Capitolo 3B di Arianna Grasso

M. non aveva mai creduto nel destino. Ogni volta che Lisa gli confessava con estrema e profonda convinzione che la loro unione fosse già prevista, così come le sue promozioni nel campo editoriale, e che, in questo grande libro della vita, vi fosse anche scritto il suo immacolato futuro, il nostro povero protagonista alzava gli occhi al cielo, come nella speranza che qualcuno le facesse aprire gli occhi, per rendersi conto di questa mera illusione.

Di per sé M. non credeva praticamente in nulla, la vita gli aveva dato fin troppe speranze e, se c’era una cosa che aveva capito nei suoi 35 anni di vita, era che illudersi fosse il primo passo per la sconfitta. Le uniche due cose in cui si permetteva di credere erano: la maledizione legata all’autunno, che non aveva mai mancato di ripresentarsi puntualmente ogni anno; e l’inesistenza del destino, perché se tutte le sue disgrazie non erano state scritte da qualche parte, poteva ancora sperare di cambiarle, di rimediarvi e quindi considerarsi ancora una persona relativamente fortunata, artefice del proprio futuro.

Adesso, invece, il signor D aveva cambiato ogni variabile della costruzione mentale che M. aveva della realtà, lo aveva trasportato, senza il suo consenso, sì in un mondo fantastico, ma pur sempre fittizio, instabile, irreale e così dannatamente vero.o del giorno precedente riguardo al bozzetto da presentare ai clienti, oggi sarebbe persino arrivato in ritardo. Ormai si poteva considerare spacciato. Per di più la metropolitana non era utilizzabile: l’entrata chiusa e tutto

M. doveva andare in ufficio, ed era disastrosamente in ritardo. Non bastava la lite con il suo capcompletamente transennato, macchine della polizia ovunque e poliziotti che bloccavano la folla di curiosi e di pendolari. Un’ ambulanza se ne stava andando con la sirena spenta. Il defunto che faceva il suo penultimo viaggio verso l’obitorio, era riuscito nella sua missione suicida e si era fatto travolgere del treno. La stazione fu evacuata alla svelta, tutte le corse vennero sospese e solo qualche ora più tardi il servizio fu ripristinato, ad esclusione di qualche fermata. Molte persone, ignare che in questo freddo giorno d’autunno avrebbero assistito ad un suicidio, furono fermate dalla polizia, per essere portate in centrale e lasciare la loro deposizione sull’accaduto in modo da ricostruire le dinamiche del drammatico avvenimento.

Dopo l’amara scoperta di aver vissuto solo in un sogno, di essersi innamorato di un’illusione, di essere stato ingannato, di essere in ritardo, di non poter usare la metropolitana e di non aver abbastanza soldi per un taxi, M. fu colpito da una rabbia, da un’ansia che gli opprimeva il cuore, da un tremore isterico alle gambe, come se tutto il mondo gli stesse cadendo addosso e dovesse sopportarlo con le sue esili articolazioni, che non si era mai preoccupato particolarmente di sviluppare. Quando stava per cadere nel baratro più profondo della disperazione, raccolse le forze, si scrollò dell’ansia che non lo faceva muovere e sfogò la sua rabbia correndo, come mai aveva osato fare nella sua vita, perché oggi doveva riuscire a realizzare almeno una cosa, doveva sconfiggere tutti questi ostacoli che lo frapponevano dall’ arrivare a lavoro.

Si stava riappropriando della sua vita, della sua esistenza. Si era reso conto che tutte le scelte nella sua vita non erano state prese da lui stesso, ma erano stati gli altri a scegliere, quindi ad obbligarlo a fare cose che non avrebbe mai voluto fare, ma la cosa peggiore di cui si accorse era che questo gli piaceva e faceva comodo: in questo modo non aveva problemi di ragione o torto, non doveva decidere quale strada imboccare, si era sempre lasciato trasportare dalla corrente, fino a quando la situazione non gli sembrava insostenibile, ed in queste rarissime occasioni scoppiava.

Uno di questi episodi era accaduto quando, una volta diplomato, i suoi genitori decisero che doveva entrare assolutamente nella facoltà di medicina della Cattolica. Il signor Cirelli aveva degli agganci con alcuni professori molto influenti nell’università, quindi per M. non sarebbe stato difficile essere ammesso. Purtroppo ciò che M. desiderava fare sin da bambino, era il progettista di giochi per il PC, e sperava che una volta inserito ed affermato nel settore, avrebbe usato la sua influenza per portare i suoi videogiochi sulle console portatili. Nonostante la sua passione, tenne comunque gli esami di ammissione per medicina ed il tanto temuto colloquio e riuscì a passarli entrambi. Frequentò un intero anno, passando anche brillantemente tutti gli esami. Studiava senza interesse, ma con grande motivazione perché grazie ai suoi risultati, i suoi genitori avrebbero dovuto tener fede al patto concordato con il figlio, per cui: se M. avesse superato egregiamente tutti gli esami del primo anno, i signori Cirelli avrebbero usato i loro agganci per assicurargli l’accesso al Politecnico di Milano alla facoltà di ingegneria informatica, inoltre gli avrebbero fornito un alloggio, l’iscrizione all’università ed assicurato una piccola rendita mensile. In realtà, i due astuti genitori speravano che il figlio si capacitasse ed appassionasse all’idea di diventare un medico, e quando M. seppe che non gli avrebbero mai lasciato seguire i suoi sogni, fece le valigie, raccolse tutti i suoi risparmi e la carta del conto in banca intestata a lui, che i genitori provvidero a disabilitare, e scappò di casa, prese il primo treno da Roma a Milano e non si guardò mai più indietro.

Un paio di giorni dopo la sua svolta epocale, aveva ricominciato a farsi mettere i piedi in testa, questa volta da, allora una perfetta sconosciuta, Lisa che lo manipolò sin da quando gli chiese in prestito lo stereo, promettendogli di riportarglielo subito, ma che si trova ancora nella sua libreria, mezzo rotto poiché il suono esce solo da una cassa e si può ascoltare solo una cassetta, sempre la stessa perché si è bloccata all’interno del registratore, fino a quando, una volta lasciati, gli chiese persino l’appartamento e M. come un allocco glielo diede pure.

Purtroppo, nonostante fosse entrato alla facoltà, si fosse trovato un appartamentino che riusciva a permettersi grazie ad un lavoretto part-time, non resse lo stress e dovette abbandonare il suo sogno poco prima di dare l’esame di architettura dei calcolatori e sistemi operativi, dopo ben 14 mesi passati tra quelle aule immense ricche di intelligenza e di rigore, che ancora adesso lo tormentano nei sogni rinfacciandogli la sua scarsa determinazione.

Ma questo era il momento della svolta definitiva, non doveva più essere succube dei desideri altrui, era lui al comando. Dopo tanto tempo, aveva finalmente capito di essere stato uno stupido che si faceva comandare a bacchetta persino nella sua immaginazione. Si era reso conto che il suo sogno era irrealizzabile sin dal principio, perché non c’erano le basi su cui poterlo costruire, non c’era quello scatto di aggressività, di determinazione, di autonomia, di foga o di furore che serve ad ogni grande artista, a chi vuole ergere dalla massa.

Arrivò a lavoro con i polmoni che stavano per esplodere, completamente zuppo di sudore, senza fiato in gola, tutto viola in faccia, come se non gli stesse più arrivando ossigeno dal collo in sù, e proprio in quell’attimo ecco arrivare il capo, il signor Poletti.

“Signor Cirelli!”

“Anf! Si…Signor Anf! P..Poletti Anf…..Le devo…parl…!” Rispose M. cercando di pronunciare le parole che erano interrotte dall’affanno e poi cominciò a tossire.

“Sa, signor Cirelli, se questa fosse una giornata normale e, beh!, lei ricoprisse in maniera eee… consona la sua posizione, avrei cominciato il discorso con un Alla buon ora!, ma sembra veramente stanco, e non voglio impegnarla più del dovuto, anche se di tempo libero adesso ce ne avrà in abbondanza……..Beh! Ecco, le volevo semplicemente comunicare che lei è licenziato! Troverà la lettera sulla sua scrivania. Ah! Non si azzardi a chiedere la liquidazione o cose simili, e non chieda aiuto al sindacato, tanto sarebbe dalla mia parte.”

“Non si preoccupi signor Poletti,- rispose prontamente M.- non ho intenzione di importunarla con le mie richieste. Anzi, quest’oggi ero venuto apposta per licenziarmi. Ho capito che non sono adatto per questo lavoro e che lei, signore, ha la mente un po’ troppo chiusa. Le mie idee sono ottime signore, e se lei non le valuta come dovrebbe, non ho intenzione di rimanere in quest’azienda un secondo di più. Detto questo, vi ringrazio tutti, davvero, senza di voi e di Lei, non avrei mai capito quale terribile errore stessi facendo. Grazie ancora e addio!”

Dopo questa clamorosa confessione, che lasciò il signor Poletti inchiodato alla scrivania tutto il giorno a rimuginare su cosa avesse il sig. Cirelli da ringraziarli e da dove avesse preso quell’aria felice, nuova e decisa, e che lasciò il resto dell’ufficio nel panico e nel caos generale perché non ricevevano più direttive dal capo, M. si incamminò per le strade di Milano, pensando e ripensando a Rebecca. Si chiedeva perché avesse sognato proprio una donna come lei, con quello strano accento pavese, quel suo spiccato senso dell’umorismo, quella sua sprezzante energia, quella sua bellezza impareggiabile ed unica racchiusa da un sorriso che toglieva il fiato.

Pensò allora che non poteva essersela inventata, ma che l’avesse già conosciuta. Forse l’aveva intravista quando viveva ancora a Roma o anche qui a Milano, o forse in una delle lezioni di fondamenti di informatica, il corso più seguito e più difficile, ma anche più interessante dell’anno, o ancora ad una festa organizzata da Lisa di cui conosceva sempre solo un quarto degli invitati, oppure…..Basta! Il suo cervello stava per esplodere tra tutte queste congetture. Stava cercando, con scarsi risultati, di ricordare il momento in cui potesse averla conosciuta, ma di attimi ce n’erano in abbondanza, e poi da bravo fidanzato, quando stava con Lisa, le altre ragazze non le guardava neppure (accorgimenti che  la sua ragazza, invece, non si preoccupava di seguire).

Decise quindi che se voleva escludere qualche ipotesi, doveva raccogliere il suo rinato coraggio e fare una visitina alla sua ex-ragazza. In fondo, per quanto la disprezzasse per il modo in cui l’aveva trattato ed avesse deciso di non rivederla mai più, lei era l’unica persona al mondo che riusciva a ricordarsi il nome e fare una descrizione fisica dettagliata di tutte le persone che aveva conosciuto, quindi se aveva partecipato ad una di queste feste, M. poteva permettersi di sperare, almeno quest’unica volta, di aver trovato la felicità, superando l’ostacolo di questo autunno-contro che si portava appresso, con questo vento freddo che lo penetrava nelle ossa, ma che pian piano si stava facendo più tiepido e cominciava ad accarezzargli dolcemente il viso.

Mentre stava per raggiungere il suo vecchio appartamento, pensò che fosse il momento di riequilibrare la sua questione finanziaria, almeno per il momento. Chiamò allora la signorina Belotti, sua vecchia e fedelissima cliente per comunicarle che avrebbe ricominciato a dare lezioni private di dizione.

Dovete sapere che M. per un certo periodo lavorò in proprio, dando queste lezioni private nel suo appartamento ad attori, cantanti, docenti, alunni nel periodo tra il licenziamento dal primo lavoro di cameriere, che gli permetteva di pagare l’iscrizione all’università e gli esami, e il “posto fisso” che aveva trovato presso l’agenzia pubblicitaria, da cui si era dimesso questa stessa mattina. Per le sue qualifiche in questo lavoro doveva ringraziare i suoi genitori che, per fargli ottenere ottimi voti nei test orali, sia alle superiori, sia all’università, in vista di una sua carriera in ambito medico, decisero di chiamare il miglior professore sul mercato per impartirgli delle lezioni di dizione. Siccome non tutti i mali vengono per nuocere, M. decise di usare il suo talento acquisito per guadagnarci qualcosa, ed una dei suoi primi clienti fu proprio la signorina Belotti, di cui aveva ancora il numero di telefono ed a cui si rivolgeva con naturale familiarità, persino adesso, nonostante fosse passato molto tempo dall’ultima volta che si erano visti.

“Pronto, chi è?” Rispose la donna.

“Salve Maria! Ti ricordi di me? Sono Marco!”

“Ah! Ciao Marco, da quanto tempo! Come stai, tutto bene?”

“Sì, certamente, e tu come stai?”

“Meravigliosamente!”

“Beh! Si sente dal tono di voce che hai, che va tutto bene, complimenti! Comunque Maria, ti volevo chiedere una cortesia. Ho intenzione di ricominciare a dare lezioni di dizione, e dato che sei sempre informata su tutto e conosci tante persone che potrebbero essere alla ricerca di questo tipo di lezioni, vorrei tanto che mi facessi un po’ di pubblicità.- E sorridendo aggiunse- L’invito è valido anche per te se sei interessata, ovviamente!”

“Oh grazie, mi lusinghi ogni volta! Vedrò di parlare bene di te con i miei amici di teatro, in particolare ti proporrò ad Antonio Contini, penso che abbia veramente un bisogno disperato delle tue lezioni! Per quanto riguarda me, non penso di averne bisogno, ho migliorato molto i miei difetti di pronuncia. Sai, mi hanno offerto una parte in un film!  Sono davvero felice!”

“Anch’io sono molto felice per te e ti ringrazio in anticipo. Che ruolo devi interpretare in questo film?”

“Una madre pavese legata ad una vita che non la soddisfa e ad un marito che non la capisce, la classica storia, hai capito no?” Ed intanto M. si era fermato alla parola pavese, e pensò che non poteva essere una coincidenza.

“Sai, senza offesa, ma non hai il tipico accento pavese. Potremmo lavorarci qualche ora, che ne dici? Tanto le basi ce le hai, quindi parlarlo sarà una passeggiata!”

“Marco, mi hai convinta. Sei libero questo pomeriggio, diciamo verso le sei?”

“Per te sono sempre libero!”

Con un sorriso stampato in faccia, la signorina Belotti disse:“Va bene, allora a dopo.”

“A dopo.” Ed anche questa è fatta. Pensò M..

Si recò, dunque, in Via G.B. Morgagni con il 33 perché la metropolitana tardava a riaprire. Arrivò sotto casa ed aspettò qualche minuto prima di suonare il campanello. Doveva riordinare le idee, formulare un discorso logico, trovare una scusa per entrare, tutti problemi che fino ad ora non si era mai dovuto porre, in fondo quella casa la sentiva ancora come di sua proprietà, nonostante non avesse più le chiavi di casa ed avesse lasciato il contratto d’affitto nelle mani della sua ex. Si fece coraggio ancora una volta e suonò con fermezza il campanello. Rispose Lisa ed M. rimase per un attimo impietrito dalla sua domanda :“Chi è?” A cui aggiunse: “C’è nessuno?…. Se è uno scherzo, non è divertente!  Guardate che chiamo la polizia! Non dovreste essere a scuola adesso? Rispondete!” Lisa esagerava come al solito, ma almeno questo calmò M., che si affrettò a rispondere:” Sono io, Marco! Posso entrare?”

E lei con un tono abbastanza calmo e normale gli chiese:” Perché? Cosa vuoi?”.

“Beh! Innanzitutto vorrei il mio stereo, e poi vorrei parlarti”.

“Va bene, sali.” E gli aprì il portone.

Salì le scale perché doveva scaricare la tensione, ma si dovette arrendere già al secondo piano e prese l’ascensore. Dopo tutto quel tragitto a piedi e con il tram, in cui non trovò neanche posto a sedere, si era stancato e tutto quello che desiderava al momento era una sedia ed un bicchiere d’acqua.

Lisa gli aveva lasciato la porta socchiusa e si era rimessa seduta sul divano, aveva spento la televisione e si stava riscaldando le gambe con la coperta di lana che le aveva regalato la madre e che aveva ancora il suo buon odore, lo stesso odore che Lisa cercava nella casa della sua infanzia, da quando il padre aveva bruciato in un impeto di follia ogni ricordo appartenuto alla moglie che l’aveva tradito e di cui la povera figlia non riceveva più notizie. Bruciò tutto tranne quella coperta che Lisa riuscì a salvare.

“Permesso?” Chiese intimorito M..

“Avanti entra. Scusa per prima, credevo che fossero i ragazzini del piano di sopra. Sono davvero dispettosi, spero che Andrea non diventi come loro!”

“Quindi sai già il sesso del bambino? Ma non è ancora u po’ presto?”

“E tu che ne sai? Per caso sei un dottore?” Rispose Lisa, dimenticandosi del suo anno a medicina.

“Non volevo essere un dottore, dovresti saperlo!”

“Ah, già! Scusa, a volte me ne dimentico! Comunque, hai ragione, il sesso ancora non lo so, ma non voglio solo chiamarlo bambino, voglio abituarmi a chiamarlo con il suo nome.”

“Fantastico. Posso prendermi un bicchiere d’acqua?”

“Sì, certo.”

E mentre si versava l’acqua nel bicchiere, M. disse:“Sai, non pensavo andassi in maternità già dal terzo mese! Conoscendoti, pensavo avresti lavorato fino a che non ti si sarebbero rotte le acque!” E bevve, facendo accenno a un sorriso.

“Pensavi bene, ma il mio medico mi ha obbligato a stare casa per almeno un mese perché altrimenti potrei perdere il bambino.”

“Capisco.” Rispose M. finalmente partecipe della discussione.

“Comunque se lo vuoi, lo stereo è nella libreria. Si è rotta una cassa e si può sentire solo la canzone che ti piace tanto!”

M. prese lo stereo mezzo rotto, lo posò sul tavolino del soggiorno e pensò a cosa Lisa gli avesse potuto fare per ridurlo in quello stato. Ma non era per questo che era venuto.

“Sto cercando una ragazza.”

“Oh! Che novità! Se sei venuto a chiedermi di rimetterci insieme, te lo p..”

La interruppe bruscamente M.:” Non è per questo che sono venuto. Penso… Credo di aver conosciuto questa ragazza quando stavamo insieme, quindi volevo sapere se conoscevi una certa Rebecca.”

“Sì – rispose Lisa ed il cuore di M. si fermò per un attimo, e cominciò a battere all’impazzata, e sul suo volto si manifestò una strana espressione, la stessa di quando seppe di essere stato ammesso alla facoltà che tanto agognava – ne conosco due, anzi tre se contiamo anche mia cugina, ma non te l’ho mai presentata.”

“Ha un accento strano, una ‘r’ leggermente moscia ed una ‘s’ troppo marcata, e dovrebbe essere di Pavia”

“Non puoi parlarmi del suo accento e sperare che io mi ricordi il tono di voce di ogni persona che ho conosciuto! Quello è il tuo campo, non il mio! E per quanto riguarda il fatto che sia di Pavia, beh! non sto di certo a chiedere ad ogni persona che incontro da dove provenga. Se riuscissi a descrivermela sarebbe meglio.”

“Beh! Ecco, è bellissima, frizzante, quando corre, i suoi capelli fluttuano nell’aria, quasi non fossero sottoposti alla forza di gravità, ed i suoi occhi hanno quell’intensità che sembrano scavare nelle profondità della tua anima e le sue….”

“Oh! Che bello, Marco ha trovato l’amore della sua vita…… ma a quanto pare non riesce a descriverla!” E gli lanciò una delle sue occhiatacce, come per dire Tipico!

“Sai che non riesco a fare una descrizione fisica delle persone che conosco, non bado molto ai particolari! É anche per questo che non volevo fare medicina. Ti ricordi quando mi presentasti tuo zio Giorgio?”

“Sì, mi ricordo perfettamente, ahaha! Quella scena mi tira sù ancora oggi, ogni volta che mi sento triste. É stato bellissimo! Tu che gli continuavi a parlare di vino e lui che cercava di disperatamente di cambiare discorso!”

“Pensavo che fosse lo zio Nicola, grande amatore di vino e non un membro degli Alcolisti Anonimi, e poi i tuoi zii sono tutti uguali!”

“Ma se lo zio Giorgio è alto, magro, con gli occhi azzurri ed i capelli bianchi e lo zio Nicola basso, robusto, con gli occhi castani e si fa le tinte! Comunque. Sai qualcosa che non riguardi il fisico di questa bellissima donna?”

“Beh! Quello che so è che le piace correre, bere vino, una sua amica ha un blog di cucina, voleva farsi un tatuaggio… Mmm… Potrei provare a contattare ogni tatuatore di Milano, e se sono fortun….” Fu interrotto da Lisa.

“Qual era l’ultima cosa che hai detto?”

“Che si voleva fare un tatuaggio? Lo so è una cosa molto interessante, non a tutti piace farsi..”

“Zitto! Non questa, l’altra!”

“Che una sua amica ha un blog di cucina?”

“Sì! Esatto! Lo sai, sei molto fortunato! Ho conosciuto una volta una Rebecca qui a Milano, che non faceva altro che parlare della sua amica che aveva questo blog di cucina, e sapessi che cosa cucina!  É strano che non la ricordi, te l’avevo anche presentata all’epoca! Peccato! Sarebbe stato facile rintracciarla se il blog fosse ancora aperto! Adesso che mi ci fai pensare aveva un accento strano!”

“Il blog è stato chiuso? Quando?”

“Sì, l’ha chiuso qualche settimana fa. Un uomo l’aveva presa di mira sul blog, scrivendo commenti poco carini su di lei in continuazione, aveva provato molte volte a cacciarlo, ma ogni volta ritornava, quindi è stata costretta a chiuderlo.”

“Va bene così! Mi basta sapere che esiste. Grazie mille Lisa, sapevo di poter contare su di te! Buona fortuna ancora con Andrea, sono sicuro che sarai una brava mamma!”

“Te ne vai di già?” Chiese con uno sguardo misto tra stupore e tristezza.

“Sì! Ho una cosa molto importante da fare.” Disse con lo sguardo rivolto a Lisa e le mani già pronte ad aprire la porta.

“Grazie per essermi venuto a trovare, mi ha fatto piacere parlare di nuovo con te, come vecchi amici. Ti trovo molto cambiato, se fossi stato così maturo anche quando stavamo ancora insieme, un anno fa, probabilmente non ci saremmo lasciati.”

“Lo so. Anche a me fa piacere che il nostro rapporto sia tornato …. normale. Ciao!”

“Ciao!” Sussurrò Lisa, guardando lo stereo che M. aveva nuovamente dimenticato sul suo tavolino, mentre una timida lacrima le scendeva giù sulle pallide guance. Sarà stata la nostalgia! pensò, ma il cuore sapeva che non era stato di certo il ricordo dei tempi andati a renderla triste, bensì la consapevolezza di non poter tornare indietro.

M. si diresse con tutta calma verso la metropolitana, che ormai doveva essere stata riaperta. Tornò nel bar del cinese ed ordinò un caffè. Si sedette al tavolino con il suo caffè ed esattamente in quell’attimo il signor D entrò nel locale.

M. era calmo, sorseggiava il suo caffè con gli occhi socchiusi. Nella tranquillità che lo circondava, irruppe l’anziano signor D, posando il suo borsalino sul tavolino e sedendosi davanti a M. come aveva fatto qualche ora prima.

“Com’è stata la sua prima esperienza nel modo dei sogni?” Gli chiese il signor D.

“Sono qui per rispondere alla richiesta che mi ha posto questa mattina.”

“Mi dica, cosa ha deciso?”

“Come penso saprà, dato che lei sa tutto di me, ho incontrato questa ragazza, Rebecca.”

“Sì, lo so. Cerco sempre di tenermi informato sulle mie cavie. É stato impagabile vedere l’espressione che aveva in volto quando ha scoperto che era tutto falso! Ahaha!” E continuò a ridere, fino a quando M. disse:

“Non era tutto falso, Rebecca esiste eccome!”

“E quindi? Non vedo dove voglia arrivare con questo discorso, Marco.”

“Accetto la sua proposta!”

“Wow! Non pensavo di convincerla così facilmente!”

“Neanche io lo credevo possibile, ma quando ho saputo che Rebecca potrebbe vivere qui a Milano, ho pensato che potevo sfruttarla signor D. Userò il suo mondo dei sogni per cercare Rebecca e scoprire dove si trova.”

“E non potrebbe cercarla qui a Milano, senza ricorrere ad un sistema che le ruberà tutti i giorni che le restano da vivere sulla Terra?”

“Potrei, ma poi ho pensato che lei non si sarebbe fatto liquidare da un semplice no, e mi avrebbe riportato in questo mondo immaginario, così tante volte, che non sarei riuscito a capire più quale fosse il sogno e quale la realtà, probabilmente fino a farmi impazzire. Per quanto riguarda invece il tempo che mi resta da vivere su questo pianeta, non mi importa. Rebecca mi ha salvato! Mi ha fatto aprire gli occhi. Senza di lei sarei già morto e vivere senza di lei, ora come ora, significherebbe morire. Quindi non ho paura della morte, se questa sarà per Rebecca. Piuttosto, signor D, lei ha ancora intenzione di propormi questo accordo, alla luce dei nuovi fatti?”

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 11:48
 
Commento (1) | 19.06.2012
Commenti
  1. Arianna scrive:

    Scusate, ma il quarto capoverso è sbagliato perché una parte si trova in quello precedente, lo riscrivo qui sperando che lo leggiate. Mi scuso nuovamente per l’errore di battitura.

    “M. doveva andare in ufficio, ed era disastrosamente in ritardo. Non bastava la lite con il suo capo del giorno precedente riguardo al bozzetto da presentare ai clienti, oggi sarebbe persino arrivato in ritardo. Ormai si poteva considerare spacciato. Per di più la metropolitana non era utilizzabile: l’entrata chiusa e tutto completamente transennato, macchine della polizia ovunque e poliziotti che bloccavano la folla di curiosi e di pendolari. Un’ ambulanza se ne stava andando con la sirena spenta. Il defunto che faceva il suo penultimo viaggio verso l’obitorio, era riuscito nella sua missione suicida e si era fatto travolgere del treno. La stazione fu evacuata alla svelta, tutte le corse vennero sospese e solo qualche ora più tardi il servizio fu ripristinato, ad esclusione di qualche fermata. Molte persone, ignare che in questo freddo giorno d’autunno avrebbero assistito ad un suicidio, furono fermate dalla polizia, per essere portate in centrale e lasciare la loro deposizione sull’accaduto in modo da ricostruire le dinamiche del drammatico avvenimento.”

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