Capitolo 5B di Carla Parolisi

Su un tappeto di cielo, una faccia grossa e accigliata fatta di nuvole grigie, gonfia le guance per soffiare sulla terra un vento forte e tagliente. Marco si stringe nelle spalle e sposta le braccia conserte verso la sua schiena, come per scaldarsi di più, in un abbraccio immaginario che, invece, offre a se stesso.
Si sta prospettando il peggior autunno di quella saga che ha per vita.
Il suo respiro è ancora affannato. Ha lasciato quell’appartamento correndo lungo le scale come inseguito da qualcuno, con la paura negli occhi e nel cuore; una paura nuova che gli ha fatto capire come, nonostante tutto, ami la vita. Non l’ha realizzato subito. In quegli istanti, anzi, gli è sembrato di stare in un limbo. Ha avuto sensazioni simili a quelle di qualcuno che, uscito dal coma, gli aveva raccontato di aver vissuto in una condizione di sospensione tra la vita e la morte.
E’ scosso profondamente. Il suo animo è un vulcano che sta preparandosi lentamente ad eruttare. Il magma ribolle dall’interno, incandescente e spietato.
In strada, inizia a correre, ma un temporale improvviso lo spinge a trovare riparo sotto un atrio buio e solitario di un palazzo abbandonato nello spazio e nel tempo della propria immutabile e antica imponenza.
Si siede a terra, le gambe sollevate gli offrono le proprie ginocchia per cuscino, e piange. Piange a lungo, di un pianto disperato e liberatorio.
E’ ormai ora di cena, tutti sono già al chiuso delle loro tane. Marco si consola da solo pensando che quella folle giornata stia volgendo al termine. Quello che avverrà domani non gli interessa, forse scoprirà che tutto è finito, o forse, potrà ricominciare la sua giornata come qualsiasi altra, come voleva fare anche questa mattina.
Anche la paura che il Signor D. lo stesse ancora seguendo sembra svanita.
Le sue certezze traballano, ma ora è più sereno. Vede un po’ in lontananza, come offuscato dalla nebbia, un grande salone. Si chiede cosa stia avvenendo lì e va a curiosare. È un appartamento al piano terra di un palazzo antico e sontuoso. Sente odore di cibo e risate provenire dall’interno; rumore di tacchi e di passi leggeri e pesanti mescolarsi come in una danza. Ma sì, deve essere una festa. C’è gente che si diverte. La curiosità si fa seduttiva. Vuole cercare di vedere, ma delle tende di velluto rosso cadono pesanti a coprire da occhi indiscreti. Proprio gli occhi che ora ha Marco. Fa il giro del palazzo, evitando qualche pozzanghera, e scopre che da una finestra si può sbirciare perchè le tende sono rimaste aperte. Si alza in punta di piedi e sorprendentemente trova un salone affollato, direbbe, di cavalieri e dame, a giudicare da quegli abiti in perfetto stile ottocentesco, che danzano col viso coperto da maschere.
Trasportato in un mondo distante anni luce dalla realtà, quell’atmosfera lo incanta, cullandolo come si fa con un bambino per farlo addormentare. Quando i danzatori si siedono, però, nota in un angolo tre persone sedute in disparte, con le teste un po’ chine su una spalla e, quando volge loro lo sguardo, queste muovono le labbra in un sorriso. Stranamente non indossano la maschera, così Marco si stropiccia gli occhi per vedere meglio. Non ci crede, ma sono proprio la commessa dai rossi capelli, suo padre e Poletti. Ecco chi erano i due uomini senza volto in quell’appartamento. Marco inizia a sentire le gambe tremare, il battito accelera, sta quasi per svenire, lo sente. Poi avverte come un tocco sulla spalla e un lungo sospiro. Si gira. È Franco. Di nuovo lui. Di nuovo qui. Questa volta parla. Gli dice: “Hai già visto una persona per ogni aspetto della tua vita. Quelle che stanno danzando sono quelle che potrai ancora svelare. Alcune le conosci, altre no. Sognandole farai cadere le loro maschere”. Detto questo Franco prende un vicoletto buio sulla destra. Marco lo rincorre, ma l’amico, in un lampo, sparisce dalla sua vista. Grida forte il suo nome, così forte da squarciare il velo del sogno e far sentire il suo urlo nella realtà. Apre gli occhi. È sudato.
Dei passi si avvicinano a lui dall’interno del palazzo. Guarda l’orologio. Ormai è notte fonda. Chi sarà ora? Man mano gli si avvicina un’ombra gigante che anticipa il suo proprietario: è un clochard.
Porta addosso cappello di lana, cappotto e cattivo odore, ma ha lo sguardo buono. È venuto ad offrire dei cartoni a Marco, per coprirsi. Lo chiamano Zeno nel quartiere perché, una volta, uno studente di passaggio, non avendo soldi da offrirgli, tirò fuori dallo zaino l’unica cosa che possedeva e gliela regalò: “La coscienza di Zeno”. Fu così colpito da quel gesto, che non si è mai più separato da quel libro, anche ora, lo tiene appoggiato accanto a sé. Probabilmente deve essere stata la sua unica compagnia quando non riusciva a prendere sonno nelle notti in strada. Dopo qualche anno è invece riuscito a comprare un quaderno ed una penna e, a chi gliel’ha chiesto, ha raccontato di voler scrivere un libro raccogliendo storie per strada; le storie che si immaginano osservando la gente o quelle che, più sovente, vengono raccontate dai loro occhi.
Zeno ha vissuto in Francia per un bel pezzo di vita, era un imprenditore di successo, con una famiglia e una casa. Un giorno però, ha deciso di non voler sottostare alle convenzioni. Stanco della propria vita, ha deciso di cambiarla. Ne ha inventata una, come fa con i personaggi del suo quadernetto. Ha lasciato tutto e tutti e ha iniziato a vagare, di stazione in stazione, di cartone in cartone, fino a quando è arrivato in Italia, venti anni fa circa. Ora è libero, completamente libero, unico legislatore della sua vita. Nessuno immagina che aveva tutto e l’ha lasciato.
Dura circa due ore quel racconto di Zeno. Marco lo ha ascoltato senza interromperlo; affascinato, ma anche illuminato da un’idea che gli è venuta. Mancano poche ore al nuovo giorno. Andrà a lavoro, farà quello che avrebbe dovuto fare oggi e la sua vita sarà quella di sempre. Forse no, forse cambierà tutto: sparirà, andrà in un posto nuovo, dove nessuno lo conosce, inventerà una nuova vita come ha fatto Zeno. Così forse, neanche il Signor D. lo troverà.
Intanto, i suoi pensieri, liberi e vagabondi, errano come quel barbone, cercando riparo sotto cartoni secchi al sole, inzuppati di pioggia.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quinto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 13:18
 
Commento (1) | 18.10.2012
Commenti
  1. Dario scrive:

    Complimenti alla scrittrice, un racconto molto intenso ed emozionante, scritto in modo sobrio, scorrevole ed elegante.

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