Capitolo 2G di Mutti Diego

Al ventitreesimo gradino M. si fasciò lo sguardo con i suoi Rayban scuri, anche se il cielo là fuori non era proprio limpido e terso – anzi così configurato si confondeva bene nell’atmosfera plumbea della giornata di quel dieci ottobre.

Oh, certo che i due creavano un gioco di contrasti e gradazioni da far sorridere ed ammiccare nella tomba i più alti esponenti dell’espressionismo astratto!

Rebecca emanava solarità con i capelli ramati che avvolgevano il suo viso angelico, piuttosto pallido ma ravvivato da alcune lentiggini messe qua e là. I suoi occhi poi erano di un verde vetrato ricco di sfumature, che non saprei dirti se più vicino al miglior fondale marino o al cristallo di malachite.

Certo che oggi era il dieci ottobre: dieci del dieci signor D.

E tra un’oretta sarebbero state le dieci e dieci: “ahahha” meglio non pensarci osservò M., convinto sostenitore della cabala e anche un pizzico scaramantico, al punto che lui e l’amica Stella spesso giocavano con questi numeri in sequenza impostandoli come stato profilo sui rispettivi social network e scatenando valanghe di commenti: vinceva chi per prima commentava l’ora esatta con un nesso.

M. e R. dopo pochi minuti che stavano insieme già si sentivano uno dentro all’altro, quasi come componenti imprescindibili di una matrioska.

 

Questa ragazza della pianura pavese apparsa così magicamente, forse guidata da qualcuno chi lo sa, aveva subito fatto breccia nel cuore di M.

Alla loro destra c’era un bar carino e i due, anche per aver un posto degno per festeggiare le dieci e dieci antimeridiane del dieci ottobre, ci entrarono.

Il ragazzo ormai abituato allo sguardo “notturno” non levò gli occhiali, facendolo apparire davvero molto misterioso agli sguardi della cameriera bionda che cercò di carpire qualcosa ma rimase al palo, respinta dall’oscurità di quelle lenti.

I due ordinarono due cappuccini carichi di cacao con due brioches alla crema e si accomodarono al tavolo.

Marco lasciò scendere la mano andando a calamitare quella di Rebecca: “che mano morbida tesoro” esclamò.

Anche R. pronunciò quella semplice parola, “tesoro” e M. sorrise compiaciuto, anche lusingato perchè era così carino sentire quella “S” leggermente difettosa e così marcata uscire da quelle labbra disegnate così ampie, non in altezza ma in larghezza, come quelle di Julia Roberts.

La coppia entrò in questo contatto leggero che si tramutava nell’arco di pochi istanti in un bel bacio carico di passione.

M. abbracciò forte a sé R., la quale appoggiò la gamba sinistra sul ginocchio destro di M.

Come preliminare della colazione si erano dati da fare: erano due piccioncini nelle mani di Orfeo.

In un batter d’occhio la giovane cameriera dagli occhi smeraldo e dal viso furbesco come una faina irruppe sulla scena romantica descorticandola col proprio vassoio carico di bontà mattutine.

M. la saldò con con quattro euro e quaranta e tanti saluti – cosicchè s’immerse nel cappuccino a tal punto che R. scoppiò in una piena, fragorosa risata per le tracce schiumose sui baffi appena accennati del ragazzo.

M. invece era abbagliato dalla sensualità con cui R. addentava la brioches carica di zucchero a velo con all’interno questo cuore colorato come il meglio sole, a flebili morsi continui.

“Chissà come sarà quando copulerà questa fanciulla, se già mi stimola queste sensazioni extraterrene solo nel gustarsi il cibo”.

 

Assecondato anche il gusto, i due novelli e temporaneamente spasimanti, vincolati a tempo manco fossero un bot o un titolo azionario per mezzo di un disegno architettato dal signor D., notarono che all’orizzonte prendeva forma un’isola di bike sharing – quella di via Cesare Battisti.

Lei tolse dalla borsa a tracolla la sua tessera con un sorriso super e noleggiarono le due biciclette.

R. era entusiasta: finalmente aveva battezzato la propria tessera ed ora via, alla scoperta della Milano da pedalare!

M. propose un bel giro in senso antiorario, passando per il quadrilatero della moda, dove tutti questi turisti, stranieri non residenti a tutte le ore popolavano negozi e marciapiedi.

“Chissà che non prendano esempio da noi” sorrise M. a R.

Passando in bicicletta era più facile far valere la regola del “guardare e non comprare” dribblando le vetrine degli shop più rinomati e carini.

 

A Corso Venezia, prima di prendere la traversa verso via Marina, era giunto il momento di un bell’aperitivo.

I due optarono per il 3G – M. ha sempre amato i locali che nel nome portavano un numero perché evocava quello spirito internazionale che fa tanto diventare un “must” il metterci piede.

R. aveva voglia di bere. E di farlo.

Si, doveva farlo bene. Fu così che trovò proprio il posto adatto per legare le biciclette, a lato del panettone al ciglio della strada che divideva il parcheggio da quella vecchia cancellata della palazzina adiacente.

Il bello e la particolarità di questo locale è l’ambiente con sottofondo di musica lounge in stile Buddha Bar, guarnito da una mezza dozzina di divanetti a L con ognuno un proprio tavolino rettangolare al centro, di salice nero. Davvero di buon gusto.

I due ordinarono nella taverna qualche bicchiere di vino, sempre di qualità diversa, sempre rosso.

Così M. scelse Brunello di Montalcino e Nero d’Avola e R. optò per Morellino e Montepulciano.

Il cameriere arrivò con un grande tagliere di affettati e formaggi e il gioco fu fatto.

“Ah, come è estasiante trovarsi qui con te, Rebecca” – “Brindiamo alla nostra giornata di felici sensazioni”.

Lunghi sorsi a testa intervallati dalle gioie per il palato con al culmine un sacrosanto bacio, di quelli che vorresti che non finissero mai.

Infine i due ordinarono un bicchiere a testa di Reciuto di Soave accompagnato da un dessert della casa.

Rimasti per un’oretta e mezza, forse più, in questo splendido bar, uscirono mano nella mano e R. lo guidò all’angolo, dopo aver depositato le biciclette all’isoletta di bike sharing.

 

Qui c’era il bed & breakfast a conduzione familiare “La casa delle rose”, gestito dalla mamma di R.

“Splendido” disse M. e i due, prese le chiavi all’uscio si diressero verso la stanza numero 23.

Appena entrati entrambi si lanciarono sul letto per assecondare l’inebriamento passeggero del vino.

Dopo pochi interminabili minuti di vagabondaggio mentale, M. fu rapito da un istinto che si faceva via via più incontrollabile.

Abbassò la zip posteriore sotto le spalle dal meraviglioso vestito scollato di R., la quale avvolgeva nell’intimo nero col pizzo le sue stupende sinuosità.

Il sapore della pelle di R. era un concentrato di profumi e M., partendo dal collo, scese levando il reggiseno con i denti in tre secondi tre, e cominciò a leccare quei capezzoli duri e sodi come solo nei film aveva visto sfidare la forza di gravità in quel modo.

Erano perfetti, tant’è che pensò di essere in un sogno.

M. si sentiva invincibile: lui era rimasto in jeans morbidi e camicia mentre lei era sempre meno coperta di fronte a lui e stava scendendo sempre più ad esplorarla, ormai vestita di solo mezzo slip.

M. passò la sua lingua ancora carica di etanolo nelle papille gustative tra le cosce della ragazza, che acconsentì lautamente emanando leggeri sospiri. Che momenti estasianti!

Successivamente anche R. spogliò M. e i due si diedero alle magie delle operazioni sessuali facendo faville, non lasciando proprio niente al caso.

 

Mentre si erano fatte le 16:30, i due si rivestirono ed andarono un paio d’ore ai vicini Giardini.

Qui stesero i loro due teli, presi prima al b&b e tenuti nello zaino di M.

Il tempo stava però cambiando, delle nuvole in lontananza prendevano forma cosicchè i due decisero di partire in una corsa verso le biciclette. La situazione stava virando mestosamente.

 

Erano ormai le 18:45 quando ricominciarono a pedalare; per terminare la loro giornata decisero di andare ad un cinema per gustarsi qualche frammento di storia sperando anche che non piovesse. Sul lungoviale la visibilità stava rapidamente calando e i due continuarono a percorrerlo in fila indiana, M. davanti e qualche metro dietro R., quando una Mercedes grigia a tutta velocità tagliò lo stop sgommando e virando verso la traversa a sinistra andando ad impattare violentemente contro R., sbalzandola come se fosse una delle ignare vittime di Carmaggedom, videogioco basato sul film Anno 2000, la corsa della morte.

Ne M. né R. oggi portavano il casco, e questi malviventi della Mercedes si scoprì poi più tardi che erano reduci da una rapina al vicino supermarket e stavano fuggendo a più non posso, veloci come il vento.

Ovviamente i banditi non si fermarono e una dozzina di persone accorse fecero capannello attorno alla giovane donna, chiamando subito un’ambulanza per i soccorsi.

I medici constatarono che non c’era più niente da fare – R. era morta sul colpo, sbattendo violentemente la testa sull’asfalto dopo varie giravolte sospesa nell’aria.

L’uscio del cielo si era aperto per lei, lasciando M. sgomento.

Il ragazzo sapeva che i due non si sarebbero mai più rivisti, ma mai avrebbe immaginato un simile tragico epilogo.

 

M. rimase sconvolto da questo perfido gioco del destino, incassò il colpo e si avviò verso casa, confuso tra sogno e realtà non capiva bene cosa stava succedendo.

Imboccò lo svincolo e si diresse dentro l’insegna con la grande M rossa, al ventitreesimo gradino scivolò per colpa della pioggia e delle sue scarpe liscie, ma per fortuna non cadde. Marco obliterò ed entrò nella metro, dove dall’altra parte, sul marciapiede opposto incontrò lo sguardo magnetico del signor D. – non restavano che tre fermate e poi sarebbe tornato a casa.

 

Dentro la carrozza, la seconda perchè la prima era troppo affollata M. si ritrovò comunque stipato all’inverosimile e si accomodò in piedi accanto a quella ragazza che sembrava fare lapdance lì dentro. Proprio così, era lei la tanto vituperata esponente dello show metropolitano, pubblicizzata a più non posso in questi giorni, con tanto di arrangiatore quasi sicuramente britannico, con look alla Gallagher, che pennellava melodie con la sua chitarra. I due avevano un cappello da sera irlandese nero capovolto come raccoglitore delle offerte e nei sette minuti di permanenza di M. si riempì ancora di più: persino lui mise una moneta da cinquanta eurocent premiando il talento del ragazzo e la disinibizione di lei, che forse aveva trovato in tempo di crisi il luogo dove potersi esprimere al meglio.

“Ma cosa ci faceva il signor D. dalla parte opposta?” “Voleva vedermi entrare nella carrozza…ma perchè?!?” preso da questi dubbi amletici M. si sentì braccato dal fare investigativo del signor D.: “èh sì potrebbe anche essere mandato da qualcuno vicino al Poletti questo tizio, visto che sa come e dove trovarmi!”

M. scese la fermata e si avviò verso casa, sperando che ci sia qualcosa da cucinare e da bere e cercando di addormentarsi anche il più tardi possibile. Meno ore donerà ad Hypnos più sarà complicato per il signor D. rubargli il tempo. Non è un investigatore quell’uomo, è un’entità superiore, non è nemmeno umano! Come può appropriarsi di qualcosa che scorre in avanti per tutti?

Tornerebbe utile un suggerimento di Doc a questo punto, fedele amico di M. fino a qualche tempo fa, quando decise di partire per Londra, chiamato da una grossa banca. Quell’amico storico era soprannominato come il protagonista di Ritorno al futuro: lui di tempo ne sapeva e nel film poteva addirittura spostarsi nello spazio temporale.

Da che epoca arrivava il signor D.? Ed era un sicario di qualcuno che stazionava ai piani alti o era egli l’arteficie di sè stesso?

“Oggi il destino ha giocato la sua parte, mi è morta una ragazza accantò” sospirò M. dopo una mezza dozzina di lunghi sorsi di birra avvistata come per magia venti minuti prima nel proprio frigor.

C’era la voglia di cenare, ma prima bisognava cucinare. E per farlo al meglio M. immaginò che bisognava essere in due.

A volte quello che si sogna si realizza, così M. cominciò a pensare con chi volesse condividere l’arrangiamento di un bel piatto serale e qualche chiacchiera spontanea.

Il cellulare di M. dopo dieci minuti intercorsi in totale riflessione prese a squillare…

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 17:01
 
Commenti (3) | 3.05.2012
Commenti
  1. Andrea scrive:

    Se posso esprimere liberamente il mio giudizio… Ti prego non scrivere più nulla, non fa per te.. Sei come uno di quei professori annoiati che, per passare il tempo, si mettono a scrivere libri farciti di belle parole ma totalmente insignificanti.. Non c’è spessore dei personaggi e la trama è assurda.. Alt se voleva essere una cosa divertente allora hai fatto centro… Il problema è che temo che non sia proprio così, bye bye

  2. Diego scrive:

    Ahahhaah ovviamente scrivo per divertimento, e ho cominciato a scrivere solo ora, grazie a 24letture. Ti sei letto anche il mio primo capitolo? Per i prossimi capitoli sto cercando colleghi per espletare dignitosamente il progetto di scrittura collettiva :-)

  3. Diego scrive:

    ps. che la trama sia assurda è un tuo libero pensiero, dal mio punto di vista ho ripreso sia l’incipit che il primo capitolo! saluti

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