Capitolo 5A di Tony Musicco

Si girò verso il Signor D. , con gli occhi rattristiti da quello pseudo incontro con l’amico perduto.
<<Mi spieghi che cos’è questa storia? E’ davvero Franco quello?>>. Il signor D. esitò per qualche istante, poi si lasciò andare alla risposta.
<<No>>
<<Ma allora, chi è?>>
<<E’ il ricordo che tu hai di lui>>
<<Il ricordo?>>
<<Si. Tu l’hai reso vivo con la tua mente, con i tuoi sogni. Per un istante, grazie a te, è tornato vivo, è venuto fuori dalla tua testa, dove si aggirava come un’ombra, ed è divenuto Franco, il tuo caro e vecchio amico>>
<<Ma se è davvero solo un ricordo, perché è ancora qui?>>
<<E’ questo il punto: “qui” è il limbo dove, d’ora in avanti, risiederanno i tuoi sogni>>
<<Cosa?>>
<<Vedi la commessa dai capelli rossi? L’hai creata tu. Ed ora, resterà qui, fin quando il tuo inconscio non la invocherà nuovamente>>
<<E quei due uomini senza volto? Chi sono?>>
<<Se non lo sai tu…sei stato tu ad evocarli>>
<<Io? Ma quando? Non mi pare di…un momento. Dov’è Rebecca?>>
<<Rebecca?>>
<<Si. La tizia della metropolitana>>
<<Se non è qui, vuol dire che è ancora in giro>>
<<In giro? Dove?
<<Ah, non lo so. E’ in giro, pronta a tornare da te. Evidentemente, il tuo inconscio non ha ancora finito con lei>>
<<Oddio>> M. si portò le mani alla testa. <<Tutto questo…è troppo per me…via. Voglio andare via da qui>> e si diresse verso la porta dalla quale lui e D. erano entrati.
<<Aspetta!>>
<<No, basta! Non voglio saperne più di ombre e ricordi…e sogni. Basta!>>. Aprì la porta e corse giù per le scale. Una volta fuori dal portone, si fermò per un attimo. Si piegò su se stesso, poggiando le braccia sulle sue ginocchia.
<<Ma che cavolo sta succedendo? Tutto questo non può essere vero>>.
Fece per girarsi e…il palazzo in stile vittoriano non c’era più. Al suo posto, un vecchio edificio con la vernice della facciata graffiata via dal tempo. Il portone dal quale era uscito correndo un’istante prima, era sparito. Al suo posto, un cassonetto poggiato contro il muro. M. spalancò gli occhi. Poi, s’avvicinò e spostò il bidone. Mattoni e nient’altro. Toccò la parete, temendo quasi d’essere tradito dai suoi occhi. Ma era così: il portone non c’era più. O forse, semplicemente, non c’era mai stato. <<Oddio, lo sapevo. Lo sapevo che prima o poi sarei impazzito!>>. Era un timore che aveva sempre avuto. Una zia di sua madre aveva contratto l’Alzheimer. Da bambino, prima che si ammalasse, andava a trovarla spesso. Era una simpatica signora grassa, con gli occhialoni e le guance tonde. Era molto simpatica. Aveva sempre caramelle e dolci vari da offrire al piccolo M. Dopo aver contratto la malattia, però, non gli fu più data possibilità di vederla. Sua madre, invece, continuava ad andare da lei. Ma ogni volta che tornava, era triste. Talvolta, M l’ascoltava commentare la salute della donna con suo padre.
<<Ormai non ci sta più con la testa. Dice cose senza senso. E non si accorge di nulla>>. M Aveva 13 anni. Da allora, la paura che anche lui potesse fare quella stessa fine gli si era infilata dentro. Una sorta di ipocondria che talvolta l’aveva portato a immaginare sé stesso da vecchio con indosso una camicia di forza, rinchiuso in una cella di isolamento. Quell’immagine tornò a tormentarlo in quel momento. <<Oddio. mi rinchiuderanno!>>
<<Ma questo libro dobbiamo leggerlo insieme o no?>>. Quella voce leggera lo raggiunse. Di scatto, si girò. Era lei. Era Rebecca. Aveva in mano la parte di libro che lui le aveva dato nel sogno.
<<Tu?>>
<<Io?>>
<<Sei qui?>>
<<Bé, si. Perché?>>. M. si portò una mano alla fronte.
<<Stai calmo…stai calmo…lei non esiste..lei non esiste…>> prese a ripetersi a bassa voce.
<<Ehi, va tutto bene?>> chiese lei, avvicinandosi.
<<Calmo…respira…calmo>>
<<M, cosa c’è?>> e con la mano gli toccò la spalla sinistra. A quel tocco, come preso da una scossa elettrica, si staccò da quella sua mano caritatevole.
<<Vattene! Va via!>>
<<Ma cosa dici?>>
<<Vattene! Tu non esisti!>>
<<Ma cosa…?>>
<<Lasciami in pace>> e corse via, uscendo dal vicolo. Continuò a correre ancora per un po’, senza una meta. Cosa fare? Dove andare? Non riusciva a pensare. Per un istante, pensò di andare all’ospedale e farsi ricoverare. Ma capì subito di non avere il coraggio sufficiente per farlo. Così, si sedette sui gradini che portavano ad una piccola porta marrone. Chiuse gli occhi per qualche istante. Quando gli riaprì, lei gli era davanti.
<<Perché non mi lasci in pace?>>
<<Guarda che sei tu che sei venuto a casa mia>>
<<Casa tua?>>. Alzò la testa e la vide indicare con un dito la porta dietro di lui.
<<Quella è casa mia>>
<<Oddio>>
<<Ti va di venire dentro?>>. Lui la guardò. I suoi occhi l’osservarono bene. Ogni punto del suo corpo non fu risparmiato dai suoi occhi. Si accorse nuovamente che era una bella donna. Lei gli tese la mano. Allora lui, con fare di arresa, allungò la sua mano e strinse quella di Rebecca e si tirò su. E, mano nella mano, varcarono la piccola porta marrone.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quinto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 13:01
 
Lascia un commento | 18.10.2012

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