CAPITOLO 2 M di Master Lingue e Relazioni Internazionali, Fondazione Milano (Balconi M., Bonacina M., Bonalumi S., Bricca C., Coppola D., Donato A., Dupont L. )

Nonostante questo decise di godersi la giornata con la sua nuova conoscenza.

‘ Ho voglia di fare una passeggiata’ disse lei

‘ Dove mi porti? ‘ chiese lui

‘ Fidati, ne conosco di strade. ‘

Attraversarono Parco Sempione e proprio accanto ad un albero videro un giovane disteso, circondato da mille libri, fogli sparsi pieni di grafici e tabelle. Il ragazzo guardava il vuoto davanti a sé, intento a fumare una sigaretta svogliatamente. Proprio il ritratto della pigrizia, pensò M. .  R. guardava il giovane con sguardo quasi schifato scuotendo la testa con disapprovazione, come se non fare assolutamente nulla fosse una colpa insanabile per l’essere umano.

M. era quasi tentato di fermarsi nella pace e nel silenzio del parco quando R. lo spinse a continuare la passeggiata, quasi avesse fretta di andare più avanti.

Usciti del parco si ritrovarono sul margine del marciapiede, procedevano a passo spedito finché si fermarono al semaforo rosso. Le macchine, biciclette e il tram ripartirono subito tranne un ciclista distratto che aveva persino tagliato la strada ad un Suv bianco dalle luci azzurre sotto le ruote.

 

Il ciclista si fermò per scusarsi col proprietario del Suv ma questo non si limitò ad imprecare dal finestrino abbassato, volle accostare per continuare con la sfilza di parolacce. Di fronte alle minacce dell’automobilista il ciclista non restò più sulla difensiva e cominciò a rispondere a tono. M. non riuscì a capire come arrivarono alle mani, chi spinse per primo l’altro, in pochi minuti però era scoppiata una rissa vera e propria. La scena impressionò M. ed R. che si avvicinarono per separare i due, aiutati da altri passanti. Il sipario infelice della rissa si concluse con uno sputo e M. pensava che tutte quelle persone stonassero con la vecchia piuttosto malmessa che seduta sul marciapiede chiedeva l’elemosina, davanti a lei solo un bicchiere del McDonald che un giorno doveva essere stato bianco. Il bicchiere era vuoto, R. ed M. cercarono qualche moneta nelle tasche e ne misero un paio nel bicchiere della vecchia. Lo spettacolo degradante che si era presentato aveva intristito M., deluso dalla rabbiosità dei suoi concittadini. R. sembrò condividere il pensiero dell’amico: ‘Incredibile come la gente possa esplodere per nulla..’

Continuarono la passeggiata. Per fortuna i milanesi sapevano essere anche cordiali e allegri, ragazzi sorridenti entravano in bar e negozi e le risate tra amici fuori dai bar rassicurarono M. . Proprio vicino ai negozi del centro i passanti giravano con sacchetti di marchi famosi in mano, chi non aveva fatto acquisti – da come guardava alcune vetrine – di certo programmava di farli. Anche R. dava un’occhiata qua e là, il più delle volte stupita dai prezzi sui cartellini.

Nonostante il benessere di una strada del centro, nessuno dei passanti era disposto a privarsi di qualche centesimo per sfamare una vecchia.

‘Non so chi è peggio – disse M. – se la gente che si mena per la precedenza o questi spilorci che fanno shopping.’

‘Beh, penso che ci sia anche di peggio’ – rispose R.

Continuarono con la loro passeggiata per la città. M., nonostante la presenza di R., si sentiva triste: vedere di che cosa è capace la gente lo aveva messo di cattivo umore. Che senso aveva vivere una vita circondato da gente gretta e meschina? La risposta però affiorò spontanea nei suoi pensieri: ma certo, l’amore! E mentre pensava questo, guardò R. e provò una strana sensazione al cuore: forse era proprio lei la persona che avrebbe potuto salvarlo?

Perso in questi pensieri, non si accorse che la giornata stava volando: era già quasi mezzogiorno, la gente cominciava ad affollarsi nei bar e nei ristoranti per pranzare, al riparo dalla nebbia onnipresente. “Ti va di mangiare qualcosina?” chiese R. M. aveva proprio fame; si ricordò però che il suo portafoglio era abbastanza mal messo, e non voleva proprio fare una figuraccia. Ma R., quasi leggendo i suoi pensieri, disse: “Però offro io. Dopotutto, se non ti avessi incontrato oggi avrei passato una giornata veramente triste, al posto di stare all’aria aperta a divertirmi!”. Per cui, entrarono in un ristorantino che offriva il classico “all you can eat”. Appena seduti, dissero le loro ordinazioni al cameriere; mentre aspettavano le portate chieste, si guardarono intorno. Il locale era pieno di gente, perlopiù impiegati che venivano a consumare il proprio buono pasto nella pausa pranzo. C’era però un uomo che attrasse l’attenzione di M.: seduto ad un tavolo da solo, era circondato da diversi piatti, molti dei quali vuoti, ma molti ancora pieni, che l’uomo si apprestava a divorare voracemente. M. continuò a guardarlo per alcuni minuti: sembrava non essere mai sazio, anzi, più mangiava, e più sembrava desiderarne ancora, come se non riuscisse a smettere. “Fra poco starà male, non può mangiare così tanto”, penso M. R., che aveva volto lo sguardo verso l’uomo, si rigirò disgustata. “Guarda la gente che cosa è capace di fare”, disse a M., “non sanno proprio godersi la vita. Affogano nei loro peccati, senza neanche rendersene conto.” Aveva ragione. M. promise a sè stesso che non sarebbe mai diventato come quell’uomo.

 

Usciti da quel ristorante, M. e R. si decisero a continuare la loro giornata in tutta tranquillità, passeggiando per le vie di Milano. Ripensando ai comportamenti di tutte le persone che aveva osservato e analizzato, M. era sempre più insoddisfatto della società in cui viveva, delle persone che lo circondavano nonostante non le conoscesse. Il solo pensiero di vedere la società, la gente che non si godeva la vita, che pensava a volere sempre di più e a non accontentarsi mai di quello che già aveva, rendeva M. sempre più triste. Fortunanatamente però era in buona compagnia quel giorno e per un momento i brutti pensieri non gli affollarono più la mente. R. convinse M. a fare un giro nel quadrilatero della moda, tanto per dare una sbirciatina ai meravigliosi negozi in quella zona. Arrivati in via Montenapoleone, M. si rese subito conto del lusso e dello sfarzo nelle vetrine di quei negozi e sinceramente a lui non importava. Lo aveva fatto solo per accontentare R. che nel frattempo lo aveva trascinato verso il negozio di Gucci per ammirare i favolosi vestiti: proprio in quel momento uscì dalla porta una splendida ragazza, forse una modella, con mille borse in mano. M. rimase affascinato da tanta bellezza ma subito tornò alla realtà del momento e il fatto di passeggiare per quelle vie iniziava a mettergli ansia. Così iniziò a fare pressione su R. perchè andassero a prendere la metro e raggiungere un’altra zona. Entrati nella metro, M. riconobbe la ragazza che aveva visto fuori dal negozio di Gucci, la quale stava seduta circondata dai mille acquisti fatti, di certo belli ma ingombranti. Di fronte a M., c’erano due ragazze, le quali alla vista di questa ragazza non solo bella, ma presumibilmente anche molto ricca, iniziarono a fare diversi commenti: “Ma che bella ragazza!”, “chissà quanto avrà speso per quei vestiti e quegli accessori”, “ potessi io essere così, davvero c’è chi nasce fortunato, che ingiustizia”. M. sentì tutto, dall’inizio alla fine e tra sé pensò: “ quanta invidia, come si fa a essere così? E soprattutto come fanno queste due ragazze a dire che non sono fortunate? Solo per qualche vestito in più?” M. giurò a se stesso che mai avrebbe voluto essere così, né invidioso né critico nei confronti degli altri, anche perchè questa forma di invidia non gli avrebbe giovato, al contrario gli avrebbe solo oscurato la vista e non gli avrebbe fatto riconoscere i veri valori della vita, che di certo non sono materiali.

 

M. era preso dallo sconforto, quella giornata sembrava essere una collezione di bassezze da mortali, di peccati capitali a cui l’essere umano si abbandonava troppo facilmente. Una giornata apparentemente come tutte le altre nelle vie del centro di Milano si era rivelata un teatro delle debolezze terrene. R. era stata la compagna di viaggio poco incoraggiante, anzi, che avesse portato sfortuna proprio lei?

 

Intanto era venuto il momento di scendere, M. ed R. erano arrivati a Bisceglie, vicino casa di M.

La giornata era volta al termine e M. aveva solo voglia di una birra e delle sue pantofole. Era il momento di congedarsi da R., comparsa così misteriosamente nella sua vita.

Appena scesi dal treno si salutarono. ‘Che giornata! Abbiamo proprio visto il peggio oggi!’ disse M., ‘Oh, no, mancavano ancora lussuria e superbia.’ fece R. .

M. strabuzzò gli occhi, dimostrando di non capire. ‘Vedi, M., le persone che abbiamo incontrato oggi non erano lì per caso, sono servite a mostrarti qualcosa di preciso’.

‘Mostrarmi cosa?’. ‘Mostrarti alcune fra le cose meno piacevoli dell’essere umano, 5 dei sette peccati capitali che degradano le persone. Pigrizia, ira, gola, avarizia, invidia..per sperimentarli tutti come vedi non basta un giorno’.

‘Neache tu sei capitata per caso allora’ ‘No, ti ho cercato di proposito..’.

Mentre parlavano sulla banchina, arrivò un altro treno ed R. vi salì scomparendo dietro le porte che si chiusero subito dopo. Così come era arrivata R. scompariva improvvisamente.

Questo capitolo partecipa alla scrittura collettiva del secondo capitolo del libro di 24Letture. Metti un Like su questo capitolo per votarlo!

Pubblicato il giovedì 3 maggio 2012 - 17:04
 
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