Capitolo 3A di Giulia Madonna

M. rimase atterrito e raggelato. Bevve velocemente il suo caffè oramai gelato, che come un pezzo di ghiaccio gli si fermò sullo stomaco. Poi si alzò di scatto e cercò di sparire da quel bar e da quell’alone grigio e terrficante.

“Nò, assolutamente nò! Non ho nessuna voglia di cadere in questo terribile inganno! Anche perchè non ho scelta! E quando mi mettono con le spalle al muro io non ci sto!!”

M. era fuori di sè aveva gli occhi rossi di rabbia e a gran passi andò di gran lena verso la metro e verso il suo ufficio. Mentre camminava si specchiò improvvisamente in una vetrina e esterrefatto si accorse che era già molto cambiato in volto. Allora preso dalla paura si avvicinò alla vetrina per guardarsi con attenzione. Vide con sua estrema meraviglia che già sulle tempie erano apparsi i primi capelli bianchi, pochi, certo, ma già c’erano. I suoi occhi apparivano cerchiati da minuscole borse e un inizio di occhiaie che gli davano un’aria sbattuta. Certo, lui non si era mai visto bello ma la faccia da ragazzino, quella, sì, era stata sempre la sua solita faccia. Ora invece cominciava a dimostrare più dei suoi anni e, certo, la cosa non gli poteva far piacere.

“Ho dormito appena pochi minuti e sono già ridotto così! Non che mi importi del mio aspetto fisico, ma non è possibile sottostare ad un simile inganno. Anche perchè io non ho detto sì!”

Più camminava e più si convinceva che quella di D non poteva essere una scelta nè una soluzione per la sua vita, anche perchè i problemi rimanevano e lui si logorava dentro e fuori. E poi lui non aveva mai creduto ai sogni o almeno a quelli impossibili che si fanno ad occhi aperti. Ogni passo che faceva si sentiva  crescere una gran forza dentro e la voglia di rimettere le cose a posto da solo e senza i sortilegi e gli inganni di D. Arrivò in ufficio e cercò di tirarla fuori quella sua forza interna. Cominciò a salutare tutti con calore. Tutti risposero al saluto e gli sorrisero. Si sedette alla sua scrivania. Era piena di lavoro arretrato che negli ultimi tempi aveva evitato e cercato di non fare con tutte le scuse possibili.

“Ora è arrivato il momento di tirare fuori le palle! E poi, meglio logorarsi di lavoro che farsi ridurre così dagli inganni di D!”a. Con forza e coraggio iniziò a svolgere con attenzione e precisione il suo lavoro. Certo, non fu facile. Ora era necessario iniziare a riprendere la propria vita in mano. Certo che la fatica era immensa ma man mano che la pila diminuiva sentiva dentro un gran sollievo. Durante la pausa pranzo i colleghi lo avvicinarono e lui si concesse alle loro domande senza sfuggire, come faceva di solito.

Cominciò dal primo foglio della grande catast

“Oggi ti stai dando da fare?Paura di Poletti??!!”

M. sorrise e con sicurezza rispose sereno.

“Beh! Avevo una catasta di lavoro arretrato!Sì, sarà pure paura di Poletti, ma chi può dargli torto. Poletti ce l’ha con chi fa il lavativo sul lavoro! Sto solo cercando di fare il mio dovere, niente più che il mio dovere!”

Continuò così a ritmi serrati fino all’ora di chiusura. Ma alla fine la soddisfazione fu tanta. Certo, sulla scrivania il lavoro arretrato c’era ancora ma la gran pila era diventata piccola, quasi accettabile. Così, stanco morto ma quasi soddisfatto prese la sua giacca e si diresse verso casa. Lungo il tragitto si ripeteva che quella era la strada giusta per la soluzione dei suoi problemi.

“Devi lavorare e impegnarti, senza piangerti addosso!Gli insegnamenti di papà e mamma dove sono finiti?”

E poi rivedeva i loro volti stanchi e pieni di rughe che per una vita intera avevano lavorato senza sosta e gli avevano insegnato e ripetuto ogni giorno a casa la sera:

“…la vita è duro lavoro ma poi la sera, tornati stanchi, si riesce a dormire sereni perchè si è fatto il proprio dovere fino in fondo e senza inganno…”

Quelle parole gli risuonarono dentro le orecchie per tutto il tragitto verso casa e lui le ascoltò. Quando entrò nel suo modesto monolocale per la prima volta sentì che quella era casa sua e quasi non avvertì quel freddino che lo assaliva appena sulla porta. Accese la tv e si preparò il solito panino. Ma non si sentì raggelare nella tristezza e nella solitudine come sempre gli accadeva. Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. In fondo pensò che erano tristi perchè non aveva mai comperato un quadro, un poster, insomma qualcosa per dare colore e allegria. Solo allora si rese pienamente conto che quella casa era così perchè lui non l’ aveva accettata dal primo giorno e non aveva fatto nulla per farla diventare veramente sua. Ora era arrivato il momento per rendersi artefice del suo destino, una volta per tutte, senza continuare a pinagersi addosso, per poi cadere nei tranelli di D. Con quei buoni propositi e con la fiducia nel cuore cominciò a cadere nel suo sonno, mentre gli occhi pian piano si chiudevano, arrendendosi alla troppa stanchezza. La paura di D  e delle sue strane congetture gli tornavano in mente, tanto che più volte tentò di riaprire gli occhi, per non cadere nella trappola del sonno ingannatore di D. Ma poi la stanchezza prese il sopravvento. In fondo era sereno nel cuore perchè aveva fatto, finalmente, luce dentro di sè. Nei suoi sogni la maledetta porta di D non c’era. M. dormì e sognò senza paura nè controindicazioni. Sognò la sua casa, i suoi genitori, il suo paese lontano e pieno di sole e quel calore e quel sole se lo ritrovò al risveglio negli occhi. Appena li riaprì vide la luce del sole che lo illuminò. Era sereno e ricordava benissimo tutto ciò che aveva sognato. Era felice perchè D non aveva vinto questa volta.  Così con quella ritrovata felicità, per la sua ritrovata coscienza, si preparò e sereno, quasi felice, se ne andò al lavoro.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 11:43
 
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