Archivi del mese: settembre 2012

scrittura_collettiva

Chiuse le votazioni del 4°capitolo di #scritturacollettiva

Buon giorno a tutti,

the winner is…Patrizia Bartoli! Chiuse le votazioni del quarto capitolo del nostro libro e Patrizia, grazie ai voti degli autori dei capitoli e ai like di Facebook, è risultata la vincitrice. Vi aspettiamo perchè l’avventura continua e le sorprese iniziano ad essere più vicine! Chi sarà dei nostri?

  1. Capitolo 4A di Patrizia Bartoli - 194like – 2 voti autore (L. Regis, C.Parolisi)
  2. Capitolo 4B di Carla Parolisi - 85like – 1 voto autore (Patrizia Bartoli)
  3. Capitolo 4C di Giulia Madonna - 60like – 0 voti autore
  4. Capitolo 4d di Luca Regis - 184like – 0 voti autore

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e i successivi

Pubblicato il giovedì 13 settembre 2012 - 18:34
 
Commenti (4) | 13.09.2012
hamingway

La guerra civile spagnola secondo Hemingway: Per chi suona la campana

La Guerra Civile spagnola si presta a molteplici interpretazioni, a seconda del punto di vista dal quale la si osserva. Come conflitto interno, rappresenta l’apice dello scontro tra una Spagna conservatrice, reazionaria e cattolica e una Spagna progressista, laica e democratica. Scontro che non è terminato con il conflitto del ’36-’39, ma che continua ancora oggi tra i banchi delle Cortes; come conflitto internazionale, rappresenta il primo atto della guerra tra fascismo e antifascismo che vedrà il suo culmine nella II Guerra Mondiale, quando ormai, complice la neutralità di Inghilterra e Francia, Franco governava indisturbato.
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Pubblicato il martedì 11 settembre 2012 - 12:40
 
Lascia un commento | 11.09.2012
scrittura_collettiva

Al via le votazioni per il quarto capitolo!

Bentornati! Finite per tutti le le ferie? Oggi partono le votazioni per il quarto capitolo della scrittura collettiva. Qui sotto trovate i capitoli di chi, anche nel mese d’agosto, ha pensato di tenerci compagnia mettendosi in gioco. Per votare dovete mettere un Like sul capitolo che preferite, potete votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 12 settembre 2012.

  1. Capitolo 4A di Patrizia Bartoli
  2. Capitolo 4B di Carla Parolisi
  3. Capitolo 4C di Giulia Madonna
  4. Capitolo 4d di Luca Regis

Invitiamo i partecipanti alla stesura del quarto capitolo, a votare uno dei capitoli in gara. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà al 50% per la scelta.

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Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit, il secondo capitolo e il terzo dello scorso mese

Pubblicato il lunedì 3 settembre 2012 - 11:57
 
Commenti (2) | 3.09.2012

Capitolo 4a di Patrizia Bartoli

La commessa era una ragazza dai folti capelli rossi e dallo sguardo diretto. I suoi occhi verdi lo scrutavano con intensità, sembravano volerlo conoscere a fondo, come se lui non fosse un semplice cliente ma qualcuno di cui prendersi cura. M., che si era fatto sospettoso, chinò il capo, in preda a un forte disagio. Si girò su se stesso, prima a destra e poi a sinistra, in cerca del signor D. che, invisibile ma inesorabile, lo aveva seguito per tutto il giorno. Il negozio tuttavia era quasi deserto: una giovane mamma e il figlio erano davanti agli scaffali dei libri per bambini, mentre una signora molto elegante nel suo cappotto di cammello stava consultando alcune guide di viaggio delle Maldive. M., suo malgrado, sorrise e si disse che era più che naturale che una donna ricca e ben vestita della borghesia milanese avesse desideri così frivoli. Poi si chiese perché quella mattina il signor D non avesse rivolto a lei o a qualcun altro la sua attenzione. Perché aveva scelto proprio lui? Forse perché era un pover’uomo, un trentenne fallito che barcollava senza trovare la sua strada? Scosse la testa, ridendo di se stesso e dei pensieri stupidi che s’ingarbugliavano. Che cazzo diceva? Barcollava senza trovare la sua strada! Che cazzo diceva? Parole senza senso a cui non credeva. Spicciola filosofia new age che aveva sempre deriso. L’incontro con il signor D. doveva avergli scoppiato il cervello, mandandogli in fumo anche l’ultimo dei neuroni. Fumo? Un odore acre di tabacco lo aggredì alle spalle. Seppe con assoluta certezza che lui era lì, il maledetto signor D era dietro di lui. S’impose di non voltarsi, di riportare lo sguardo sulla commessa che attendeva pazientemente con un sorriso solare sulle labbra. << L’amante di Lady Chatterley, in economica o rilegata?>> gli chiese. M. non rispose; istintivamente frugò nella tasca destra dei pantaloni, sfiorando il biglietto di carta che il cameriere cinese gli aveva consegnato un’ora prima, quando si era risvegliato di soprassalto al tavolino del bar. Tremò così forte che la ragazza dai capelli rossi si sporse preoccupata verso di lui con le braccia protese come se volesse aiutarlo. In quel momento un uomo – l’uomo e non altri – si fece avanti con decisione. << Il mio giovane amico è in preda alla febbre e dovrebbe essere a casa, nel suo letto al calduccio, ma è così ostinato che questa mattina presto, appena sveglio, si è vestito, impuntandosi di voler uscire. Poi è un’assurdità che le abbia chiesto de L’amante di Lady Chatterley che conosce benissimo e di cui potrebbe citare a memoria numerosi passi. >> << Ma non è questo il momento di indagare sui vaneggiamenti della sua mente debilitata, quindi, sì, ne compriamo una copia economica.>> concluse. La commessa che aveva fatto un passo indietro, come intimorita da quel signore distinto che parlava in modo così strano, antico avrebbe detto, sorrise con poca convinzione e si allontanò per prendere, dallo scaffale contrassegnato con la lettera L, una copia del libro. Quando tornò al banco, i due uomini erano scomparsi. La porta del negozio si stava chiudendo. Sul marciapiede, di fronte all’outlet di Calvin Klein, il signor D. parlava con voce suadente a M. << Hai visto com’è facile sognare! La bella ragazza dai capelli rossi e dagli occhi azzurri non esiste. E’ un’ombra, un’esile ombra a cui tu hai dato vita per cinque, dieci minuti, non di più. Ora è svanita, tornando nel mondo magmatico dell’inconscio. Chissà, se mai ne riemergerà!>> M. lo ascoltava in silenzio. Il signor D ci sapeva fare con le parole, le usava in modo magico, ma questa volta lui, M., non sarebbe fuggito. Fuggire per andare dove? Non c’era alcun luogo che potesse metterlo al riparo da quell’uomo azzimato che sembrava saperne una più del diavolo. Un personaggio che giocava con il suo tempo, che glielo sottraeva, un personaggio che sembrava uscire direttamente dalle pagine di Poe o di Lovecraft. Proprio in quel momento gli tornò in mente un racconto di Poe, uno di quelli che aveva letto in quinta liceo. Non ne rammentava il titolo, ma parlava di un giovane che un giorno con orrore vede scolpire da uno scalpellino la propria lapide funeraria. Forse si sbagliava, non era di Poe, ma non aveva importanza. Ecco, il signor D. avrebbe potuto essere un personaggio letterario, un indimenticabile personaggio letterario, uscito dalla mirabile penna di un grande romanziere, ma, malauguratamente, era qualcosa di più e lo tormentava con la sua presenza. M. lo osservò di sottecchi, cercando di non farsi vedere. Doveva dargli la sensazione di essere ancora assolutamente in suo potere, legato a lui dalla paura che si avverasse ciò che quel mattino gli aveva sussurrato all’orecchio. Ma lui non aveva più paura. Aver rivisto in sogno, in uno dei sogni improvvisi di quelle ultime ore così folli, l’amico Franco, gli aveva dato un certo coraggio. La paura paralizza, impedisce di fare le cose giuste, di prendere le decisioni. Franco non si era mai tirato indietro, neppure quando tutti gli amici della banda lo avevano deriso perché a vent’anni si era fatto poliziotto. M. era più che certo, lo sapeva con la verità del cuore, che, neppure nel momento in cui era stato falciato da un balordo alla guida di una vecchia Mercedes, aveva tremato. Forse, sbattuto violentemente per aria, mentre ricadeva a terra, aveva sorriso e sogghignato, come era solito fare di fronte al pericolo. Si riscosse dal ricordo di Franco, facendosi violenza. Aveva capito che, se pensava troppo intensamente a qualcosa o a qualcuno, correva il rischio di essere rapito dal sonno. E con il sonno arrivavano i sogni che rubavano il suo tempo. Rivolse uno sguardo vago al signor D che, spingendolo in un vicolo cieco e maleodorante, gli indicò una finestra al terzo piano di un palazzo che M. non aveva mai notato prima d’allora. Di mattoni rossi, in stile vittoriano, spiccava per la sua estraneità. Sembrava essere stato trasportato lì direttamente dalla Londra fumosa della fine del diciannovesimo secolo o dell’inizio del ventesimo. Il signor D gli fece segno di avanzare e di superare la soglia del portone scuro a un solo battente. M. lo fece senza opporre resistenza. Aveva deciso di mettere fine a quella storia assurda e non avrebbe esitato. Salì le ripide scale che conducevano al primo piano, al secondo e infine al terzo. Sul pianerottolo c’erano tre porte. Il signor D aprì quella centrale con una chiave che riluceva in modo incredibile tra le sue lunghe dita e la spalancò per farlo entrare. Buio e silenzio, all’inizio, poi un lieve brusio giunse ai suoi orecchi, tesi a cogliere l’ignoto che si muoveva intorno. <> intimò il signor D, e M. capì che l’appartamento era abitato. Ma da chi? Stava forse sognando – sarebbe stato orribile – oppure era sveglio e, finalmente, gli sarebbe stata rivelata la verità? Avanzò nell’oscurità del corridoio lungo e stretto, poi, guidato da un sicuro impulso, svoltò a destra in quello che sembrava un salotto. Qui il buio era meno denso e s’intravedevano alcune ombre, i contorni dei mobili: una credenza, un tavolo rotondo con le sedie, un divano e due poltrone, il profilo di un caminetto spento. La stanza però sembrava vuota e ora le voci tacevano. Sulla porta M. decise di agire, di prendere il sopravvento. Se avesse acceso la luce, gli oggetti, le cose e chi aveva sussurrato al suo arrivo, si sarebbero manifestati nella loro corporeità. Non era sicuro che il signor D avrebbe approvato, ma era l’ultimo dei suoi pensieri. Allungò la mano al muro e trovò l’interruttore di ceramica che, dopo un momento di incertezza, riuscì a far ruotare verso destra. La luce inondò il salotto e rese visibili le pallide figure di due uomini e una donna. La donna era la commessa dai capelli rossi, i due uomini non avevano volto. Però dal fondo della stanza avanzò un ragazzo che M. riconobbe all’istante, con il cuore che batteva all’impazzata nel petto e la mente che girava come una trottola. Franco! L’amico si fermò a un passo da lui e aprì le braccia per stringerlo a sé. Gli occhi erano quelli di sempre, scuri e profondi, ma tradivano una sorta di malinconia che M. non sapeva come interpretare. Non era forse felice di rivederlo? Rifletté a bassa voce, ma l’enormità della cosa lo lasciò senza fiato. Franco era morto, morto sull’Aurelia quasi dieci anni prima, si ripeté scuotendo con violenza la testa << Che sta succedendo?>> urlò mentre la gola gli si stringeva in uno spasimo doloroso. Deglutì, arretrando dall’amico che ora sorrideva. Non parlava, sorrideva con la testa piegata, come per guardarlo meglio. << Franco>> sussurrò, ma non ebbe l’animo di farsi accogliere tra le sue braccia. Il signor D, che era rimasto in disparte, fece un cenno con la mano e Franco tornò nell’ombra da cui era venuto.

 

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quarto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il lunedì 3 settembre 2012 - 11:47
 
Commenti (7) | 3.09.2012

Capitolo 4c di Giulia Madonna

M. si girò intorno e osservò che si trattava di una vecchia libreria dagli antichi scaffali di legno pieni e ricolmi di libri dai mille nomi e infiniti colori.

La patina del tempo con tutto il suo fascino ricopriva ogni cosa. L’odore della carta stampata era  persistente e accompagnava, quasi in un abbraccio, ogni cliente che vi entrava.

La luce lì aveva qualcosa di magico proveniva soffusa dai lucernari e si diffondeva sottile e lieve quasi ad accarezzare i tanti libri che assumevano un fascino particolare.

M. si sentiva un pesce fuor d’acqua ma quell’atmosfera rarefatta e antica non lo fece indietreggiare.

Infondo lì M. si sentiva al sicuro, tra tutti quei vecchi libri che sembravano scrutarlo sospettosi ma la tempo stesso pazienti e gentili.

C’erano alcuni clienti abituali che sostavano tranquilli tra gli scaffali in cerca del loro tesoro.

Una signora anziana, distinta nel suo cappotto nero con collo di pelliccia e gli occhiali sul naso, con le mani tremanti era alla ricerca spasmodica di un’antica e rara edizione, forse l’ultima in commercio, del libro di Pinocchio che desiderava regalare al suo piccolo nipotino. Appena trovò la sua rarità tra i vecchi libri riposti su di uno scaffale intarsiato e un po’ impolverato fu presa da una felicità assordante da fare rumore fra la quiete di quei tanti vecchi libri.

Un uomo di mezza età con incedere deciso si diresse verso i volumi d’arte in cerca di un’edizione speciale su Michelangelo e quando la trovò gli si illuminò a giorno il viso.

Tutti erano intenti alla ricerca di un sogno che si concretizzava nelle loro mani appena riuscivano ad avvistarlo. Allora i loro visi si irradiavano di una tale felicità da riflettersi e propagarsi nell’ambiente riuscendo ad illuminare ancor più quella vecchia libreria nascosta e sconosciuta a gran parte della città.

Quello era un mondo completamente nuovo a M. che rimase esterrefatto nell’osservare l’amore e la passione per i libri e la lettura di quelle persone.

Una cosa sola appariva davvero fuori luogo agli occhi increduli di M.: la commessa.

Era una ragazza davvero appariscente, truccata in modo pesante, con lo sguardo accattivante e malizioso che nei suoi pantaloni neri attillati si dinoccolava in maniera estremamente sexy su i suoi vertiginosi tacchi tra gli scaffali.

M. notò subito che quella commessa non era adatta per una libreria ma piuttosto a fare la cubista in una discoteca affollata. La cosa rese da subito molto sospettoso M. che cominciò a pensare che  ci fosse lo zampino di D.

Così M. iniziò a guardarsi intorno andando alla ricerca di D o di un suo qualche indizio.

La commessa immediatamente andò da lui e con fare molto accattivante gli chiese: “ Cosa c’è che non va? Ecco il libro che mi hai chiesto! Non ci ho messo tanto a portartelo?! Scusa, sai, ma è da poco che lavoro qui! Non mettermi nei guai! Se lo compri ti invito a prendere un panino al bar durante la pausa!!”

Mentre continuava a fissarlo negli occhi, con quei suoi occhi azzurri segnati profondamente dal trucco, M. invece di cadere dentro quegli occhi, che sembrava volessero promettergli chissà cosa, cadde, invece, nel ricordo dolce e assordante degli unici occhi azzurri che mai avrebbe potuto dimenticare di tutta la sua breve vita: quelli fantastici di Teresa.

I meravigliosi occhi di Teresa erano stati il suo sogno a cui si era aggrappato sin da bimbo quando felice e spensierato la rincorreva tra le stradine assolate del loro paese inerpicato sul mare.

Quelle corse senza fiato fatte per ore fino a giungere sulla riva del mare e poi gettarsi in acqua per rinfrescarsi. Teresa con i suoi lunghi capelli neri arricciolati, la pelle bruna e il suo sorriso felice era stata il suo amore grande e immenso che gli aveva fatto battere il cuore da subito,  regalandogli quella gioia profonda e incancellabile.

Poi però Teresa era partita per gli studi universitari a Roma e il sogno di M. si era infranto.

Ma il tenero cuore di M. era rimasto aggrappato a quel bel ricordo e ogni volta che andava al suo paese sperava sempre di rivedere la sua Teresa e poter tornare indietro nel tempo.

M. si era perso fra i suoi dolci ricordi, restava fermo e immobile, con la faccia da ebete, davanti alla commessa che continuava a ripetere con voce stridula:” Cosa c’è? Cos’è che hai? Ti sei perso di nuovo?…”

Ma la magia dei bei ricordi e quell’atmosfera di sogno furono repentinamente interrotti dalla voce forte e sicura che giungeva, quasi assordante, dall’ingresso della libreria:

“Ma si lasci andare!! Lasci scivolare via la sia fantasia! Se la goda! E’ possibile che per lei M. sia così difficile lasciarsi andare al  piacere e al sogno?? E’ la persona  più indecisa e tremebonda che io abbia mai incontrato!! Non ci sono tante decisioni da prendere! Le strade sono solo due:lasciarsi andare o seguire la rettitudine della ragione!!E’ possibile che sia così difficile decidere per lei??!!”

D irruppe come un temporale estivo nella pacata libreria e tra i piacevoli ricordi di M., portando dietro di se un alone grigio e minaccioso.

M. sobbalzò e si ridestò improvvisamente dal sogno.

La commessa divertita si intromise, ridacchiando sottovoce: “E’ uno strano cliente che si perde tra i suoi pensieri ed io non so proprio cosa fare con lui…”

D con fare deciso scosse le spalle di M. come a volerlo a forza svegliare dai suoi strani pensieri e aggiunse : ”Non è uno strano cliente! E’ solo molto stanco e confuso!! Ora ci penso io a farlo tornare tra noi…”

Prese M. sotto braccio e di forza lo trascinò fuori dalla libreria mentre M. era ancora confuso e tra le nuvole. L’aria pungente aggredì le guance di M. che si svegliò improvvisamente e vedendosi di fronte D indietreggiò atterrito.

“Cosa fa? Ora ha paura anche di me e non solo dei suoi ricordi? M. M., torni in se! E’ molto facile: deve decidere se scegliere il sogno o la realtà, tutto quà!! E si ricordi che ogni lasciata è persa!!Non si lasci scappare qual bel bocconcino della commessa!! Non la faccia sparire come ha già fatto in passato con la sua bella Teresa!!!…” Poi ridendo fragorosamente se ne andò lasciando M. ai suoi dubbi e alle sue incertezze, come sempre.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quarto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il lunedì 3 settembre 2012 - 11:47
 
Commenti (5) | 3.09.2012

Capitolo 4b di Carla Parolisi

“Ottima scelta!” commentò la donna, mentre si addentrava tra gli scaffali, seguita dal suo cliente.

“Eccole il libro! Se vuole, si può accomodare nella stanza accanto per cominciare a leggerlo”.

Marco ringraziò e, come un viaggio in terra straniera, si affacciò curioso in una stanza con divani di pelle nera usurati dal tempo e una luce che entrava da vetri anche un po’ opachi; intorno, altri lettori erano immersi nella lettura del loro libro. Era una libreria piccola, ma la passione della titolare, madre della ragazza che lo aveva servito, ne aveva fatto nascere quasi un club, una specie di circolo casalingo dove leggere e confrontarsi con altri lettori. Il sogno della donna, prima che una malattia invalidante la costringesse a letto, era di aprire un caffè letterario in cui ospitare non solo autori di libri, ma anche fotografi, pittori, musicisti e chiunque volesse mostrare la propria arte; ora sperava lo potesse realizzare sua figlia. Marco lo apprese da un cliente nostalgico che ne stava parlando. Si sedette spaesato e stupito da alcuni lettori che non alzavano per ore gli occhi dal libro. Inspirò odore di carta stampata e passione; espirò, come anidride carbonica, le angosce delle ore precedenti. Dalla sua postazione cercava di vedere cosa stesse facendo la commessa-titolare.  La vedeva muoversi con una grazia che non le si poteva staccare gli occhi di dosso; quella grazia, simbolo di una femminilità straripante e non consueta e, alla quale, mai avrebbe rinunciato in una donna. Non indossava tacchi lei, né trucco vistoso, era il suo sorriso e quegli occhi che sembravano rubargli i pensieri nascosti, a incantarlo.  Era arrossito quando lei l’aveva guardato la prima volta all’ingresso e aveva avuto una sensazione strana da quello sguardo ogni volta che l’aveva incrociato, eppure lei l’aveva trattato come qualsiasi altro cliente.

Stette un po’ a guardare la copertina, fissò il nome dell’autore scritto con lettere dorate, poi cominciò a leggere sprofondando nella sua poltrona. Fu interrotto un’ora dopo dalla commessa che lo avvertiva della chiusura per il pranzo. Rimasto quasi da solo nella stanza, gli capitò ancora di affondare, dritti nei suoi, gli occhi della ragazza e un nuovo rossore gli colorò le guance. Confuso da quella nuova situazione, cullato da sensazioni piacevoli che non voleva sprecare, ripensò a quell’intraprendenza che aveva raccomandato a se stesso; eppure, non stava facendo quello che gli sarebbe venuto spontaneo fare. Gli salì una rabbia cieca come per scuotere quella sua ostinata, lenta, passiva accettazione degli eventi; tuttavia, M. si avvicinò alla porta, favorì l’uscita di una signora più anziana, e salutò la commessa. Subito dopo aver varcato la soglia, però, dell’ennesima porta che lui stesso aveva chiuso alle sue spalle, sentì una stretta al cuore, strinse più forte il libro tra le mani un pò sudate per la tensione e, finalmente, diede sfogo al suo cambiamento. Riaprì in fretta la porta, cercò con lo sguardo la commessa che stava risistemando le ultime cose: “ So che le posso sembrare un pazzo, ma verrebbe a pranzo con me?”

Lei scoppiò in una risata sonora e luminosa che riempì la stanza un po’ buia, restò in silenzio per vari secondi, che a M. sembrarono ore., poi disse: “Sarò pazza anch’io allora, ma è un po’ triste mangiare da soli. Ci fermiamo al bar qui vicino?  Tra un’ora devo riaprire… ”.

Marco era incredulo, stava davvero facendo cose che non avrebbe mai pensato di fare. Seguire una sensazione positiva: era forse l’effetto del sogno che aveva fatto e che l’aveva condotto lì? Ora non importava.

“Ci sono anche fiori che sbocciano in autunno…” si disse. Ora voleva concentrarsi su di lei.

“Giada” era il suo nome. L’avevano chiamata così per gli occhi verdi che aveva spalancato alla nascita. Era ovviamente un’idea della madre, raccontò Giada, essendosi sempre sorpresa del fatto che non avesse scelto per lei il nome di qualche protagonista femminile di un libro.

“Avrebbe potuto chiamarmi Jane, Emma, Giulietta, Lucia e con chissà quanti altri nomi…” disse simpaticamente.

M. notò subito con quanto orgoglio parlasse di sua madre e di quanta stima nutrisse per lei. Le promise che avrebbe letto uno a uno i libri con protagoniste le donne menzionate; ormai voleva esplorare questo nuovo mondo, paese dopo paese. Era un fiume in piena. Le confessò di non essere un grande appassionato di libri, ma di come stesse intraprendendo un nuovo percorso, di come “L’amante di Lady Chatterley” gli fosse stato suggerito da uno sconosciuto in un modo bizzarro. Oggi aveva occhi nuovi, perciò era riuscito a scorgere la piccola libreria. Giada sorrideva, forse neanche credeva alle parole di M., eppure, come Lady Chatterley, avvertiva un’incoercibile attrazione fisica verso un uomo che non era il suo compagno. Cercò però, di eliminare quei pensieri, si sentiva  in colpa già solo per aver accettato l’invito di un cliente sconosciuto. Cercò di salutare M. il più in fretta possibile, come a voler eliminare una tentazione, dicendo di avere molte cose da fare in negozio; come se qualcuno avesse potuto strappare la mela dalle mani di Eva, scappò per salvarsi dal peccato. Come se l’attrazione verso un’altra persona fosse un’occasione malefica, un fosso da saltare, mentre è solo il segnale che non ti basta più chi hai accanto.

M. si ritrovò seduto di nuovo a un tavolino di un bar, solo, ma questa volta con un libro a tenergli compagnia.  Guardava la commessa e il libro, con la voglia di scoprire se ci fosse un nesso tra loro, cosa ci fosse di nascosto dentro quel sogno. Poi, la sua mente volò al Signor D.: “ Ma cosa poteva significare poi quella “D”? Elencò ed escluse una serie di parole. Un nome no. Allora cosa? Perché l’ho incontrato? Maledizione!” ripeteva.

Seguì con lo sguardo Giada fino al negozio, apprezzando sempre più la sua camminata femminile, ma proprio mentre la ragazza cercava, tra le mille cose che aveva in borsa, di prendere le chiavi, M. vide il Signor D. dirle qualcosa all’orecchio. S’infuriò e gli corse contro per gridargli di lasciarla stare; fu spiazzato, invece, dalla reazione di Giada che, ormai, lo aveva preso per  pazzo e non esitò a dirglielo e a intimargli di lasciarla in pace. M. si guardava intorno, del Signor D. non vi era traccia, ma continuava a urlare a Giada: “Ma non l’hai visto? Cosa ti ha detto all’orecchio? “.

Per risposta gli fu chiusa la porta in faccia.

M. ora, ancora più arrabbiato e confuso, si chiedeva perché solo lui vedesse il Signor D. e ancora una volta maledisse quell’incontro. “E’ un manipolatore di anime, agisce invisibile e silenzioso” ripeteva tra sé e sé.  Decise di dover parlare con Giada e, dopo un paio d’ore, fece un secondo tentativo. Entrò nel negozio e fu sorpreso dalla calma di Giada che, non lo mandò via, ma anche per la presenza di altri clienti, lo invitò ad accomodarsi che, appena possibile, avrebbero parlato. Rispose al telefono, mise al loro posto dei libri, andò a controllare che nessuno avesse bisogno di lei e poi si rivolse a M.:

- “Senti, io non so neanche il perché, ma mi voglio fidare di te, però cerca di capirmi e…”, ma M. la interruppe attratto da una foto in cornice appesa dietro la cassa: “Chi è quella donna con te in quella foto? Mi ricorda qualcuno…”

-“Ah, quella? Una mia cara amica: Rebecca Smith…”

- “Rebecca?! Ma si, la donna che ho sognato e che mi ha suggerito  il libro…”

-“Cosa?”  Rispose stupita e seccatissima Giada.

-“Voglio incontrarla” ribatté Marco.

-“Piacerebbe anche a me, ma purtroppo è morta un anno fa, per giunta, in circostanze misteriose. Mi manca tanto…”

-“Un anno fa?! Non è possibile…dovevo forse incontrarla un anno fa? Un autunno fa?”, disse con rammarico e rabbia.

-“Sei un tipo strano davvero, e ti confesso che mi fai anche un po’ paura…Adesso mi fai lavorare per favore?”

-“Sì, scusami…” disse Marco, mentre i suoi pensieri partirono come razzi in direzioni opposte tra loro.

Giada si recò nell’altra stanza, lasciandolo lì con la sua aria perplessa ad accarezzarsi la barba, ma poi tornò con un sorriso commosso: “L’amante di Lady Chatterley…sì, era il suo libro preferito…”.

A Marco salirono due lacrime che gli fecero diventare lucidi gli occhi. Chi era quella Rebecca? Dove  voleva condurlo? Aveva bisogno di sapere tutto di lei e Giada doveva aiutarlo, che lo volesse o no.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quarto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

 

Pubblicato il lunedì 3 settembre 2012 - 11:47
 
Commenti (2) | 3.09.2012

Capitolo 4d di Luca Regis

“Purtroppo l’ultima copia che avevo in negozio l’ho venduta proprio poco fa, – ora che ci penso, questo ragazzo assomiglia esageratamente a quell’altro giovane in compagnia della ragazza dallo strano accento ai quali ho venduto il libro – ma se vuole glielo posso ordinare.” Rispose la giovane commessa alla richiesta di M.. Era una ragazza minuta e molto carina, dai lineamenti delicati. La perlacea pelle, che sembrava di porcellana, risaltava ancor di più il suo candore grazie ai lunghi capelli neri corvini e lisci, tagliati con la frangia cascante sulla fronte. Aveva gli occhi color nocciola e le labbra, sottili e rosa senza nessun trucco a modificarne tinta e lucentezza, lasciavano emergere ad ogni parola una dentatura perfetta e bianchissima.

M. restò pensieroso qualche istante; ma non stava decidendo se ordinare il libro oppure no. Invece stava pensando all’incredibile coincidenza di una giovane coppia entrata in quello stesso negozio ad acquistare proprio quel libro, presumibilmente all’ora in cui lui e R. stavano facendo la stessa cosa. Ma lui e R erano in un sogno. Com’era possibile? Si domandò angosciato M..

Il cuore incominciò a battergli sempre più rapidamente nel petto, le gambe diedero segno di cedimento e M. iniziò a sudare freddo. Uno strano formicolio gli salì dalla base del collo fino alla nuca.

“Si sente bene?” Domandò premurosa la commessa, vedendo M. diventare sempre più pallido e malfermo sulle gambe. Poi, senza attendere risposta dato che era palese che il ragazzo si sentisse tutt’altro che bene, uscì da dietro al bancone della cassa e lo affiancò. Sostenendolo delicatamente per un braccio lo accompagnò a sedersi su di uno sgabello di legno a due passi da loro, vicino ad uno scaffale stracolmo di classici. Si allontanò per qualche secondo, e quando tornò teneva in mano un bicchiere di plastica pieno fino all’orlo d’acqua fresca. Lo porse subito a M., senza nascondere un poco d’apprensione che le si leggeva chiaramente in viso.

Lui accettò di buon grado quella bevanda fresca, anche se ormai quella strana crisi gli stava già passando. Il cuore stava riacquistando un battito regolare e le gambe ritornarono ad essere stabili. Trangugiò in un sol sorso tutto il liquido incolore ed insapore contenuto nel bicchiere, e meccanicamente lo restituì vuoto alla graziosa ragazza che gli stava di fronte.

“Va un po’ meglio ora? Posso fare qualcos’altro per lei?” Domandò ansiosamente la commessa, mentre prendeva il bicchierino dalla mano di M.

“No, no, grazie. Ha già fatto molto, davvero.” Rispose M. un poco imbarazzato, mentre col dorso della mano si asciugava la bocca inumidita dalla bevanda. “Anzi, mi scusi per quanto accaduto. Sinceramente non mi era mai capitato nulla di simile prima d’ora e anche io non mi so spiegare che cosa sia successo – tranne il fatto che nulla di quanto è accaduto questa mattina da quando mi sono tirato fuori dal letto ha una spiegazione razionale.”

La ragazza, un poco più rilassata, tornò dietro al bancone e M. si rimise in piedi. Si guardò intorno stralunato per qualche secondo – che diavolo ci faccio in questa libreria? – poi gli tornò in mente il motivo per cui era entrato lì.

“Allora,” esordì la commessa, come se nulla fosse successo. “Vuole che le ordini il libro che mi ha chiesto?” Insistette sulla domanda di poco prima rimasta senza risposta.

M. la fissò senza dire una parola. La ragazza iniziò ad avere un poco di paura di quello strano individuo. Finalmente M. le rispose che non voleva ordinarlo. “La ringrazio molto ma no, non sarà necessario. Sinceramente le ho chiesto quel libro solo per una stupida curiosità che volevo togliermi, ma non credo che sia più così importante.” Disse quasi in un sussurro, come se stesse parlando da solo.

Ovviamente la ragazza era ignara delle esperienze, reali o immaginarie che fossero, che avevano portato quello strano ragazzo nel suo negozio a chiederle di quel libro. Per quel che poteva saperne lei, probabilmente lui aveva sentito parlare di quel romanzo e di cosa narrasse e, incuriosito, volesse togliersi lo sfizio di leggerlo. Oppure era semplicemente alla ricerca di un cosiddetto “classico moderno”, allora un titolo ne valeva un altro. In ogni caso forse c’era il modo di appioppargli qualcosa da leggere, pensò astutamente.

L’istinto della venditrice eruppe in lei, anche in virtù del fatto che di clienti nel suo negozio ne entravano sempre meno. Allora lei doveva trarre il maggior profitto da ognuno di essi. “Perché non dà un’occhiata alla sezione dei classici?” Domandò con tono fintamente disinteressato, facendo un vago segno con la mano in direzione degli scaffali. “Magari ci trova qualcosa di altrettanto interessante; io le suggerisco Il grande Gatsby.” Poi, senza attendere repliche da parte di M., aggiunse in maniera frettolosa ma decisa: “Entrambi i romanzi offrono un ottimo spaccato della società degli anni venti del secolo scorso, nell’aristocratica Europa e nella borghese America e, anche se la trama di fondo non è esattamente la stessa, ognuno a suo modo racconta una storia un po’ fuori dall’ordinario. Almeno per i tempi in cui sono stati scritti e ambientati.”

“Perché, di cosa parla il libro che le ho chiesto?” Domandò M.

Quindi non era l’argomento che lo attraeva verso L’amante di Lady Chatterley, constatò la ragazza. Allora probabilmente glielo aveva consigliato una donna. Magari una con la quale era stato a letto e aveva lasciato insoddisfatta alla fine di una prestazione amorosa. La commessa sorrise tra sé di quel pensiero. Poi, senza interrogarsi oltre sulle motivazioni di quella richiesta, gli fece una veloce recensione del romanzo. Improvvisando una breve ma esauriente sinossi gli raccontò come si articolava la trama, quali erano i personaggi principali e in quale epoca storica e area geografica si svolgeva la storia. Poi dedicò qualche parola al fatto che il libro incontrò la feroce censura della prima metà del ventesimo secolo e che riuscì ad essere pubblicato, su scala importante, solamente trent’anni dopo la sua ultima stesura. Quindi concluse col fatto che il romanzo prendeva spunto dall’esperienza del tradimento subìto, vissuta in prima persona dall’autore del libro; tal David Herbert Lawrence.

“D’accordo allora, me lo ordini pure.” Decise M. dopo aver ascoltato quell’esauriente recensione.

“Vuole anche l’altro libro che le ho consigliato?” insistette la commessa, ormai decisa a ricavare il massimo da quel cliente.

“No, grazie. Mi basta questo.” Rispose pronto M.

La commessa abbozzò un sorriso ed iniziò a trafficare con il computer per inserire l’ordine. Dopo qualche istante chiese a M. un recapito telefonico e gli comunicò il prezzo al quale gli sarebbe stato venduto il libro. M. le dettò il suo numero di telefono invertendo le ultime due cifre, perché nel frattempo aveva già deciso che non sarebbe mai passato a ritirarlo. Se la giovane e carina commessa avesse chiamato quel numero per avvisarlo che il libro era disponibile in negozio, avrebbe trovato una linea inesistente o avrebbe risposto qualcun altro.

Nonostante i buoni propositi di poco prima di cambiare il suo stile di vita, ancora una volta M. era stato vittima delle circostanze e non se l’era sentita di dire no a quella bella ragazza. Soprattutto dopo che lo aveva premurosamente aiutato durante il suo mancamento ed era stata così gentile da fargli un’accurata recensione del romanzo. M. aveva pertanto scelto la via più semplice, quella che aveva caratterizzato la sua vita fino a quel momento: mentire, imbrogliare e fuggire. Lui non aveva mai affrontato a viso aperto un problema, o qualcuno causa di un problema. Invece si era sempre rintanato in se stesso fuggendo le proprie responsabilità e, quando era stato impossibile nascondersi oltre, aveva mentito negando persino le apparenze. A conti fatti se l’era spesso cavata, ma nel profondo della sua anima M. sapeva che quella che aveva sempre imboccato era la strada sbagliata.

“Mi dovrebbe lasciare cinque euro d’acconto, per poter confermare l’ordine.” La voce della commessa riportò M. in quel negozio, al cospetto di un ordine fasullo che le aveva chiesto di inserire nel computer.

Si ricordò di avere meno di due euro in tasca, quindi era nuovamente giunto il momento di gettare la maschera e scoprire il suo bluff. Istintivamente infilò entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni come per cercare il denaro. Ciangottando disse: “In realtà…vede…è che in questo momento… dovrei averli qui ma…però se lei…”

La commessa mangiò la foglia. “Mi sta cercando di dire che non ha i soldi per la caparra o non vuole confermare l’ordine?” Disse in tono seccato.

“No,…cioè si, ma…” M. cercò di pensare in fretta a come uscire da quell’ennesima situazione imbarazzante, ma più si sforzava e meno riusciva a mettere in piedi un ragionamento soddisfacente. Si sentiva come se fosse stato lanciato in auto a trecento chilometri all’ora in una strada deserta, per poi scoprire solo all’ultimo secondo un ostacolo insormontabile, al cospetto del quale qualsiasi sua manovra sarebbe stata vana al fine di evitare lo schianto. Ritrasse le mani dalle tasche, tirò un profondo respiro e gettò la maschera. “In realtà non voglio confermare l’ordine. Mi sento uno stupido, lo so, ma è stata così gentile con me che non me la sono sentita di negarle l’ordine, nonostante avessi già deciso di non tornare qui a ritirare il libro.”

Dire la verità è (quasi) sempre la maniera migliore per uscire da una situazione difficile, anche se poi bisogna essere preparati ad affrontarne le conseguenze. M. si sentì più leggero dopo aver confessato il suo piccolo crimine. Forse in fondo in fondo non sarebbe stato poi così difficile cercare di cambiare rotta.

Anche la ragazza non sembrò più di tanto turbata da quell’inconveniente. Assunse un atteggiamento di circostanza e, senza aggiungere commenti riportò la sua attenzione al monitor del computer. Con mani esperte iniziò a digitare sulla tastiera. Qualche secondo e, con tono molto professionale annunciò a M. che “Il suo ordine è stato annullato correttamente. Posso fare qualcos’altro per lei?” E sfoderò un freddo sorriso.

M. esitò un istante. “No, a dire il vero no. Lei è stata fin troppo gentile con me e mi dispiace di questo piccolo incidente con l’ordine…”

La commessa lo interruppe seccamente, prima che M. potesse terminare la frase. “Non si preoccupi, non è la fine del mondo. Lei non è né il primo né l’ultimo cliente che non mi conferma un ordine. Sono qui per questo.” Disse in maniera asciutta e distaccata. Poi, in tono indagatorio, aggiunse. “Mi tolga solo una curiosità: il numero di telefono che mi ha dato è davvero il suo?”

M. rispose d’istinto. “In realtà…è davvero il mio numero di telefono, ma con un paio di cifre invertite.”

“Quindi se io l’avessi chiamata a quel numero non l’avrei trovata.” Commentò irritata la ragazza.

Le guance di M. si tinsero di rosso, sotto la barba vecchia di un paio di giorni: “Beh, ecco…si, credo di si perché non so a chi sarebbe stata indirizzata la sua telefonata.”

La commessa si rabbuiò ulteriormente: “Beh, è davvero un peccato. Mi sarebbe piaciuto chiamarla per invitarla a bere una cosa, una sera o l’altra. Ma dato che questo non è il suo numero…”

“No, no, aspetti…mi dispiace ma…in realtà basta che lei inverta le ultim…”

La ragazza, tendendo di fronte a lei un braccio a mostrare il palmo della mano aperto, come un vigile intento a fermare un’auto che corre oltre ai limiti di velocità, troncò decisa e sul nascere le patetiche scuse di quel giovanotto. “Basta così! Ormai non mi interessa più sapere qual è il suoi vero numero di telefono, dal momento che non ho più intenzione di invitarla fuori.” M. avrebbe voluto diventare invisibile e sparire dalla vista di quegli occhi, qualche minuto prima così invitanti e ora così tremendi. La ragazza continuò a redarguirlo. “La sincerità è il pregio che cerco maggiormente in una persona. E lei, negli ultimi dieci minuti, mi ha dimostrato di possederne davvero poca. Non mi interessa prolungare oltre qualsiasi tipo di rapporto con lei, dal momento che non potrò mai fare affidamento sulla sua sincerità.”

M. rimase tramortito da quella ramanzina. Di certo lei era stata più che sincera con lui, di questo bisognava dargliene atto. Senza cercare di abbozzare ulteriori giustificazioni, M. ripiegò la sua coda di paglia tra le gambe e si diresse mesto verso l’uscita del negozio. Giunto sulla soglia, prima che potesse afferrare la maniglia d’ottone e spingere il battente di legno e vetro, la voce della ragazza lo raggiunse tagliente da dietro alle spalle. “Prima che se ne vada vorrei lasciarle un consiglio, per quel che può valere:” M. si bloccò, in attesa di sentire il resto, senza voltarsi a guardare la ragazza in viso per l’ultima volta, pervaso com’era dalla vergogna. “Spesso non basta una vita intera per guadagnarsi la fiducia di qualcuno; ma è sufficiente un attimo soltanto per perderla. Ci rifletta sopra.” M. girò la maniglia ed uscì nella grigia mattina milanese, schiacciato dal peso dell’imbarazzo per quella piccola, ma molto significativa, disavventura.

Una volta in strada si sentì furente con se stesso, tanto che gli venne voglia di urlare a squarciagola. Improvvisamente avvertì di nuovo il cuore accelerare il suo battito e un formicolio sinistro impadronirsi delle sue membra. Prima di stramazzare al suolo lì sul marciapiede, dove la gente di passaggio avrebbe scantonato scambiandolo per un tossico, imboccò la porta del primo bar che vide e si appoggiò pesantemente al bancone. Sentiva gocce di sudore scendergli dalle tempie, nonostante il corpo fosse pervaso da una sensazione di freddo e i brividi lo scuotessero dal profondo. Iniziò a fare lunghi e profondi respiri, con l’intento di ossigenare il più possibile il suo organismo. La vista gli si annebbiò un poco, e una miriade di puntini luccicanti apparvero nel suo campo visivo.

Non ebbe nemmeno il tempo di capire cosa gli stesse succedendo, che un indaffarato barista gli si parò di fronte sollecitandogli frettolosamente la sua ordinazione. M. restò dubbioso un paio di secondi: il primo per capire che cosa volesse quel ragazzo biondo e lampadato, dai modi sbrigativi; e l’altro per decidere che cosa ordinare. Alla fine la parola “Caffè” gli uscì di bocca quasi senza che se ne rendesse conto. Visto lo stato in cui M. versava in quel momento, una camomilla sarebbe stata di certo più indicata; ma data l’ora del mattino non gli sembrò particolarmente appropriata.

Già, l’ora!

M. d’istinto guardò l’orologio, rendendosi conto di essere tremendamente in ritardo per il lavoro.

Il barista tornò con la tazzina di bevanda forte e fumante e attese che lui pagasse la consumazione. M. prese le monetine che aveva in tasca e lasciò il giusto ammontare sul bancone. Il biondastro, sempre senza mutare l’espressione severa del volto, fece scivolare i soldi dal bancone alla mano e li depositò nel registratore di cassa, dopodiché si dimenticò definitivamente di quello strano ragazzo dallo sguardo stralunato e l’aria sbattuta, che se ne stava quasi aggrappato al bancone del bar a fissare il pavimento lercio.

Forse grazie all’aroma forte e inteso del caffè che gli penetrava nelle narici, o forse perché come poco prima nella libreria era solo una mera questione di tempo, il cuore di M. iniziò a rallentare il ritmo del suo battito e il velo scuro che pareva essersi calato davanti ai suoi occhi scomparve. Tornato ad uno stato di quasi normalità, M. sgranò gli occhi e si guardò intorno per la prima volta da quando era entrato in quel bar. Non c’erano molti avventori in quel momento.

Ad un tavolino poco più il là, una coppia di turisti giapponesi stava studiando una cartina di Milano e hinterland, probabilmente intenti a decidere l’itinerario della giornata. Dietro di loro, una giovane donna cercava di leggere una rivista di moda sorseggiando un tè. Ma doveva anche tenere a bada la sua petulante bambina che dal passeggino non le dava tregua un secondo, cercando di attirare continuamente la sua attenzione gettando in terra tutto quello che le capitava tra le mani. Nell’ultimo tavolino in fondo alla stretta e lunga sala, un gruppetto di pensionati stava allegramente giocando a carte e, poco discosto da loro, un uomo di mezz’età vestito elegantemente stava leggendo un quotidiano sorseggiando un caffè. Al bancone c’era solo gente di passaggio, che entrava e occupava il posto giusto il tempo necessario a tracannare di corsa un caffè, prima di tornare alle svariate mansioni quotidiane.

Poco più di un’ora prima, quel bar doveva pullulare di clienti intenti a ingozzarsi di cappuccini e latti macchiati e brioches, prima di tuffarsi un giorno di più nel rutilante mondo degli affari. Tra poco più di due ore, allo stesso modo orde di colletti bianchi provenienti dall’infinità di uffici presenti in zona, si sarebbero riversate in quel bar a caccia di un piatto di pasta precotto o un toast scaldato o una cotoletta alla milanese, che ormai di milanese non aveva più un bel niente.

M. restò lì una decina di minuti. Da solo, appoggiato al bancone, a sorseggiare quel caffè ormai freddo. Completamente assorto nei suoi pensieri, non riuscì ad esimersi dal fare un tuffo malinconico nel suo passato. Incominciò a rimuginare sulle scelte sbagliate, che lo portarono a lasciare l’università poco più che ventenne quando si sentiva immortale e oggi, a trentacinque anni suonati, a ritrovarsi quasi sul lastrico, senza un soldo in tasca e senza la minima prospettiva per il futuro.

“Oh, non vorrebbe qualcosa che le cambia la vita?”

M. si guardò intorno nervosamente.

I giapponesi se n’erano andati e la donna aveva smesso di raccogliere gli oggetti sparsi sul pavimento da sua figlia e la stava lasciano piangere nel passeggino, senza degnarla di uno sguardo. Il barista, con il suo solito sguardo corrucciato, stava asciugando e riponendo sulla macchina del caffè le tazzine e le tazze appena tolte dalla lavastoviglie e due vecchietti litigavano chiassosamente tra loro per una mano di briscola persa, a detta di uno dei due, da pirla. L’uomo elegante se n’era andato e sul tavolino erano rimasti il quotidiano ben ripiegato e la tazzina di caffè vuota. Non c’era nessun’altro in quel bar e nessun nuovo cliente rispetto a prima era entrato.

Eppure M. avrebbe giurato che quelle erano state le parole esatte pronunciate quella mattina presto dal Signor D.. Inoltre era certo di averle udite, non immaginate.

Quasi senza rendersene conto, M. rispose alla domanda ad alta voce. “Certo che lo vorrei, ma come…”.

Il barista si voltò per un attimo verso di lui, pensando di essere stato chiamato per un’ordinazione. Poi, resosi conto che quel ragazzo stava parlando da solo, sempre senza mutare espressione tornò alle sue tazzine.

“Allora sai quello che devi fare.” fu la risposta, che nessuno oltre a M. sembrava aver udito. Ma questa volta M. capì, e decise di assecondarla.

Uscì dal bar e si diresse a passo spedito verso il luogo di lavoro. Giunto in ufficio si recò alla sua scrivania, senza degnare di uno sguardo o di un saluto nessuno dei colleghi presenti. Dal canto loro nessuno si accorse nemmeno che M. era arrivato, o che fino a quel momento fosse stato assente. Soltanto l’implacabile Poletti non perse l’occasione di far notare a M. che era in ritardo, ringhiandogli dalla sua scrivania che lui e gli altri suoi colleghi erano alla loro postazione già da diverse ore, e che per rispetto verso di loro anche lui avrebbe dovuto comportarsi di conseguenza.

M. non lo stava nemmeno a sentire. Erano talmente tante le cose strane, vere o fasulle che fossero, che gli stavano frullando per la testa, che Poletti in quel momento era l’ultima delle sue preoccupazioni.

Si sedette alla scrivania e accese il computer. Attese che il sistema operativo si avviasse e lanciò il programma per l’elaborazione di testi. Iniziò a digitare rapidamente sulla tastiera e dopo aver scritto un paio di righe, cliccò l’icona della stampante e si alzò. Raccolse il foglio dattiloscritto dal cassetto della stampante laser e si diresse verso la scrivania di Poletti. Senza chiedergli il permesso, afferrò una delle dozzinali penne a sfera che teneva nel taschino della camicia.

Preso alla sprovvista da quel gesto, nonché sorpreso dall’inusuale spavalderia di M., Poletti non riuscì a replicare a quell’affronto e quelle poche e sconclusionate parole che gli vennero in mente, gli si spensero mestamente in gola. Allibito, con la bocca ancora aperta dalla quale nessuna imprecazione era riuscita ad uscire, Poletti guardò M. mentre, con la sua penna nera, vergava il suo nome e cognome in calce ad un foglio di carta che teneva in mano. Dopodiché lo vide ripiegare quel foglio in quattro e, con una strana luce negli occhi, sprofondarlo nello stesso taschino dal quale aveva poco prima preso la biro. Poletti non seppe come reagire a quel secondo attacco, ed infatti non fece niente come al suo solito.

Senza aspettare repliche M. ritrasse la mano e gli annunciò, in tono secco e deciso: “Questa è la lettera delle mie dimissioni. Potete mandarmi l’assegno con l’ultimo stipendio e la liquidazione a casa mia. L’ufficio del personale ha il mio indirizzo.” Quindi, prima di avviarsi verso l’uscita, aggiunse: “Grandissima testa di cazzo!” e se ne andò con passo rilassato.

Giunto sulla soglia, prima di abbandonare per sempre quel luogo con tutti i suoi occupanti, M. si voltò a guardare un’ultima volta verso Poletti, che aveva preso quel foglio dal taschino della camicia e lo stava leggendo con espressione incredula. Nessun’altro dei presenti si era accorto di nulla. Erano ancora tutti indaffarati nei loro progetti e nei loro calcoli, e nessuno aveva assistito alla rinascita di M.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del quarto capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

 

Pubblicato il lunedì 3 settembre 2012 - 11:46
 
Lascia un commento | 3.09.2012