CAPITOLO 1ZB Claire Spark – Scrittura Collettiva

M. infilò l’entrata della metro scendendo i gradini rapidissimo per cercare di seminare quel nervosismo che lo inseguiva, che gli stava col fiato sul collo, che quasi lo spingeva giù dalle scale. Al ventitreesimo scalino quasi inciampò. Nessuno se ne rese conto, ognuno proseguiva per la propria strada e, anche se fosse caduto, chiunque avrebbe proseguito diritto nella fretta mattutina milanese frenetica e noncurante. Ognuno aveva un piccolo segreto: un uomo di mezza età meditava il suicidio e si vedeva a prendere la rincorsa, una ragazza troppo giovane custodiva un segreto a forma di fagiolino all’altezza dell’ombelico, chi custodiva una lettera di licenziamento in borsa e chi pregava silenziosamente perché i suoi sogni si avverassero. Quando M. arrivò al binario decise di avvicinarsi alla grande mappa della città, per cercare distrarsi un po’. Tanti ricordi si affollavano la sua mente dai più recenti ai più remoti, bastavano poche vie, dalla casa in cui si era recentemente trasferito fino al suo liceo, ormai un ricordo lontano. “…Il tempo è relativo…” riecheggiava nella sua mente. Il Borsalino di quello strano personaggio riappariva come disegnato dalle linee delle vie che si incrociavano nella cartina. Poi la sua attenzione si fissò sul centro, su un grande cinema del centro dove era stato pochi giorni prima. Un cinema storico, in cui girano ancora le pellicole e se ti siedi nelle ultime file puoi sentirne il leggero fruscio. Un cinema in cui i gestori hanno una certa età. M. ci era affezionato per le tante storie che aveva saputo raccontare e che avrebbe raccontato negli anni a venire. Uno di quei cinema antico in cui si poteva fantasticare sulla possibilità di incontrare qualche personaggio storico, magari gli stessi Lumière che, nell’intervallo, si confrontavano in bagno sul film che stavano vedendo e, come due fratelli moderni, battibeccavano su questo o quell’attore. M. era concentrato con l’occhio fisso su Corso Vittorio Emanuele quando una donna si voltò e gli chiese se avesse bisogno di informazioni: “Posso aiutarti?” disse con una leggera distorsione della “r” leggermente moscia e una “s” troppo marcata. M. notava tutti i difetti lessicali, era leggermente maniacale riguardo la pronuncia esatta delle parole. “No, grazie. Ero soprappensiero” disse cercando di capire la ragione di quel simile gesto, felicemente inaspettato. M. distolse l’attenzione dalla cartina e si rese conto che la donna che aveva di fianco era bellissima, davvero stupenda. Una donna senza pretese, vestita semplicemente. Una di quelle donne che M. avrebbe tranquillamente spogliato con gli occhi nei suoi momenti di solitudine o nelle sue fantasie e poi si sarebbe vergognato alla sola idea di raccontarlo a qualcuno. Il treno arrivò e salirono insieme, M. lasciò che la donna si sedette nell’unico posto disponibile, ma, dopo appena una fermata, si liberò il posto di fianco a lei. Lo occupò subito. Iniziarono a parlare, lei gli raccontò che era di Pavia e che Milano la conosceva poco, ci si era trasferita pochi mesi prima ma, avendo un’ottima memoria, ricordava anche i nomi delle vie più strette nelle zone più periferiche o anche quelle vie che tutti danno per scontate preferendo ricordare la zona in generale o un negozio specifico, evitando sempre il nome della via. Lei superò presto l’imbarazzo di quella chiacchierata tra sconosciuti: “Sono Rebecca, piacere”. “M., piacere mio”. Iniziarono presto a scherzare: M. interrogava R. sulle vie più assurde e R. le imbroccava tutte. M. volontariamente le chiedeva tutte vie che contenessero “s” per ascoltare quella sua pronuncia leggermente difettosa ma che allo stesso tempo lo affascinava sempre più: si passò da piazza Abbiategrasso a via Alessi, da via Anfossi a via Massatani, da via Caradosso a via Cosseria. Lei si rese presto conto che M. insisteva sulla sua “s”, la cosiddetta “s spessa” tipica dei pavesi, motivo di orgoglio nell’oltrepo e di vergogna nel resto del mondo. Dopo aver scherzato così frivolamente qualche minuto si resero conto di avere entrambi perso la fermata alla quale scendere, la stessa peraltro. Lei non aveva voglia di correre a prendere un’altra metropolitana in direzione opposta e chiudersi in ufficio tutto il giorno; fuori c’era il suo tempo preferito: cielo terso senza neanche una nuvola e un vento forte e freddissimo. Lui non impazziva all’idea di andare in ufficio, appena si fosse seduto alla scrivania gli sarebbe salita l’angoscia per l’incontro col Signor D. e non voleva rovinarsi quella giornata. Mentre inviavano dai loro telefonini una mail in ufficio inventando influenze e febbri inenarrabili, M. si rese conto che quel giorno, in qualsiasi modo l’avesse trascorso, sarebbe potuto essere l’ultimo della sua vita. Non della sua vita in generale, ma della vita che aveva vissuto fino a quel momento, se la profezia del Signor D. si fosse avverata. Finita la composizione dei rispettivi messaggi M. chiese a R. cosa le andava di fare, sembrava piena di idee, entusiasta sempre, una di quelle persone che con le mani in mano sono sprecate, una che investe ogni momento della sua vita. Sembrava frizzante, scoppiettante: due parole che M. avrebbe voluto sentirle dire per quei suoi buffi difetti di pronuncia. M. si affrettò a chiederle cosa le andava di fare anche perché lui, idee zero. Lei voleva fare di tutto: un giro in bicicletta per inaugurare la nuova tessera del bike sharing, una corsa scalza, provare qualche nuova ricetta letta sul blog di cucina della sua migliore amica o farsi quel tatuaggio che aveva sul quale aveva meditato fin troppo a lungo. A M., come a tutti quelli con poche proposte, andava bene tutto. Lei decise che avrebbero fatto tutto quello che veniva in mente momento dopo momento senza preoccuparsi del tempo che passava dal momento che non avevano orari prestabiliti. M. spaventato dalle parole del Signor D. aggiunse una piccola clausola ai programmi della giornata. Qualsiasi cosa fosse successa, loro si sarebbero salutati a mezzanotte e non si sarebbero mai più rivisti. Scesero dalla metro, risalirono in superficie e mentre riflettevano su cosa fare subito, qualcuno li guardava dal lato opposto della strada. M. sarebbe stato beffato da un destino che gli dava la vita, per togliergliela subito dopo.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:55
 
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