Capitolo 3F di Luca Regis

M., basito e incredulo, guardò l’ometto asiatico tutto fiero con il suo nuovo cappello indaffarato dietro al bancone del bar. Poi, senza dire niente, si alzò di scatto e lasciò quel dehor mollando la colazione sul tavolino. D’istinto guardò l’ora e si rese conto di essere terribilmente in ritardo per il lavoro. Corse a rotta di collo giù per le scale della metropolitana per prendere il treno che lo avrebbe portato a destinazione. Salì sul convoglio e restò in piedi, onde evitare di addormentarsi nuovamente.

Pigiato tra pendolari ed extracomunitari di ogni risma, tra il fresco profumo di dopobarba e il pungente lezzo di sudore stantio, cercò di stabilire un filo logico tra gli avvenimenti di quella mattinata, reale o presunta che fosse, senza tuttavia approdare a nulla. Non riusciva più a distinguere che cosa fosse reale e cosa fosse solo il frutto della sua immaginazione. Aveva davvero incontrato il Signor D.? O anche lui, come le ore trascorse con Rebecca, era solo il frutto della sua fantasia?

Eppure il cinese col borsalino…

Il treno giunse alla fermata e M. scese in tutta fretta. Mentre saliva le scale di gran carriera per uscire in superfice e correre in ufficio, con la coda dell’occhio gli parve di vedere il Signor D. che le stava scendendo dal lato opposto. Si voltò per guardare meglio, ed infatti lo vide. Beffardo, con un sorriso sardonico, non appena M. con lo sguardo lo mise a fuoco il Signor D si portò una mano al solito borsalino di panno e lo sollevò dalla testa in segno di saluto – ma come diavolo avrà fatto a procurarsene un altro così in fretta? -. M. invertì immediatamente il senso di marcia, travolgendo alcune persone dietro di lui che gli inveirono contro, ma non se ne importò. Il Signor D. scese con calma gli ultimi scalini e subito si trovò di fronte M.. Il respiro affannoso per la breve corsa, gli occhi iniettati di sangue fuori dalle orbite per la rabbia:

“Adesso basta con questi stupidi giochi!” Si mise ad urlare M., tanto che parecchie persone attorno a lui gli lanciarono occhiate trasversali per capire come mai quel giovane ragazzo stesse gridando da solo. “Mi dica che cosa vuole da me o mi lasci stare per sempre.”

Il Signor D non si scompose. Gli rispose pacatamente guardandolo fisso negli occhi: “Te l’ho già detto poco fa che cosa voglio da te: il tuo tempo. Quello che hai avuto in quest’ultima mezz’ora è stato solo un piccolo saggio di cosa potresti avere per il resto della tua vita. Cerca di rammentare tutte le sensazioni e le emozioni che hai provato mentre sognavi poco fa. Non ti sembravano reali? Odori, sapori, sensazioni tattili: tutto ti stava dicendo che eri sveglio e stavi vivendo, mentre invece era un sogno. Un magnifico sogno.”

Il Signor D lasciò M. a soppesare quelle parole e si avviò per la sua strada. Quando fu a pochi metri di distanza, si fermò e si voltò verso di lui: “Questo è stato solo un assaggio della mia proposta, ed era gratis. Non ti sottrarrò nemmeno un minuto del tuo tempo, ma ti invito a riflettere su cosa ti potrebbe capitare se decidessi di accettare la mia offerta e varcassi quella soglia stasera. Pochi minuti di sonno ti hanno fatto vivere ore magnifiche. Immagina che cosa potresti fare notte dopo notte.”

Quindi si voltò nuovamente e, prima di scomparire ancora tra la folla aggiunse ironico: “A più tardi, mio caro M.”

Una gomitata assestata in pieno stomaco da un signore di mezz’età che correva per prendere il treno, facendosi largo tra la folla a spintoni, riportò M. sulla terra.

“Cafone!” gli urlò M., da parecchio tempo ormai esasperato dalla maleducazione delle persone. Adesso era tutto normale, era ritornato nella vera Milano, non più quella ovattata vissuta con Rebecca. Era quindi ora di dimenticarsi del Signor D. e di tutte le sue fandonie. Ritornò sui suoi passi e riprese le scale verso l’uscita, abbandonando il sottosuolo che puzzava di umidità per salire in strada a respirare lo smog cittadino.

Il freddo si era fatto ancora più pungente, nonostante il pallido sole cercasse di crearsi un varco attraverso la grigia cappa di inquinamento. M. sollevò il bavero della giacca di panno e si strinse meglio che poté per proteggersi dal freddo. L’aria quasi invernale, che aveva iniziato a soffiare più forte, trasportava cumuli di polvere e foglie imbrunite dalla strada al marciapiede, e scarmigliava i suoi folti capelli ricci. Scansando come in uno slalom gli altri milanesi indaffarati come formiche che correvano verso i propri impegni quotidiani, M. percorse a passo spedito quelle poche centinaia di metri che lo separavano dall’edificio dove lavorava, un pò per scaldarsi ma soprattutto perché aveva già cazzeggiato fin troppo quella mattina ed era in ritardo mostruoso.

Dopo un paio d’ore trascorse ad analizzare dati e schivare le bordate di Poletti, M. si recò alla buvette dove si trovavano i distributori di bevande e snack. Di fatto a causa del Signor D., o della visione del Signor D., quella mattina aveva lasciato il bar senza fare colazione e ora il suo stomaco non gli permetteva di pensare a nient’altro se non di riempirlo con qualcosa. Per fortuna i prezzi delle consumazioni erano davvero popolari, quindi con poco meno di due euro avrebbe potuto concedersi quel cappuccino e quella brioches che tanto desiderava. Restò lì una decina di minuti, da solo appoggiato al tavolino dell’area relax, a sorseggiare quel cappuccino istantaneo e quella brioches che prometteva una pasta sfoglia morbida e un buon ripieno di confettura, ma che in realtà offriva una crosta secca a malapena sporcata di marmellata chimica. Completamente assorto nei suoi pensieri, circondato da un ambiente che sentiva non essere il suo, M. non riuscì ad esimersi dal fare un tuffo malinconico nel suo passato. Incominciò a rimuginare sulle scelte sbagliate, che lo portarono a lasciare l’università poco più che ventenne quando si sentiva immortale e oggi, a trentacinque anni suonati, a ritrovarsi quasi sul lastrico, senza un soldo in tasca e senza la minima prospettiva per il futuro.

“Oh, non vorrebbe qualcosa che le cambia la vita?”

M. si guardò intorno nervosamente. Non c’era nessuno lì oltre a lui, eppure quelle erano le parole esatte del Signor D. e M. le udì, non le immaginò.
“Certo che lo vorrei, ma come…” rispose M., parlando da solo.

“Allora sai quello che devi fare.” fu la risposta, e questa volta M. decise di assecondarla.
Tornò alla scrivania e raccolse le sue poche cose, quindi si avviò verso l’uscita.
“Dove hai intenzione di andare?” gli ringhiò Poletti dalla sua postazione.
“Potete mandarmi l’assegno con la liquidazione a casa, l’ufficio del personale ha il mio indirizzo. Io mi licenzio.” Poi si fermò e affissò il suo sguardo in quello di Poletti: “Grandissima testa di cazzo!”.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 12:24
 
Commento (1) | 19.06.2012
Commenti
  1. Andre scrive:

    Finalmente un capitolo scritto bene! Bravo, avrai il mio voto! A parte qualche sbavatura su cui si può tranquillamente soprassedere finalmente questa scrittura a più mani ha trovato un buon capitolo! Spero tu vinca perché, dal tuo capitolo, si può lavorare in più direzioni e dare libero sfogo alla fantasia.

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