Capitolo 4d di Luca Regis

“Purtroppo l’ultima copia che avevo in negozio l’ho venduta proprio poco fa, – ora che ci penso, questo ragazzo assomiglia esageratamente a quell’altro giovane in compagnia della ragazza dallo strano accento ai quali ho venduto il libro – ma se vuole glielo posso ordinare.” Rispose la giovane commessa alla richiesta di M.. Era una ragazza minuta e molto carina, dai lineamenti delicati. La perlacea pelle, che sembrava di porcellana, risaltava ancor di più il suo candore grazie ai lunghi capelli neri corvini e lisci, tagliati con la frangia cascante sulla fronte. Aveva gli occhi color nocciola e le labbra, sottili e rosa senza nessun trucco a modificarne tinta e lucentezza, lasciavano emergere ad ogni parola una dentatura perfetta e bianchissima.

M. restò pensieroso qualche istante; ma non stava decidendo se ordinare il libro oppure no. Invece stava pensando all’incredibile coincidenza di una giovane coppia entrata in quello stesso negozio ad acquistare proprio quel libro, presumibilmente all’ora in cui lui e R. stavano facendo la stessa cosa. Ma lui e R erano in un sogno. Com’era possibile? Si domandò angosciato M..

Il cuore incominciò a battergli sempre più rapidamente nel petto, le gambe diedero segno di cedimento e M. iniziò a sudare freddo. Uno strano formicolio gli salì dalla base del collo fino alla nuca.

“Si sente bene?” Domandò premurosa la commessa, vedendo M. diventare sempre più pallido e malfermo sulle gambe. Poi, senza attendere risposta dato che era palese che il ragazzo si sentisse tutt’altro che bene, uscì da dietro al bancone della cassa e lo affiancò. Sostenendolo delicatamente per un braccio lo accompagnò a sedersi su di uno sgabello di legno a due passi da loro, vicino ad uno scaffale stracolmo di classici. Si allontanò per qualche secondo, e quando tornò teneva in mano un bicchiere di plastica pieno fino all’orlo d’acqua fresca. Lo porse subito a M., senza nascondere un poco d’apprensione che le si leggeva chiaramente in viso.

Lui accettò di buon grado quella bevanda fresca, anche se ormai quella strana crisi gli stava già passando. Il cuore stava riacquistando un battito regolare e le gambe ritornarono ad essere stabili. Trangugiò in un sol sorso tutto il liquido incolore ed insapore contenuto nel bicchiere, e meccanicamente lo restituì vuoto alla graziosa ragazza che gli stava di fronte.

“Va un po’ meglio ora? Posso fare qualcos’altro per lei?” Domandò ansiosamente la commessa, mentre prendeva il bicchierino dalla mano di M.

“No, no, grazie. Ha già fatto molto, davvero.” Rispose M. un poco imbarazzato, mentre col dorso della mano si asciugava la bocca inumidita dalla bevanda. “Anzi, mi scusi per quanto accaduto. Sinceramente non mi era mai capitato nulla di simile prima d’ora e anche io non mi so spiegare che cosa sia successo – tranne il fatto che nulla di quanto è accaduto questa mattina da quando mi sono tirato fuori dal letto ha una spiegazione razionale.”

La ragazza, un poco più rilassata, tornò dietro al bancone e M. si rimise in piedi. Si guardò intorno stralunato per qualche secondo – che diavolo ci faccio in questa libreria? – poi gli tornò in mente il motivo per cui era entrato lì.

“Allora,” esordì la commessa, come se nulla fosse successo. “Vuole che le ordini il libro che mi ha chiesto?” Insistette sulla domanda di poco prima rimasta senza risposta.

M. la fissò senza dire una parola. La ragazza iniziò ad avere un poco di paura di quello strano individuo. Finalmente M. le rispose che non voleva ordinarlo. “La ringrazio molto ma no, non sarà necessario. Sinceramente le ho chiesto quel libro solo per una stupida curiosità che volevo togliermi, ma non credo che sia più così importante.” Disse quasi in un sussurro, come se stesse parlando da solo.

Ovviamente la ragazza era ignara delle esperienze, reali o immaginarie che fossero, che avevano portato quello strano ragazzo nel suo negozio a chiederle di quel libro. Per quel che poteva saperne lei, probabilmente lui aveva sentito parlare di quel romanzo e di cosa narrasse e, incuriosito, volesse togliersi lo sfizio di leggerlo. Oppure era semplicemente alla ricerca di un cosiddetto “classico moderno”, allora un titolo ne valeva un altro. In ogni caso forse c’era il modo di appioppargli qualcosa da leggere, pensò astutamente.

L’istinto della venditrice eruppe in lei, anche in virtù del fatto che di clienti nel suo negozio ne entravano sempre meno. Allora lei doveva trarre il maggior profitto da ognuno di essi. “Perché non dà un’occhiata alla sezione dei classici?” Domandò con tono fintamente disinteressato, facendo un vago segno con la mano in direzione degli scaffali. “Magari ci trova qualcosa di altrettanto interessante; io le suggerisco Il grande Gatsby.” Poi, senza attendere repliche da parte di M., aggiunse in maniera frettolosa ma decisa: “Entrambi i romanzi offrono un ottimo spaccato della società degli anni venti del secolo scorso, nell’aristocratica Europa e nella borghese America e, anche se la trama di fondo non è esattamente la stessa, ognuno a suo modo racconta una storia un po’ fuori dall’ordinario. Almeno per i tempi in cui sono stati scritti e ambientati.”

“Perché, di cosa parla il libro che le ho chiesto?” Domandò M.

Quindi non era l’argomento che lo attraeva verso L’amante di Lady Chatterley, constatò la ragazza. Allora probabilmente glielo aveva consigliato una donna. Magari una con la quale era stato a letto e aveva lasciato insoddisfatta alla fine di una prestazione amorosa. La commessa sorrise tra sé di quel pensiero. Poi, senza interrogarsi oltre sulle motivazioni di quella richiesta, gli fece una veloce recensione del romanzo. Improvvisando una breve ma esauriente sinossi gli raccontò come si articolava la trama, quali erano i personaggi principali e in quale epoca storica e area geografica si svolgeva la storia. Poi dedicò qualche parola al fatto che il libro incontrò la feroce censura della prima metà del ventesimo secolo e che riuscì ad essere pubblicato, su scala importante, solamente trent’anni dopo la sua ultima stesura. Quindi concluse col fatto che il romanzo prendeva spunto dall’esperienza del tradimento subìto, vissuta in prima persona dall’autore del libro; tal David Herbert Lawrence.

“D’accordo allora, me lo ordini pure.” Decise M. dopo aver ascoltato quell’esauriente recensione.

“Vuole anche l’altro libro che le ho consigliato?” insistette la commessa, ormai decisa a ricavare il massimo da quel cliente.

“No, grazie. Mi basta questo.” Rispose pronto M.

La commessa abbozzò un sorriso ed iniziò a trafficare con il computer per inserire l’ordine. Dopo qualche istante chiese a M. un recapito telefonico e gli comunicò il prezzo al quale gli sarebbe stato venduto il libro. M. le dettò il suo numero di telefono invertendo le ultime due cifre, perché nel frattempo aveva già deciso che non sarebbe mai passato a ritirarlo. Se la giovane e carina commessa avesse chiamato quel numero per avvisarlo che il libro era disponibile in negozio, avrebbe trovato una linea inesistente o avrebbe risposto qualcun altro.

Nonostante i buoni propositi di poco prima di cambiare il suo stile di vita, ancora una volta M. era stato vittima delle circostanze e non se l’era sentita di dire no a quella bella ragazza. Soprattutto dopo che lo aveva premurosamente aiutato durante il suo mancamento ed era stata così gentile da fargli un’accurata recensione del romanzo. M. aveva pertanto scelto la via più semplice, quella che aveva caratterizzato la sua vita fino a quel momento: mentire, imbrogliare e fuggire. Lui non aveva mai affrontato a viso aperto un problema, o qualcuno causa di un problema. Invece si era sempre rintanato in se stesso fuggendo le proprie responsabilità e, quando era stato impossibile nascondersi oltre, aveva mentito negando persino le apparenze. A conti fatti se l’era spesso cavata, ma nel profondo della sua anima M. sapeva che quella che aveva sempre imboccato era la strada sbagliata.

“Mi dovrebbe lasciare cinque euro d’acconto, per poter confermare l’ordine.” La voce della commessa riportò M. in quel negozio, al cospetto di un ordine fasullo che le aveva chiesto di inserire nel computer.

Si ricordò di avere meno di due euro in tasca, quindi era nuovamente giunto il momento di gettare la maschera e scoprire il suo bluff. Istintivamente infilò entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni come per cercare il denaro. Ciangottando disse: “In realtà…vede…è che in questo momento… dovrei averli qui ma…però se lei…”

La commessa mangiò la foglia. “Mi sta cercando di dire che non ha i soldi per la caparra o non vuole confermare l’ordine?” Disse in tono seccato.

“No,…cioè si, ma…” M. cercò di pensare in fretta a come uscire da quell’ennesima situazione imbarazzante, ma più si sforzava e meno riusciva a mettere in piedi un ragionamento soddisfacente. Si sentiva come se fosse stato lanciato in auto a trecento chilometri all’ora in una strada deserta, per poi scoprire solo all’ultimo secondo un ostacolo insormontabile, al cospetto del quale qualsiasi sua manovra sarebbe stata vana al fine di evitare lo schianto. Ritrasse le mani dalle tasche, tirò un profondo respiro e gettò la maschera. “In realtà non voglio confermare l’ordine. Mi sento uno stupido, lo so, ma è stata così gentile con me che non me la sono sentita di negarle l’ordine, nonostante avessi già deciso di non tornare qui a ritirare il libro.”

Dire la verità è (quasi) sempre la maniera migliore per uscire da una situazione difficile, anche se poi bisogna essere preparati ad affrontarne le conseguenze. M. si sentì più leggero dopo aver confessato il suo piccolo crimine. Forse in fondo in fondo non sarebbe stato poi così difficile cercare di cambiare rotta.

Anche la ragazza non sembrò più di tanto turbata da quell’inconveniente. Assunse un atteggiamento di circostanza e, senza aggiungere commenti riportò la sua attenzione al monitor del computer. Con mani esperte iniziò a digitare sulla tastiera. Qualche secondo e, con tono molto professionale annunciò a M. che “Il suo ordine è stato annullato correttamente. Posso fare qualcos’altro per lei?” E sfoderò un freddo sorriso.

M. esitò un istante. “No, a dire il vero no. Lei è stata fin troppo gentile con me e mi dispiace di questo piccolo incidente con l’ordine…”

La commessa lo interruppe seccamente, prima che M. potesse terminare la frase. “Non si preoccupi, non è la fine del mondo. Lei non è né il primo né l’ultimo cliente che non mi conferma un ordine. Sono qui per questo.” Disse in maniera asciutta e distaccata. Poi, in tono indagatorio, aggiunse. “Mi tolga solo una curiosità: il numero di telefono che mi ha dato è davvero il suo?”

M. rispose d’istinto. “In realtà…è davvero il mio numero di telefono, ma con un paio di cifre invertite.”

“Quindi se io l’avessi chiamata a quel numero non l’avrei trovata.” Commentò irritata la ragazza.

Le guance di M. si tinsero di rosso, sotto la barba vecchia di un paio di giorni: “Beh, ecco…si, credo di si perché non so a chi sarebbe stata indirizzata la sua telefonata.”

La commessa si rabbuiò ulteriormente: “Beh, è davvero un peccato. Mi sarebbe piaciuto chiamarla per invitarla a bere una cosa, una sera o l’altra. Ma dato che questo non è il suo numero…”

“No, no, aspetti…mi dispiace ma…in realtà basta che lei inverta le ultim…”

La ragazza, tendendo di fronte a lei un braccio a mostrare il palmo della mano aperto, come un vigile intento a fermare un’auto che corre oltre ai limiti di velocità, troncò decisa e sul nascere le patetiche scuse di quel giovanotto. “Basta così! Ormai non mi interessa più sapere qual è il suoi vero numero di telefono, dal momento che non ho più intenzione di invitarla fuori.” M. avrebbe voluto diventare invisibile e sparire dalla vista di quegli occhi, qualche minuto prima così invitanti e ora così tremendi. La ragazza continuò a redarguirlo. “La sincerità è il pregio che cerco maggiormente in una persona. E lei, negli ultimi dieci minuti, mi ha dimostrato di possederne davvero poca. Non mi interessa prolungare oltre qualsiasi tipo di rapporto con lei, dal momento che non potrò mai fare affidamento sulla sua sincerità.”

M. rimase tramortito da quella ramanzina. Di certo lei era stata più che sincera con lui, di questo bisognava dargliene atto. Senza cercare di abbozzare ulteriori giustificazioni, M. ripiegò la sua coda di paglia tra le gambe e si diresse mesto verso l’uscita del negozio. Giunto sulla soglia, prima che potesse afferrare la maniglia d’ottone e spingere il battente di legno e vetro, la voce della ragazza lo raggiunse tagliente da dietro alle spalle. “Prima che se ne vada vorrei lasciarle un consiglio, per quel che può valere:” M. si bloccò, in attesa di sentire il resto, senza voltarsi a guardare la ragazza in viso per l’ultima volta, pervaso com’era dalla vergogna. “Spesso non basta una vita intera per guadagnarsi la fiducia di qualcuno; ma è sufficiente un attimo soltanto per perderla. Ci rifletta sopra.” M. girò la maniglia ed uscì nella grigia mattina milanese, schiacciato dal peso dell’imbarazzo per quella piccola, ma molto significativa, disavventura.

Una volta in strada si sentì furente con se stesso, tanto che gli venne voglia di urlare a squarciagola. Improvvisamente avvertì di nuovo il cuore accelerare il suo battito e un formicolio sinistro impadronirsi delle sue membra. Prima di stramazzare al suolo lì sul marciapiede, dove la gente di passaggio avrebbe scantonato scambiandolo per un tossico, imboccò la porta del primo bar che vide e si appoggiò pesantemente al bancone. Sentiva gocce di sudore scendergli dalle tempie, nonostante il corpo fosse pervaso da una sensazione di freddo e i brividi lo scuotessero dal profondo. Iniziò a fare lunghi e profondi respiri, con l’intento di ossigenare il più possibile il suo organismo. La vista gli si annebbiò un poco, e una miriade di puntini luccicanti apparvero nel suo campo visivo.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa gli stesse succedendo, che un indaffarato barista gli si parò di fronte sollecitandogli frettolosamente la sua ordinazione. M. restò dubbioso un paio di secondi: il primo per capire che cosa volesse quel ragazzo biondo e lampadato, dai modi sbrigativi; e l’altro per decidere che cosa ordinare. Alla fine la parola “Caffè” gli uscì di bocca quasi senza che se ne rendesse conto. Visto lo stato in cui M. versava in quel momento, una camomilla sarebbe stata di certo più indicata; ma data l’ora del mattino non gli sembrò particolarmente appropriata.

Già, l’ora!

M. d’istinto guardò l’orologio, rendendosi conto di essere tremendamente in ritardo per il lavoro.

Il barista tornò con la tazzina di bevanda forte e fumante e attese che lui pagasse la consumazione. M. prese le monetine che aveva in tasca e lasciò il giusto ammontare sul bancone. Il biondastro, sempre senza mutare l’espressione severa del volto, fece scivolare i soldi dal bancone alla mano e li depositò nel registratore di cassa, dopodiché si dimenticò definitivamente di quello strano ragazzo dallo sguardo stralunato e l’aria sbattuta, che se ne stava quasi aggrappato al bancone del bar a fissare il pavimento lercio.

Forse grazie all’aroma forte e inteso del caffè che gli penetrava nelle narici, o forse perché come poco prima nella libreria era solo una mera questione di tempo, il cuore di M. iniziò a rallentare il ritmo del suo battito e il velo scuro che pareva essersi calato davanti ai suoi occhi scomparve. Tornato ad uno stato di quasi normalità, M. sgranò gli occhi e si guardò intorno per la prima volta da quando era entrato in quel bar. Non c’erano molti avventori in quel momento.

Ad un tavolino poco più il là, una coppia di turisti giapponesi stava studiando una cartina di Milano e hinterland, probabilmente intenti a decidere l’itinerario della giornata. Dietro di loro, una giovane donna cercava di leggere una rivista di moda sorseggiando un tè. Ma doveva anche tenere a bada la sua petulante bambina che dal passeggino non le dava tregua un secondo, cercando di attirare continuamente la sua attenzione gettando in terra tutto quello che le capitava tra le mani. Nell’ultimo tavolino in fondo alla stretta e lunga sala, un gruppetto di pensionati stava allegramente giocando a carte e, poco discosto da loro, un uomo di mezz’età vestito elegantemente stava leggendo un quotidiano sorseggiando un caffè. Al bancone c’era solo gente di passaggio, che entrava e occupava il posto giusto il tempo necessario a tracannare di corsa un caffè, prima di tornare alle svariate mansioni quotidiane.

Poco più di un’ora prima, quel bar doveva pullulare di clienti intenti a ingozzarsi di cappuccini e latti macchiati e brioches, prima di tuffarsi un giorno di più nel rutilante mondo degli affari. Tra poco più di due ore, allo stesso modo orde di colletti bianchi provenienti dall’infinità di uffici presenti in zona, si sarebbero riversate in quel bar a caccia di un piatto di pasta precotto o un toast scaldato o una cotoletta alla milanese, che ormai di milanese non aveva più un bel niente.

M. restò lì una decina di minuti. Da solo, appoggiato al bancone, a sorseggiare quel caffè ormai freddo. Completamente assorto nei suoi pensieri, non riuscì ad esimersi dal fare un tuffo malinconico nel suo passato. Incominciò a rimuginare sulle scelte sbagliate, che lo portarono a lasciare l’università poco più che ventenne quando si sentiva immortale e oggi, a trentacinque anni suonati, a ritrovarsi quasi sul lastrico, senza un soldo in tasca e senza la minima prospettiva per il futuro.

“Oh, non vorrebbe qualcosa che le cambia la vita?”

M. si guardò intorno nervosamente.

I giapponesi se n’erano andati e la donna aveva smesso di raccogliere gli oggetti sparsi sul pavimento da sua figlia e la stava lasciano piangere nel passeggino, senza degnarla di uno sguardo. Il barista, con il suo solito sguardo corrucciato, stava asciugando e riponendo sulla macchina del caffè le tazzine e le tazze appena tolte dalla lavastoviglie e due vecchietti litigavano chiassosamente tra loro per una mano di briscola persa, a detta di uno dei due, da pirla. L’uomo elegante se n’era andato e sul tavolino erano rimasti il quotidiano ben ripiegato e la tazzina di caffè vuota. Non c’era nessun’altro in quel bar e nessun nuovo cliente rispetto a prima era entrato.

Eppure M. avrebbe giurato che quelle erano state le parole esatte pronunciate quella mattina presto dal Signor D.. Inoltre era certo di averle udite, non immaginate.

Quasi senza rendersene conto, M. rispose alla domanda ad alta voce. “Certo che lo vorrei, ma come…”.

Il barista si voltò per un attimo verso di lui, pensando di essere stato chiamato per un’ordinazione. Poi, resosi conto che quel ragazzo stava parlando da solo, sempre senza mutare espressione tornò alle sue tazzine.

“Allora sai quello che devi fare.” fu la risposta, che nessuno oltre a M. sembrava aver udito. Ma questa volta M. capì, e decise di assecondarla.

Uscì dal bar e si diresse a passo spedito verso il luogo di lavoro. Giunto in ufficio si recò alla sua scrivania, senza degnare di uno sguardo o di un saluto nessuno dei colleghi presenti. Dal canto loro nessuno si accorse nemmeno che M. era arrivato, o che fino a quel momento fosse stato assente. Soltanto l’implacabile Poletti non perse l’occasione di far notare a M. che era in ritardo, ringhiandogli dalla sua scrivania che lui e gli altri suoi colleghi erano alla loro postazione già da diverse ore, e che per rispetto verso di loro anche lui avrebbe dovuto comportarsi di conseguenza.

M. non lo stava nemmeno a sentire. Erano talmente tante le cose strane, vere o fasulle che fossero, che gli stavano frullando per la testa, che Poletti in quel momento era l’ultima delle sue preoccupazioni.

Si sedette alla scrivania e accese il computer. Attese che il sistema operativo si avviasse e lanciò il programma per l’elaborazione di testi. Iniziò a digitare rapidamente sulla tastiera e dopo aver scritto un paio di righe, cliccò l’icona della stampante e si alzò. Raccolse il foglio dattiloscritto dal cassetto della stampante laser e si diresse verso la scrivania di Poletti. Senza chiedergli il permesso, afferrò una delle dozzinali penne a sfera che teneva nel taschino della camicia.

Preso alla sprovvista da quel gesto, nonché sorpreso dall’inusuale spavalderia di M., Poletti non riuscì a replicare a quell’affronto e quelle poche e sconclusionate parole che gli vennero in mente, gli si spensero mestamente in gola. Allibito, con la bocca ancora aperta dalla quale nessuna imprecazione era riuscita ad uscire, Poletti guardò M. mentre, con la sua penna nera, vergava il suo nome e cognome in calce ad un foglio di carta che teneva in mano. Dopodiché lo vide ripiegare quel foglio in quattro e, con una strana luce negli occhi, sprofondarlo nello stesso taschino dal quale aveva poco prima preso la biro. Poletti non seppe come reagire a quel secondo attacco, ed infatti non fece niente come al suo solito.

Senza aspettare repliche M. ritrasse la mano e gli annunciò, in tono secco e deciso: “Questa è la lettera delle mie dimissioni. Potete mandarmi l’assegno con l’ultimo stipendio e la liquidazione a casa mia. L’ufficio del personale ha il mio indirizzo.” Quindi, prima di avviarsi verso l’uscita, aggiunse: “Grandissima testa di cazzo!” e se ne andò con passo rilassato.

Giunto sulla soglia, prima di abbandonare per sempre quel luogo con tutti i suoi occupanti, M. si voltò a guardare un’ultima volta verso Poletti, che aveva preso quel foglio dal taschino della camicia e lo stava leggendo con espressione incredula. Nessun’altro dei presenti si era accorto di nulla. Erano ancora tutti indaffarati nei loro progetti e nei loro calcoli, e nessuno aveva assistito alla rinascita di M.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quarto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

 

Pubblicato il lunedì 3 settembre 2012 - 11:46
 
Lascia un commento | 3.09.2012

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