CAPITOLO 1Y di Isabella Ventura – Scrittura Collettiva

Un vento freddo e leggero salì dall’asfalto colpendo M. dritto in viso, non annunciava decisamente nulla di piacevole, ma ormai ci aveva fatto l’abitudine alle cose brutte che la vita ti mette davanti. Un brivido gli percorse tutta la spina dorsale, dal basso verso l’alto. Un brivido, dovuto forse alla fredda mattinata autunnale o a quello che gli era appena successo? Non lo sapeva bene neanche lui, ma ne era sinceramente sconcertato.
La conversazione appena avuta con quello strano tipo gli aveva lasciato un profondo senso di disagio, come se gli avessero scavato dentro e avessero portato alla luce cose che lui non voleva più sentirsi raccontare. Quell’individuo sapeva cose di lui che nemmeno le persone a lui più vicine conoscevano.
Con questa sensazione addosso e preso dai suoi ragionamenti si diresse verso la fermata della metropolitana, che avrebbe dovuto portarlo a lavoro e la oltrepassò continuando a camminare senza una meta precisa in mente.
Mentre si allontanava dalle strade familiari del proprio quartiere e guardava i grandi palazzoni che lo sovrastavano, senza però realmente vederli, l’unica cosa a cui riusciva a pensare era: come, come faceva quel signore a sapere tutte quelle cose di lui? Lo aveva per caso già incontrato da qualche parte?
Eppure era sicuro di no. Del resto M. non era proprio il tipo di persona che racconta i fatti propri a degli sconosciuti; anzi era sempre stato una persona piuttosto introversa. Anche durante le feste che frequentava ai tempi dell’università, aveva sempre trovato difficile chiacchierare apertamente con degli sconosciuti della sua intimità, come invece facevano i suoi compagni. Era per questo che non aveva mai avuto molti amici.
Il pallido sole autunnale continuava a fare capolino tra le foglie degli alberi del parco, che agitate dal vento si staccavano dai rami e cadevano volteggiando al suolo. Quanti autunni erano passati da quando aveva lasciato l’università?
L’università … Il solo ricordo lo faceva soffrire.
M. si sentiva deluso, deluso da tutto e da tutti, anche da se stesso. Aveva trascorso anni a studiare senza però riuscire a laurearsi, mentre gente molto meno capace di lui era riuscita a raggiungere quel traguardo con facilità. Alla fine aveva trovato un lavoro sottopagato che lo svuotava completamente e dove non era riuscito a legare realmente con nessuno. Si sentiva un’anima sola, piena di buchi e di lacune, in totale balia della corrente, che lo sballottava qua e là, senza provare nulla di vero.
Vuoto, era tutto quello che riusciva a sentire, se realmente riusciva ancora a sentire qualcosa. Perchè ormai dubitava anche di quello.
Era arrivato a Milano con una valigia carica di sogni e progetti da realizzare e poi il vuoto pian, piano si era fatto largo dentro di lui. Per riempirlo trascorreva ore, spesso giorni interi, a leggere vite vissute da altri, ma era tutto inutile, nessuna di quelle biografie gli aveva fornito la ricetta per andare avanti e riprendersi i suoi sogni.
Gli mancava sognare.
Solo adesso, pensando ai sogni che aveva lasciato dietro di se M. si ricordò le parole del sig. D., gli offriva di sognare e sognando di realizzare i propri desideri in cambio della vita. Si ritrovò a pensare che quel tizio doveva essere assolutamente fuori di testa e poi che razza di proposta era quella che gli aveva fatto? La gente di questi tempi è matta. Pensava di liquidare così quella faccenda totalmente senza senso, eppure non riusciva a distogliere la mente da quelle parole. Continuava a camminare e pensare, a pensare e camminare, era questo un vizio che aveva avuto fin da ragazzino: quando qualcosa lo tormentava e aveva bisogno di rifletterci su, lui prendeva e iniziava a camminare, all’inizio lo faceva solo nella sua stanzetta, poi si era reso conto che lo spazio non gli bastava più e aveva allargato il proprio raggio a tutta la casa, fino a quando i suoi genitori non gli avevano fatto notare che era un comportamento che dava fastidio perché era sempre d’intralcio alle attività domestiche e allora aveva imboccato il portone e aveva continuato a camminare fino a che i pensieri cattivi erano spariti o fino a quando sollevando lo sguardo sul mondo intorno a lui si rendeva conto di essere in un posto sconosciuto, lontano da casa.
Sognare in cambio della vita. Si chiedeva se una cosa così poteva esistere realmente o se era il macabro scherzo di uno sconosciuto annoiato. M. nei sogni ci aveva sempre creduto, era cresciuto contando di poter realizzare qualsiasi cosa gli passasse per la testa, salvo poi, una volta diventato adulto, rendersi conto che le cose non vanno sempre esattamente come vuoi tu. Quante volte aveva sbattuto la faccia contro i propri desideri irrealizzati, e adesso questo distinto signore gli si presenta davanti e gli dice che può sognare tutto ciò che gli pare, in cambio vuole solo un anno della sua vita per ogni ora che passa a sognare. M. ci pensò un po’ su, se non fosse stata la proposta allucinante di un vecchio pazzo e se la cosa fosse davvero realizzabile, tutto sommato non sarebbe un’offerta cattiva.
Un’ora nel sogno per un anno di vita, era il mantra che continuava a risuonargli nella testa. Più ci pensava e più si convinceva che non era affatto male come offerta. Solo per diletto iniziò a vagare con la mente e a vagliare le mille cose che avrebbe potuto fare, in fondo però i sogni più importanti e che voleva davvero portare a compimento non erano poi così tanti, gli sarebbe bastato realizzare quelli per potersi sentire di nuovo se stesso.
Finalmente alzò lo sguardo, era ormai in centro, scorgeva le guglie del Duomo nella pallida luce di mezzogiorno. Si bloccò di scatto al semaforo rosso e girò leggermente la testa intorno per osservare le persone che passavano per strada. Riconobbe immediatamente il borsalino calzato con orgoglio sul capo, il sig. D. lo guardava sorridendo dall’altra parte della strada.

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Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:47
 
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