! Chi era? Ti ha detto come si chiama?”
“Quando ho provato a chiederlo, mi ha guardato fisso negli occhi; che strana quella sensazione, non te la saprei descrivere e di colpo mi sono dimenticata della domanda…. poi ha aggiunto che ti avrebbe aspettato e che nel frattempo sarebbe andato a salutare Poletti, visto che anni prima avevano lavorato insieme ad un progetto”.
Il Signor D. conosceva Poletti? Avevano lavorato insieme? Il cuore di M. prese a battere così forte, al punto da scuotere come una tempesta tutta la sua persona; ma M. non si scompose, prese coraggio e, alzandosi di scatto e lasciando la sua postazione, si diresse con passo deciso verso l’ufficio di Poletti. Voleva sapere se quella persona, che era venuto a cercarlo, fosse proprio lui, il misterioso e suadente Signor D. Questa volta lo avrebbe affrontato (ma chi in cuor suo: Poletti o il Signor D.?) e sarebbe andato fino in fondo. Quando fu davanti alla porta, prese un profondo respiro e bussò e una voce calma gli disse di entrare. Appena varcata la soglia (forse l’uscio del sogno o forse un altro uscio, una porta di ingresso verso un nuovo sogno) la sua vista si annebbiò lentamente e tutt’intorno divenne buio…

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quinto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 14:37
 
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