CAPITOLO 2F di Luca Regis

“Allora andiamo?” risuonò nelle orecchie di M. Non c’erano “s” in quelle parole ma la melodia era adorabile. Si voltò a guardare quella donna che ricambiava il suo sguardo con la gioia negli occhi. M. non riuscì a trattenere un sorriso prima di voltarsi nuovamente a guardare sul marciapiede opposto. Fece appena in tempo ad intravedere il viso del Signor D che gli strizzava l’occhio, o almeno così gli parve, prima di scomparire ingoiato dalla folla che andava e veniva in tutte le direzioni. M. si alzò sulle punte dei piedi e allungò il collo più che riuscì per cercare di vedere ancora il Signor D, ma quando incontrò con lo sguardo un borsalino nero vide con rammarico che non era indossato da lui.

“Stai cercando qualcosa?” questa volta le “s” c’erano e riportarono M. sulla terra, sia con le palme dei piedi che con la testa.

“Niente di importante, scusami.” Riuscì a balbettare M., quindi riportò tutta la sua attenzione alla sua improbabile compagna di quell’ inaspettata avventura. In quell’istante sentì come se qualcuno gli avesse tolto un gran peso dalle spalle. Quell’alone di angoscia, quel malessere interiore che gli aveva provocato la visione del Signor D all’uscita della metro scomparvero.

C’erano solo lui e lei. E una giornata da trascorrere spensierati come due ragazzini che hanno fatto sega a scuola.

R. propose subito la prima tappa, che sarebbe stata nientemeno che quell’anonimo bar a pochi metri da loro. Confessò a M. che in quel momento avrebbe ucciso per un caffè e lui si lanciò nell’offrirglielo volentieri.

Appoggiati al bancone bevettero i loro due espressi lisci, come due amici che si incontrano per caso e decidono di proseguire un saluto, altrimenti frettoloso scambiato su un marciapiede di Milano, rinfrancando il cuore con quella bevanda aromatica. Oppure come due colleghi di lavoro, che di rientro da una riunione importante finita bene, decidono di scaricare la tensione con una tazzina di liquido caldo e intenso come gli affari. Oppure come due amanti, che si salutano dopo la mattinata trascorsa furtivamente l’una tra braccia dell’altro, lasciandosi con lo stesso sapore in bocca, dolce e amaro insieme, come il loro amore segreto e peccaminoso. Per il rumeno dall’altra parte del bancone, che trascorse tutto il tempo ad asciugare bicchieri con un panno logoro e lo sguardo incazzato, quei due ragazzi potevano essere chiunque. Ma a M. non interessava cosa pensasse, l’unica cosa che gli premette sapere dal momento in cui mise piede in quel misero locale, lungo e stretto con appena un paio di tavolini a ridosso della parete e tre sgabelli malconci davanti al bancone, era quanto costasse il caffè. La media di Milano era poco più di un euro e quando lesse sul biglietto affisso alla mensola dei liquori che il caffè al banco costava solo novanta centesimi, si rilassò e poté ordinare i due espressi a cuor leggero.

M. pagò le consumazioni snocciolando con noncuranza le monetine sul ripiano del bancone. Non gli fu difficile lasciare la cifra esatta, gli bastò trattenere una moneta da dieci centesimi dal gruzzolo che aveva in tasca. L’uomo dall’altra parte del bancone smise di asciugare i bicchieri, raccolse il denaro senza contarlo, lo ripose nella cassa e restituì a M. la ricevuta, poi tornò alla sua precedente attività, senza mai mutare l’espressione grave del volto.

Da quel momento in poi la giornata fu un crescendo di emozioni. R. aveva in testa l’indirizzo dello studio di tatuaggi e piercing dove avrebbe voluto recarsi, che sapeva distare solo pochi isolati da lì. Propose a M. di andarci in bicicletta, dal momento che una fila di colonnine del bike sharing si trovava proprio dall’altra parte del corso di fronte al bar. M. accettò, incapace di rifiutare o contraddire qualsiasi cosa R. proponesse. Aveva un’energia, una vitalità addosso che lo lasciavano incapace di qualsiasi reazione, se non l’acconsentire e adeguarsi. Giunti alla fermata delle biciclette R. prese la prima che gli capitò a tiro, ma M. la dissuase dal farlo consigliandole di ispezionarne un paio prima di scegliere quale usare. Da utente del bike sharing, non potendo permettersi un’auto, M. sapeva per esperienza che non tutte le biciclette sono funzionali, a causa della maleducazione di certi utenti che non rispettano le cose altrui, tradendo così la filosofia dello sharing stesso.

Quando R. ne identificò una che poteva andare bene, passò la sua tessera sul lettore e la colonnina sganciò il mezzo. M. fece lo stesso e un attimo dopo si misero a pedalare all’impazzata per le trafficate vie di Milano. R. faceva strada, M. la seguiva ovunque lo portasse. Dopo qualche minuto di quella folle corsa, col vento freddo e pungente che tagliava il viso, arrivarono davanti ad un piccolo negozio chiamato “The house of pain”. Nelle due piccole vetrine c’erano solo foto di tatuaggi e parti del corpo violate da aghi e anelli d’acciaio. R., a differenza di M., non ne fu impressionata e si diresse di gran carriera all’interno. Ma se M. già mal digeriva quel posto da fuori, non appena varcò la soglia d’ingresso si sentì mancare. Musica heavy metal era sparata ad un volume assurdo dalle casse e all’interno della piccola anticamera rimbombava tanto da spaccare i timpani. Un ragazzo, già mezzo ricoperto di tatuaggi, stava appoggiato al bancone sfogliando cataloghi di persone ricoperte da altri tatuaggi. Da dietro di lui fece capolino una ragazza con le treccine viola, anelli infilati su entrambe le labbra, sopracciglia e narici, per non parlare di quello che le pendeva dalle orecchie. Da un’altra stanza sul retro, la cui porta consisteva in una tenda leggera e opaca, nonostante la nauseante musica si poteva percepire il caratteristico sibilo della macchinetta per i tatuaggi. M. sperò che il tatuaggio che voleva farsi R. fosse piccolo e poco colorato, per dover restare in quel posto il meno possibile. Poi gli venne il timore che R. potesse chiedere anche a lui di farsene uno, cosa che nonostante tutto avrebbe rifiutato categoricamente. Primo perché non aveva nessuna intenzione di trascinarsi dietro per il resto della sua vita qualcosa fatto in una giornata di follia. Secondo perché non intendeva assolutamente violare il suo corpo con una macchia indelebile. Ad ogni modo, per sua fortuna, ne lui ne R. avrebbero fatto un tatuaggio quel giorno. L’agenda degli appuntamenti del Signor Dolore era fin troppo fitta, e se R. avesse voluto farsi il tatuaggio avrebbe dovuto prenotarsi per la settimana successiva. Ma le cose programmate non erano nello suo stile, lei preferiva lasciarsi guidare dagli impulsi. Così uscì senza prenotare una seduta e rinunciò, almeno per il momento, all’idea del tatuaggio.

Montarono nuovamente in sella delle loro biciclette gialle, destinazione il mercato di via San Marco. L’aria era ancora fredda, nonostante fosse ormai tarda mattinata e il sole avesse già riscaldato un poco l’atmosfera, e il cielo era terso, per quanto può esserlo quello di Milano perennemente nascosto da una sottile cappa grigia. Nelle strette file tra le bancarelle, R. era incontenibile. Saltava da un banco all’altro, annusando i profumi della frutta fresca, delle verdure ancora sporche di terriccio. Subito M. restò un poco basito da quel comportamento. Sembrava che non avesse mai visto un frutto o un ortaggio in vita sua. Eppure R. veniva da Pavia, quindi in provincia, dove dovevano essere abituati ad uno stile di vita meno artefatto. Forse era proprio per quel motivo che era così eccitata, perché le mancava la sua terra d’origine e stare in quell’affollato mercato, tra venditori che urlavano i pregi e i prezzi delle loro merci e gli avventori che si accalcavano per acquistarli, in qualche modo la faceva sentire più a casa. Invece scoprì che il vero motivo era un altro. Come se gli avesse letto nei pensieri, mentre era intenta a scegliere alcune pere da acquistare, R. raccontò a M. che aveva vissuto a Manchester per tre anni, mentre frequentava un master alla Salford University. In quegli anni vissuti nella piovosa Inghilterra si era praticamente dimenticata il gusto e il profumo che hanno i frutti della terra. Là poteva trovare qualsiasi tipo di frutta o verdura in qualsiasi periodo dell’anno, non importava se la stagione era quella giusta oppure no. Ma nonostante questo, tutto aveva sempre lo stesso sapore e lo stesso odore: cioè né sapevano né profumavano di nulla. Si potevano mangiare melanzane e zucchine e sentire lo stesso gusto di niente. Un pomodoro aveva lo stesso sapore acquoso di una fragola. R. era giunta alla conclusione che in Inghilterra non coltivassero gli ortaggi, ma li fabbricassero in serie. Mentre erudiva M. su alcune sue esperienze passate, R. aveva acquistato della frutta fresca, del formaggio e del pane, e la prossima tappa sarebbe stata un pic-nic al Parco Sempione. Mentre uscivano da quella baraonda di tende e bancarelle per tornare alle biciclette, R. si soffermò a guardare la merce esposta su un banco di arredi per la casa. C’erano lenzuola, asciugamani, tende, presine da forno, un ammasso di merce variopinta come l’arcobaleno o candida come le nuvole, sulla quale decine di donne si assiepavano toccando, soppesando, valutando.

“Per un buon pic-nic serve una coperta.” Commentò R. mentre allungava il collo al di sopra di due donnine basse e tozze che si erano avvicinate a guardare dei tappetini da bagno: “Credo che qui troverò qualcosa di adatto.” e finendo la frase si ritagliò un posto attorno a quell’orgia di membra che affondavano nelle stoffe.

Pochi secondi e le sue mani estrassero da quella bolgia di tessuti un plaid di poliestere a quadri scozzesi rosso e nero, il più classico dei teli da pic-nic. Avviò una breve ma proficua trattativa con il venditore e per cinque euro si aggiudicò quello che sarebbe stato il loro luogo sacro per qualche ora. Prima di ritirarlo nella borsa, tenendolo con due mani, lo mostrò fiera a M., conscia di aver fatto un ottimo acquisto.

Prima di lasciare definitivamente il mercato R. acquisto ancora una bottiglia di chardonnay, mezza dozzina di ostriche freschissime e una piccola torta di mele.

M. era estasiato da quella donna. Sembrava che sapesse sempre cosa fare, come comportarsi, in ogni momento e in qualsiasi circostanza. Tutto l’opposto di lui, così costantemente pervaso dal dubbio e troppo spesso insicuro fino all’inverosimile.

Nuovamente sulle loro biciclette, entrambi con parte delle compere dentro al cestino sul manubrio. Lei ad indicare la strada e lui a seguirla a ruota. L’avrebbe seguita fino sull’orlo di un precipizio, e vi si sarebbe lanciato dentro se lei solo glie lo avesse chiesto.

Zigzagando tra la strada trafficata e il marciapiede affollato, per non finire investiti e per non investire nessuno, arrivarono a destinazione.

Stesero la coperta in mezzo al prato e vi si sedettero sopra, godendosi i caldi raggi del sole di mezzogiorno. R. si tolse le scarpe e si alzò in piedi. Sentiva l’energia della terra fluire nuovamente nel suo corpo, finalmente libera da ogni impedimento. Camminò sul prato girando attorno al plaid sul quale M. era rimasto seduto, immobile a guardarla mentre lei, con le braccia aperte e il viso rivolto al cielo, sembrava danzare sulle note di un’armonia che sentiva solo nella sua testa. Aveva gli occhi chiusi e un enorme sorriso sul viso. Il sole la scaldava dall’alto e l’erba ancora umida la rinfrescava dal basso. Era in piena armonia con gli elementi della natura, ed era allo stesso tempo parte di essi e fatta della loro stessa materia. Eterea come l’aria ma reale come la terra. Ardente come il fuoco ma fresca come l’acqua.

R. tornò a sedersi di fronte a M., più bella e raggiante che mai in quel giorno: “Sto morendo di fame.” confessò lanciandosi sui sacchetti con il cibo. M. si stava già cibando di lei, della sua grazia nonostante quello sgraziato accento.

Mangiarono di gusto tutto ciò che R. aveva comprato poco prima e bevettero tutto il vino, direttamente dalla bottiglia. Ad ogni sorso M. immaginava di bere dalle labbra di R.. Il vino diede un poco alla testa a M. il quale si lasciò andare sulla coperta. Sdraiato, con le mani incrociate dietro alla nuca, restò qualche istante a contemplare il cielo metallico. Volse lo sguardo su R., che se ne stava ancora seduta, tutta raggomitolata quasi in posizione fetale, con uno splendido sorriso sulle labbra e lo sguardo acceso perso nel vuoto di fronte a lei. M. sentì gli occhi appesantirsi, complice lo stomaco appagato e il vino frizzante, e si lasciò andare ad un sonno ristoratore. L’ultima immagine che ebbe prima di addormentarsi fu quella di R. che si era voltata a guardarlo, sorridente.

Ma l’agognato riposo non durò a lungo, perché quasi subito sentì una voce maschile proveniente da dietro la sua testa chiamando qualcuno:

“Signore?,” diceva la voce, “Signore?.. Signore? Mi scusi…Signore?”

“Signore? Mi scusi, Signore?”

M. si svegliò di soprassalto. – Ma quanto ho dormito? – si chiese. Si guardò intorno, agitato. Non era più sdraiato sul prato del parco con R.. Si trovava invece nella carrozza della metro, da solo, seduto la dove aveva iniziato a chiacchierare con lei. Un uomo in divisa blu, probabilmente un addetto al treno, scuotendolo delicatamente per un braccio gli stava dicendo che erano arrivati al capolinea, e che doveva scendere.

M., basito e incredulo, guardò l’uomo fisso negli occhi per qualche istante. Poi senza dire niente si alzò di scatto e uscì dal treno. D’istinto guardò l’ora e si rese conto di essere terribilmente in ritardo per il lavoro. Corse al binario opposto per prendere il treno che lo avrebbe riportato indietro. Salì sul convoglio e restò in piedi, onde evitare di addormentarsi nuovamente. A quel punto cercò di stabilire un filo logico tra gli avvenimenti di quella mattinata, reale o presunta che fosse. Alla fine si rese conto, non senza una punta di vergogna, che si doveva essere addormentato subito dopo aver fatto quello sciocco gioco sui nomi delle vie di Milano con R. Tutto il resto era stato solo un bellissimo sogno. Chissà che cosa avrà pensato di lui la reale R.. Così giovane e già così stanco, tanto da addormentarsi pesante come un ciocco seduto in metropolitana, di buon’ora al mattino ma, soprattutto, al cospetto di una così bella donna che aveva mostrato interesse per lui.

Il treno giunse alla fermata e M. scese in tutta fretta. Mentre saliva le scale di gran carriera per uscire in superfice e correre in ufficio, con la coda dell’occhio gli parve di vedere il Signor D che le stava scendendo dal lato opposto. Si voltò per guardare meglio, ed infatti lo vide. Beffardo, con un sorriso sardonico, non appena M. con lo sguardo lo mise a fuoco il Signor D si portò una mano al cappello e lo sollevò dalla testa in segno di saluto. M. invertì immediatamente il senso di marcia, travolgendo alcune persone dietro di lui che gli inveirono contro, ma non se ne importò. Il Signor D scese con calma gli ultimi scalini e subito si trovò di fronte M.. Il respiro affannoso per la corsa, gli occhi iniettati di sangue fuori dalle orbite per la rabbia:

“Adesso basta con questi stupidi giochi!” Si mise ad urlare M., tanto che parecchie persone attorno a lui gli lanciarono occhiate trasversali per capire come mai quel giovane ragazzo stava gridando da solo. “Mi dica che cosa vuole da me o mi lasci stare per sempre.”

Il Signor D non si scompose. Gli rispose pacatamente guardandolo fisso negli occhi: “Te l’ho già detto poco fa che cosa voglio da te: il tuo tempo. Quello che hai avuto in quest’ultima ora è stato solo un piccolo saggio di cosa potresti avere per il resto della tua vita. Cerca di rammentare tutte le sensazioni e le emozioni che hai provato mentre sognavi poco fa. Non ti sembravano reali? Odori, sapori, sensazioni tattili: tutto ti stava dicendo che eri sveglio e stavi vivendo, mentre invece era un sogno. Un magnifico sogno.”

Il Signor D lasciò M. a soppesare quelle parole e si avviò per la sua strada. Quando fu a pochi metri di distanza, si fermò e si voltò verso di lui: “Questo è stato solo un assaggio della mia proposta, ed era gratis. Non ti sottrarrò nemmeno un minuto del tuo tempo, ma ti invito a riflettere su cosa ti potrebbe capitare se decidessi di accettare la mia offerta e varcassi quella soglia stasera. Pochi minuti di sonno ti hanno fatto vivere ore magnifiche. Immagina che cosa potresti fare notte dopo notte.”

Quindi si voltò nuovamente e, prima di scomparire ancora tra la folla aggiunse ironico: “A più tardi, mio caro M.”

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 16:59
 
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