Capitolo 2A di Giulia Madonna

R. era mille come più di mille furono le cose che fece assieme a M. quel giorno, una dietro l’altra, senza sosta, senza nemmeno accorgersi che il tempo trascorreva veloce e lieve.
Poi arrivò il momento di lasciarsi. Era oramai sera e i patti erano patti. Ognuno prese la propria strada di casa, senza tristezza nè rimpianto. M. era carico e felice, finalmente sentiva che non aveva spercato neppure un istante e tutta quella adrenalina che la presenza di R. gli aveva lasciato addosso lo accompagnarono sereno verso casa.
Neppure la vista del suo triste e squallido mini-appartamento riuscì a togliergli quella forte felicità che aveva addosso. Aprì il frigo e vide che c’erano solo due uova sode e della maionese. Certo era davvero poco ma si accontentò e con quella magra cena  si sedette sul divano davanti alla tv. Le immagini veloci gli passavano davanti agli occhi ma lui era ancora preso a ricordare le mille cose fatte con R. che gli avevano lasciato addosso felicità e rilassatezza.
Così un po’ la stanchezza e un po’ la cena cominciarono ad avere la meglio su i suoi pensieri ma soprattutto su i suoi occhi tremolanti che cominciarono pian piano a lasciarsi andare al sonno.
La prima cosa che M. vide fu la fatidica porta nominata dal Signor D.  M. senza esitazione nè paura la aprì di scatto. Immediatamente fu risucchiato da una luce immensa ed avvolgente che lo trascinò dolcemente, quasi accarezzandolo. Era una sensazione bellissima. Sentiva pace e serenità. Tutte quelle che erano le sue paure o i suoi dolori erano cancellati per sempre.
Alla luce dell’alba M. si ridestò. Andò di scatto allo specchio per controllare se fosse invecchiato di botto ma non trovò nulla di diverso dalla sua immagine abituale. Aveva solo una sensazione che per lui era davvero nuova: era sereno, quasi felice.
M. non volle farsi troppe domande, come aveva sempre fatto e a cui non aveva mai saputo dare giuste risposte.
Decise che si sentiva felice e che così felice voleva andare al lavoro senza starci troppo a pensare.
Appena mise piede in ufficio fu tutto diverso. Forse per via del suo sorriso o del suo sguardo raggiante, tutti lo salutarono, addirittura affettuosamente. Persino Poletti accennò ad un timido sorriso.
M. cercò di non far scemare quella bella sensazione e si mise subito al lavoro. Quella forte serenità lo portò a lavorare a mille senza sosta nè incertezze, tanto che le troppe scartoffie che di solito occupavano totalmente la sua scrivania cominciarono a sparire una dietro l’altra, magicamente. Tutti lo guardavano e gli sorridevano e M. rispondeva con grandi sorrisi ma senza mai fermarsi o distogliersi dalle sue mansioni.
Così si arrivò all’orario di chiusura anche se M. non se ne era neanche accorto e non sentiva affatto la stanchezza delle ore trascorse e del lavoro svolto.
Felice e più che soddisfatto prese la sua giacca e si incamminò verso casa. Si sentiva bene e in pace con sè stesso come mai prima era accaduto.
Ma quando arrivò sotto il suo portone trovò il regalo più bello e in cui mai avrebbe sperato: il suo amatissimo Lapo era lì ad aspettarlo.
Appena Lapo lo vide gli saltò addosso per fargli mille feste e M. con le lacrime agli occhi si fece leccare tutta la faccia.
Salirono sù insieme e M. corse subito a prendere la ciotola che non aveva mai voluto gettare nella speranza che un giorno sarebbero potuti tornare insieme.
Ora la sua casa e tutta la sua vita gli sembravano meno tristi e difficili.
Si fece il suo magro panino con la mortadella e diede una gran parte a Lapo versandola nella ciotola.
Non accese neppure la tv perchè si bastavano lui e Lapo. Si addormentò con Lapo ai suoi piedi.
Il giorno seguente andò al lavoro sollevato e pieno di voglia di fare. Appena arrivò vide la sua scrivania bella in ordine e senza lavoro arretrato. Tirò un  gran sospiro di sollievo. Poi notò un foglio della Direzione.
Lo prese ma le mani non tremavano come al solito. Era sicuro e pienamente convinto che si trattava di buone notizie, anzi di ottime notizie.
Così fu: il Dottor Crescenzi lo convocava alle 10,30 per comunicazioni d’ufficio.
M. non rimase sconvolto o allarmato ma attese senza timore l’appuntamento con il suo capo.
Quando fu al suo cospetto vide da subito che non doveva trattarsi di cose gravi ma piuttosto gratificanti.
Infatti il Dottor Crescenzi lo accolse con un sorriso, contenuto, come era la sua consuetudine, ma comunque era un sorriso.
“Bene, Di Carlo, si accomodi. Sono felice che ieri lei abbia svolto di volata e con competenza tutto il suo lavoro, che stava da tempo a poltrire invano sulla sua scrivania. Vede, lei si è salvato proprio in corner!!!
Comunque, ora non stiamo a parlare di ciò che era o è stato. E’ al Di Carlo di oggi che mi rivolgo e in cui ho fiducia. Ho da darle un incarico serio e al quanto impegnativo: voglio che passi nel settore B e che partecipi al progetto per gli americani. Lei sa bene di cosa sto parlando, non si parla di altro qui da noi negli ultimi tempi!!! Sarà affiancato al Dottor Minetti, anzi diventerà la sua ombra. I suoi orari cambieranno, saranno più impegnativi ma sicuramente più soddisfacenti. Non si preoccupi ha del tempo per abiturasi all’idea. Inizierà con il mese prossimo. Nel frattempo deve dimostrarmi di essere realmente cambiato e che crede nel suo lavoro e in questa azienda. Allora siamo intesi: grinta e caparbietà e, mi raccomando, non mi deluda!!!”
M. era rimasto per tutto il tempo del colluquio a sorridere quasi come un ebete perchè non credeva a ciò che stava avvenendo. Poi il Dottor Crescenzi gli strinze la mano con forza, gli fece un sorriso a trentadue denti e lo liquidò.
M. tornò alla sua scrivania su cui trovò del lavoro da svolgere. Si mise subito all’opera per non deludere il suo capo e soprattuttto per non fermare quella magia che oramai da più di tre giorni lo aveva assalito e stravolto.
Arrivata l’ora di chiusura, mentre tornava verso casa, si faceva mille domande:
“Tutto sta tornando al proprio posto, quasi non ho più problemi! Eppure non mi sembra di essere invecchiato o che il tempo sia trascorso con ritmo frenetico? E poi, se ci penso, la porta di cui parlava il Signor D c’era nel mio sogno ma dentro solo quella luce e quella pace immensa. Poi quella porta non è più apparsa!? Bah! Avrò capito male o forse non ricordo bene ciò che vedo e faccio nei miei sogni?!”
Ma poi quando a casa trovò il dolce e affettuoso Lapo a fargli le sue mille feste e ansioso di andare giù a fare la passeggiata M. smise di farsi le sue solite domande e cercò di godersi quella sua serenità ritrovata.
Prese un ramo secco da terra e lo lanciò al suo fedele compagno e giocò con lui.
Tornarono sù stanchi e rilassati. Certo, la cena era come sempre monotona e magra ma erano di nuovo insieme e si bastavano.
Poi la stanchezza prese il sopravvento e M. cadde nel suo sonno, mentre Lapo stava fedele ai suoi piedi.
Ma quella maledetta porta del Signor D non c’era nel sonno di M.  La luce sì. Era presente e costante, calda e avvolgente come la mano rassicurante di sua madre che quando era bambino prima di addormentarsi le passava le dita tra i capelli e con un bacio lo salutava dicendo:
“ Dormi, dormi mio piccolo eroe e non farti modere dai brutti sogni…”

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 16:52
 
Commento (1) | 3.05.2012
Commenti
  1. giuseppina scrive:

    Avvincente e intrigante, crea aspettativa. Come andrà a finire?

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