Capitolo 2C di Elisa Belotti

M. si perse per qualche secondo nel tentativo di evitare lo scomodo frapporsi delle sagome variopinte dei passanti e quella figura statica che lo fissava. Si sentì d’improvviso come quando da bambino cercava di guardare, passando ramingo da un albero all’altro del giardino condominiale, l’arrivo del padre, ancora ignaro della televisione rotta nel loro appartamento.

“Ti avevo detto che non si gioca con il pallone in casa! Mai una volta che tu mi dia retta! Adesso non esci più per un mese! E scordati di giocare con gli altri!” aveva urlato di lì a poco lo stanco e severo genitore.

M. ricordava ogni sfumatura di quelle urla che coloravano come di  fuoco vivo l’incarnato di una rabbia passeggera quanto tremenda.

“Ma io…non…io non…”, smise di ricordare e, nel medesimo istante, di intravedere quell’ oscura figura.

Lì per lì rimase turbato, ma lasciò scivolare quella sensazione lungo tutto il braccio fino a sfiorare le affusolate dita di Rebecca, ancora un po’ bambino. Si compiacque di quella sensazione morbida e calda, fragrante come la brioche che avrebbe tanto voluto gustare nella fredda desolazione mattutina, ma della quale non gli importava più nulla: si sentiva quel bambino birbante, ma prima del ritorno del padre, quando ancora si improvvisava Maradona palleggiando tra il divano e il tavolino di cristallo.

Un sorriso si dipinse sul viso imporporato di lei e forti come solo i pazzi sanno essere, iniziarono a correre.

Io non so se voi, miei avvertiti lettori, vi siate mai concessi l’ansante e meravigliosa corsa di Jules and Jim di Truffaut, ma se l’avete fatto, ecco, Rebecca era esattamente una Jeanne Moreau post litteram. Bella di una bellezza semplice e forte, perpetuamente evanescente, gagliarda e sleale: iniziò a correre appena prima del via. E M.? M. era come Jules e Jim insieme, che gli uomini hanno sempre bisogno di essere nel doppio delle forze, appena si innamorano e quando devono battere una donna nella corsa.

E se non l’avete vista questa frenesia di cuori, passi e fantasia francese? Beh, allora pensate alla corsa che fareste per non perdere l’ultimo treno del mondo che possa portarvi nell’unico posto nel quale vorreste essere. La fortuna su rotaie, lì, a pochi metri da voi, pronta per partire e accompagnarvi nel pieno centro del vostro desiderio, del grande sogno. Di quello sognato da sempre, forse anche dai vostri genitori in un tempo lontano e perpetuo.

Ecco, M. e Rebecca corsero così. Incontro a nulla e contro vento. Incontro a se stessi e contro il tempo.

Entrarono in un negozio di vestiti e provarono sei paia di pantaloni a testa senza comprarne nemmeno uno; comprarono invece due parrucche: riccia vermiglio per lei, liscia a caschetto platinato per lui che si comprò anche un paio di collant- venti denari, neri

“Hai intenzione di rimorchiare duro, stasera, bel maschione?” si divertì a insinuare lei.

“Rimorchiare te!” rispose pronto lui mentre lei si accingeva a pagare la sua virile cravatta blu.

Bevvero vino. Molto vino. Un bicchiere di Morellino, due di Barbera, uno di nuovo di Nero d’Avola e altri due di Negroamaro a testa; non per forza in quest’ordine. Spezzettarono i grissini che Rebecca si portava al lavoro spacciandoli per pranzo, e si divertirono a dare da mangiare a quegli untori con le ali che sono i piccioni di piazza Duomo. Parlarono tanto e di tutto. Risero ancor di più. Andarono in Parco Sempione con la scusa di schiacciare un pisolino e finirono a giocare a Nomi cose animali. Si rotolarono nell’erba muniti delle rispettive parrucche che persero plurime volte. Lui le insegnò come fare il nodo alla cravatta –che nessuno lo faceva bene come Poletti, ma Poletti non esisteva più e chissenefrega!-e lei gli spiegò che capita ti si strappino le calze se le usi per rotolare sull’erba. Sorrisero puerili quando lei si sporcò di stracciatella la camicia; lui mangiò il cono tutto d’un fiato. Pagò tutto Rebecca e lo fece per due motivi: sospettava che M. non raggiungesse i due euro in tasca quel giorno e semplicemente le andava di giocare a questo anticonvenzionale scambio di ruoli.

Si fermarono in una libreria del centro.

“L’amante di Lady Chatterley l’hai mai letto?” chiese M. all’improvviso.

“No!” rispose R. stupita.

“Perfetto” fece M. “nemmeno io: tu i pari, io i dispari” e si mise a strappare i capitoli del libro tenendosi quelli dispari sotto braccio e dando a lei quelli pari.

Quando si rese conto che quelli dispari erano di più, tirò fuori dalla borsa carta e penna, s’improvvisò poeta per un istante, e le consegnò subito quell’unico foglio in più, incorniciato da un imperioso XX, così da pareggiare i conti.

“E adesso per leggere il libro siamo costretti a stare insieme” aveva scritto, tremante e con la solita grafia quasi illeggibile.

Si sentiva pieno di una vita che gli era tanto estranea da non parergli sua. Immerso in una sinestesia di sensazioni e di s e r pavesi.

Si sentiva come il più felice dei naufraghi che si erge a re del mare.Una profusione d’immensità lo riempiva nei lembi più remoti del suo essere. Vestito di una spensieratezza da enfant che non vuole essere prodige nemmeno per se stesso.

Aveva preso il treno, pensò. Era nel centro del suo desiderio. Nella piena del grande sogno.

“Capucio e bliosh!”.

M. si svegliò di soprassalto, il cameriere cinese aspettava spostasse i gomiti per poter poggiare sul tavolino l’ormai tiepida colazione.

“Ma che ore sono?”

“Tlanquillo!” rispose raggiante il giovane asiatico: “si è addolmentato solo una decina di minuti!”.

Fu solo allora che M. si rese conto che i capelli corvini del cameriere scappavano come fronde selvatiche da un Borsalino a lui fin troppo famigliare.

“Mi ha detto di dalvi anche questo”, soggiunse il cinese poggiando un biglietto piegato a metà sotto il posacenere sul tavolino.

“Chi?” Urlò M. mentre il giovane tornava al bancone.

“Il signole del cappello”, rispose questo con il sorriso sghembo di chi ha ricevuto un regalo inaspettato, alzando con la sinistra l’elegante dono in feltro.

M. aprì il biglietto con tutta la foga che aveva. Vi lesse un’unica parola scritta in nero con una grafia corsiva e fine, decisa, mai titubante: “Rebecca”.

Poi voltò il foglietto: “Era solo un assaggio. Ho lasciato che l’entrata della metropolitana le facesse da uscio: che inconscio immaginifico si ritrova, bravo il mio M. A stanotte. D.”.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 16:55
 
Commenti (9) | 3.05.2012
Commenti
  1. Patrizia Regolo scrive:

    Bellissimo!!!!

  2. Arianna scrive:

    Questo capitolo sinceramente non mi convince, non lo trovo in armonia con il primo capitolo , mi sembra troppo disordinato, nonostante alcuni passaggi mi siano piaciuti. E poi,dove sono tutte le cose che voleva fare Rebecca? “provare qualche nuova ricetta letta sul blog di cucina della sua migliore amica o farsi quel tatuaggio che aveva sul quale aveva meditato fin troppo a lungo”. Grazie per l’attenzione.

  3. Elisa scrive:

    Sono l’autrice del capitolo e mi pare corretto risponderti, Arianna.
    Innanzitutto, apprezzo la critica.
    Il mio modo di scrivere si discosta molto da quello dell’autrice del primo capitolo e suppongo che l’idea di scrivere una cosa a più mani serva anche ad arricchire di stili e idee quella che è poi un’unica opera.
    La risposta all’assenza di tutte le cose che voleva fare Rebecca la puoi trovare proprio nel primo capitolo: “Lei decise che avrebbero fatto tutto quello che veniva in mente momento dopo momento senza preoccuparsi del tempo che passava dal momento che non avevano orari prestabiliti.”
    Io ho fatto fare loro tutto quello che veniva in mente a me a patto che uscisse dall’ordinario e potesse dare un tocco frizzante a quello che è il sogno di M.
    Grazie a te.

  4. Mary scrive:

    … Travolgente.. Bello..

  5. Paola scrive:

    Molto bello, brava!!!

  6. Carlo scrive:

    Buone le idee e accurata la stesura

  7. sono G non sono D scrive:

    Secondo me alla fine non stona la mancanza di quelle cose perché il racconto in questo momento è impostato dal punto di vista di M. sognante, e M. non è Rebecca e non sa che pensa Rebecca. Poi, più in generale, la scrittura non è cronaca, le ellissi sono più che legittime e dovute. Rebecca rimane Rebecca anche se non seguiamo quello che fa, accennare ai suoi pensieri e alle sue intenzioni equivale a delineare un personaggio non necessariamente ad anticipare quel che accadrà nel racconto.

  8. daniela scrive:

    ciao Elisa, devo dirti che il tuo capitolo, nonostante sia scritto con correttezza, è contorto, confuso e con un finale di cattivo gusto. Sicuramente ci sono capitoli più piacevoli alla lettura del tuo. I punti che stai accumulando, secondo me, dipendono solo dal gran numero di persone che sei riuscita a contattare……complimenti!

  9. Charlie scrive:

    Brava Elvis!!! l’asiatico spacca!!!!! ahahahahahahah ta ole bè!!!

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