CAPITOLO 2D di Sandro Salerno

M. prese a camminare, ma non era più da solo. C’era una donna, adesso.

Allungò una mano verso di lei. Rebecca fece trovare la sua.

Ma pensa te- si disse M.- e chi si aspettava una giornata così? Al bar ho trovato il Diavolo. In metropolitana, un Angelo.

-Mi stavi aspettando, oggi?

-Da sempre- sorrise lei.

- Sai che l’ultima che è sparita a mezzanotte ha perso una scarpetta e poi ha sposato un principe?

-Io porto le sneakers. È un po’ difficile perderle. Più che  Cenerentola potrei essere una strega, così.

-Dove vuole andare la strega? A spasso al parco, al museo, a guardare vetrine, o ammazzarci di birra?

-Voglio andare a fare l’amore. Ti ho aspettato troppo tempo.

M. controllò con l’altra mano nella tasca posteriore dei pantaloni che ci fosse il portafogli. Doveva avere in uno scomparto ancora un profilattico di scorta.

E se al bar ho incontrato un matto, e  ora invece questa è una mignotta?-si insospettì ricacciando in giù la custodia in pelle dove sicuramente ci sarebbero stati pure dei soldi per pagare una prostituta. Rebecca valeva la spesa. Inghiottì la saliva e l’eccitazione gli salì da qualche parte sotto l’ombelico.

Si fece trasportare come quando da bambino la mamma spingeva per farlo andare a scuola. Un po’ frenava, col braccio. La mente recalcitrava. Il resto del corpo invece già correva a perdifiato.

-So che ti sembrerà strano. Ma da qualche parte era previsto che io e te ci incontrassimo stamattina qualche metro sotto al suolo. Secondo te, dov’è l’Inferno? – disse lei

-Un po’ più giù di Porta Garibaldi. Ci vedo certe facce, a volte- sorrise M.

Rebecca lo condusse davanti a un ingresso angusto marrone. Sul portone c’era una targhetta con la scritta “Pensione Luisa”.

Mignotta- pensò M.

Arrivarono al 2° piano attraverso un corridoio in penombra. Era bastata un’occhiata tra Rebecca e la portiera, senza frasi o richiesta di documenti. Manco le chiavi, avevano chiesto. Ma la prima stanza a destra aveva la porta socchiusa. Vi sgusciarono dentro chiudendosi Milano alle loro spalle.

-Spogliati e rimani dritto in piedi davanti alla finestra- gli intimò Rebecca con la voce trasfigurata. Altro che esse di Pavia. Sembrava quasi tedesca, tanto era diventata imperiosa.

M. prese a spogliarsi mentre assecondava gli ormoni che avevano invaso tutte le sue arterie. Ma anziché rimanere fermo e immobile, si avvicinò a Rebecca. Con tre mosse la spogliò fino a lasciarla in mutande. Le scostò di lato arrotolandole su di un’anca e piegò la donna sul letto con le gambe poggiate sul pavimento.

-Non era così- biascicò lei- che doveva essere.

-E com’era?- disse M. entrando nel suo corpo. Non ci capiva niente. Si sentiva estraneo a se stesso. Stava succedendo una storia che forse apparteneva ad altre persone. Lui se ne sentiva ospite. Anche se stava godendo da matti.

-Raggiungimi- disse  Rebecca- e muori dentro me.

-Muoio- rantolò M.

Rimasero nudi abbracciati sul letto per un’altra mezz’ora.

-Ma tu entri così, senza chiedere niente e ti infili in una camera? E se mandano la polizia?

-Luisa è mia madre. Questa pensione è nostra. A chi dovrei chiedere il permesso?

-Non è mignotta- si rispose soddisfatto M.- E ha pure moneta, mi sa- respirando a fondo.

Uscirono con qualche voglia in meno per strada. Tenendosi ancora per mano.

-Sono innamorata.

-Mi fa piacere. Ma non è un po’ presto?

-Tu non sai tutto quello che c’è tra me e te.

-Nemmeno lo immagino. Compro una vocale. Mi aiuti?

Scostò i capelli da un lato solo guardandolo obliquo. Si vedevano degli occhi ampi come le finestre al mattino dopo che le tende vengono arrotolate in su. C’era del verde, in quello sguardo. Un manto d’erba spalmato in mezzo ad una faccia. Bella.

-Hai presente il Doctor Faust?

-Sì. Avrei venduto l’anima al diavolo? Ma io non ho cercato nessuno. Volevo solo prendere un caffè e un cornetto, oggi.

-Pensa se ti fossi addormentato in metropolitana. Questo potrebbe essere il primo desiderio che si è realizzato. È vero che volevi una storia così, no?

M. incominciò a farsi strada  coi gomiti in una giungla dove le liane erano supposizioni che si arrampicavano nella sua testa.

-Allora adesso è trascorsa già un’ora. E io ho perso un anno di vita.- prese a ridere.

-Potresti avere già trentasei anni, ora- alluse Rebecca.

-Come vola via il tempo. Poi uno dice che le giornate non finiscono mai. Altre venti volte che andiamo alla pensione Luisa e posso andare in pensione- cazzeggiò lui.

-Sei pronto a venirmi dietro? Fidati di me. Chiudi gli occhi e immagina di volare.

-Con te verrei ovunque. Tanto credo di conoscerti già. Si parte?

-Non puoi capire come andrà a finire. Tutto si svolge come previsto. Via!

E incominciarono a correre tra i passanti che li evitavano come se fossero due rapinatori che avevano preso la fuga.

Traversarono viali, stradine, vicoli, sempre attaccati per le dita. Correvano e M. non capiva perché. Ma correva e correva. Pensava che fosse giusto e si fidava di lei. Che forse era la donna più bella che avesse mai conosciuto in vita sua. Un’altra era stata la vicina di pianerottolo quando aveva avuto venti anni. Domizia. Ancora adesso a pensarci si sentiva un groppo in gola. L’avrebbe sposata, quella. Se soltanto non avesse avuto l’ardire di tradirlo con il suo migliore amico. Gli veniva da piangere solo al pensiero. Ma ora era troppo indaffarato per rimuginare sulle donne passate.

Questa era tutta un’altra cosa.

Arrivarono davanti alla Pinacoteca. Fecero il biglietto.

-Non può essere un sogno- si disse M .-Nei sogni non si paga il biglietto per andare al museo.

Sopra una seggiola a destra scorse un uomo con un cappello in mano. Riconobbe la foggia e il colore del cappello del Signor D.

-Porca puttana- si disse M.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 16:56
 
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