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La guerra civile spagnola secondo Hemingway: Per chi suona la campana

La Guerra Civile spagnola si presta a molteplici interpretazioni, a seconda del punto di vista dal quale la si osserva. Come conflitto interno, rappresenta l’apice dello scontro tra una Spagna conservatrice, reazionaria e cattolica e una Spagna progressista, laica e democratica. Scontro che non è terminato con il conflitto del ’36-’39, ma che continua ancora oggi tra i banchi delle Cortes; come conflitto internazionale, rappresenta il primo atto della guerra tra fascismo e antifascismo che vedrà il suo culmine nella II Guerra Mondiale, quando ormai, complice la neutralità di Inghilterra e Francia, Franco governava indisturbato.

Vi è poi un terzo punto di vista, sintesi dei due precedenti, che intuisce nelle divisioni interne del popolo spagnolo il microcosmo dei conflitti a livello mondiale che si sarebbero scatenati subito dopo. Questa è la prospettiva adottata da Ernest Hemingway in Per chi suona la campana.

Robert Jordan, il protagonista del romanzo, è un volontario americano delle Brigate Internazionali – unico vero supporto straniero all’esercito repubblicano spagnolo -, che ha l’ordine di far saltare un ponte in concomitanza di un attacco lealista sul fronte segoviano. La vicenda dura in tutto pochissimi giorni, dal momento in cui il dinamitardo riceve l’ordine fino a poco dopo il suo compimento, ma in questo lasso di tempo Hemingway riesce a racchiudere un intero conflitto e tutto il dramma umano che comporta.
Robert si reca nella sierra, dove potrà contare sull’appoggio di un gruppo di guerilleros comandati da Pablo, un vecchio repubblicano dai modi rudi e dalla forte insicurezza; accanto a lui, Pilar, la sua donna nonché vera anima della banda, e una serie di gitanos tra cui il vecchio Anselmo e la giovane María, di cui Robert si innamorerà contro ogni previsione.
Sullo sfondo del conflitto spagnolo, Hemingway lascia ampio spazio ai pensieri, del protagonista e non solo: Robert si sofferma sul senso di una guerra fratricida e sul senso della guerra in generale; a farlo ulteriormente riflettere c’è poi Anselmo, il vecchio contadino repubblicano e filocomunista, che non ha mai smesso di pregare e non riesce a trovare un senso logico nell’uccidere un uomo solo perché fascista.

“Li ho sorvegliati tutto il giorno, e sono uomini come noi. Potrei andare alla segheria e bussare alla porta e mi accoglierebbero cordialmente, credo, se non avessero l’ordine di fermare tutti i passanti e di esaminare i loro documenti. Gli ordini soltanto ci dividono. Quegli uomini non sono fascisti: io li chiamo così, ma non lo sono. Sono poveri diavoli come noi”.

Questa riflessione espressa dal personaggio di Anselmo apre le porte alla constatazione che, in una guerra, è impossibile dividere, con le dovute eccezioni, il bene dal male, chi ha ragione da chi ha torto in maniera netta e decisa, a meno che non si assuma il punto di vista di una delle due parti. In un’epoca in cui si era fermamente convinti che il buono era il repubblicano e il cattivo il fascista, Hemingway affida la narrazione di un massacro ai danni di una cittadina filofascista a Pilar. Il risultato è sorprendente: il flash-back della donna riporta alla luce una delle tante pagine oscure della guerra civile, la violenza e l’orrore si impadroniscono della narrazione, lo sgomento del lettore è lo stesso che assale Robert Jordan:

“Ma quando il fatto accade tu sei sempre lontano. I partigiani fanno il danno e tagliano la corda. I contadini rimangono sul posto e pagano. Il resto”, pensò Robert Jordan “l’ho sempre saputo. Quello che abbiamo fatto ai fascisti in principio. L’ho sempre saputo e mi faceva schifo, e ne ho sentito parlare, spudoratamente, vergognosamente; vantarsene, difenderlo spiegarlo e negarlo. Ma quella maledetta donna me l’ha fatto vedere, come se ci fossi stato”

Il potere di una narrazione raggiunge livelli di autenticità dai quali la cronaca pura è inevitabilmente esclusa e Hemingway/Jordan ne è perfettamente consapevole; per questo si rammarica del fatto che Pilar non sappia scrivere: “Dio mio come racconta! È più brava di Quevedo”.
Cosa sia la guerra, quella che si combatte fuori dagli alti comandi e dai libri di storia, il lettore lo capisce quando i fascisti attaccano la montagna su cui ripara la banda di El Sordo. Il massacro si compie, inutilmente, a combattimento finito quando il comandante ordina di tagliare la testa a tutti i repubblicani morti: trofei e prova tangibile di aver eseguito gli ordini. Ma bisogna fare attenzione a non confondere lo sgomento e la rabbia per queste stragi con un pacifismo utile a non schierarsi. Hemingway/Jordan difende la Repubblica perché è l’unica forma di governo democratico possibile; quello che provoca indignazione è la gratuità di una violenza inaudita e non documentata. E se pensiamo a chi dava gli ordini, sembra dirci Hemingway, la guerra vera era tra comunisti e fascisti, tra due forme totalitarie ed estremiste. Con il mondo democratico a godersi lo spettacolo in prima fila.
Per chi suona la campana è uno dei pochi romanzi sulla guerra civile spagnola che coglie nel segno il dramma di un popolo che aveva iniziato a combattere per un’idea di nazione e aveva finito per essere coinvolto nelle trame della politica internazionale del tempo.

Un ultimo appunto sull’edizione attualmente in commercio di Per chi suona la campana. La traduzione è di Maria Napolitano Martone: ottima per l’epoca in cui fu pubblicato per la prima volta in Italia, 1945, ma per il 2012, forse, sarebbe opportuna una revisione. La lingua italiana negli ultimi decenni ha subito molti cambiamenti e parole allora innocue oggi hanno una connotazione negativa o altro significato. E’ il caso, ad esempio, del sostantivo zingari, utilizzato per indicare i gitanos spagnoli; per quanto sinonimi, oggi i due vocaboli hanno connotazioni diverse: gitano indica più propriamente un gruppo nomade, spesso di origine andalusa, che vive nelle grotte ricavate tra i monti, dando note e parole ad un’espressione musicale tra le più struggenti al mondo, il flamenco.

La banda di Pablo è per l’appunto una banda di gitanos. E del mondo gitano ne cantava il mito Federico García Lorca nel suo Romancero gitano. Zingaro, invece, per quanto si voglia essere politically correct, ha assunto ormai una connotazione negativa, rimandando per lo più a spiacevoli episodi aventi come protagonisti persone di etnia ROM. Per il lettore italiano inesperto di cose ispaniche, ma avvezzo ai recenti fatti di cronaca, sarebbe quindi facile fraintendere.
Per questo le traduzioni vanno riviste, corrette e riscritte continuamente. Si fa con i grandi classici della letteratura antica e moderna, non c’è motivo per non farlo anche con quelli della letteratura contemporanea, come per l’appunto Per chi suona la campana.

a cura di Alessio Piras

Pubblicato il martedì 11 settembre 2012 - 12:40
 
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