Archivi del mese: giugno 2012

scrittura_collettiva

Chi sarà il vincitore del terzo capitolo?

Buon giorno a tutti,

di seguito le votazioni dei like di Facebook e dei voti autore. Se consideriamo validi gli auto-voti, avrebbe vinto Arianna Grasso ma, se deciderete di invalidare gli auto-voti, la vincitrice sarà Marta Brena. Voi cosa ne pensate? Teniamo validi gli auto-voti? Scriveteci nei commenti di questo post. Vi ricordo che verranno conteggiate solo le risposte di chi utilizza nome e email reale. Lunedì proclameremo il vincitore scelto da voi!

 

  1. Capitolo 3A di Giulia Madonna – 99 like – 0 voti autore
  2. Capitolo 3B di Arianna Grasso – 178 like – 1 voto autore (se stessa)
  3. Capitolo 3C di Patrizia Bartoli – 33 like – 1 voto autore (Marta Brena)
  4. Capitolo 3D di Mutti Diego – 4 like – 1 voto autore (se stesso)
  5. Capitolo 3E di Marta Brena – 59 like – 1 voto autore (Luca Regis)
  6. Capitolo 3F di Luca Regis – 2 like – 1 voto autore (Giulia Madonna)

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e il secondo capitolo vincitore dello scorso mese.

Pubblicato il giovedì 28 giugno 2012 - 11:56
 
Commenti (20) | 28.06.2012
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I numeri di Editech e le nostre classifiche

Siamo passati dai 1619 titoli del dicembre 2009 a 31.416 di maggio 2012. Un mercato, quello dell’ebook italiano, che in un anno (dicembre 2010 – dicembre 2011) è cresciuto dallo 0,1% allo 0.9%. Non lo sostengo io, ma una ricerca dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori, aggiornata a giugno 2012 e resa nota a Editech 2012, la giornata internazionale di studio e approfondimento sulle tendenze e le prospettive nell’ambito dell’innovazione tecnologica nel settore editoriale. Detto questo, il fatto di trovare (quasi sempre) gli stessi titoli nelle classifiche di quasi tutti gli ebookstore, ci sconforta non poco. Con una tale varietà e scelta di titoli quelli che emergono sono sempre quelli protagonisti di promozioni, mentre gli altri allungano le file della coda lunga di andersoniana memoria. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 25 giugno 2012 - 12:53
 
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Il ritorno del giovane principe

Per chi ha amato il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, non si può far sfuggire questo romanzo, che in sostanza è una sua continuazione. A.G.Roemmers, narra la storia di un principe non più bambino, ma adolescente, forse lo stesso descritto nel Piccolo Principe, qui lo ritroviamo ferito sul ciglio di una strada, nella lontana terra di Patagonia, che l’autore deve conoscere molto bene, essendo di origini argentine. L’uomo che lo salverà lo aiuterà a ritrovare la voglia di vivere e la cosa più straordinaria è che anche quell’uomo rimarrà profondamente toccato da questo incontro, decisivo per entrambi. Continua a leggere »

Pubblicato il venerdì 22 giugno 2012 - 11:11
 
Lascia un commento | 22.06.2012
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Metti uno Strega in promozione

Facciamo la conta: quanti scrittori della cinquina dello Strega sono in classifica? Qualcosa di scritto, il bellissimo romanzo di Emanuele Trevi su Pasolini, compare nella classifica settimanale di Bookrepublic (in prima posizione) e in seconda su Libreria Rizzoli, Ebookizzati e CuboLibri. Inseparabili di Alessandro Piperno è quinto nella top ten delle ultime 24 ore di Ibs e decimo in quella di Amazon, mentre Il tempo di mezzo di Marcello Fois e La colpa di Lorenza Ghinelli si trovano, rispettivamente, in decima posizione su Ibs e in terza su Bookrepublic. Manca il Silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio (il romanzo più votato dalle scuole) che per il momento è in promozione solo su Libreria Rizzoli. Tutti gli altri, come immagino abbiate notato, sono in offerta su tutti gli ebook store, back list incluse. Continua a leggere »

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 16:47
 
Commento (1) | 19.06.2012
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Facebook, Internet e i digital media. Una guida per genitori ed educatori

Ci sono alcune domande molto concrete che assillano i genitori (che incontro quotidianamente per conferenze e corsi): Mio figlio trascorre troppo tempo su Internet? Come gestire un profilo Facebook? Devo “chiedere l’amicizia” a mio figlio? Come gestire la pubblicazione delle fotografie, ed i problemi legati alla privacy? A queste domande c’è chi risponde negativamente, demonizzando Facebook, chi solo dal punto di vista tecnico analizzandone i meccanismi. E poi c’è questo volume che risponde dicendo al genitore: proviamo, insieme a comportarci in modo educativo, attendo e concreto. Proviamo a lavorarci…insieme. Continua a leggere »

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 14:49
 
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scrittura_collettiva

Pronti a votare il terzo capitolo?

Partono oggi le votazioni per il terzo capitolo della scrittura collettiva! Trovate qui sotto i capitoli arrivati questo mese. Per votare dovete mettere un Like sul capitolo che preferite, potete anche votarne più di uno, farà fede il numero totale pervenuto entro il 27 giugno 2012.

  1. Capitolo 3A di Giulia Madonna
  2. Capitolo 3B di Arianna Grasso
  3. Capitolo 3C di Patrizia Bartoli
  4. Capitolo 3D di Mutti Diego
  5. Capitolo 3E di Marta Brena
  6. Capitolo 3F di Luca Regis

Vi ricordo che potete leggere tutti i vecchi “capitoli 1″ nell’apposita categoria, così come l’incipit e il secondo capitolo vincitore dello scorso mese.

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 13:18
 
Lascia un commento | 19.06.2012

Votazione 3 capitolo [riservata agli autori]

ciao, abbiamo pensato di diversificare la votazione dei capitoli, per venire incontro ai vostri desiderata. Invitiamo i partecipanti alla stesura del terzo capitolo, a votare uno dei capitoli in gara. La votazione sarà resa pubblica e concorrerà al 50% per la scelta.

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 13:10
 
Commento (1) | 19.06.2012

Capitolo 3F di Luca Regis

M., basito e incredulo, guardò l’ometto asiatico tutto fiero con il suo nuovo cappello indaffarato dietro al bancone del bar. Poi, senza dire niente, si alzò di scatto e lasciò quel dehor mollando la colazione sul tavolino. D’istinto guardò l’ora e si rese conto di essere terribilmente in ritardo per il lavoro. Corse a rotta di collo giù per le scale della metropolitana per prendere il treno che lo avrebbe portato a destinazione. Salì sul convoglio e restò in piedi, onde evitare di addormentarsi nuovamente.

Pigiato tra pendolari ed extracomunitari di ogni risma, tra il fresco profumo di dopobarba e il pungente lezzo di sudore stantio, cercò di stabilire un filo logico tra gli avvenimenti di quella mattinata, reale o presunta che fosse, senza tuttavia approdare a nulla. Non riusciva più a distinguere che cosa fosse reale e cosa fosse solo il frutto della sua immaginazione. Aveva davvero incontrato il Signor D.? O anche lui, come le ore trascorse con Rebecca, era solo il frutto della sua fantasia?

Eppure il cinese col borsalino…

Il treno giunse alla fermata e M. scese in tutta fretta. Mentre saliva le scale di gran carriera per uscire in superfice e correre in ufficio, con la coda dell’occhio gli parve di vedere il Signor D. che le stava scendendo dal lato opposto. Si voltò per guardare meglio, ed infatti lo vide. Beffardo, con un sorriso sardonico, non appena M. con lo sguardo lo mise a fuoco il Signor D si portò una mano al solito borsalino di panno e lo sollevò dalla testa in segno di saluto – ma come diavolo avrà fatto a procurarsene un altro così in fretta? -. M. invertì immediatamente il senso di marcia, travolgendo alcune persone dietro di lui che gli inveirono contro, ma non se ne importò. Il Signor D. scese con calma gli ultimi scalini e subito si trovò di fronte M.. Il respiro affannoso per la breve corsa, gli occhi iniettati di sangue fuori dalle orbite per la rabbia:

“Adesso basta con questi stupidi giochi!” Si mise ad urlare M., tanto che parecchie persone attorno a lui gli lanciarono occhiate trasversali per capire come mai quel giovane ragazzo stesse gridando da solo. “Mi dica che cosa vuole da me o mi lasci stare per sempre.”

Il Signor D non si scompose. Gli rispose pacatamente guardandolo fisso negli occhi: “Te l’ho già detto poco fa che cosa voglio da te: il tuo tempo. Quello che hai avuto in quest’ultima mezz’ora è stato solo un piccolo saggio di cosa potresti avere per il resto della tua vita. Cerca di rammentare tutte le sensazioni e le emozioni che hai provato mentre sognavi poco fa. Non ti sembravano reali? Odori, sapori, sensazioni tattili: tutto ti stava dicendo che eri sveglio e stavi vivendo, mentre invece era un sogno. Un magnifico sogno.”

Il Signor D lasciò M. a soppesare quelle parole e si avviò per la sua strada. Quando fu a pochi metri di distanza, si fermò e si voltò verso di lui: “Questo è stato solo un assaggio della mia proposta, ed era gratis. Non ti sottrarrò nemmeno un minuto del tuo tempo, ma ti invito a riflettere su cosa ti potrebbe capitare se decidessi di accettare la mia offerta e varcassi quella soglia stasera. Pochi minuti di sonno ti hanno fatto vivere ore magnifiche. Immagina che cosa potresti fare notte dopo notte.”

Quindi si voltò nuovamente e, prima di scomparire ancora tra la folla aggiunse ironico: “A più tardi, mio caro M.”

Una gomitata assestata in pieno stomaco da un signore di mezz’età che correva per prendere il treno, facendosi largo tra la folla a spintoni, riportò M. sulla terra.

“Cafone!” gli urlò M., da parecchio tempo ormai esasperato dalla maleducazione delle persone. Adesso era tutto normale, era ritornato nella vera Milano, non più quella ovattata vissuta con Rebecca. Era quindi ora di dimenticarsi del Signor D. e di tutte le sue fandonie. Ritornò sui suoi passi e riprese le scale verso l’uscita, abbandonando il sottosuolo che puzzava di umidità per salire in strada a respirare lo smog cittadino.

Il freddo si era fatto ancora più pungente, nonostante il pallido sole cercasse di crearsi un varco attraverso la grigia cappa di inquinamento. M. sollevò il bavero della giacca di panno e si strinse meglio che poté per proteggersi dal freddo. L’aria quasi invernale, che aveva iniziato a soffiare più forte, trasportava cumuli di polvere e foglie imbrunite dalla strada al marciapiede, e scarmigliava i suoi folti capelli ricci. Scansando come in uno slalom gli altri milanesi indaffarati come formiche che correvano verso i propri impegni quotidiani, M. percorse a passo spedito quelle poche centinaia di metri che lo separavano dall’edificio dove lavorava, un pò per scaldarsi ma soprattutto perché aveva già cazzeggiato fin troppo quella mattina ed era in ritardo mostruoso.

Dopo un paio d’ore trascorse ad analizzare dati e schivare le bordate di Poletti, M. si recò alla buvette dove si trovavano i distributori di bevande e snack. Di fatto a causa del Signor D., o della visione del Signor D., quella mattina aveva lasciato il bar senza fare colazione e ora il suo stomaco non gli permetteva di pensare a nient’altro se non di riempirlo con qualcosa. Per fortuna i prezzi delle consumazioni erano davvero popolari, quindi con poco meno di due euro avrebbe potuto concedersi quel cappuccino e quella brioches che tanto desiderava. Restò lì una decina di minuti, da solo appoggiato al tavolino dell’area relax, a sorseggiare quel cappuccino istantaneo e quella brioches che prometteva una pasta sfoglia morbida e un buon ripieno di confettura, ma che in realtà offriva una crosta secca a malapena sporcata di marmellata chimica. Completamente assorto nei suoi pensieri, circondato da un ambiente che sentiva non essere il suo, M. non riuscì ad esimersi dal fare un tuffo malinconico nel suo passato. Incominciò a rimuginare sulle scelte sbagliate, che lo portarono a lasciare l’università poco più che ventenne quando si sentiva immortale e oggi, a trentacinque anni suonati, a ritrovarsi quasi sul lastrico, senza un soldo in tasca e senza la minima prospettiva per il futuro.

“Oh, non vorrebbe qualcosa che le cambia la vita?”

M. si guardò intorno nervosamente. Non c’era nessuno lì oltre a lui, eppure quelle erano le parole esatte del Signor D. e M. le udì, non le immaginò.
“Certo che lo vorrei, ma come…” rispose M., parlando da solo.

“Allora sai quello che devi fare.” fu la risposta, e questa volta M. decise di assecondarla.
Tornò alla scrivania e raccolse le sue poche cose, quindi si avviò verso l’uscita.
“Dove hai intenzione di andare?” gli ringhiò Poletti dalla sua postazione.
“Potete mandarmi l’assegno con la liquidazione a casa, l’ufficio del personale ha il mio indirizzo. Io mi licenzio.” Poi si fermò e affissò il suo sguardo in quello di Poletti: “Grandissima testa di cazzo!”.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 12:24
 
Commento (1) | 19.06.2012

Capitolo 3E di Marta Brena

M. si fermò un attimo e pensò.

Si girava e rigirava il foglietto tra le mani mentre le parole scolorivano tra i palmi sudati. Doveva fare il punto della situazione o ne avrebbe perso totalmente il controllo. Non riusciva più a distinguere la realtà dai sogni e questo l’avrebbe portato alla pazzia. Sapeva che non poteva vivere crogiolandosi nei suoi sogni e doveva mantenere bene a fuoco la vita vera, che lo avrebbe aspettato al suo risveglio. Dopo un lungo peregrinare di pensieri non arrivò a nessuna conclusione. Non è piacevole per nessuno il fatto che possa esistere qualcuno che non solo azzarda a carpire i tuoi veri pensieri , guardandoti negli occhi, le porte sull’anima, ma riesce perfino a penetrare nei sogni, frutto del nostro inconscio, la parte di noi più intima, profonda e che faticosamente teniamo ben celata.

Sono delle “nuvole”,dei “quasi-pensieri”, che per motivi sconosciuti possono balenare nella nostra mente per anni  senza mai uscire allo scoperto, nascondendosi dietro maschere sempre diverse e irriconoscibili e rimanendo in uno stato di potenza che ha dell’incredibile.

Rimase in quel bar ancora qualche minuto e poi decise di agire; dato che la sua mente era poco attiva magari il movimento del corpo per inerzia la riazionava. Cercò di ripercorrere il sogno appena fatto ma qualche particolare andava già sbiadendosi. Non ne fu così stupito, poiché era da anni che non si ricordava più i sogni fatti la notte e si era anche convinto di non sognare più; a differenza di quando era bambino, quando quell’incubo gli si presentava sempre vivido alla mente e appariva in ogni suo sogno senza mancare un appuntamento.

Ma quello ormai era solo un ricordo d’infanzia, ben relegato nella sua mente e neanche mr D. sarebbe riuscito a farlo riesumare. Un particolare del sogno appena fatto rimaneva nitido e impeccabile in ogni suo dettaglio. Si ricordava quella libreria e perfino il nome del libro, L’amante di Lady Chatterley, cosa che gli appariva molto strana dato che non aveva mai manifestato una passione per i libri e anzi, preferiva di gran lunga vedersi un bel film ricco di effetti speciali piuttosto che rilassarsi sulla poltrona e sfogliare un libro. Solo il dover voltare pagina ogni 30 righe gli risultava un inutile spreco di energie che distoglie l attenzione e rende tutto meno fluido e poi perché dilungarsi con pagine e pagine su una descrizione quando può essere ridotta a qualche scena molto più d’impatto.

Ne era certo questo era un indizio di Mr. D; quell’essere che si professava benefattore la quale identità sembrava farsi sempre più misteriosa.
-Cosa voleva dirmi con questo sogno? perchè aveva scelto proprio me come destinatario della sua buona azione quotidiana?- si sussurrò nella mente.

Quel viso non gli sembrava sconosciuto, ma al momento non riusciva a ricollegarlo a nessuno. Si sforzò di ricomporre i tratti dei lineamenti ma fu solo uno spreco di energie. Immerso nei suoi pensieri si era dimenticato la clausula del patto : “un ora di sogno in cambio di 1 anno di vita” e con quell’ora di sogno aveva sprecato un suo anno. Questo lo porto a pensare a quello che era per lui un anno e che cosa avrebbe potuto fare in un anno.

Magari avrebbe potuto sistemare la sua situazione in ufficio, a volte basta solo far passare il tempo e tutto si aggiusta da sè. Ma questi eran tutti presupposti che si basavano sul niente, perchè proprio in quel momento si accorse che non aveva mai avuto aspettative per il futuro. Se l’ora precedente avesse pensato a come sarebbe potuto essere il suo mondo nel anno successivo si sarebbe trovato davanti ad un buco nero. Questa fu una fredda consapevolezza che lo colpì inaspettatamente ,trafiggendolo alle spalle. Trovarsi alla soglia dei 30 anni senza aspettative future ed ambizioni era una cosa davvero triste.

Forse Poletti aveva percepito questa sua “particolarità” e l’ aveva ritenuto poco stimolante per il profitto dell’azienda. Per la prima volta nella sua vita M. prese una decisione: da quel momento in poi si sarebbe sforzato di essere più intraprendente e avrebbe vissuto la sua vita attivamente senza lasciarsi trasportare dagli eventi e dalle scelte degli altri.

Doveva definire le proprie priorità e difenderle e perseguirle con ogni mezzo. Aveva parecchie cose in sospeso ora che ci faceva caso e non era troppo tardi per provare a sistemarle. In qualche modo Mr.D. era stato più utile di quanto pensasse. Ora il pensiero che lo aveva tenuto impegnato x l’ora precedente gli sembrava una bazeccola in confronto alla scoperta che si era appena rivelata ai suoi occhi e ,mentre la sua mente viaggiava , si ritrovò proprio nella via del sogno.

-E’ destino anche questo, perciò ora che ci siamo portiamo a termine questa missione-.

Quante volte aveva percorso quella via e non si era mai accorto che tra l outlet di Calvin Klein e Zara c era una piccola porticina che conteneva un mondo e che senza ostentazioni e grandi vetrine rimaneva li in attesa che qualche passante si fermasse , vincendo sugli sguardi diretti al nuovo mocassino e l’ abbinamento impeccabile con la maglia color giallo canarino.

-Certo se fanno una libreria e vogliono farla notare, dovrebbero metterci qualcosa che catturi l attenzione , ci credo che la gente non ci fa caso se non quando è alla ricerca di un negozio di libri- esordì nella sua mente M. Ormai perso l’entusiasmo iniziale decise comunque di entrare nel negozio e si diresse subito dalla commessa per chiedere informazioni su quel libro. La ragazza lo guardò compiaciuta, aveva riconosciuto fin dal suo ingresso a che tipologia di persona appartenesse questo individuo.

Il classico uomo sulla trentina, ben tenuto, che sembra abbia una vita tranquilla e soddisfacente, o forse è quello che vuole far credere, il quale dovendo cercare un libro si fionda dalla prima commessa e non si addentra tra gli scaffali cercandolo tra la moltitudine, e intanto perche no ne sfoglia qualcuno, perchè lo incuriosisce o ha un titolo particolare oppure solo perchè ha voglia di sfogliare un libro. Nonostante tutto bisogna sempre essere cortesi con i clienti perciò gli si rivolse educatamente con fare accomodante:-dato che si sentirà impaurito in questo mondo a lui sconosciuto, almeno mettiamolo a suo agio- pensò la donna.

Ma quello sguardo non sfuggì a M., o meglio ,al nuovo M.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 12:22
 
Lascia un commento | 19.06.2012

Capitolo 3D di Mutti Diego

Lasciata alle spalle la traversa dove aveva sede il bar dei mattinieri, a poche centinaia di passi, dietro, dietro all’angolo con lo shop/club che si rifaceva all’epoca dandy, c’era la grande M rossa.

In questo breve tragitto M. incrociò diverse decide di persone, ognuna con i propri grilli, crucci ed affari per la testa ma tutte con quella fretta meneghina che si respira nell’aria e che poco spazio lascia ai sentimenti e alle interazioni.

“E se pure loro fossero entrati in contatto con il signor D. ed abbiano già perso anni di vita?” riflettè d’istinto M. quasi demoralizzato, probabilmente intristito dalla monotonia del grigiore autunnale della città.

Si erano fatte le 8, M. estrasse dal taschino della giacca il proprio abbonamento e superò i tornelli. Quel che è fattibile, è che il signor D. aveva preso la centralità temporanea dei pensieri di M., che a testa alta si indirizzò verso i gradini della scala mobile che portavano al treno.

Il tragitto che lo accompagnava in ufficio prevedeva cinque fermate cinque; l’aria si faceva calda ed irrespirabile mentre finalmente le carrozze ferrose gli si avvicinarono.

Il treno della metropolitana diretta in centro gli si fermò di fronte in uno stridente cigolio che pareva un verso di una civetta senza un domani.

M. insieme ad altri, perlopiù distinti signori con al seguito la ventiquattr’ore, salì.

Si sedette, ritenendosi fortunato, sul primo sedile libero, all’angolo destra della carrozza, accanto ad una procace donna sulla trentina, sguardo fiero ed ammaliante avvolta in un tailleur grigio scuro accompagnato a delle tacco 12 rosso scarlatto, che indossava uno sbarazzino paio di occhiali da vista dal taglio essenziale e dalla tinta virante al bianco perla con inserti blu mare.

La mora donna d’affari, dalla folta chioma riccia, sfogliava un giornale economico, di quelli che ti fanno la rassegna della settimana precedente: “sarà forse stata una manager della finanza” pensò M. non sentendosela di parlarle a stomaco vuoto.

Di fronte i diversi uomini in giacca e cravatta creavano un gioco di contrasti con la casalinga con i due figlioletti e i vari pensionati che spesso abitano queste carrozze mattutine.

M. giocò di sguardi con il settantenne opposto a lui che sghignazzava dietro la sua gazzetta rosea d’ordinanza, e M. da grande tifoso milanista gli fece: “c’è da ridere quest’anno degli interisti vero, signore?”

L’anziano, dopo un abile silenzio fissando anch’esso la giovane manager mora, quasi come a volerne prendere uno spunto di riflessione sentenziò: “gente così, si sa, vince un paio di trofei per poi sparire per decenni”.

Riscosse ampi consensi questa frase. Giusto il tempo di salutare e la fermata per l’ufficio era arrivata!

Quella che era stata una declinazione conversativa casereccia col signor D. l’aveva distratto facendogli perdere il cappuccino.

Fu così che si fermò al 36, bar carino a pochi passi dal suo centro impiegatizio, ed una splendida ragazza bionda dagli occhi grandi e azzurri avvolta in un camice nero gli si prospettò dietro il bancone.

“Un cappuccino per favore”, richiesta di un’ovvietà così limpida che è diventata però ormai di circostanza, dal momento che più nessuno prepare cappuccini per favore, ma vuole soldi in cambio. “Il signor D. invece voleva il mio tempo”, niente di più vero: il tempo è denaro.

Come di circostanza è diventato il “come va?” postposto al saluto da innumerevoli persone senza nemmeno più cogliere il valore intrinseco di quell’accezione linguistica.

M., gustato il cappuccino in pochi e lunghi sorsi, chiese alla sconosciuta ragazza: “a che ora stacchi?” senza neppure saperne il nome. Lei rispose: “alle tre finisco il turno” dopodichè si salutarono: fu un goloso arrivederci.

M. era riuscito a guadagnarsi la simpatia della ragazza e si sentì molto molto sicuro: aveva dribblato la sua timidezza e sarebbe passato volentieri ad aspettarla terminato il suo lavoro, a breve, brevissimo tempo.

“Ma quel vecchio pazzo del signor D. non mi aveva detto se poi, tornato alla realtà, finito il sogno, accedessi veramente a quanto creato nella mia mente…se sognassi per dieci minuti mi costerebbero due mesi di vita: ah, come vorrei rivederlo quell’uomo dal Borsalino portato con così malcelato orgoglio; se fosse tutto così semplice potrei anche perderli questi due mesi. Ne ho persi molti di più in vita mia per faccende rivelatisi fittizie, qui potrebbe essere un ottimo investimento. Lui però parlava di ore di sogno: voleva fregarmi probabilmente, ma abbiamo parlato per così poco tempo, non sono riuscito ad entrare nel dettaglio dell’offerta” pensò M. sforzandosi di comprendere qualche aneddoto in più. Il signor D. voleva approvigionarsi del vero tesoro che M. custodiva, ossia il tempo, mentre M. cercava di realizzare con il minimo danno possibile la sua più grande aspirazione. E’ proprio vero: chi ha poco tempo a disposizione ci si abitua e vive sempre al massimo sapendo di non poterlo mai più riavere indietro rappresentando di fatto quella che è la povertà, di contro c’è il mondo ricco con giornate intere a propria disposizione in grado di gestire il tempo a proprio piacimento. Se non ci fosse il denaro e potessimo comprare il tempo alcuni di noi diventerebbero immortali mentre a parecchi altri resterebbero solo poche ore di vita, dal momento che anche l’acqua ed il cibo costerebbero tempo.

“Dopotutto in dieci minuti di sogno potrei diventare un artista, o fondare un’azienda” pensò M. nella nuvoletta personalizzata, invogliato dalla carica della caffeina mattutina”.

Arrivato al lavoro, M. prese posto nel suo ufficio: Milano era grigia oggi, ma mai quanto la creatività che aleggiava lì dentro.

Mentre scrutava gli strambi personaggi che popolavano l’ufficio ad M venne una sibillina intuizione che poteva giustificare il comportamento enigmatico del signor D.: “e se fosse un investigatore assunto da quella gossippara di Luana per conto dell’azienda in risposta alla mia minaccia, con cui mi rivolsi una dozzina di giorni fa al Poletti ostentando rabbia e angoscia da tutti i pori?

Dopotutto che diritto hanno di sbattermi fuori dall’azienda, perdipiù in un periodo austero e di recessione come questo? Bisogna svecchiarlo il mondo del lavoro, non avrebbe proprio senso sbarazzarsi di un giovane come me, quando ai piani alti qui ci sono over sessanta”

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 12:04
 
Commenti (3) | 19.06.2012

Capitolo 3C di Patrizia Bartoli

M. strinse convulsamente tra le mani la copia de L’amante di Lady Chatterley. Quel libro era laprova che l’incontro con Rebecca non era stato un sogno. Ma il cameriere cinese, così assurdo con quel cappello in testa, gli aveva appena detto che si era addormentato – non più di dieci minuti.

Il biglietto che gli aveva consegnato giaceva aperto sul ripiano del tavolino tra il cappuccino e la brioche. M. fu scosso da un orribile tremito in tutto il corpo e distolse lo sguardo da quelle poche righe che lo minacciavano.

<< Maledetto! Maledetto signor D>>, soffocò un urlo, lasciando cadere per terra il libro e coprendosi il volto con le mani aperte. Si alzò di scatto, gettando per terra la sedia. Era convinto che quell’uomo fosse ancora lì, che lo stesse osservando come fa uno scienziato pazzo con la sua povera cavia. Sentiva su di sé il suo sguardo, si sentiva trafitto dai suoi occhi. Rabbrividì ancora di più. Doveva andarsene, cercare un luogo sicuro, dove potersi rintanare e trovare un po’ di tranquillità. Raccolse il libro e pagò la colazione che non aveva assaggiato: due euro e cinquanta. Il cameriere tese la mano con la speranza di ricevere qualcosa per sé, una piccolissima mancia per essere stato così cortese, ma M. gli voltò le spalle e se ne andò di fretta. Con il biglietto accartocciato nella tasca destra dei pantaloni si avviò lungo il marciapiede rasentando i muri dei palazzi che incombevano tetri su di lui.

Camminò a testa bassa, superò la stazione della metropolitana e raggiunse la fermata del tram. Il 14 lo avrebbe portato nel suo vecchio quartiere di periferia dove era nato e vissuto fino ai vent’anni. L’appartamento al numero 3 di Via Malpighi era stato venduto cinque anni prima; i suoi genitori erano tornati a Trecate e sua sorella Ida, che aveva sposato un compagno di università, viveva a Modena. Nessuno lo aspettava, ma M., ancora in preda a una forte agitazione, salì sul 14.

Era stanco, tuttavia non ebbe il coraggio di chiudere gli occhi. Aveva paura di addormentarsi come gli era accaduto poco prima. Infilò la mano nella tasca destra a sfiorare il biglietto che scottava tra le sue dita. Via Malpighi era cambiata negli anni, aveva perso il suo aspetto familiare. Molte vecchie botteghe erano state chiuse, la latteria della signora Lina, la macelleria di Dante non esistevano più. Ma M. sapeva che Bruno, il barbiere che tagliava i capelli e faceva la barba solo a chi pagava in anticipo, era ancora al suo posto.

Aveva trascorso molti lunghi pomeriggi della sua adolescenza tra gli intensi profumi di sapone da barba, di colonia e di brillantina. Bruno era scorbutico con tutti ma non con i ragazzi del quartiere a cui permetteva di ritrovarsi insieme nel retrobottega. Sfogliavano i giornaletti pornografici, chiacchieravano delle ragazze, del Milan, dell’Inter, fumavano Marlboro e, a volte, Camel. Glauco era l’amico più prezioso di M., un fratello. Era stato Glauco a fargli conoscere il retrobottega di Bruno con tutte le sue meraviglie. Il giorno in cui avevano fumato il primo spinello era un ricordo che si stagliava ancora netto nella sua memoria. Rivedeva Glauco nel momento in cui tirava fuori dalla sacca di tela una sigaretta striminzita e storta e poi gli diceva
<< Oh, M., sei proprio scemo! >> perché lui non capiva.

Infine si era lasciato convincere. Un tiro per uno fino al purgatorio e ritorno. Niente paradiso, niente trip celestiale, ma pensieri imbizzarriti e risatine cretine. E un gran mal di testa, dopo. E la fame.

La bottega di Bruno aveva la stessa insegna di allora. La parola Barbiere era scritta a caratteri maiuscoli neri su uno sfondo grigio, senza nessuna illuminazione. La porta a vetri era riparata da una tendina bianca e M. si sentì schizzare il cuore nel petto dalla gioia. C’era qualcosa di bello nel fatto che Bruno non avesse mai voluto fare della sua vecchia bottega qualcosa di diverso. Appoggiò la mano sulla maniglia d’ottone e aprì la porta. Bruno, alto e magro con indosso la giacca da lavoro bianca, stava tagliando la barba a un cliente. Lo vide riflesso nello specchio ma non lo salutò. Non una parola. Era sempre stato così, silenzioso e concentrato. Pretendeva di essere pagato in anticipo, ma sul lavoro era impeccabile. Non c’erano altri clienti e M., sicuro di poterlo fare, attraversò la stanza e raggiunse il retrobottega.

Glauco era lì che lo aspettava. Com’era possibile? Glauco era morto. Morto ammazzato dieci anni prima sull’Aurelia, vicino a Livorno. O si sbagliava? La sua mente era vuota, ora non ricordava più niente. Il passato si confondeva, in un grumo di immagini e di sensazioni indistinte.

Glauco gli parlò.
<< Ciao, M.>>

<< Amico mio, è una vita che non ti fai vedere da queste parti.>>

<< Che hai? Perché non dici niente?>>

<< M., ti senti bene?>>

<< Dai, avvicinati, fatti abbracciare, vecchio arnese>>

<< Ma cos’è quella faccia che fai? Sono io, Glauco. Sveglia!>>

M. si riscosse all’improvviso. Era sprofondato nella poltrona gialla che occupava il centro del
retrobottega. Si era addormentato e aveva sognato Glauco.
Si alzò, impaurito. Non riusciva a respirare e il cuore era come un martello che colpiva impazzito. Aprì la bocca in uno spasimo di dolore. Barcollò fino al muro e vi si appoggiò, cercando di rimanere in piedi. Alcune lacrime gli rigarono il volto. Piangeva per Glauco, piangeva per sé. In silenzio. Mentre cercava di resistere all’angoscia che lo soffocava, udì la voce del signor D.
<<Buongiorno, Bruno.>> disse, entrando nel negozio. << Devo tagliarmi i capelli ma faccia con comodo perché non ho fretta. >>

M. capì che non poteva più scappare.

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Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 12:03
 
Commenti (6) | 19.06.2012

Capitolo 3B di Arianna Grasso

M. non aveva mai creduto nel destino. Ogni volta che Lisa gli confessava con estrema e profonda convinzione che la loro unione fosse già prevista, così come le sue promozioni nel campo editoriale, e che, in questo grande libro della vita, vi fosse anche scritto il suo immacolato futuro, il nostro povero protagonista alzava gli occhi al cielo, come nella speranza che qualcuno le facesse aprire gli occhi, per rendersi conto di questa mera illusione.

Di per sé M. non credeva praticamente in nulla, la vita gli aveva dato fin troppe speranze e, se c’era una cosa che aveva capito nei suoi 35 anni di vita, era che illudersi fosse il primo passo per la sconfitta. Le uniche due cose in cui si permetteva di credere erano: la maledizione legata all’autunno, che non aveva mai mancato di ripresentarsi puntualmente ogni anno; e l’inesistenza del destino, perché se tutte le sue disgrazie non erano state scritte da qualche parte, poteva ancora sperare di cambiarle, di rimediarvi e quindi considerarsi ancora una persona relativamente fortunata, artefice del proprio futuro.

Adesso, invece, il signor D aveva cambiato ogni variabile della costruzione mentale che M. aveva della realtà, lo aveva trasportato, senza il suo consenso, sì in un mondo fantastico, ma pur sempre fittizio, instabile, irreale e così dannatamente vero.o del giorno precedente riguardo al bozzetto da presentare ai clienti, oggi sarebbe persino arrivato in ritardo. Ormai si poteva considerare spacciato. Per di più la metropolitana non era utilizzabile: l’entrata chiusa e tutto

M. doveva andare in ufficio, ed era disastrosamente in ritardo. Non bastava la lite con il suo capcompletamente transennato, macchine della polizia ovunque e poliziotti che bloccavano la folla di curiosi e di pendolari. Un’ ambulanza se ne stava andando con la sirena spenta. Il defunto che faceva il suo penultimo viaggio verso l’obitorio, era riuscito nella sua missione suicida e si era fatto travolgere del treno. La stazione fu evacuata alla svelta, tutte le corse vennero sospese e solo qualche ora più tardi il servizio fu ripristinato, ad esclusione di qualche fermata. Molte persone, ignare che in questo freddo giorno d’autunno avrebbero assistito ad un suicidio, furono fermate dalla polizia, per essere portate in centrale e lasciare la loro deposizione sull’accaduto in modo da ricostruire le dinamiche del drammatico avvenimento.

Dopo l’amara scoperta di aver vissuto solo in un sogno, di essersi innamorato di un’illusione, di essere stato ingannato, di essere in ritardo, di non poter usare la metropolitana e di non aver abbastanza soldi per un taxi, M. fu colpito da una rabbia, da un’ansia che gli opprimeva il cuore, da un tremore isterico alle gambe, come se tutto il mondo gli stesse cadendo addosso e dovesse sopportarlo con le sue esili articolazioni, che non si era mai preoccupato particolarmente di sviluppare. Quando stava per cadere nel baratro più profondo della disperazione, raccolse le forze, si scrollò dell’ansia che non lo faceva muovere e sfogò la sua rabbia correndo, come mai aveva osato fare nella sua vita, perché oggi doveva riuscire a realizzare almeno una cosa, doveva sconfiggere tutti questi ostacoli che lo frapponevano dall’ arrivare a lavoro.

Si stava riappropriando della sua vita, della sua esistenza. Si era reso conto che tutte le scelte nella sua vita non erano state prese da lui stesso, ma erano stati gli altri a scegliere, quindi ad obbligarlo a fare cose che non avrebbe mai voluto fare, ma la cosa peggiore di cui si accorse era che questo gli piaceva e faceva comodo: in questo modo non aveva problemi di ragione o torto, non doveva decidere quale strada imboccare, si era sempre lasciato trasportare dalla corrente, fino a quando la situazione non gli sembrava insostenibile, ed in queste rarissime occasioni scoppiava.

Uno di questi episodi era accaduto quando, una volta diplomato, i suoi genitori decisero che doveva entrare assolutamente nella facoltà di medicina della Cattolica. Il signor Cirelli aveva degli agganci con alcuni professori molto influenti nell’università, quindi per M. non sarebbe stato difficile essere ammesso. Purtroppo ciò che M. desiderava fare sin da bambino, era il progettista di giochi per il PC, e sperava che una volta inserito ed affermato nel settore, avrebbe usato la sua influenza per portare i suoi videogiochi sulle console portatili. Nonostante la sua passione, tenne comunque gli esami di ammissione per medicina ed il tanto temuto colloquio e riuscì a passarli entrambi. Frequentò un intero anno, passando anche brillantemente tutti gli esami. Studiava senza interesse, ma con grande motivazione perché grazie ai suoi risultati, i suoi genitori avrebbero dovuto tener fede al patto concordato con il figlio, per cui: se M. avesse superato egregiamente tutti gli esami del primo anno, i signori Cirelli avrebbero usato i loro agganci per assicurargli l’accesso al Politecnico di Milano alla facoltà di ingegneria informatica, inoltre gli avrebbero fornito un alloggio, l’iscrizione all’università ed assicurato una piccola rendita mensile. In realtà, i due astuti genitori speravano che il figlio si capacitasse ed appassionasse all’idea di diventare un medico, e quando M. seppe che non gli avrebbero mai lasciato seguire i suoi sogni, fece le valigie, raccolse tutti i suoi risparmi e la carta del conto in banca intestata a lui, che i genitori provvidero a disabilitare, e scappò di casa, prese il primo treno da Roma a Milano e non si guardò mai più indietro.

Un paio di giorni dopo la sua svolta epocale, aveva ricominciato a farsi mettere i piedi in testa, questa volta da, allora una perfetta sconosciuta, Lisa che lo manipolò sin da quando gli chiese in prestito lo stereo, promettendogli di riportarglielo subito, ma che si trova ancora nella sua libreria, mezzo rotto poiché il suono esce solo da una cassa e si può ascoltare solo una cassetta, sempre la stessa perché si è bloccata all’interno del registratore, fino a quando, una volta lasciati, gli chiese persino l’appartamento e M. come un allocco glielo diede pure.

Purtroppo, nonostante fosse entrato alla facoltà, si fosse trovato un appartamentino che riusciva a permettersi grazie ad un lavoretto part-time, non resse lo stress e dovette abbandonare il suo sogno poco prima di dare l’esame di architettura dei calcolatori e sistemi operativi, dopo ben 14 mesi passati tra quelle aule immense ricche di intelligenza e di rigore, che ancora adesso lo tormentano nei sogni rinfacciandogli la sua scarsa determinazione.

Ma questo era il momento della svolta definitiva, non doveva più essere succube dei desideri altrui, era lui al comando. Dopo tanto tempo, aveva finalmente capito di essere stato uno stupido che si faceva comandare a bacchetta persino nella sua immaginazione. Si era reso conto che il suo sogno era irrealizzabile sin dal principio, perché non c’erano le basi su cui poterlo costruire, non c’era quello scatto di aggressività, di determinazione, di autonomia, di foga o di furore che serve ad ogni grande artista, a chi vuole ergere dalla massa.

Arrivò a lavoro con i polmoni che stavano per esplodere, completamente zuppo di sudore, senza fiato in gola, tutto viola in faccia, come se non gli stesse più arrivando ossigeno dal collo in sù, e proprio in quell’attimo ecco arrivare il capo, il signor Poletti.

“Signor Cirelli!”

“Anf! Si…Signor Anf! P..Poletti Anf…..Le devo…parl…!” Rispose M. cercando di pronunciare le parole che erano interrotte dall’affanno e poi cominciò a tossire.

“Sa, signor Cirelli, se questa fosse una giornata normale e, beh!, lei ricoprisse in maniera eee… consona la sua posizione, avrei cominciato il discorso con un Alla buon ora!, ma sembra veramente stanco, e non voglio impegnarla più del dovuto, anche se di tempo libero adesso ce ne avrà in abbondanza……..Beh! Ecco, le volevo semplicemente comunicare che lei è licenziato! Troverà la lettera sulla sua scrivania. Ah! Non si azzardi a chiedere la liquidazione o cose simili, e non chieda aiuto al sindacato, tanto sarebbe dalla mia parte.”

“Non si preoccupi signor Poletti,- rispose prontamente M.- non ho intenzione di importunarla con le mie richieste. Anzi, quest’oggi ero venuto apposta per licenziarmi. Ho capito che non sono adatto per questo lavoro e che lei, signore, ha la mente un po’ troppo chiusa. Le mie idee sono ottime signore, e se lei non le valuta come dovrebbe, non ho intenzione di rimanere in quest’azienda un secondo di più. Detto questo, vi ringrazio tutti, davvero, senza di voi e di Lei, non avrei mai capito quale terribile errore stessi facendo. Grazie ancora e addio!”

Dopo questa clamorosa confessione, che lasciò il signor Poletti inchiodato alla scrivania tutto il giorno a rimuginare su cosa avesse il sig. Cirelli da ringraziarli e da dove avesse preso quell’aria felice, nuova e decisa, e che lasciò il resto dell’ufficio nel panico e nel caos generale perché non ricevevano più direttive dal capo, M. si incamminò per le strade di Milano, pensando e ripensando a Rebecca. Si chiedeva perché avesse sognato proprio una donna come lei, con quello strano accento pavese, quel suo spiccato senso dell’umorismo, quella sua sprezzante energia, quella sua bellezza impareggiabile ed unica racchiusa da un sorriso che toglieva il fiato.

Pensò allora che non poteva essersela inventata, ma che l’avesse già conosciuta. Forse l’aveva intravista quando viveva ancora a Roma o anche qui a Milano, o forse in una delle lezioni di fondamenti di informatica, il corso più seguito e più difficile, ma anche più interessante dell’anno, o ancora ad una festa organizzata da Lisa di cui conosceva sempre solo un quarto degli invitati, oppure…..Basta! Il suo cervello stava per esplodere tra tutte queste congetture. Stava cercando, con scarsi risultati, di ricordare il momento in cui potesse averla conosciuta, ma di attimi ce n’erano in abbondanza, e poi da bravo fidanzato, quando stava con Lisa, le altre ragazze non le guardava neppure (accorgimenti che  la sua ragazza, invece, non si preoccupava di seguire).

Decise quindi che se voleva escludere qualche ipotesi, doveva raccogliere il suo rinato coraggio e fare una visitina alla sua ex-ragazza. In fondo, per quanto la disprezzasse per il modo in cui l’aveva trattato ed avesse deciso di non rivederla mai più, lei era l’unica persona al mondo che riusciva a ricordarsi il nome e fare una descrizione fisica dettagliata di tutte le persone che aveva conosciuto, quindi se aveva partecipato ad una di queste feste, M. poteva permettersi di sperare, almeno quest’unica volta, di aver trovato la felicità, superando l’ostacolo di questo autunno-contro che si portava appresso, con questo vento freddo che lo penetrava nelle ossa, ma che pian piano si stava facendo più tiepido e cominciava ad accarezzargli dolcemente il viso.

Mentre stava per raggiungere il suo vecchio appartamento, pensò che fosse il momento di riequilibrare la sua questione finanziaria, almeno per il momento. Chiamò allora la signorina Belotti, sua vecchia e fedelissima cliente per comunicarle che avrebbe ricominciato a dare lezioni private di dizione.

Dovete sapere che M. per un certo periodo lavorò in proprio, dando queste lezioni private nel suo appartamento ad attori, cantanti, docenti, alunni nel periodo tra il licenziamento dal primo lavoro di cameriere, che gli permetteva di pagare l’iscrizione all’università e gli esami, e il “posto fisso” che aveva trovato presso l’agenzia pubblicitaria, da cui si era dimesso questa stessa mattina. Per le sue qualifiche in questo lavoro doveva ringraziare i suoi genitori che, per fargli ottenere ottimi voti nei test orali, sia alle superiori, sia all’università, in vista di una sua carriera in ambito medico, decisero di chiamare il miglior professore sul mercato per impartirgli delle lezioni di dizione. Siccome non tutti i mali vengono per nuocere, M. decise di usare il suo talento acquisito per guadagnarci qualcosa, ed una dei suoi primi clienti fu proprio la signorina Belotti, di cui aveva ancora il numero di telefono ed a cui si rivolgeva con naturale familiarità, persino adesso, nonostante fosse passato molto tempo dall’ultima volta che si erano visti.

“Pronto, chi è?” Rispose la donna.

“Salve Maria! Ti ricordi di me? Sono Marco!”

“Ah! Ciao Marco, da quanto tempo! Come stai, tutto bene?”

“Sì, certamente, e tu come stai?”

“Meravigliosamente!”

“Beh! Si sente dal tono di voce che hai, che va tutto bene, complimenti! Comunque Maria, ti volevo chiedere una cortesia. Ho intenzione di ricominciare a dare lezioni di dizione, e dato che sei sempre informata su tutto e conosci tante persone che potrebbero essere alla ricerca di questo tipo di lezioni, vorrei tanto che mi facessi un po’ di pubblicità.- E sorridendo aggiunse- L’invito è valido anche per te se sei interessata, ovviamente!”

“Oh grazie, mi lusinghi ogni volta! Vedrò di parlare bene di te con i miei amici di teatro, in particolare ti proporrò ad Antonio Contini, penso che abbia veramente un bisogno disperato delle tue lezioni! Per quanto riguarda me, non penso di averne bisogno, ho migliorato molto i miei difetti di pronuncia. Sai, mi hanno offerto una parte in un film!  Sono davvero felice!”

“Anch’io sono molto felice per te e ti ringrazio in anticipo. Che ruolo devi interpretare in questo film?”

“Una madre pavese legata ad una vita che non la soddisfa e ad un marito che non la capisce, la classica storia, hai capito no?” Ed intanto M. si era fermato alla parola pavese, e pensò che non poteva essere una coincidenza.

“Sai, senza offesa, ma non hai il tipico accento pavese. Potremmo lavorarci qualche ora, che ne dici? Tanto le basi ce le hai, quindi parlarlo sarà una passeggiata!”

“Marco, mi hai convinta. Sei libero questo pomeriggio, diciamo verso le sei?”

“Per te sono sempre libero!”

Con un sorriso stampato in faccia, la signorina Belotti disse:“Va bene, allora a dopo.”

“A dopo.” Ed anche questa è fatta. Pensò M..

Si recò, dunque, in Via G.B. Morgagni con il 33 perché la metropolitana tardava a riaprire. Arrivò sotto casa ed aspettò qualche minuto prima di suonare il campanello. Doveva riordinare le idee, formulare un discorso logico, trovare una scusa per entrare, tutti problemi che fino ad ora non si era mai dovuto porre, in fondo quella casa la sentiva ancora come di sua proprietà, nonostante non avesse più le chiavi di casa ed avesse lasciato il contratto d’affitto nelle mani della sua ex. Si fece coraggio ancora una volta e suonò con fermezza il campanello. Rispose Lisa ed M. rimase per un attimo impietrito dalla sua domanda :“Chi è?” A cui aggiunse: “C’è nessuno?…. Se è uno scherzo, non è divertente!  Guardate che chiamo la polizia! Non dovreste essere a scuola adesso? Rispondete!” Lisa esagerava come al solito, ma almeno questo calmò M., che si affrettò a rispondere:” Sono io, Marco! Posso entrare?”

E lei con un tono abbastanza calmo e normale gli chiese:” Perché? Cosa vuoi?”.

“Beh! Innanzitutto vorrei il mio stereo, e poi vorrei parlarti”.

“Va bene, sali.” E gli aprì il portone.

Salì le scale perché doveva scaricare la tensione, ma si dovette arrendere già al secondo piano e prese l’ascensore. Dopo tutto quel tragitto a piedi e con il tram, in cui non trovò neanche posto a sedere, si era stancato e tutto quello che desiderava al momento era una sedia ed un bicchiere d’acqua.

Lisa gli aveva lasciato la porta socchiusa e si era rimessa seduta sul divano, aveva spento la televisione e si stava riscaldando le gambe con la coperta di lana che le aveva regalato la madre e che aveva ancora il suo buon odore, lo stesso odore che Lisa cercava nella casa della sua infanzia, da quando il padre aveva bruciato in un impeto di follia ogni ricordo appartenuto alla moglie che l’aveva tradito e di cui la povera figlia non riceveva più notizie. Bruciò tutto tranne quella coperta che Lisa riuscì a salvare.

“Permesso?” Chiese intimorito M..

“Avanti entra. Scusa per prima, credevo che fossero i ragazzini del piano di sopra. Sono davvero dispettosi, spero che Andrea non diventi come loro!”

“Quindi sai già il sesso del bambino? Ma non è ancora u po’ presto?”

“E tu che ne sai? Per caso sei un dottore?” Rispose Lisa, dimenticandosi del suo anno a medicina.

“Non volevo essere un dottore, dovresti saperlo!”

“Ah, già! Scusa, a volte me ne dimentico! Comunque, hai ragione, il sesso ancora non lo so, ma non voglio solo chiamarlo bambino, voglio abituarmi a chiamarlo con il suo nome.”

“Fantastico. Posso prendermi un bicchiere d’acqua?”

“Sì, certo.”

E mentre si versava l’acqua nel bicchiere, M. disse:“Sai, non pensavo andassi in maternità già dal terzo mese! Conoscendoti, pensavo avresti lavorato fino a che non ti si sarebbero rotte le acque!” E bevve, facendo accenno a un sorriso.

“Pensavi bene, ma il mio medico mi ha obbligato a stare casa per almeno un mese perché altrimenti potrei perdere il bambino.”

“Capisco.” Rispose M. finalmente partecipe della discussione.

“Comunque se lo vuoi, lo stereo è nella libreria. Si è rotta una cassa e si può sentire solo la canzone che ti piace tanto!”

M. prese lo stereo mezzo rotto, lo posò sul tavolino del soggiorno e pensò a cosa Lisa gli avesse potuto fare per ridurlo in quello stato. Ma non era per questo che era venuto.

“Sto cercando una ragazza.”

“Oh! Che novità! Se sei venuto a chiedermi di rimetterci insieme, te lo p..”

La interruppe bruscamente M.:” Non è per questo che sono venuto. Penso… Credo di aver conosciuto questa ragazza quando stavamo insieme, quindi volevo sapere se conoscevi una certa Rebecca.”

“Sì – rispose Lisa ed il cuore di M. si fermò per un attimo, e cominciò a battere all’impazzata, e sul suo volto si manifestò una strana espressione, la stessa di quando seppe di essere stato ammesso alla facoltà che tanto agognava – ne conosco due, anzi tre se contiamo anche mia cugina, ma non te l’ho mai presentata.”

“Ha un accento strano, una ‘r’ leggermente moscia ed una ‘s’ troppo marcata, e dovrebbe essere di Pavia”

“Non puoi parlarmi del suo accento e sperare che io mi ricordi il tono di voce di ogni persona che ho conosciuto! Quello è il tuo campo, non il mio! E per quanto riguarda il fatto che sia di Pavia, beh! non sto di certo a chiedere ad ogni persona che incontro da dove provenga. Se riuscissi a descrivermela sarebbe meglio.”

“Beh! Ecco, è bellissima, frizzante, quando corre, i suoi capelli fluttuano nell’aria, quasi non fossero sottoposti alla forza di gravità, ed i suoi occhi hanno quell’intensità che sembrano scavare nelle profondità della tua anima e le sue….”

“Oh! Che bello, Marco ha trovato l’amore della sua vita…… ma a quanto pare non riesce a descriverla!” E gli lanciò una delle sue occhiatacce, come per dire Tipico!

“Sai che non riesco a fare una descrizione fisica delle persone che conosco, non bado molto ai particolari! É anche per questo che non volevo fare medicina. Ti ricordi quando mi presentasti tuo zio Giorgio?”

“Sì, mi ricordo perfettamente, ahaha! Quella scena mi tira sù ancora oggi, ogni volta che mi sento triste. É stato bellissimo! Tu che gli continuavi a parlare di vino e lui che cercava di disperatamente di cambiare discorso!”

“Pensavo che fosse lo zio Nicola, grande amatore di vino e non un membro degli Alcolisti Anonimi, e poi i tuoi zii sono tutti uguali!”

“Ma se lo zio Giorgio è alto, magro, con gli occhi azzurri ed i capelli bianchi e lo zio Nicola basso, robusto, con gli occhi castani e si fa le tinte! Comunque. Sai qualcosa che non riguardi il fisico di questa bellissima donna?”

“Beh! Quello che so è che le piace correre, bere vino, una sua amica ha un blog di cucina, voleva farsi un tatuaggio… Mmm… Potrei provare a contattare ogni tatuatore di Milano, e se sono fortun….” Fu interrotto da Lisa.

“Qual era l’ultima cosa che hai detto?”

“Che si voleva fare un tatuaggio? Lo so è una cosa molto interessante, non a tutti piace farsi..”

“Zitto! Non questa, l’altra!”

“Che una sua amica ha un blog di cucina?”

“Sì! Esatto! Lo sai, sei molto fortunato! Ho conosciuto una volta una Rebecca qui a Milano, che non faceva altro che parlare della sua amica che aveva questo blog di cucina, e sapessi che cosa cucina!  É strano che non la ricordi, te l’avevo anche presentata all’epoca! Peccato! Sarebbe stato facile rintracciarla se il blog fosse ancora aperto! Adesso che mi ci fai pensare aveva un accento strano!”

“Il blog è stato chiuso? Quando?”

“Sì, l’ha chiuso qualche settimana fa. Un uomo l’aveva presa di mira sul blog, scrivendo commenti poco carini su di lei in continuazione, aveva provato molte volte a cacciarlo, ma ogni volta ritornava, quindi è stata costretta a chiuderlo.”

“Va bene così! Mi basta sapere che esiste. Grazie mille Lisa, sapevo di poter contare su di te! Buona fortuna ancora con Andrea, sono sicuro che sarai una brava mamma!”

“Te ne vai di già?” Chiese con uno sguardo misto tra stupore e tristezza.

“Sì! Ho una cosa molto importante da fare.” Disse con lo sguardo rivolto a Lisa e le mani già pronte ad aprire la porta.

“Grazie per essermi venuto a trovare, mi ha fatto piacere parlare di nuovo con te, come vecchi amici. Ti trovo molto cambiato, se fossi stato così maturo anche quando stavamo ancora insieme, un anno fa, probabilmente non ci saremmo lasciati.”

“Lo so. Anche a me fa piacere che il nostro rapporto sia tornato …. normale. Ciao!”

“Ciao!” Sussurrò Lisa, guardando lo stereo che M. aveva nuovamente dimenticato sul suo tavolino, mentre una timida lacrima le scendeva giù sulle pallide guance. Sarà stata la nostalgia! pensò, ma il cuore sapeva che non era stato di certo il ricordo dei tempi andati a renderla triste, bensì la consapevolezza di non poter tornare indietro.

M. si diresse con tutta calma verso la metropolitana, che ormai doveva essere stata riaperta. Tornò nel bar del cinese ed ordinò un caffè. Si sedette al tavolino con il suo caffè ed esattamente in quell’attimo il signor D entrò nel locale.

M. era calmo, sorseggiava il suo caffè con gli occhi socchiusi. Nella tranquillità che lo circondava, irruppe l’anziano signor D, posando il suo borsalino sul tavolino e sedendosi davanti a M. come aveva fatto qualche ora prima.

“Com’è stata la sua prima esperienza nel modo dei sogni?” Gli chiese il signor D.

“Sono qui per rispondere alla richiesta che mi ha posto questa mattina.”

“Mi dica, cosa ha deciso?”

“Come penso saprà, dato che lei sa tutto di me, ho incontrato questa ragazza, Rebecca.”

“Sì, lo so. Cerco sempre di tenermi informato sulle mie cavie. É stato impagabile vedere l’espressione che aveva in volto quando ha scoperto che era tutto falso! Ahaha!” E continuò a ridere, fino a quando M. disse:

“Non era tutto falso, Rebecca esiste eccome!”

“E quindi? Non vedo dove voglia arrivare con questo discorso, Marco.”

“Accetto la sua proposta!”

“Wow! Non pensavo di convincerla così facilmente!”

“Neanche io lo credevo possibile, ma quando ho saputo che Rebecca potrebbe vivere qui a Milano, ho pensato che potevo sfruttarla signor D. Userò il suo mondo dei sogni per cercare Rebecca e scoprire dove si trova.”

“E non potrebbe cercarla qui a Milano, senza ricorrere ad un sistema che le ruberà tutti i giorni che le restano da vivere sulla Terra?”

“Potrei, ma poi ho pensato che lei non si sarebbe fatto liquidare da un semplice no, e mi avrebbe riportato in questo mondo immaginario, così tante volte, che non sarei riuscito a capire più quale fosse il sogno e quale la realtà, probabilmente fino a farmi impazzire. Per quanto riguarda invece il tempo che mi resta da vivere su questo pianeta, non mi importa. Rebecca mi ha salvato! Mi ha fatto aprire gli occhi. Senza di lei sarei già morto e vivere senza di lei, ora come ora, significherebbe morire. Quindi non ho paura della morte, se questa sarà per Rebecca. Piuttosto, signor D, lei ha ancora intenzione di propormi questo accordo, alla luce dei nuovi fatti?”

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Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 11:48
 
Commento (1) | 19.06.2012

Capitolo 3A di Giulia Madonna

M. rimase atterrito e raggelato. Bevve velocemente il suo caffè oramai gelato, che come un pezzo di ghiaccio gli si fermò sullo stomaco. Poi si alzò di scatto e cercò di sparire da quel bar e da quell’alone grigio e terrficante.

“Nò, assolutamente nò! Non ho nessuna voglia di cadere in questo terribile inganno! Anche perchè non ho scelta! E quando mi mettono con le spalle al muro io non ci sto!!”

M. era fuori di sè aveva gli occhi rossi di rabbia e a gran passi andò di gran lena verso la metro e verso il suo ufficio. Mentre camminava si specchiò improvvisamente in una vetrina e esterrefatto si accorse che era già molto cambiato in volto. Allora preso dalla paura si avvicinò alla vetrina per guardarsi con attenzione. Vide con sua estrema meraviglia che già sulle tempie erano apparsi i primi capelli bianchi, pochi, certo, ma già c’erano. I suoi occhi apparivano cerchiati da minuscole borse e un inizio di occhiaie che gli davano un’aria sbattuta. Certo, lui non si era mai visto bello ma la faccia da ragazzino, quella, sì, era stata sempre la sua solita faccia. Ora invece cominciava a dimostrare più dei suoi anni e, certo, la cosa non gli poteva far piacere.

“Ho dormito appena pochi minuti e sono già ridotto così! Non che mi importi del mio aspetto fisico, ma non è possibile sottostare ad un simile inganno. Anche perchè io non ho detto sì!”

Più camminava e più si convinceva che quella di D non poteva essere una scelta nè una soluzione per la sua vita, anche perchè i problemi rimanevano e lui si logorava dentro e fuori. E poi lui non aveva mai creduto ai sogni o almeno a quelli impossibili che si fanno ad occhi aperti. Ogni passo che faceva si sentiva  crescere una gran forza dentro e la voglia di rimettere le cose a posto da solo e senza i sortilegi e gli inganni di D. Arrivò in ufficio e cercò di tirarla fuori quella sua forza interna. Cominciò a salutare tutti con calore. Tutti risposero al saluto e gli sorrisero. Si sedette alla sua scrivania. Era piena di lavoro arretrato che negli ultimi tempi aveva evitato e cercato di non fare con tutte le scuse possibili.

“Ora è arrivato il momento di tirare fuori le palle! E poi, meglio logorarsi di lavoro che farsi ridurre così dagli inganni di D!”a. Con forza e coraggio iniziò a svolgere con attenzione e precisione il suo lavoro. Certo, non fu facile. Ora era necessario iniziare a riprendere la propria vita in mano. Certo che la fatica era immensa ma man mano che la pila diminuiva sentiva dentro un gran sollievo. Durante la pausa pranzo i colleghi lo avvicinarono e lui si concesse alle loro domande senza sfuggire, come faceva di solito.

Cominciò dal primo foglio della grande catast

“Oggi ti stai dando da fare?Paura di Poletti??!!”

M. sorrise e con sicurezza rispose sereno.

“Beh! Avevo una catasta di lavoro arretrato!Sì, sarà pure paura di Poletti, ma chi può dargli torto. Poletti ce l’ha con chi fa il lavativo sul lavoro! Sto solo cercando di fare il mio dovere, niente più che il mio dovere!”

Continuò così a ritmi serrati fino all’ora di chiusura. Ma alla fine la soddisfazione fu tanta. Certo, sulla scrivania il lavoro arretrato c’era ancora ma la gran pila era diventata piccola, quasi accettabile. Così, stanco morto ma quasi soddisfatto prese la sua giacca e si diresse verso casa. Lungo il tragitto si ripeteva che quella era la strada giusta per la soluzione dei suoi problemi.

“Devi lavorare e impegnarti, senza piangerti addosso!Gli insegnamenti di papà e mamma dove sono finiti?”

E poi rivedeva i loro volti stanchi e pieni di rughe che per una vita intera avevano lavorato senza sosta e gli avevano insegnato e ripetuto ogni giorno a casa la sera:

“…la vita è duro lavoro ma poi la sera, tornati stanchi, si riesce a dormire sereni perchè si è fatto il proprio dovere fino in fondo e senza inganno…”

Quelle parole gli risuonarono dentro le orecchie per tutto il tragitto verso casa e lui le ascoltò. Quando entrò nel suo modesto monolocale per la prima volta sentì che quella era casa sua e quasi non avvertì quel freddino che lo assaliva appena sulla porta. Accese la tv e si preparò il solito panino. Ma non si sentì raggelare nella tristezza e nella solitudine come sempre gli accadeva. Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. In fondo pensò che erano tristi perchè non aveva mai comperato un quadro, un poster, insomma qualcosa per dare colore e allegria. Solo allora si rese pienamente conto che quella casa era così perchè lui non l’ aveva accettata dal primo giorno e non aveva fatto nulla per farla diventare veramente sua. Ora era arrivato il momento per rendersi artefice del suo destino, una volta per tutte, senza continuare a pinagersi addosso, per poi cadere nei tranelli di D. Con quei buoni propositi e con la fiducia nel cuore cominciò a cadere nel suo sonno, mentre gli occhi pian piano si chiudevano, arrendendosi alla troppa stanchezza. La paura di D  e delle sue strane congetture gli tornavano in mente, tanto che più volte tentò di riaprire gli occhi, per non cadere nella trappola del sonno ingannatore di D. Ma poi la stanchezza prese il sopravvento. In fondo era sereno nel cuore perchè aveva fatto, finalmente, luce dentro di sè. Nei suoi sogni la maledetta porta di D non c’era. M. dormì e sognò senza paura nè controindicazioni. Sognò la sua casa, i suoi genitori, il suo paese lontano e pieno di sole e quel calore e quel sole se lo ritrovò al risveglio negli occhi. Appena li riaprì vide la luce del sole che lo illuminò. Era sereno e ricordava benissimo tutto ciò che aveva sognato. Era felice perchè D non aveva vinto questa volta.  Così con quella ritrovata felicità, per la sua ritrovata coscienza, si preparò e sereno, quasi felice, se ne andò al lavoro.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del terzo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il martedì 19 giugno 2012 - 11:43
 
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Follia

Stella: “ una donna triste e stordita, con l’impermeabile aperto e una sigaretta tra le dita“; “viveva in una specie di nebbia, e le persone intorno a lei erano solo buie figure spettrali, fantasmi privi di una vera sostanza … vestita di scuro, con quell’aria di malinconica rassegnazione, perduta nei calcoli del suo cuore … bellissima: sottile, minuscola, angosciata. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 18 giugno 2012 - 14:55
 
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sesso e volentieri

Sesso e volentieri. Micie, passere, polipi e squali del nuovo millennio

Se c’era una volta il Bestiario di Aberdeen, il trattato inglese che descriveva le caratteristiche e le proprietà naturali e soprannaturali degli animali del XIII secolo, nell’era dei social media c’è il Bea-stiario, il catalogo per imparare a conoscere gli animali che si aggirano nella Rete. Si chiama Sesso e volentieri ed è la seconda prova della scrittrice e blogger che si fa chiamare Bea Bouzzi che, proprio come un monaco amanuense medievale descrive caratteristiche, vizi e virtù degli uomini e delle donne che popolano i Social. “Per imparare a conoscere i pericoli e i pericolosi della Rete (..) perché se li conosci li eviti, ma soprattutto impari a riderci su”. Un volume prezioso che, proprio come gli antichi manoscritti, è arricchito dalle divertenti illustrazioni di Caterina Borghi. Continua a leggere »

Pubblicato il lunedì 18 giugno 2012 - 14:41
 
Lascia un commento | 18.06.2012