CAPITOLO 2I di Martina Gargari

M. non aveva più certezze. M. non aveva più amici che lo consideravano. M. non aveva più una famiglia che lo capiva. Erano tutti più impegnati a crederlo pazzo per non riuscire a guardare negli occhi le persone. Ma M. non poteva farlo. Gli occhi sono il riflesso dell’anima, e lui non poteva mostrarla. Non poteva farlo perchè non voleva far vedere il suo essere distrutto. Rispondere a mezza bocca era più facile per lui che non sapeva più piangere. Le lacrime le aveva mandate più volte indietro quando in mezzo alla folla si presentavano. Le aveva consumate, quando poi, nel suo letto era da solo. Sembrava che anche loro volessero scappare da un corpo che non gli apparteneva, da una vita che non faceva nulla per sussurargli “vivimi”. M. stava solo cercando un posto dove andare, quando, improvvisamente la voce con una leggera distorsione della “r” leggermente moscia e una “s” troppo marcata, gli si presentò. M. non capì. Era autunno, l’incontro con il signor D., era, come dire, da programma. Ma l’incontro con Rebecca che scopo aveva? Non aveva soldi. Non poteva offrirle un caffè, nemmeno se fosse stato il più squallido. Non aveva un sorriso in faccia; la vita glielo aveva strappato. Non aveva nulla, solo tanta voglia di scappare, di cambiare aria, di nuovo. E Rebecca glielo propose, come se fosse la cosa più scontata del mondo.

“Prendiamo una bicicletta ed andiamo dove ci porta il cuore”.

“Due biciclette vorrai dire?”

“Non dirmi che hai paura. Mi hai appena conosciuto, è vero. Ma non sono la donna nera. Non ti farò del male.. e non starmi così lontano, non posso urlare per parlarti”.

Andiamo dove ci porta il cuore e non ti farò del male; ancora quelle due frasi, ancora una volta troppo ravvicinate tra di loro. Cuore e male, due parole che sembrano parlare di due mondi diversi. Eppure sono la linea di confine tra due stati d’animo. M. lo sapeva, M. stava scontando tutte quelle cose che, a sua insaputa, doveva pagare. Per la prima volta decise di non badare a quei mondi che seppellivano la sua vita. Forse ne esisteva un terzo, più bello e più forte, capace di farlo alzare e combattare. Combattere per ottenere quello che da tanto tempo non aveva più: un sorriso. Magari bello e da spezzare il fiato, come quello di Rebecca; magari dolce ed ingenuo, come quello di un bambino. E allora perchè tanta attesa.. “D’accordo, prendiamo un tandem. Guido io, quella che deve aver paura sei tu da ora in poi”, sorrise ed il cielo sembrò farsi più chiaro. Trovarlo non fu facile ma girare per vie che prendevano forma e colore con l’allegria che Rebecca emanava era fantastico. Guardare le vetrine e scoprire di avere gusti completamente opposti, raccontarsi squarci di vita e scoprire di avere caratteri completamenti opposti ma prendersi per mano, senza pensarci due volte, e scoprire di essere in sintonia. Questo cambiò l’umore di M., trasformò la pigrizia in voglia di correre ed urlare a squarciagola “Tandem, dove sei?”. Come se l’età non contasse, come se gli adulti potessero fare tutto ciò, più o meno, consentito ai bambini. Rebecca stava rivoluzionando il giorno di M., in modo così inaspettato da far sembrare il tutto perfettamente normale. M. era stato felice, almeno così credeva, ma non riuscì a capire cosa succedesse nel suo corpo quando trovarono l’oggetto del desiderio. Si guardavano negli occhi, eccitati all’idea di percorrere un viaggio insieme, cercando di trovare una destinazione vera. Ma cosa c’è di più vero, di più forte e, forse, di più vivo, di un cuore? Del battito di un cuore! “Dove ci porta il cuore” era la destinazione, lì dovevano andare. Salirono e persero l’equilibrio. Inutile dire che la risata fu spontanea, fu come la descrizione letteraria del “morir dal ridere”. Riprovarono e la cosa andò meglio. M. aveva fatto uno scientifico, sebbene la sua vita non lo dimostrasse, era preciso ed ordinato. Aveva vaghi ricordi del liceo e tra questi il suo amore per tutte le operazioni che avevano come risultato lo zero. Perchè lo zero è infinito, sai dove inzia, ma trovare la fine è alquanto impossibile. Perchè lo zero racchiude un mondo: disegna la Terra, non trovi qualche somiglianza? Amava lo zero perchè lo zero è ordinato e preciso. Entra nel quadretto dei quaderni e non supera il confine. E’ il risultato di tante somme e tante differenze. E’ quello che la vita non concede. La vita non è ordinata e precisa, forse perchè deve lottare con la morte ed il destino. La morta è eterna, la vita no; questa è una di quelle operazioni che M. non soportava. Per questo una volta alla guida del tandem, girava tante volte e destra quante a sinistra. Se esitava era Rebecca a ricordargli questa sua “strana teoria”, come l’aveva espressamente chiamata. Rebecca aveva fatto il classico, ma non era precisa, non era ordinata. Il greco ed il latino non le piacevano. Rebecca era folle, odiava l’ordine, sintomo di metodicità e monotonia. Non aveva regole e non sopportava chi gliele imponeva. Per questo era una free-lance; entrava ed usciva dagli uffici a suo piacimento. Per partecipare a questo gioco però, entrambi avevano dovuto sacrificare qualcosa: la tristezza e le non-regole.

Tra un discorso e l’altro, girarono, girarono e girarono; senza mai tornare al punto di partenza. Rebecca iniziò a credere che l’idea dello “zero infinito” era vero, ed M., iniziò a pensare che la follia era quel tocco di sale che poteva dar sapore alla sua vita. Le gambe iniziarono a far male quando Rebecca gli sussurò “Ho fame”. M. tremò. Il sospiro di una persona sul collo. Questo significava avere una persona vicina, ed era da tempo che M. non ne aveva più. Gli vennero i brividi. Iniziò a porsi tremila domande. “Dove vuoi mangiare R.?”, io non ho soldi; “cosa vuoi mangiare R.?”, io non voglio creare problemi; “come troviamo la strada R.?”, io ho paura mi sono perso, “mi hai destabilizzato R.”. Come sempre, come fosse ovvio, senza sapere le domande, Rebecca diede le risposte.

“Non so come sia possibile. Siamo sotto casa mia. Ho comprato le cose per realizzare la ricetta del blog della mia amica. Non so cucinare però, mi aiuti?”

Ecco un altro regalo. Se la proposta del Signor D., doveva essere ribilanciata in qualche modo, questo era quello giusto. Per questo M. amava lo zero. Tante cose negative, tante cose positive.

La guardò negli occhi e senza dire nulla scesero dal tandem e si presero per mano. Niente più tristezza, niente più paura. Forse la soglia del portone di casa era, proprio, la soglia del sogno del Signor D.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 17:02
 
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