Archivi del mese: ottobre 2012

scrittura_collettiva

Chiuse le votazioni del quinto capitolo di #scritturacollettiva

Buon giorno a tutti,
ci siamo, ci siamo! finalmente si chiudono le votazioni per il quinto capitolo del nostro libro. Decretare la vincitrice questa volta, non è stata impresa semplice! Complimenti comunque a Laura Barbangelo che, grazie ai voti dei partecipanti, risulta la vincitrice e apre la strada a nuove sfidanti avventure.

  1. Capitolo 5A di Tony Musicco 306 like – 0 voti autore
  2. Capitolo 5B di Carla Parolisi 233 like – 0 voti autore
  3. Capitolo 5C di Giulia Madonna 44  like – 1 voto autore (L. Barbangelo)
  4. Capitolo 5D di Luca Regis 26 like – 0 voti autore
  5. Capitolo  5E di Laura Barbangelo 15 like – 4 voti autore (Musicco, Parolisi, Madonna, Regis)

E se dai voti che leggete, non riuscite a capire come è potuto succedere, vi spieghiamo perché…

Il meccanismo di votazione e valorizzazione dei voti è strutturato in due componenti: voti interni (quelli dei concorrenti) e voti esterni (quelli provenienti da fb). Entrambe le votazioni concorrono al 50% del punteggio pieno, obiettivo da raggiungere per il vincitore.

Quindi un capitolo per vincere dovrà totalizzare 100 punti e 50 vengono assegnati dagli scrittori. Laura ne ha presi 40 dagli scrittori (50/5*4=40   50 punti diviso 5 scrittori moltiplicato 4 che l’anno votata).

Gli altri 50 punti vengono assegnati da Facebook: il totale dei voti facebook è stato 306+234+44+26+15=625

ogni singolo voto facebook dunque vale 50/625=0,08 punti

dunque Tony totalizza 0,08*306=24,48 punti.

Da aggiungere a Laura anche i suoi punti facebook 0,08*15=1,2 punti per un totale di 41,2 punti.

Vi aspettiamo perchè l’avventura continua e le sorprese iniziano ad essere più vicine! Chi sarà dei nostri?

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e i successivi

Pubblicato il martedì 30 ottobre 2012 - 12:58
 
Commenti (6) | 30.10.2012
ilvuotointornoAnordest

Il vuoto intorno

Morte. Rinascita. Cadere. Rialzarsi. Un ragazzo padre e suo figlio Down. Il racconto di una vita. Il racconto di una storia fatta di buchi e di vuoti, di cadute, di assenze che si sovrappongono e puzzano di insignificanza. Un padre che sfoga i suoi istinti frustrati sulle prostitute raccattate per strada. Una madre debole, fragile, alcolizzata, autolesionista, suicida. L’amore con una zingara dei nostri giorni in fuga dall’amore pedofilo e incestuoso di suo padre. La fuga verso la speranza, il viaggio alla ricerca di se stessi, del proprio valore, della propria storia. Il desiderio di distruggersi, di lasciarsi coprire dal male, di reificarsi. La prostituzione di un uomo in cerca del peccato. La possibilità di rinascere, di sconfiggere il male, di far tremare il vuoto prendendolo a morsi. La storia di come si può perdonare, morire e rinascere. La storia di come si può ancora amare nonostante tutto il male del mondo. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 29 ottobre 2012 - 12:54
 
Lascia un commento | 29.10.2012
COPERTINA INTRODUZIONE AL MONDO

Introduzione al mondo. Notizie minime sopra gli spacciatori di felicità

Il durissimo libro del giovane scrittore emergente di origini albanesi Idolo Voxhogli, recensito dalla critica letteraria Franca Alaimo e da Luigi Francesco Clemente, filosofo e traduttore.

Eccesso d’anima
1. Allegria e pornografia
Libro di brutale disincanto, Introduzione al mondo di Idolo Hoxhvogli mette in scena un’umanità spogliata d’ogni valore, inebetita dalla persuasione occulta, funestamente pervasa da meschini pregiudizi, un’umanità che ha come unico e temporaneo sacrario quello della fanciullezza, ben presto data in pasto alla deflorazione violenta, fisico-psichica. Continua a leggere »

Pubblicato il martedì 23 ottobre 2012 - 11:43
 
Commento (1) | 23.10.2012
copertinA

Il nero fascino del destino

Guido ha quarantanni e vive delle piccole rendite lasciate dai genitori. La sua vita è piatta, monotona, tranquilla. Felice? Cosa potrebbe accadere allora per riuscire a smuoverlo, se non l’amore, o la prospettiva di esso? Guido conosce per caso Lucia, aiutandola a ritrovare il suo gatto. Iniziano a frequentarsi piacevolmente, ma un giorno Guido trova Lucia in lacrime: un suo vicino di casa, giovane padre di famiglia, è scomparso nel nulla e Lucia sta vivendo il dramma dei suoi cari. Guido non ha niente da fare, quindi… perchè non occuparsene?  Continua a leggere »

Pubblicato il venerdì 19 ottobre 2012 - 12:28
 
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copertina libro

Tutti Cuochi (come prepararsi all’insana idea di diventare un vero cuoco)

Potrebbe sembrare un semplice libro di ricette, ma già dalla copertina la scrittrice e cuoca Giovanna Geremicca invita ogni lettore appassionato di cucina, a seguire un percorso di lettura che spronerà i “fissati” del food ad approfondire la propria passione e scoraggiare chi invece pensa che diventare cuochi o ristoratori sia una moda del momento da seguire. Una raccolta di ricette e segreti che sono innanzitutto racconti  e storie di vita, scritte in chiave comica da leggere d’un fiato per poi ritornare per sperimentare e gustare. Continua a leggere »

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 17:58
 
Lascia un commento | 18.10.2012

Prima i lettori: viaggia in rete un nuovo concorso per librofili

In Italia si scrive molto, ma si legge poco. Ciò nonostante alla fine sono i lettori a celebrare davvero – nell’anonimato – la scrittura. Nasce così il Concorso online “Prima i Lettori”, promosso dalla Associazione culturale L’Accordata, che premia chi ama la lettura e vuole segnalare e condividere i brani che più lo hanno emozionato, coinvolto, appassionato.
Un simbolico concorso, aperto e ‘dal basso’, senza giurie prefissate, ma affidato al giudizio collettivo, per premiare la scelta e la segnalazione di quei testi che più hanno colpito l’immaginazione e animato il piacere della lettura. Continua a leggere »

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 17:39
 
Lascia un commento | 18.10.2012
scrittura_collettiva

Via alle votazioni del quinto capitolo di #scritturacollettiva

Eccoci quasi a metà dell’opera! Siete pronti a votare il quinto capitolo del nostro libro? Qui sotto trovate i capitoli in gara di questo mese. Come sempre per votare dovete mettere un Like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 28 ottobre 2012.

  1. Capitolo 5A di Tony Musicco
  2. Capitolo 5B di Carla Parolisi
  3. Capitolo 5C di Giulia Madonna
  4. Capitolo 5D di Luca Regis
  5. Capitolo  5E di Laura Barbangelo

Invitiamo i partecipanti alla stesura del quinto capitolo, a votare uno dei capitoli in gara dei colleghi, utilizzando il form che trovate qui sotto. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà al 50% per la scelta.

Loading…

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e i capitoli successivi

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 14:43
 
Commenti (15) | 18.10.2012

Capitolo 5E di Laura Barbangelo

“Franco! Franco!” gridò a gran voce M. e la sua voce sembrava risuonare nell’aria piena di ansia e di sgomento alla vista di quell’apparizione, ormai inghiottia dall’oscurità.
Il Signor D. osservava la scena compiaciuto e divertito e, abbozzando un vago sorriso, si rivolse a M. con la solita calma, che aveva sempre contraddistinto i suoi gesti, da quando M. l’aveva conosciuto: “Non preoccuparti, il tuo amico sta bene. Solo non può sentirti. Nel posto dove si trova adesso non ci sono sofferenze né problemi, si vive come in una dimensione di sogno, sospesi nell’aria, fluttuando come le nuvole nel cielo. Un posto pieno di pace e serenità, proprio dove tutti vorrebbero essere, non è vero M.?”. Adesso l’aveva chiamato per nome e il suo nome pronunciato in quel modo e con quel tono così calmo e tranquillo, sembrò quasi paralizzare ogni sua reazione o replica. Ad un tratto la testa prese a pulsargli e a girargli vorticosamente, che M. fu quasi sul punto di cadere al suolo. Fece uno sforzo tremendo per riprendere il controllo di se stesso e per impedire ai suoi occhi, che si stavano intorpidendo, colti da un improvvisa sonnolenza, di chiudersi. Ma fu inutile: i suoi occhi furono vinti da un irresistibile torpore, le sue palpebre si fecero sempre più pesanti e in attimo il mondo attorno a sé scomparve. Una nube di ricordi avvolgeva ora la mente di M. come una fitta e impenetrabile nebbia, offuscandone i pensieri e riportandolo indietro a chissà quale tempo della sua vita passata. Gli sembrò quasi di vedere sfilare con gli occhi della mente, come rapidi fotogrammi della pellicola della sua vita, ricordi, emozioni, sensazioni, momenti difficili e lieti, volti, persone, suoni, colori, immagini….in un continuo e incessante fondersi e mescolarsi, finché tutto ciò non fu avvolto dal buio. Nel bel mezzo di quel tunnel oscuro in uno squarcio di luce apparve nuovamente Franco, che avanzava tremante verso di lui, protendendo le sue mani in una supplichevole richiesta di aiuto e pronunciando parole, confuse, il cui significato M. non riuscì a comprendere. Una frase, però, M. riusci a cogliere in modo nitido e inequivocabile: “Fà attenzione M., non fidarti di lui! Svegliati, apri gli occhi! Cerca di tornare in te! Sei ancora in tempo M., ma non devi continuare a dormire! Verrà il giorno che..” e la voce tacque bruscamente. M. aprì immediatamente gli occhi, forse sperando di individuare il punto esatto da cui proveniva la voce di Franco. Si guardò intorno e vide che era ancora nel salotto e che tutti gli arredi erano al loro posto. Ma era solo: il Signor D. sembrava scomparso e a quanto pare non si udivano rumori strani o altre presenze intorno. Quando M. fece per uscire dal salotto, udì però dei passi alle sue spalle e si voltò di scatto; quasi non riuscì a credere a quello che vide: una figura esile, dal viso gentile e amabile e dai capelli color argento raccolti in una crocchia. Si trattava della sua cara nonna, nonna Tilde, che lo guardava con quei suoi occhi benevoli, gli stessi che M. ricordava quando, da bambino, la nonna gli rimboccava le coperte o gli raccontava fantastiche storie di paesi e di tempi immaginari. “Nonna, nonna Tilde…sei…qui!” disse M. con voce strozzata dall’emozione.
La sua cara nonna, madre di sua madre, una presenza fondamentale nella vita di M., dal momento che si era presa cura di lui, dopo la morte di entrambi i genitori e la cui scomparsa era sintomo che da quel momento la vita per M. non sarebbe stata più la stessa. Nonna Tilde rimase in silenzio, si limitava a sorridere e a guardare il suo piccolo M., che aveva lasciato molti anni prima e che adesso era un uomo fatto e finito. Proprio mentre M. tentò di avvicinarsi alla cara nonna per abbracciarla, pieno di contentezza per averla ritrovata, si udì il fragore di un tuono e poco dopo tutto intorno ripiombò nel buio. M. si sentì nuovamente precipitare nel vuoto, come risucchiato dal vortice senza fine del tempo…. e ancora una voce riecheggiava lontano…. quella di Franco? Quella di nonna Tilde? O erano entrambe le voci? Una voce calda, morbida, carezzevole cercava ora di ridestarlo a poco a poco da quell’intorpidimento in cui era scivolato e che gli aveva procurato quelle strane e assurde visioni… quella voce a lui così familiare, poteva udirla nitidamente e avrebbe saputo riconoscerla…… “Marco…Marco…ehi Marco!”, “Eh sì!?” fece lui spalancando gli occhi con un sussulto. Si guardò intorno: il salotto e la strane visioni non c’erano più, ora era nel suo ufficio e davanti a sé lampeggiava il cursore sullo schermo, proprio dove si era interrotto nel terminare una frase di una relazione sulle vendite trimestrali, a cui stava lavorando. E in piedi di fronte a sé la persona a cui quella voce, così melodiosa, apparteneva: Martina, l’amica e collega a cui M. confidava ogni minimo pensiero o perplessità, sempre pronta a sostenerlo e a dispensargli buoni consigli ogni volta che ne aveva bisogno. Martina, una brava collega, sempre cordiale e sorridente, al punto che neanche un’ombra di malinconia sembrava scalfire tanta solarità che irradiava da tutto il suo essere. Martina gli trasmetteva proprio questo: era rassicurante, dava serenità e insegnava con la sua calma determinazione a risolvere tutte le difficoltà, senza lasciarsi scomporre e senza ansie. Come si dice, di fratello in sorella, eh sì perché anche suo fratello Franco si comportava nello stesso modo, affrontando tutto senza la minima esitazione. Marco aveva conosciuto Franco proprio grazie a Martina e da quel momento ne era nata una grande e fraterna amicizia, che niente e nessuno avrebbe potuto turbare, fino a che non arrivò quel maledetto giorno … “Marco, allora, la relazione è pronta? Marco… ma mi stai ascoltando?” chiese Martina in modo insistente. Per tutta risposta M. si limitò a guardarla, ma di uno sguardo i cui occhi vedevano altro, invece del proprio interlocutore. Ad un tratto pronunciò in un soffio “Franco…verrà quel giorno…”. Martina spazientita e un po’ preoccupata dallo strano comportamento di M. sbottò “M. ma che stai dicendo? Cosa c’entra mio fratello! Ma cosa ti prende oggi? Tra poco c’e una riunione di tutto lo staff con il capo… ma si può sapere cosa ti succede? Mi stai ascoltando?”. “Ah Martina!” M. si era finalmente liberato da quello stato di perenne e ovattato incanto ed era riuscito a tornare in sé; solo non si spiegava che cosa ci facesse in ufficio, visto che, in base ai suoi ricordi, quella strana mattina, dopo l’incontro con il Signor D., non ricordava di essersi recato al lavoro… Ma quanto tempo era passato? Aveva dormito? Sognato? Si era trattato davvero di un sogno e si era veramente svegliato in quel momento, sentendo la voce di Martina? “Scusa, Martina, ero sovrappensiero…. sai, ero così concentrato sulla relazione, che proprio non mi sono accorto del tuo arrivo…” cercò di giustificarsi M. “Beh diciamo che eri molto sovrappensiero, quasi ipnotizzato dallo schermo del computer, come se fossi su un altro pianeta o stessi sognando ad occhi aperti; mi stavo quasi preoccupando: non mi rispondevi proprio…” ridacchiò un poco Martina, nascondendo, però, dentro di sé il timore che M. non stesse attraversando un bel periodo e che questa volta, fosse restio a confidarsi con lei. Come aveva detto Martina? <>. Dopo alcuni attimi di silenzio M. ripresa la parola: “Martina, scusa se ti faccio questa domanda, che troverai assurda, ma ti prego di rispondermi lo stesso: oggi mi hai visto arrivare in ufficio?”
“Certo che ti ho visto, non ti ricordi? Siamo arrivati alla stessa ora e abbiamo preso l’ascensore insieme….M. cosa ti succede? Non ti senti bene? Cominci ad avere dei vuoti di memoria? C’è qualcosa che non va? Ti va di parlarne… sempre se vuoi”.
M. non sapeva se mettere o meno a parte Martina di quello strano incontro ed esitò un istante, alla fine vincendo ogni remora, si decise a raccontare alla sua collega cosa era accaduto in quel bar, prima che si accingesse a prendere la metropolitana: “Prima di venire in ufficio, mi è successa una cosa strana, davvero insolita: ero seduto al tavolino di un bar e stavo aspettando che mi servissero il caffè, quando ad un certo punto si rivolse a me uno strano tipo, un signore distinto, vestito con abiti eleganti e fuori moda, che mi fece uno strano discorso sul tempo. Pensando che fosse uno che volesse rifilarmi qualche prodotto, gli dissi risolutamente che volevo comprare nulla. Per tutta risposta mi disse che non aveva bisogno di nulla, tranne che del mio tempo e che questa notte avrei fatto un sogno e che in questo sogno avrei visto un uscio…In realtà è come se avessi già sognato…. io non ricordo neppure di essere arrivato in ufficio… in realtà oggi, invece di recarmi al lavoro ho preso la metropolitana e ho conosciuto una ragazza di nome Rebecca e le ho chiesto se le andasse di fare qualcosa insieme, giusto per conoscersi (non so neppure perché pensavo di dare un appuntamento ad una ragazza appena conosciuta….). Poi ci siamo recati insieme in una libreria e lì vedemmo un libro che non avevamo mai letto “L’amante di Lady Chatterly” di D.H. Lawrence… Insomma te la faccio breve, in questa libreria ho incontrato di nuovo questo strano personaggio, che dice di chiamarsi Signor D., credimi ho l’impressione che mi abbia seguito per tutto il tempo….”. M. proseguì, raccontando del vicolo cieco dove il Signor D. lo aveva condotto, del palazzo in stile vittoriano, dello strano appartamento che in esso si trovava e del salotto, dove M. ebbe le apparizioni prima di Franco, poi della cara nonna Tilde, nonché della sequenza di immagini del suo passato fino al sogno nel sogno che ebbe e all’ultimo risveglio, quando uscì definitivamente da quella dimensione onirica, grazie alla voce squillante di Martina, che era rimasta in uno sbigottito silenzio, stentando a credere a quel bizzarro racconto. “Un momento” lo interruppe Martina “ora che ci penso, è venuto circa mezz’ora fa un distinto signore, che ha chiesto di te, dicendo che tu lo conoscevi bene. Visto che stavi lavorando alla tua relazione, gli ho detto che eri impegnato e che l’avresti ricevuto a breve”.
“Un signore! Chi era? Ti ha detto come si chiama?”
“Quando ho provato a chiederlo, mi ha guardato fisso negli occhi; che strana quella sensazione, non te la saprei descrivere e di colpo mi sono dimenticata della domanda…. poi ha aggiunto che ti avrebbe aspettato e che nel frattempo sarebbe andato a salutare Poletti, visto che anni prima avevano lavorato insieme ad un progetto”.
Il Signor D. conosceva Poletti? Avevano lavorato insieme? Il cuore di M. prese a battere così forte, al punto da scuotere come una tempesta tutta la sua persona; ma M. non si scompose, prese coraggio e, alzandosi di scatto e lasciando la sua postazione, si diresse con passo deciso verso l’ufficio di Poletti. Voleva sapere se quella persona, che era venuto a cercarlo, fosse proprio lui, il misterioso e suadente Signor D. Questa volta lo avrebbe affrontato (ma chi in cuor suo: Poletti o il Signor D.?) e sarebbe andato fino in fondo. Quando fu davanti alla porta, prese un profondo respiro e bussò e una voce calma gli disse di entrare. Appena varcata la soglia (forse l’uscio del sogno o forse un altro uscio, una porta di ingresso verso un nuovo sogno) la sua vista si annebbiò lentamente e tutt’intorno divenne buio…

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quinto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 14:37
 
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Capitolo 5D di Luca Regis

“Accomodati qui.”

M. si voltò di scatto a guardare verso il Sig. D., ma lì non ve lo trovò. Invece se ne stava comodamente sprofondato in una delle due poltrone che arredavano la spoglia stanza.

Nella mano destra teneva una grossa pipa di legno, dal cui braciere saliva un filo di fumo bluastro che si disperdeva nell’ambiente, profumandolo di tabacco aromatizzato. Con la sinistra, dopo aver congedato allo stesso modo di poco prima il resto della sua truppa, invitandoli a rifugiarsi nell’ombra in fondo alla sala, fece cenno a M. di prendere posto nell’attigua poltrona. M., frastornato, non senza esitazioni assecondò il suo volere e si sedette incerto.

“Ti devo delle scuse M.,” esordì il Sig. D. in tono neutro. “Credevo tu fossi la persona giusta da premiare con questo mio regalo, ma a quanto pare mi sono sbagliato.”

Senza staccare i suoi occhi penetranti da quelli sbigottiti di M., tirò un’importante boccata dalla pipa e soffiò fuori il fumo. “Il tuo amico Franco, lui si che era un ragazzo coraggioso.” Continuò tagliente. “Non ha esitato a seguire i suoi sogni e ad obbedire ai suoi ideali di quando era giovane. Credeva fermamente nella legge e si è arruolato in polizia per farla rispettare. E’ prematuramente scomparso nell’adempimento del suo dovere e non ha avuto né onori né riconoscimenti ufficiali dopo la sua morte. E’ stato tumulato a soli ventitré anni, lasciando i suoi genitori piangere fiumi di lacrime amare, interrogandosi sul perché di quella tragedia.” Un’altra boccata di fumo. Il tono sentenzioso. “Tu, invece, sei un codardo!”

M. abbassò istintivamente lo sguardo, non riuscendo più a sostenere quello del suo interlocutore. Non è facile guardare in faccia la verità, pensò avvilito.

Il Sig. D. proseguì senza scrupoli. “Le piccole e grandi difficoltà che hai dovuto affrontare nella tua vita, sono problemi che chiunque altro, dotato di un poco più di autostima di te, avrebbe superato senza troppi indugi. Tu, invece, hai sempre preferito piangerti addosso e scaricare le colpe della tua miserabile esistenza sul resto del mondo. Hai sempre dato la colpa per le tue disavventure a tutto e tutti, fuorché a te stesso.

“Quando Lapo fuggì, egoista come sei, pensasti subito a quanto fu ingrato nell’abbandonarti. Ma non lo sai che gli animali sono incapaci di simili malvagità? Invece la verità è che il tuo cane ti è stato rubato da un gruppo di zingari, una sera che tentarono di intrufolarsi in casa tua per derubarti e lui, eroicamente, difese il vostro territorio. A causa di ciò morì di fame e di stenti, dopo essere stato tenuto per mesi legato ad una catena arrugginita in mezzo ai propri escrementi, senza acqua né cibo, se non poche ossa e qualche buccia di patata gettategli di tanto in tanto, e preso ripetutamente a bastonate.”

M. non riuscì a trattenere una lacrima raminga, che da troppo tempo dimorava nei suoi occhi senza trovare una via d’uscita. Alla fine la sua fuga lasciò sul viso di M. una sottile e umida striscia.

“Anche quando tua nonna morì cadesti in depressione,” riprese imperturbabile il Sig. D.. “Perché pensavi che fosse l’unica figura di tutto il tuo parentado in grado di comprenderti veramente. Invece non ti sei mai realmente reso conto di quanto la tua famiglia ti sia sempre stata vicina.”

M. fissava attonito il lercio pavimento in parquet, incapace di reagire alle apodittiche verità proferite dal Sig. D. che, dal canto suo, continuava nel suo ponderoso monologo. “Sei sempre stato un ingrato: hai voltato le spalle a tutto e a tutti e ti sei trasferito a Milano, credendo di ottenere subito e senza fatica quello che pretendevi. Ma quando hai capito che le cose erano più difficili del previsto, hai pensato bene di scaricare la colpa sulla città che non ti dava le giuste possibilità e su Poletti, quale unico responsabile dei tuoi fallimenti.”

Già, pensò M. contrito. Tempo addietro era arrivato assetato nella metropoli da bere, convinto di avere il bicchiere già mezzo pieno. Ma ben presto si rese conto che, come al solito, era quasi vuoto.

“Per non parlare di Lisa.” Proseguì inarrestabile il Sig. D.. “Quando ti ha lasciato hai subito dato la colpa al tuo misero stipendio. Invece non ti sei mai reso conto che semplicemente lei era esasperata dal tuo atteggiamento pessimistico. Cercava continuamente di spronarti affinché tu migliorassi la tua posizione all’interno dell’ufficio. Per il tuo bene. Ma tu niente: il Capo mi odia, Poletti mi osteggia, piagnucolavi continuamente. E alla fine non se l’è più sentita di sprecare il suo tempo con te, e altrettanto semplicemente ti ha voltato le spalle e se n’è andata.”

Finalmente il Sig. D. sembrava aver esaurito gli argomenti da rinfacciare a M. Si rilassò nella poltrona e si portò alla bocca la pipa ormai spenta. Con un fiammifero riattizzò il tabacco nel braciere e si riempì la bocca con un’abbondante tirata. Indugiò qualche secondo, inebriandosi di quel sapore forte e dolciastro, prima di espellere lo spesso fumo dalle narici e dalle labbra socchiuse.

M. restò silenzioso a fissare quell’azzimato uomo seduto di fianco a lui, avvolto da una spessa nebbia secca e aromatica. Nessuno prima di allora gli aveva mai spiattellato in faccia così tante scomode verità. Oltretutto con cotanta sfacciata naturalezza. Ma il peggio era, ne convenne M., che il Sig. D. aveva perfettamente ragione.

“Ma allora…” Domandò con un senso di inquietudine nella voce. “Che cosa dovrei fare?”

Il Sig. D. sbuffò l’ennesima boccata di fumo e spense il tabacco incenerito nel braciere, pressandolo con un apposito arnese metallico. “E’ tutta la mattina che cerco di dirtelo.” Rispose seccamente. “Innanzi tutto devi fidarti di me e non vedermi come una minaccia. Piuttosto come una guida. In secondo luogo devi assecondare le mie richieste, anche se ti possono sembrare assurde. Ma questa è una conseguenza del punto uno.”

“Quindi dovrei andare a dormire?” Domandò M., incerto.

“Esattamente: ti dovrai addormentare e, quando inizierai a sognare, attraversare la soglia che ti apparirà davanti. Una volta che l’avrai varcata il nostro contratto sarà valido, ed un nuovo mondo ti si delineerà. Ma ti voglio ricordare le regole: per ogni ora di sogno perderai un anno di vita reale.”

“D’accordo allora, proverò a fidarmi.” Disse M., con un cauto ottimismo nella voce. “Questa sera, quando mi addormenterò, varcherò quella soglia e vedremo cosa mi succederà.”

“Ancora non ti fidi di me, vero M.?” Gli rispose il Sig. D. in tono quasi affettuoso. “Ma va bene, in fondo è normale che sia così. D’altro canto tu non sei affatto un ragazzo avventato. Tuttavia il mio suggerimento è quello di approfittare subito di questa mia offerta, senza aspettare stasera.”

“Ma io devo andare al lavoro…” obiettò M., pensando che forse la giornata non era ancora del tutto persa.

“Scordati quell’ufficio. Oggi sei stato licenziato.” Lo informò placidamente il Sig. D.. “Il tuo immotivato ritardo di questa mattina ha fatto si che Poletti spingesse col Capo affinché ti lasciasse a casa. E così è stato.” Il Sig. D. cavò dal taschino interno della giacca un orologio a cipolla d’oro massiccio, e guardando le lancette disse: “Riceverai un freddo ed impersonale messaggio sul tuo telefonino tra tre, due, uno…”

Bip, Bip.

Il cellulare di M. emise un doppio tono acuto e vibrò nella tasca dei pantaloni, annunciando la ricezione di un messaggio. M. lo lesse incredulo: effettivamente confermava quanto preannunciato dal Sig. D., cioè che l’Azienda aveva deciso di terminare anticipatamente il contratto di collaborazione che aveva stipulato con lui, a causa del suo scarso rendimento.

M. sentì una vampata di calore salirgli al volto: quell’infame di Poletti, pensò furioso, quel bastardo del Capo e tutti i suoi collaboratori leccaculo, quella stronza dell’ufficio del personale che…

Istintivamente guardò verso il Sig. D., intento a riempire la pipa con del tabacco fresco, scuotendo impercettibilmente la testa con un pietoso sorriso sulle labbra.

Dopo aver attizzato il tabacco con un fiammifero ed aver aspirato avidamente un paio di boccate di fumo, il Sig. D. tornò a rivolgersi a M. in tono benevolo: “Non è stata Maria, quella stronza dell’ufficio del personale come la chiami tu, a decidere di licenziarti.” Il Sig. D. leggeva i pensieri di M. come un libro aperto. ”E non è stato nemmeno Poletti. Lui ha fatto di tutto per osteggiarti, è vero, ma la decisione finale l’ha presa il Capo. Perché ogni volta che ha avuto bisogno di te tu non ti sei fatto trovare pronto.”

Un anello di fumo uscì rapido dalla sua bocca, finendo dissolto tra la foschia azzurra che persisteva in quell’angusta stanza.

“Inoltre, ti sei mai chiesto perché Poletti ha sempre avuto quell’atteggiamento indisponente nei tuoi confronti?” Continuò secco il Sig. D.. “La risposta è semplice: perché ti temeva. Ma tu gli hai dato gioco facile. Non lo hai mai affrontato apertamente e gli hai permesso di minare la tua reputazione all’interno dell’ufficio. Ti sarebbe bastato far valere le tue idee alla riunione preliminare che avete avuto mesi fa, al cospetto del Capo, quando Poletti ha subdolamente rubato i tuoi progetti spacciandoli per suoi. Invece hai preferito angustiarti in silenzio, nell’indifferenza di tutti, e scaricare la colpa sul Capo che non ti ha dato modo di esprimerti.”

M. decise che aveva sentito abbastanza. Si alzò dalla poltrona, risoluto. “D’accordo, ho afferrato il messaggio.” Disse a denti stretti. “La mia penosa esistenza è il frutto delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita, in assoluta autonomia E la mia impossibilità ad uscirne è dovuta dall’incapacità che ho di rendermi conto che io e soltanto io sono l’artefice del mio destino.”

Stringendo saldamente la pipa tra i denti, con un compiaciuto sorriso sulle labbra il Sig. D. applaudì ironicamente M.: “Finalmente hai afferrato il concetto, ragazzo mio. Ora non ti resta altro da fare che seguire i miei consigli, e vedrai che la tua vita cambierà.” Fece una pausa, aspirò dalla pipa e senza indugi restituì il fumo alla stanza. “Oh, se cambierà!” Concluse con una certa eccitazione nella voce e una strana luce negli occhi.

Nel frattempo M., non riuscendo più e starsene fermo a rivivere i flashback della sua vita, si era portato vicino alla finestra che dava sullo stretto e buio vicolo da dove era passato per entrare in quello strano palazzo. Tuttavia quando vi si affacciò non vide la caotica e moderna Milano che conosceva bene, ma una città a lui del tutto sconosciuta. Il cielo plumbeo, di un grigio più scuro ed intenso di quello che solitamente sovrasta la metropoli meneghina, quasi non si distingueva dalla fitta nebbia che avvolgeva tutto il resto. E dalla strada non provenivano i familiari rumori delle auto impazienti ai semafori; bensì lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli che, fustigati impetuosamente dai loro cocchieri, trainavano a fatica carri carichi di merci od eleganti carrozze occupate da eleganti signori con mantello e cilindro.

M. si voltò di scatto verso il Sig. D.: “Ma dove siamo?” domandò agitato.

“Siamo a casa mia, nella mia città: Londra. Nel mio tempo, esattamente nell’anno millenovecento.” Rispose il Sig. D. sistemandosi meglio nella poltrona. Aspirò una importante boccata dalla pipa. Pensieroso, esitò qualche istante col fumo in bocca, quindi lo espulse in un soffio stringendo le labbra. Si voltò a guardare M., lo sguardo minaccioso. “Precisamente siamo agli albori di un secolo nefasto per l’umanità. A causa degli eventi che succederanno in questi cento anni che si apprestano a venire, il genere umano è destinato a scomparire entro i primi cento del nuovo millennio.” La sottile bocca del Sig. D. si arcuò in un ghigno crudele. “No ragazzo mio,” aggiunse salace, intuendo come al solito i pensieri di M.. “Non mi riferisco alle guerre, ai genocidi, alle bombe atomiche, alle armi chimiche. Da quando l’uomo ha messo piede sulla terra si è sempre fatto la guerra da solo. E’ genetico, è un tratto distintivo ed ereditario dell’essere umano, come l’istinto del cacciatore per il leone o quello di migrare per le oche selvatiche. Col passare dei millenni è solo cambiato il pretesto per guerreggiare, e le armi si sono evolute, ma la natura dell’uomo è sempre stata quella di voler dominare su tutto e su tutti.” Un’altra boccata di fumo, un altro velo biancastro che si insinuava per un attimo tra lui e M., per poi diradarsi nell’ambiente come un sipario aperto per il pubblico. “Invece ti sembrerà assurdo,” riprese caustico il Sig. D., “ma la causa dei mali dell’umanità sta proprio nell’elevato benessere che ha raggiunto in questo secolo. Dapprima sono state debellate malattie infettive che causavano la morte prematura di milioni di persone, praticamente raddoppiando l’aspettativa di vita di ogni individuo. Poi è stata colmata la carenza di cibo, passando addirittura ad una sovrabbondanza di derrate alimentari in certe aree della Terra. Quindi sono state prese d’assalto le risorse naturali del globo terracqueo, per soddisfare i sempre più crescenti fabbisogni di energia di un’umanità ogni anno più avida, forte e longeva. Ora siamo al sovrappopolamento del pianeta, con un consumo di energia tale da prosciugare la Terra di ogni sua risorsa entro poche decine di anni. A quel punto l’umanità si estinguerà insieme a centinaia di altre specie animali. Un sacrificio necessario,“ terminò in tono sentenzioso il Sig. D.. “Così che la Terra, liberatasi del suo cancro, possa finalmente iniziare un nuovo ciclo di ricostruzione che durerà milioni e milioni di anni.”

M., con ancora l’eco di quelle apocalittiche parole nelle orecchie, tornò a guardare fuori dalla finestra. Vide un cencioso ragazzino che correva a rotta di collo, stringendo al petto tre grosse patate. Dietro di lui un poliziotto baffuto, che brandiva un manganello e soffiava nel fischietto, stentava a stargli alle calcagna. Entrambi svoltarono l’angolo e sparirono dalla sua vista.

M. si sentì inquieto. Quell’anacronistico paesaggio che gli appariva oltre al lurido vetro e le catastrofiche parole del Sig. D., gli avevano messo addosso una tremenda paura.

“Quindi è questo il suo gioco?” Domandò M., attonito. “Sta cercando di contrastare il sovrappopolamento del pianeta promettendo sogni fantastici in cambio di anni di vita?”

“Preferiresti un nuovo diluvio universale?” Rispose gelido il Sig. D. “Inoltre non è solo questo, il disegno è molto più ampio e complesso da spiegare. Ma hai compreso il concetto, anche se non ne hai afferrato il senso; a chi accetta il mio contratto, io offro – non prometto – una vita parallela piena di soddisfazioni. In cambio di ciò, si deve essere disposti a lasciare questo pianeta prematuramente.”

M., esterrefatto, tornò a guardare fuori dalla finestra. Vide una giovane dama, avvinghiata nel suo pesante e fasciato abito da passeggio, perdere sbadatamente sul marciapiede dietro di lei un fazzoletto di seta ricamato. Dal cassone carico di merci varie e sacchi di juta di un carro trainato da cavalli stanchi, un ragazzotto in logori abiti da lavoro saltò giù d’un balzo, raccolse da terra il pezzetto di tessuto pregiato e rincorse per qualche decina di metri l’ignara donna, impegnata in una fitta conversazione con la sua accompagnatrice. Il giovane raggiunse le due dame, le sorpassò e, parandovisi di fronte sfoderando un bel sorriso, si tolse il sudicio cappello di panno in segno di saluto. La giovane dama esitò. Istintivamente si strinse al corpo della sua accompagnatrice, di qualche anno più vecchia di lei e decisamente più nerboruta, che senza paura fissò minacciosamente il ragazzo, brandendo l’ombrellino che teneva in mano come un bastone. Ma quando la giovane dama vide quel lercio ragazzotto porgerle il suo fazzoletto ricamato, lasciò subito il braccio del donnone, che invece continuava a stare sulla difensiva, ed accettò quella pezzuola come se stesse ricevendo un inatteso omaggio floreale. Reso quel piccolo pezzo di seta alla legittima proprietaria, il ragazzo accennò ad un inchino di commiato ad entrambe le signore, nonostante una lo guardasse ancora in cagnesco e l’altra piacevolmente deliziata, quindi si calcò nuovamente il cappello in testa e rincorse a perdifiato il carro che lo doveva condurre al lavoro.

“E non c’è nessuna speranza?” Domandò in un soffio M., come se stesse parlando a se stesso. Poi, vista l’espressione incerta dipinta sul volto del Sig. D., si affrettò ad aggiungere. “Voglio dire: per l’umanità, non c’è proprio nessuna speranza? Quello che mi ha detto sul nostro destino è già stato scritto o qualcosa del genere? Non c’è alcuna via di scampo… non so, un modo per farla franca?”

“Farla franca, eh?” Ripeté il Sig. D. in tono greve. “Insomma qualcosa come: alla fine il bene sconfigge il male?”

M., mestamente, annuì col capo.

“Ma cos’è il bene e cos’è il male, mio caro M.” Riprese risoluto il Sig. D., brandendo minaccioso la fumante pipa. “Tu credi che io sia il male, mentre il bene potrebbe essere rincasare la sera e con un semplice gesto accendere una lampadina. Ma dietro a quel semplice gesto ci sono tonnellate di gas nocivi emessi nell’atmosfera, che causano la distruzione di un sottilissimo ma preciso equilibrio, che perdura da milioni di anni, e che l’uomo è stato capace di sbilanciare in pochi decenni.” Il Sig. D. tornò a guardare M. con espressione dura, accigliata. “Mi chiedi se c’è speranza? Beh, onestamente ti dico che c’è sempre speranza. Ma l’umanità è ormai troppo pigra, troppo cieca e troppo conformata per rendersi conto di dove sta andando e cosa deve fare per evitare il baratro. E tu, M., sei intimamente certo che questo sia un male? Il tuo problema è che vedi le cose da un punto di vista antropocentrico, e questo ti incute timore e ti preclude la comprensione del più ampio disegno che ti sto prospettando. Ma l’umanità deve estinguersi.” Il Sig. D. sottolineò questa frase battendo pesantemente un pugno sul logoro bracciolo della poltrona. “E’ l’unico modo che ha la Terra per sopravvivere.”

Quelle ultime parole, pronunciate in modo inequivocabilmente fatale dal Sig. D., stordirono M.

Per un momento si sentì perso. L’incredibile scenario che gli occupava la vista quando guardava fuori dalla finestra, era un paradosso superato solo da quello che gli si profilava in mente ripensando ai discorsi del Sig. D..

A proposito di paradossi, pensò M. iniziando a riprendersi dallo shock. C’era ancora un punto da chiarire in tutta quella bizzarra faccenda. “E quelle persone di là?” M. fece un cenno deciso col capo verso il fondo del soggiorno, dove imperversava ancora una fitta penombra. Ma lui sapeva esserci il suo amico Franco, la commessa dai capelli rossi e le due figure maschili senza volto. “Chi sono e che cosa vogliono?”

Il Sig. D. spense nuovamente il tabacco nella pipa. Quando rispose il suo tono di voce era pacato, amichevole. “Il tuo amico è la materializzazione della tua fantasia. Quando ti sei trovato confuso e hai avuto paura, poco fa, hai inconsciamente richiamato il pensiero di Franco, che si è materializzato qui. Questo perché, quando era ancora vivo, era l’unico che avesse il potere di infonderti il coraggio necessario per affrontare le situazioni difficili.” Il Sig. D. fece un sorriso malizioso. “La bella commessa ramata, invece, è stata una mia idea; come la ragazza dai capelli corvini al bar questa mattina e Rebecca nella metropolitana. Speravo di riuscire a convincerti più facilmente disseminando belle e intriganti ragazze sul tuo percorso.” D. svuotò il tabacco bruciato della pipa in un posacenere di marmo. “Ma in questo caso sono stato io a cadere in errore; invece avrei dovuto dirti subito la verità e confidare sul tuo buonsenso, invece che puntare su pulsioni carnali.”

“E quegli altri due figuri senza volto?” si affrettò a domandare M.

Il Sig. D. fece uno strano risolino. “Saranno i tuoi angeli custodi, mio caro M.. E sono senza volto appunto perché, di volta in volta che ne avrai bisogno, prenderanno le sembianze di chi meglio si adatterà alle circostanze che ti troverai ad affrontare.”

Dopo aver visto ciò che aveva visto attraverso quella finestra, ed aver udito ciò che il Sig. D. gli aveva raccontato, M. era ancora più confuso di poco prima, quando aveva seguito quell’ometto strampalato in quell’alloggio. E l’unica domanda che a quel punto gli venne in mente fu: perché proprio a me? Tuttavia si guardò ben bene dal pronunciarla ad alta voce, nonostante fosse certo che il Sig. D. l’avesse captata ugualmente.

Senza aggiungere una parola o guardarsi intorno, M. ritornò nel corridoio e infilò la porta per uscire da quell’appartamento. Sapeva che il Sig. D. lo avrebbe tenuto d’occhio, quindi non si preoccupò di salutarlo prima di andarsene.

Scese accoratamente tutte le rampe di scale che lo ricondussero al piano terreno. Afferrò la maniglia del pesante e cupo battente per lasciare definitivamente quel palazzo, incerto se al di là di quella soglia avrebbe trovato la nebbiosa Londra del millenovecento o l’inquinata Milano del duemila-dodici. Ma in quella circostanza, la domanda che più lo sconcertava era: possibile che non ci sia più speranza?

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quinto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 14:35
 
Lascia un commento | 18.10.2012

Capitolo 5C di Giulia Madonna

M. sente un sussulto al cuore. Improvvisamente si rende conto che non vuole perdere l’occasione di riabbracciare il suo amico. Così si rivolge a D. con voce alta e decisa:

“Nooo!! D., cosa fa? Ho voglia di riabbracciarlooo!!”

Come d’incanto Franco riappare con le braccia spalancate e il suo sorriso inconfondibile. M. gli si butta addosso e lo stringe forte a sé. In quel magico istante, nel calore incontenibile dell’abbraccio, M. rivede passare davanti ai suoi occhi tutti i giorni che hanno vissuto insieme.

Le mille scorribande affrontate da ragazzi prendono corpo nella mente di M. e si susseguono in una sequenza impazzita. Ogni gioco, ogni marachella, ogni follia condivisa, M. risente tutto sulla sua pelle e nella sua pancia. La loro banda era composta da cinque ragazzi, Franco da subito ne era stato il capo indiscusso, per via del suo coraggio e la sua lealtà. Quante volte, proprio Franco, li aveva salvati dai guai e aveva sciolto quel nodo in gola che si forma quando si ha paura. Franco incarnava da sempre l’immagine dell’eroe, con il suo sguardo fiero e il suo sorriso riusciva a regalare la serenità a chiunque avesse di fronte.
Quanto strazio provarono tutti e quattro alla notizia della morte di Franco, un fatto ingiusto proprio perché prematuro. Quello stesso dolore, ora, inizia ad inondare il cuore di M. e le lacrime cominciano a scendere fitte sul suo volto.
Immediatamente la mano di Franco comincia ad accarezzare dolcemente il viso di M.

“No, M., non piangere! Io sono sereno e non soffro perché nella mia vita, seppur breve, ho sempre fatto esattamente ciò in cui ho creduto. Anche la morte, l’ho affrontata con coraggio e forza perché stavo svolgendo il mio dovere di poliziotto in servizio. Stai tranquillo M.
Tu, piuttosto, cerca di realizzare i tuoi sogni e mettere in pratica tutti i progetti che hai fatto sin da bambino! Ricordi quante speranze avevamo e come aspettavamo ansiosi di diventare grandi per realizzarle? Vivi la tua vita, M., fino in fondo, e non lasciare che ti sfugga tra le dita!”

In quel preciso istante Franco, con tutto il bagaglio di ricordi carico di emozioni, sparisce e
M. sente addosso un freddo intenso.

Quelle parole scavano in profondo, dentro il cuore, e riaccendono dubbi e incertezze.

Quanti sogni ad occhi aperti avevano fatto tutti e cinque assieme, nelle interminabili sere d’estate, sotto la grande quercia, riuniti in circolo, con gli occhi puntati al cielo, in cerca di una stella cadente, che potesse presagire la realizzazione delle loro speranze. Tutti i loro sogni, poi, M. li aveva traditi, uno ad uno, giorno dopo giorno, sin dalla prima piccola difficoltà che aveva incontrato sul suo percorso.

Solo ora M. riesce a sentire il peso del rimorso e quell’enorme dolore lo scuote forte.

Le parole accorate di Franco cominciano a risuonargli nelle orecchie:”…vivi la tua vita, fino in fondo, e non lasciare che ti sfugga tra le dita!”

M. sente una scossa che lo riporta improvvisamente nella realtà. E’ di nuovo in strada. Non c’è D. e nessuna delle sue solite diavolerie. E’ in questo preciso istante che M. prende, finalmente, piena coscienza di sé. Decide che seguirà il monito del suo caro amico Franco. Sì! Inizierà a vivere fino in fondo la sua vita, senza sprecarne neppure un istante. M. è deciso, sicuro di ciò che farà d’ora in poi.
Ora deve andare in ufficio per affrontare tutte le sue responsabilità, senza remore o esitazioni.

Così, sebbene ancora molto emozionato dalla forte esperienza appena vissuta, M. prende forza in sé e s’incammina, senza più paura, verso il suo domani.

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Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 14:32
 
Commenti (6) | 18.10.2012

Capitolo 5B di Carla Parolisi

Su un tappeto di cielo, una faccia grossa e accigliata fatta di nuvole grigie, gonfia le guance per soffiare sulla terra un vento forte e tagliente. Marco si stringe nelle spalle e sposta le braccia conserte verso la sua schiena, come per scaldarsi di più, in un abbraccio immaginario che, invece, offre a se stesso.
Si sta prospettando il peggior autunno di quella saga che ha per vita.
Il suo respiro è ancora affannato. Ha lasciato quell’appartamento correndo lungo le scale come inseguito da qualcuno, con la paura negli occhi e nel cuore; una paura nuova che gli ha fatto capire come, nonostante tutto, ami la vita. Non l’ha realizzato subito. In quegli istanti, anzi, gli è sembrato di stare in un limbo. Ha avuto sensazioni simili a quelle di qualcuno che, uscito dal coma, gli aveva raccontato di aver vissuto in una condizione di sospensione tra la vita e la morte.
E’ scosso profondamente. Il suo animo è un vulcano che sta preparandosi lentamente ad eruttare. Il magma ribolle dall’interno, incandescente e spietato.
In strada, inizia a correre, ma un temporale improvviso lo spinge a trovare riparo sotto un atrio buio e solitario di un palazzo abbandonato nello spazio e nel tempo della propria immutabile e antica imponenza.
Si siede a terra, le gambe sollevate gli offrono le proprie ginocchia per cuscino, e piange. Piange a lungo, di un pianto disperato e liberatorio.
E’ ormai ora di cena, tutti sono già al chiuso delle loro tane. Marco si consola da solo pensando che quella folle giornata stia volgendo al termine. Quello che avverrà domani non gli interessa, forse scoprirà che tutto è finito, o forse, potrà ricominciare la sua giornata come qualsiasi altra, come voleva fare anche questa mattina.
Anche la paura che il Signor D. lo stesse ancora seguendo sembra svanita.
Le sue certezze traballano, ma ora è più sereno. Vede un po’ in lontananza, come offuscato dalla nebbia, un grande salone. Si chiede cosa stia avvenendo lì e va a curiosare. È un appartamento al piano terra di un palazzo antico e sontuoso. Sente odore di cibo e risate provenire dall’interno; rumore di tacchi e di passi leggeri e pesanti mescolarsi come in una danza. Ma sì, deve essere una festa. C’è gente che si diverte. La curiosità si fa seduttiva. Vuole cercare di vedere, ma delle tende di velluto rosso cadono pesanti a coprire da occhi indiscreti. Proprio gli occhi che ora ha Marco. Fa il giro del palazzo, evitando qualche pozzanghera, e scopre che da una finestra si può sbirciare perchè le tende sono rimaste aperte. Si alza in punta di piedi e sorprendentemente trova un salone affollato, direbbe, di cavalieri e dame, a giudicare da quegli abiti in perfetto stile ottocentesco, che danzano col viso coperto da maschere.
Trasportato in un mondo distante anni luce dalla realtà, quell’atmosfera lo incanta, cullandolo come si fa con un bambino per farlo addormentare. Quando i danzatori si siedono, però, nota in un angolo tre persone sedute in disparte, con le teste un po’ chine su una spalla e, quando volge loro lo sguardo, queste muovono le labbra in un sorriso. Stranamente non indossano la maschera, così Marco si stropiccia gli occhi per vedere meglio. Non ci crede, ma sono proprio la commessa dai rossi capelli, suo padre e Poletti. Ecco chi erano i due uomini senza volto in quell’appartamento. Marco inizia a sentire le gambe tremare, il battito accelera, sta quasi per svenire, lo sente. Poi avverte come un tocco sulla spalla e un lungo sospiro. Si gira. È Franco. Di nuovo lui. Di nuovo qui. Questa volta parla. Gli dice: “Hai già visto una persona per ogni aspetto della tua vita. Quelle che stanno danzando sono quelle che potrai ancora svelare. Alcune le conosci, altre no. Sognandole farai cadere le loro maschere”. Detto questo Franco prende un vicoletto buio sulla destra. Marco lo rincorre, ma l’amico, in un lampo, sparisce dalla sua vista. Grida forte il suo nome, così forte da squarciare il velo del sogno e far sentire il suo urlo nella realtà. Apre gli occhi. È sudato.
Dei passi si avvicinano a lui dall’interno del palazzo. Guarda l’orologio. Ormai è notte fonda. Chi sarà ora? Man mano gli si avvicina un’ombra gigante che anticipa il suo proprietario: è un clochard.
Porta addosso cappello di lana, cappotto e cattivo odore, ma ha lo sguardo buono. È venuto ad offrire dei cartoni a Marco, per coprirsi. Lo chiamano Zeno nel quartiere perché, una volta, uno studente di passaggio, non avendo soldi da offrirgli, tirò fuori dallo zaino l’unica cosa che possedeva e gliela regalò: “La coscienza di Zeno”. Fu così colpito da quel gesto, che non si è mai più separato da quel libro, anche ora, lo tiene appoggiato accanto a sé. Probabilmente deve essere stata la sua unica compagnia quando non riusciva a prendere sonno nelle notti in strada. Dopo qualche anno è invece riuscito a comprare un quaderno ed una penna e, a chi gliel’ha chiesto, ha raccontato di voler scrivere un libro raccogliendo storie per strada; le storie che si immaginano osservando la gente o quelle che, più sovente, vengono raccontate dai loro occhi.
Zeno ha vissuto in Francia per un bel pezzo di vita, era un imprenditore di successo, con una famiglia e una casa. Un giorno però, ha deciso di non voler sottostare alle convenzioni. Stanco della propria vita, ha deciso di cambiarla. Ne ha inventata una, come fa con i personaggi del suo quadernetto. Ha lasciato tutto e tutti e ha iniziato a vagare, di stazione in stazione, di cartone in cartone, fino a quando è arrivato in Italia, venti anni fa circa. Ora è libero, completamente libero, unico legislatore della sua vita. Nessuno immagina che aveva tutto e l’ha lasciato.
Dura circa due ore quel racconto di Zeno. Marco lo ha ascoltato senza interromperlo; affascinato, ma anche illuminato da un’idea che gli è venuta. Mancano poche ore al nuovo giorno. Andrà a lavoro, farà quello che avrebbe dovuto fare oggi e la sua vita sarà quella di sempre. Forse no, forse cambierà tutto: sparirà, andrà in un posto nuovo, dove nessuno lo conosce, inventerà una nuova vita come ha fatto Zeno. Così forse, neanche il Signor D. lo troverà.
Intanto, i suoi pensieri, liberi e vagabondi, errano come quel barbone, cercando riparo sotto cartoni secchi al sole, inzuppati di pioggia.

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Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 13:18
 
Commento (1) | 18.10.2012

Capitolo 5A di Tony Musicco

Si girò verso il Signor D. , con gli occhi rattristiti da quello pseudo incontro con l’amico perduto.
<<Mi spieghi che cos’è questa storia? E’ davvero Franco quello?>>. Il signor D. esitò per qualche istante, poi si lasciò andare alla risposta.
<<No>>
<<Ma allora, chi è?>>
<<E’ il ricordo che tu hai di lui>>
<<Il ricordo?>>
<<Si. Tu l’hai reso vivo con la tua mente, con i tuoi sogni. Per un istante, grazie a te, è tornato vivo, è venuto fuori dalla tua testa, dove si aggirava come un’ombra, ed è divenuto Franco, il tuo caro e vecchio amico>>
<<Ma se è davvero solo un ricordo, perché è ancora qui?>>
<<E’ questo il punto: “qui” è il limbo dove, d’ora in avanti, risiederanno i tuoi sogni>>
<<Cosa?>>
<<Vedi la commessa dai capelli rossi? L’hai creata tu. Ed ora, resterà qui, fin quando il tuo inconscio non la invocherà nuovamente>>
<<E quei due uomini senza volto? Chi sono?>>
<<Se non lo sai tu…sei stato tu ad evocarli>>
<<Io? Ma quando? Non mi pare di…un momento. Dov’è Rebecca?>>
<<Rebecca?>>
<<Si. La tizia della metropolitana>>
<<Se non è qui, vuol dire che è ancora in giro>>
<<In giro? Dove?
<<Ah, non lo so. E’ in giro, pronta a tornare da te. Evidentemente, il tuo inconscio non ha ancora finito con lei>>
<<Oddio>> M. si portò le mani alla testa. <<Tutto questo…è troppo per me…via. Voglio andare via da qui>> e si diresse verso la porta dalla quale lui e D. erano entrati.
<<Aspetta!>>
<<No, basta! Non voglio saperne più di ombre e ricordi…e sogni. Basta!>>. Aprì la porta e corse giù per le scale. Una volta fuori dal portone, si fermò per un attimo. Si piegò su se stesso, poggiando le braccia sulle sue ginocchia.
<<Ma che cavolo sta succedendo? Tutto questo non può essere vero>>.
Fece per girarsi e…il palazzo in stile vittoriano non c’era più. Al suo posto, un vecchio edificio con la vernice della facciata graffiata via dal tempo. Il portone dal quale era uscito correndo un’istante prima, era sparito. Al suo posto, un cassonetto poggiato contro il muro. M. spalancò gli occhi. Poi, s’avvicinò e spostò il bidone. Mattoni e nient’altro. Toccò la parete, temendo quasi d’essere tradito dai suoi occhi. Ma era così: il portone non c’era più. O forse, semplicemente, non c’era mai stato. <<Oddio, lo sapevo. Lo sapevo che prima o poi sarei impazzito!>>. Era un timore che aveva sempre avuto. Una zia di sua madre aveva contratto l’Alzheimer. Da bambino, prima che si ammalasse, andava a trovarla spesso. Era una simpatica signora grassa, con gli occhialoni e le guance tonde. Era molto simpatica. Aveva sempre caramelle e dolci vari da offrire al piccolo M. Dopo aver contratto la malattia, però, non gli fu più data possibilità di vederla. Sua madre, invece, continuava ad andare da lei. Ma ogni volta che tornava, era triste. Talvolta, M l’ascoltava commentare la salute della donna con suo padre.
<<Ormai non ci sta più con la testa. Dice cose senza senso. E non si accorge di nulla>>. M Aveva 13 anni. Da allora, la paura che anche lui potesse fare quella stessa fine gli si era infilata dentro. Una sorta di ipocondria che talvolta l’aveva portato a immaginare sé stesso da vecchio con indosso una camicia di forza, rinchiuso in una cella di isolamento. Quell’immagine tornò a tormentarlo in quel momento. <<Oddio. mi rinchiuderanno!>>
<<Ma questo libro dobbiamo leggerlo insieme o no?>>. Quella voce leggera lo raggiunse. Di scatto, si girò. Era lei. Era Rebecca. Aveva in mano la parte di libro che lui le aveva dato nel sogno.
<<Tu?>>
<<Io?>>
<<Sei qui?>>
<<Bé, si. Perché?>>. M. si portò una mano alla fronte.
<<Stai calmo…stai calmo…lei non esiste..lei non esiste…>> prese a ripetersi a bassa voce.
<<Ehi, va tutto bene?>> chiese lei, avvicinandosi.
<<Calmo…respira…calmo>>
<<M, cosa c’è?>> e con la mano gli toccò la spalla sinistra. A quel tocco, come preso da una scossa elettrica, si staccò da quella sua mano caritatevole.
<<Vattene! Va via!>>
<<Ma cosa dici?>>
<<Vattene! Tu non esisti!>>
<<Ma cosa…?>>
<<Lasciami in pace>> e corse via, uscendo dal vicolo. Continuò a correre ancora per un po’, senza una meta. Cosa fare? Dove andare? Non riusciva a pensare. Per un istante, pensò di andare all’ospedale e farsi ricoverare. Ma capì subito di non avere il coraggio sufficiente per farlo. Così, si sedette sui gradini che portavano ad una piccola porta marrone. Chiuse gli occhi per qualche istante. Quando gli riaprì, lei gli era davanti.
<<Perché non mi lasci in pace?>>
<<Guarda che sei tu che sei venuto a casa mia>>
<<Casa tua?>>. Alzò la testa e la vide indicare con un dito la porta dietro di lui.
<<Quella è casa mia>>
<<Oddio>>
<<Ti va di venire dentro?>>. Lui la guardò. I suoi occhi l’osservarono bene. Ogni punto del suo corpo non fu risparmiato dai suoi occhi. Si accorse nuovamente che era una bella donna. Lei gli tese la mano. Allora lui, con fare di arresa, allungò la sua mano e strinse quella di Rebecca e si tirò su. E, mano nella mano, varcarono la piccola porta marrone.

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Pubblicato il giovedì 18 ottobre 2012 - 13:01
 
Lascia un commento | 18.10.2012
Giù tra le donnecopj170.asp

Giù tra le donne

Anno dopo anno l’esistenza delle donne ha la stessa cadenza monotona, senza orizzonti; tuttavia alcuni cambiamenti, impercettibili o evidenti, la sommuovono. Non è una contraddizione ma l’essenza della vita di Scarlet, Helen, Audrey, Jocelyn, Susan, giovani smarrite londinesi degli Anni Cinquanta e della più anziana Wanda. Sono donne fragili e subalterne, travolte dagli eventi che non sanno dominare; se tentano di farlo, qualcosa di loro va perduto irrimediabilmente. Continua a leggere »

Pubblicato il mercoledì 17 ottobre 2012 - 11:49
 
Commenti (2) | 17.10.2012
bersca

Io e Bersca

Una ragazza che ha sempre vissuto nell’ombra e nei suoi complessi di essere brutta e grassa. Una creatura assolutamente insignificante, questo era Bernarda. Il suo nome completava il tutto. Se ne vergognava profondamente e lo cambiò facendosi chiamare Bersca. Lavorava in una fabbrica e condivideva un appartamento con altre due nullità. La sola cosa che la facesse vivere meglio era allontanarsi dalla realtà con la fantasia, creando nuovi mondi paralleli che la sua mente “malata” riusciva a realizzare. Continua a leggere »

Pubblicato il martedì 16 ottobre 2012 - 13:22
 
Lascia un commento | 16.10.2012