Capitolo 5D di Luca Regis

“Accomodati qui.”

M. si voltò di scatto a guardare verso il Sig. D., ma lì non ve lo trovò. Invece se ne stava comodamente sprofondato in una delle due poltrone che arredavano la spoglia stanza.

Nella mano destra teneva una grossa pipa di legno, dal cui braciere saliva un filo di fumo bluastro che si disperdeva nell’ambiente, profumandolo di tabacco aromatizzato. Con la sinistra, dopo aver congedato allo stesso modo di poco prima il resto della sua truppa, invitandoli a rifugiarsi nell’ombra in fondo alla sala, fece cenno a M. di prendere posto nell’attigua poltrona. M., frastornato, non senza esitazioni assecondò il suo volere e si sedette incerto.

“Ti devo delle scuse M.,” esordì il Sig. D. in tono neutro. “Credevo tu fossi la persona giusta da premiare con questo mio regalo, ma a quanto pare mi sono sbagliato.”

Senza staccare i suoi occhi penetranti da quelli sbigottiti di M., tirò un’importante boccata dalla pipa e soffiò fuori il fumo. “Il tuo amico Franco, lui si che era un ragazzo coraggioso.” Continuò tagliente. “Non ha esitato a seguire i suoi sogni e ad obbedire ai suoi ideali di quando era giovane. Credeva fermamente nella legge e si è arruolato in polizia per farla rispettare. E’ prematuramente scomparso nell’adempimento del suo dovere e non ha avuto né onori né riconoscimenti ufficiali dopo la sua morte. E’ stato tumulato a soli ventitré anni, lasciando i suoi genitori piangere fiumi di lacrime amare, interrogandosi sul perché di quella tragedia.” Un’altra boccata di fumo. Il tono sentenzioso. “Tu, invece, sei un codardo!”

M. abbassò istintivamente lo sguardo, non riuscendo più a sostenere quello del suo interlocutore. Non è facile guardare in faccia la verità, pensò avvilito.

Il Sig. D. proseguì senza scrupoli. “Le piccole e grandi difficoltà che hai dovuto affrontare nella tua vita, sono problemi che chiunque altro, dotato di un poco più di autostima di te, avrebbe superato senza troppi indugi. Tu, invece, hai sempre preferito piangerti addosso e scaricare le colpe della tua miserabile esistenza sul resto del mondo. Hai sempre dato la colpa per le tue disavventure a tutto e tutti, fuorché a te stesso.

“Quando Lapo fuggì, egoista come sei, pensasti subito a quanto fu ingrato nell’abbandonarti. Ma non lo sai che gli animali sono incapaci di simili malvagità? Invece la verità è che il tuo cane ti è stato rubato da un gruppo di zingari, una sera che tentarono di intrufolarsi in casa tua per derubarti e lui, eroicamente, difese il vostro territorio. A causa di ciò morì di fame e di stenti, dopo essere stato tenuto per mesi legato ad una catena arrugginita in mezzo ai propri escrementi, senza acqua né cibo, se non poche ossa e qualche buccia di patata gettategli di tanto in tanto, e preso ripetutamente a bastonate.”

M. non riuscì a trattenere una lacrima raminga, che da troppo tempo dimorava nei suoi occhi senza trovare una via d’uscita. Alla fine la sua fuga lasciò sul viso di M. una sottile e umida striscia.

“Anche quando tua nonna morì cadesti in depressione,” riprese imperturbabile il Sig. D.. “Perché pensavi che fosse l’unica figura di tutto il tuo parentado in grado di comprenderti veramente. Invece non ti sei mai realmente reso conto di quanto la tua famiglia ti sia sempre stata vicina.”

M. fissava attonito il lercio pavimento in parquet, incapace di reagire alle apodittiche verità proferite dal Sig. D. che, dal canto suo, continuava nel suo ponderoso monologo. “Sei sempre stato un ingrato: hai voltato le spalle a tutto e a tutti e ti sei trasferito a Milano, credendo di ottenere subito e senza fatica quello che pretendevi. Ma quando hai capito che le cose erano più difficili del previsto, hai pensato bene di scaricare la colpa sulla città che non ti dava le giuste possibilità e su Poletti, quale unico responsabile dei tuoi fallimenti.”

Già, pensò M. contrito. Tempo addietro era arrivato assetato nella metropoli da bere, convinto di avere il bicchiere già mezzo pieno. Ma ben presto si rese conto che, come al solito, era quasi vuoto.

“Per non parlare di Lisa.” Proseguì inarrestabile il Sig. D.. “Quando ti ha lasciato hai subito dato la colpa al tuo misero stipendio. Invece non ti sei mai reso conto che semplicemente lei era esasperata dal tuo atteggiamento pessimistico. Cercava continuamente di spronarti affinché tu migliorassi la tua posizione all’interno dell’ufficio. Per il tuo bene. Ma tu niente: il Capo mi odia, Poletti mi osteggia, piagnucolavi continuamente. E alla fine non se l’è più sentita di sprecare il suo tempo con te, e altrettanto semplicemente ti ha voltato le spalle e se n’è andata.”

Finalmente il Sig. D. sembrava aver esaurito gli argomenti da rinfacciare a M. Si rilassò nella poltrona e si portò alla bocca la pipa ormai spenta. Con un fiammifero riattizzò il tabacco nel braciere e si riempì la bocca con un’abbondante tirata. Indugiò qualche secondo, inebriandosi di quel sapore forte e dolciastro, prima di espellere lo spesso fumo dalle narici e dalle labbra socchiuse.

M. restò silenzioso a fissare quell’azzimato uomo seduto di fianco a lui, avvolto da una spessa nebbia secca e aromatica. Nessuno prima di allora gli aveva mai spiattellato in faccia così tante scomode verità. Oltretutto con cotanta sfacciata naturalezza. Ma il peggio era, ne convenne M., che il Sig. D. aveva perfettamente ragione.

“Ma allora…” Domandò con un senso di inquietudine nella voce. “Che cosa dovrei fare?”

Il Sig. D. sbuffò l’ennesima boccata di fumo e spense il tabacco incenerito nel braciere, pressandolo con un apposito arnese metallico. “E’ tutta la mattina che cerco di dirtelo.” Rispose seccamente. “Innanzi tutto devi fidarti di me e non vedermi come una minaccia. Piuttosto come una guida. In secondo luogo devi assecondare le mie richieste, anche se ti possono sembrare assurde. Ma questa è una conseguenza del punto uno.”

“Quindi dovrei andare a dormire?” Domandò M., incerto.

“Esattamente: ti dovrai addormentare e, quando inizierai a sognare, attraversare la soglia che ti apparirà davanti. Una volta che l’avrai varcata il nostro contratto sarà valido, ed un nuovo mondo ti si delineerà. Ma ti voglio ricordare le regole: per ogni ora di sogno perderai un anno di vita reale.”

“D’accordo allora, proverò a fidarmi.” Disse M., con un cauto ottimismo nella voce. “Questa sera, quando mi addormenterò, varcherò quella soglia e vedremo cosa mi succederà.”

“Ancora non ti fidi di me, vero M.?” Gli rispose il Sig. D. in tono quasi affettuoso. “Ma va bene, in fondo è normale che sia così. D’altro canto tu non sei affatto un ragazzo avventato. Tuttavia il mio suggerimento è quello di approfittare subito di questa mia offerta, senza aspettare stasera.”

“Ma io devo andare al lavoro…” obiettò M., pensando che forse la giornata non era ancora del tutto persa.

“Scordati quell’ufficio. Oggi sei stato licenziato.” Lo informò placidamente il Sig. D.. “Il tuo immotivato ritardo di questa mattina ha fatto si che Poletti spingesse col Capo affinché ti lasciasse a casa. E così è stato.” Il Sig. D. cavò dal taschino interno della giacca un orologio a cipolla d’oro massiccio, e guardando le lancette disse: “Riceverai un freddo ed impersonale messaggio sul tuo telefonino tra tre, due, uno…”

Bip, Bip.

Il cellulare di M. emise un doppio tono acuto e vibrò nella tasca dei pantaloni, annunciando la ricezione di un messaggio. M. lo lesse incredulo: effettivamente confermava quanto preannunciato dal Sig. D., cioè che l’Azienda aveva deciso di terminare anticipatamente il contratto di collaborazione che aveva stipulato con lui, a causa del suo scarso rendimento.

M. sentì una vampata di calore salirgli al volto: quell’infame di Poletti, pensò furioso, quel bastardo del Capo e tutti i suoi collaboratori leccaculo, quella stronza dell’ufficio del personale che…

Istintivamente guardò verso il Sig. D., intento a riempire la pipa con del tabacco fresco, scuotendo impercettibilmente la testa con un pietoso sorriso sulle labbra.

Dopo aver attizzato il tabacco con un fiammifero ed aver aspirato avidamente un paio di boccate di fumo, il Sig. D. tornò a rivolgersi a M. in tono benevolo: “Non è stata Maria, quella stronza dell’ufficio del personale come la chiami tu, a decidere di licenziarti.” Il Sig. D. leggeva i pensieri di M. come un libro aperto. ”E non è stato nemmeno Poletti. Lui ha fatto di tutto per osteggiarti, è vero, ma la decisione finale l’ha presa il Capo. Perché ogni volta che ha avuto bisogno di te tu non ti sei fatto trovare pronto.”

Un anello di fumo uscì rapido dalla sua bocca, finendo dissolto tra la foschia azzurra che persisteva in quell’angusta stanza.

“Inoltre, ti sei mai chiesto perché Poletti ha sempre avuto quell’atteggiamento indisponente nei tuoi confronti?” Continuò secco il Sig. D.. “La risposta è semplice: perché ti temeva. Ma tu gli hai dato gioco facile. Non lo hai mai affrontato apertamente e gli hai permesso di minare la tua reputazione all’interno dell’ufficio. Ti sarebbe bastato far valere le tue idee alla riunione preliminare che avete avuto mesi fa, al cospetto del Capo, quando Poletti ha subdolamente rubato i tuoi progetti spacciandoli per suoi. Invece hai preferito angustiarti in silenzio, nell’indifferenza di tutti, e scaricare la colpa sul Capo che non ti ha dato modo di esprimerti.”

M. decise che aveva sentito abbastanza. Si alzò dalla poltrona, risoluto. “D’accordo, ho afferrato il messaggio.” Disse a denti stretti. “La mia penosa esistenza è il frutto delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita, in assoluta autonomia E la mia impossibilità ad uscirne è dovuta dall’incapacità che ho di rendermi conto che io e soltanto io sono l’artefice del mio destino.”

Stringendo saldamente la pipa tra i denti, con un compiaciuto sorriso sulle labbra il Sig. D. applaudì ironicamente M.: “Finalmente hai afferrato il concetto, ragazzo mio. Ora non ti resta altro da fare che seguire i miei consigli, e vedrai che la tua vita cambierà.” Fece una pausa, aspirò dalla pipa e senza indugi restituì il fumo alla stanza. “Oh, se cambierà!” Concluse con una certa eccitazione nella voce e una strana luce negli occhi.

Nel frattempo M., non riuscendo più e starsene fermo a rivivere i flashback della sua vita, si era portato vicino alla finestra che dava sullo stretto e buio vicolo da dove era passato per entrare in quello strano palazzo. Tuttavia quando vi si affacciò non vide la caotica e moderna Milano che conosceva bene, ma una città a lui del tutto sconosciuta. Il cielo plumbeo, di un grigio più scuro ed intenso di quello che solitamente sovrasta la metropoli meneghina, quasi non si distingueva dalla fitta nebbia che avvolgeva tutto il resto. E dalla strada non provenivano i familiari rumori delle auto impazienti ai semafori; bensì lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli che, fustigati impetuosamente dai loro cocchieri, trainavano a fatica carri carichi di merci od eleganti carrozze occupate da eleganti signori con mantello e cilindro.

M. si voltò di scatto verso il Sig. D.: “Ma dove siamo?” domandò agitato.

“Siamo a casa mia, nella mia città: Londra. Nel mio tempo, esattamente nell’anno millenovecento.” Rispose il Sig. D. sistemandosi meglio nella poltrona. Aspirò una importante boccata dalla pipa. Pensieroso, esitò qualche istante col fumo in bocca, quindi lo espulse in un soffio stringendo le labbra. Si voltò a guardare M., lo sguardo minaccioso. “Precisamente siamo agli albori di un secolo nefasto per l’umanità. A causa degli eventi che succederanno in questi cento anni che si apprestano a venire, il genere umano è destinato a scomparire entro i primi cento del nuovo millennio.” La sottile bocca del Sig. D. si arcuò in un ghigno crudele. “No ragazzo mio,” aggiunse salace, intuendo come al solito i pensieri di M.. “Non mi riferisco alle guerre, ai genocidi, alle bombe atomiche, alle armi chimiche. Da quando l’uomo ha messo piede sulla terra si è sempre fatto la guerra da solo. E’ genetico, è un tratto distintivo ed ereditario dell’essere umano, come l’istinto del cacciatore per il leone o quello di migrare per le oche selvatiche. Col passare dei millenni è solo cambiato il pretesto per guerreggiare, e le armi si sono evolute, ma la natura dell’uomo è sempre stata quella di voler dominare su tutto e su tutti.” Un’altra boccata di fumo, un altro velo biancastro che si insinuava per un attimo tra lui e M., per poi diradarsi nell’ambiente come un sipario aperto per il pubblico. “Invece ti sembrerà assurdo,” riprese caustico il Sig. D., “ma la causa dei mali dell’umanità sta proprio nell’elevato benessere che ha raggiunto in questo secolo. Dapprima sono state debellate malattie infettive che causavano la morte prematura di milioni di persone, praticamente raddoppiando l’aspettativa di vita di ogni individuo. Poi è stata colmata la carenza di cibo, passando addirittura ad una sovrabbondanza di derrate alimentari in certe aree della Terra. Quindi sono state prese d’assalto le risorse naturali del globo terracqueo, per soddisfare i sempre più crescenti fabbisogni di energia di un’umanità ogni anno più avida, forte e longeva. Ora siamo al sovrappopolamento del pianeta, con un consumo di energia tale da prosciugare la Terra di ogni sua risorsa entro poche decine di anni. A quel punto l’umanità si estinguerà insieme a centinaia di altre specie animali. Un sacrificio necessario,“ terminò in tono sentenzioso il Sig. D.. “Così che la Terra, liberatasi del suo cancro, possa finalmente iniziare un nuovo ciclo di ricostruzione che durerà milioni e milioni di anni.”

M., con ancora l’eco di quelle apocalittiche parole nelle orecchie, tornò a guardare fuori dalla finestra. Vide un cencioso ragazzino che correva a rotta di collo, stringendo al petto tre grosse patate. Dietro di lui un poliziotto baffuto, che brandiva un manganello e soffiava nel fischietto, stentava a stargli alle calcagna. Entrambi svoltarono l’angolo e sparirono dalla sua vista.

M. si sentì inquieto. Quell’anacronistico paesaggio che gli appariva oltre al lurido vetro e le catastrofiche parole del Sig. D., gli avevano messo addosso una tremenda paura.

“Quindi è questo il suo gioco?” Domandò M., attonito. “Sta cercando di contrastare il sovrappopolamento del pianeta promettendo sogni fantastici in cambio di anni di vita?”

“Preferiresti un nuovo diluvio universale?” Rispose gelido il Sig. D. “Inoltre non è solo questo, il disegno è molto più ampio e complesso da spiegare. Ma hai compreso il concetto, anche se non ne hai afferrato il senso; a chi accetta il mio contratto, io offro – non prometto – una vita parallela piena di soddisfazioni. In cambio di ciò, si deve essere disposti a lasciare questo pianeta prematuramente.”

M., esterrefatto, tornò a guardare fuori dalla finestra. Vide una giovane dama, avvinghiata nel suo pesante e fasciato abito da passeggio, perdere sbadatamente sul marciapiede dietro di lei un fazzoletto di seta ricamato. Dal cassone carico di merci varie e sacchi di juta di un carro trainato da cavalli stanchi, un ragazzotto in logori abiti da lavoro saltò giù d’un balzo, raccolse da terra il pezzetto di tessuto pregiato e rincorse per qualche decina di metri l’ignara donna, impegnata in una fitta conversazione con la sua accompagnatrice. Il giovane raggiunse le due dame, le sorpassò e, parandovisi di fronte sfoderando un bel sorriso, si tolse il sudicio cappello di panno in segno di saluto. La giovane dama esitò. Istintivamente si strinse al corpo della sua accompagnatrice, di qualche anno più vecchia di lei e decisamente più nerboruta, che senza paura fissò minacciosamente il ragazzo, brandendo l’ombrellino che teneva in mano come un bastone. Ma quando la giovane dama vide quel lercio ragazzotto porgerle il suo fazzoletto ricamato, lasciò subito il braccio del donnone, che invece continuava a stare sulla difensiva, ed accettò quella pezzuola come se stesse ricevendo un inatteso omaggio floreale. Reso quel piccolo pezzo di seta alla legittima proprietaria, il ragazzo accennò ad un inchino di commiato ad entrambe le signore, nonostante una lo guardasse ancora in cagnesco e l’altra piacevolmente deliziata, quindi si calcò nuovamente il cappello in testa e rincorse a perdifiato il carro che lo doveva condurre al lavoro.

“E non c’è nessuna speranza?” Domandò in un soffio M., come se stesse parlando a se stesso. Poi, vista l’espressione incerta dipinta sul volto del Sig. D., si affrettò ad aggiungere. “Voglio dire: per l’umanità, non c’è proprio nessuna speranza? Quello che mi ha detto sul nostro destino è già stato scritto o qualcosa del genere? Non c’è alcuna via di scampo… non so, un modo per farla franca?”

“Farla franca, eh?” Ripeté il Sig. D. in tono greve. “Insomma qualcosa come: alla fine il bene sconfigge il male?”

M., mestamente, annuì col capo.

“Ma cos’è il bene e cos’è il male, mio caro M.” Riprese risoluto il Sig. D., brandendo minaccioso la fumante pipa. “Tu credi che io sia il male, mentre il bene potrebbe essere rincasare la sera e con un semplice gesto accendere una lampadina. Ma dietro a quel semplice gesto ci sono tonnellate di gas nocivi emessi nell’atmosfera, che causano la distruzione di un sottilissimo ma preciso equilibrio, che perdura da milioni di anni, e che l’uomo è stato capace di sbilanciare in pochi decenni.” Il Sig. D. tornò a guardare M. con espressione dura, accigliata. “Mi chiedi se c’è speranza? Beh, onestamente ti dico che c’è sempre speranza. Ma l’umanità è ormai troppo pigra, troppo cieca e troppo conformata per rendersi conto di dove sta andando e cosa deve fare per evitare il baratro. E tu, M., sei intimamente certo che questo sia un male? Il tuo problema è che vedi le cose da un punto di vista antropocentrico, e questo ti incute timore e ti preclude la comprensione del più ampio disegno che ti sto prospettando. Ma l’umanità deve estinguersi.” Il Sig. D. sottolineò questa frase battendo pesantemente un pugno sul logoro bracciolo della poltrona. “E’ l’unico modo che ha la Terra per sopravvivere.”

Quelle ultime parole, pronunciate in modo inequivocabilmente fatale dal Sig. D., stordirono M.

Per un momento si sentì perso. L’incredibile scenario che gli occupava la vista quando guardava fuori dalla finestra, era un paradosso superato solo da quello che gli si profilava in mente ripensando ai discorsi del Sig. D..

A proposito di paradossi, pensò M. iniziando a riprendersi dallo shock. C’era ancora un punto da chiarire in tutta quella bizzarra faccenda. “E quelle persone di là?” M. fece un cenno deciso col capo verso il fondo del soggiorno, dove imperversava ancora una fitta penombra. Ma lui sapeva esserci il suo amico Franco, la commessa dai capelli rossi e le due figure maschili senza volto. “Chi sono e che cosa vogliono?”

Il Sig. D. spense nuovamente il tabacco nella pipa. Quando rispose il suo tono di voce era pacato, amichevole. “Il tuo amico è la materializzazione della tua fantasia. Quando ti sei trovato confuso e hai avuto paura, poco fa, hai inconsciamente richiamato il pensiero di Franco, che si è materializzato qui. Questo perché, quando era ancora vivo, era l’unico che avesse il potere di infonderti il coraggio necessario per affrontare le situazioni difficili.” Il Sig. D. fece un sorriso malizioso. “La bella commessa ramata, invece, è stata una mia idea; come la ragazza dai capelli corvini al bar questa mattina e Rebecca nella metropolitana. Speravo di riuscire a convincerti più facilmente disseminando belle e intriganti ragazze sul tuo percorso.” D. svuotò il tabacco bruciato della pipa in un posacenere di marmo. “Ma in questo caso sono stato io a cadere in errore; invece avrei dovuto dirti subito la verità e confidare sul tuo buonsenso, invece che puntare su pulsioni carnali.”

“E quegli altri due figuri senza volto?” si affrettò a domandare M.

Il Sig. D. fece uno strano risolino. “Saranno i tuoi angeli custodi, mio caro M.. E sono senza volto appunto perché, di volta in volta che ne avrai bisogno, prenderanno le sembianze di chi meglio si adatterà alle circostanze che ti troverai ad affrontare.”

Dopo aver visto ciò che aveva visto attraverso quella finestra, ed aver udito ciò che il Sig. D. gli aveva raccontato, M. era ancora più confuso di poco prima, quando aveva seguito quell’ometto strampalato in quell’alloggio. E l’unica domanda che a quel punto gli venne in mente fu: perché proprio a me? Tuttavia si guardò ben bene dal pronunciarla ad alta voce, nonostante fosse certo che il Sig. D. l’avesse captata ugualmente.

Senza aggiungere una parola o guardarsi intorno, M. ritornò nel corridoio e infilò la porta per uscire da quell’appartamento. Sapeva che il Sig. D. lo avrebbe tenuto d’occhio, quindi non si preoccupò di salutarlo prima di andarsene.

Scese accoratamente tutte le rampe di scale che lo ricondussero al piano terreno. Afferrò la maniglia del pesante e cupo battente per lasciare definitivamente quel palazzo, incerto se al di là di quella soglia avrebbe trovato la nebbiosa Londra del millenovecento o l’inquinata Milano del duemila-dodici. Ma in quella circostanza, la domanda che più lo sconcertava era: possibile che non ci sia più speranza?

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quinto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 14:35
 
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