Capitolo 3C di Patrizia Bartoli

M. strinse convulsamente tra le mani la copia de L’amante di Lady Chatterley. Quel libro era laprova che l’incontro con Rebecca non era stato un sogno. Ma il cameriere cinese, così assurdo con quel cappello in testa, gli aveva appena detto che si era addormentato – non più di dieci minuti.

Il biglietto che gli aveva consegnato giaceva aperto sul ripiano del tavolino tra il cappuccino e la brioche. M. fu scosso da un orribile tremito in tutto il corpo e distolse lo sguardo da quelle poche righe che lo minacciavano.

<< Maledetto! Maledetto signor D>>, soffocò un urlo, lasciando cadere per terra il libro e coprendosi il volto con le mani aperte. Si alzò di scatto, gettando per terra la sedia. Era convinto che quell’uomo fosse ancora lì, che lo stesse osservando come fa uno scienziato pazzo con la sua povera cavia. Sentiva su di sé il suo sguardo, si sentiva trafitto dai suoi occhi. Rabbrividì ancora di più. Doveva andarsene, cercare un luogo sicuro, dove potersi rintanare e trovare un po’ di tranquillità. Raccolse il libro e pagò la colazione che non aveva assaggiato: due euro e cinquanta. Il cameriere tese la mano con la speranza di ricevere qualcosa per sé, una piccolissima mancia per essere stato così cortese, ma M. gli voltò le spalle e se ne andò di fretta. Con il biglietto accartocciato nella tasca destra dei pantaloni si avviò lungo il marciapiede rasentando i muri dei palazzi che incombevano tetri su di lui.

Camminò a testa bassa, superò la stazione della metropolitana e raggiunse la fermata del tram. Il 14 lo avrebbe portato nel suo vecchio quartiere di periferia dove era nato e vissuto fino ai vent’anni. L’appartamento al numero 3 di Via Malpighi era stato venduto cinque anni prima; i suoi genitori erano tornati a Trecate e sua sorella Ida, che aveva sposato un compagno di università, viveva a Modena. Nessuno lo aspettava, ma M., ancora in preda a una forte agitazione, salì sul 14.

Era stanco, tuttavia non ebbe il coraggio di chiudere gli occhi. Aveva paura di addormentarsi come gli era accaduto poco prima. Infilò la mano nella tasca destra a sfiorare il biglietto che scottava tra le sue dita. Via Malpighi era cambiata negli anni, aveva perso il suo aspetto familiare. Molte vecchie botteghe erano state chiuse, la latteria della signora Lina, la macelleria di Dante non esistevano più. Ma M. sapeva che Bruno, il barbiere che tagliava i capelli e faceva la barba solo a chi pagava in anticipo, era ancora al suo posto.

Aveva trascorso molti lunghi pomeriggi della sua adolescenza tra gli intensi profumi di sapone da barba, di colonia e di brillantina. Bruno era scorbutico con tutti ma non con i ragazzi del quartiere a cui permetteva di ritrovarsi insieme nel retrobottega. Sfogliavano i giornaletti pornografici, chiacchieravano delle ragazze, del Milan, dell’Inter, fumavano Marlboro e, a volte, Camel. Glauco era l’amico più prezioso di M., un fratello. Era stato Glauco a fargli conoscere il retrobottega di Bruno con tutte le sue meraviglie. Il giorno in cui avevano fumato il primo spinello era un ricordo che si stagliava ancora netto nella sua memoria. Rivedeva Glauco nel momento in cui tirava fuori dalla sacca di tela una sigaretta striminzita e storta e poi gli diceva
<< Oh, M., sei proprio scemo! >> perché lui non capiva.

Infine si era lasciato convincere. Un tiro per uno fino al purgatorio e ritorno. Niente paradiso, niente trip celestiale, ma pensieri imbizzarriti e risatine cretine. E un gran mal di testa, dopo. E la fame.

La bottega di Bruno aveva la stessa insegna di allora. La parola Barbiere era scritta a caratteri maiuscoli neri su uno sfondo grigio, senza nessuna illuminazione. La porta a vetri era riparata da una tendina bianca e M. si sentì schizzare il cuore nel petto dalla gioia. C’era qualcosa di bello nel fatto che Bruno non avesse mai voluto fare della sua vecchia bottega qualcosa di diverso. Appoggiò la mano sulla maniglia d’ottone e aprì la porta. Bruno, alto e magro con indosso la giacca da lavoro bianca, stava tagliando la barba a un cliente. Lo vide riflesso nello specchio ma non lo salutò. Non una parola. Era sempre stato così, silenzioso e concentrato. Pretendeva di essere pagato in anticipo, ma sul lavoro era impeccabile. Non c’erano altri clienti e M., sicuro di poterlo fare, attraversò la stanza e raggiunse il retrobottega.

Glauco era lì che lo aspettava. Com’era possibile? Glauco era morto. Morto ammazzato dieci anni prima sull’Aurelia, vicino a Livorno. O si sbagliava? La sua mente era vuota, ora non ricordava più niente. Il passato si confondeva, in un grumo di immagini e di sensazioni indistinte.

Glauco gli parlò.
<< Ciao, M.>>

<< Amico mio, è una vita che non ti fai vedere da queste parti.>>

<< Che hai? Perché non dici niente?>>

<< M., ti senti bene?>>

<< Dai, avvicinati, fatti abbracciare, vecchio arnese>>

<< Ma cos’è quella faccia che fai? Sono io, Glauco. Sveglia!>>

M. si riscosse all’improvviso. Era sprofondato nella poltrona gialla che occupava il centro del
retrobottega. Si era addormentato e aveva sognato Glauco.
Si alzò, impaurito. Non riusciva a respirare e il cuore era come un martello che colpiva impazzito. Aprì la bocca in uno spasimo di dolore. Barcollò fino al muro e vi si appoggiò, cercando di rimanere in piedi. Alcune lacrime gli rigarono il volto. Piangeva per Glauco, piangeva per sé. In silenzio. Mentre cercava di resistere all’angoscia che lo soffocava, udì la voce del signor D.
<<Buongiorno, Bruno.>> disse, entrando nel negozio. << Devo tagliarmi i capelli ma faccia con comodo perché non ho fretta. >>

M. capì che non poteva più scappare.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 12:03
 
Commenti (6) | 19.06.2012
Commenti
  1. Assan scrive:

    Bello!! :)

  2. Patrizia Bartoli scrive:

    Grazie!

  3. Luigi scrive:

    Bellissimo racconto !!!!!!!

  4. Giulia Basile scrive:

    Che nostalgia per quelle vecchie botteghe e per quel cuore vecchio e saldo che ci appartiene! Brava Patrizia!

  5. Marta scrive:

    non ho commentato prima perche nn volevo influenzare il voto:) secondo me è 1 capitolo molto coraggioso, hai azzardato non seguendo quello che era lo schema in continuita con il capitolo precedente: della ragazza del sogno, del lavoro… ma hai introdotto in modo anche non artificioso e spontaneo un nuovo personaggio quello che poteva diventare di spalla x M e il velo di malinconia che aleggia è molto evocativo:) Brava!

  6. Marta scrive:

    e D, ,perche no, poteva essere la rincarnazione di G! o cosi poteva autoconvincersi marco e in quel modo donare 1 anno di vita avrebbe avuto tutto un altro significato…:)

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*



*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>