CAPITOLO 1W Alessandra Grandesso – Scrittura Collettiva

Per fuggire dall’umidità fredda che lo avvolgeva come una nuvola evanescente, ma pregnante e ancora di più dall’ inquietudine che il Sig. D. gli aveva evocato, M. discese a grandi passi i gradini d’entrata della metro, non notando, non notato, le persone che incontrava e che sparivano in fretta, dietro e davanti a lui. Volti, spalle, fisionomie… gente, insomma. Chissà quanti di loro avevano, come lui, le tasche vuote, ma nel petto desideri pulsanti. Chissà quanti di loro oggi stesso avrebbero dovuto, come lui, incontrare persone a cui non sarebbero interessati i loro racconti di vita, seppur straordinari com’è l’esistenza di ognuno.
Nel proseguire con passo rapido e deciso verso i treni, lungo i corridoi contorti e grigi, illuminati da neon a tratti incerti, con la coda dell’occhio M. scorgeva i colori sgargianti dei distributori self-service, dei cartelloni e video pubblicitari, dei tableaux degli orari che baluginavano assieme in scie colorate scorrendo lungo i muri e aprendosi al suo passaggio.
- Vorrei capire perché mi sento così – pensò. – Non è stato che un incontro con un vecchio pazzo in vena di cazzate! Ma non capisco perché diavolo abbia scelto me per esternare i suoi deliri! -
Il vuoto d’aria calda , lo sferragliare delle ruote e infine lo stridio della frenata, distolsero M. dalle sue rimuginazioni. La porta spalancò le sue valve meccaniche, risuonò con un forte soffio e inghiottì la folla del mattino in ressa per entrare, per richiudersi dopo pochi attimi sulle spalle degli ultimi. Così, spinto dentro al vagone dalla folla che vi si riversava, si trovò pressato contro un’esile donna dai capelli ramati che indossava un cappottino corto rosso carminio. Lei lo guardò per un attimo con un sorriso imbarazzato, contraccambiata. Aveva il capo cinto da una fascia di lana a strisce beige e marroni con copri orecchi e due palloncini morbidi che cadevano alle estremità fino ad appoggiarsi al bavero del cappotto. M. non si sorprese osservandola, sebbene quella donna potesse avere all’incirca la sua età. La sua piccola bocca, un fiore d’arancio che sbocciava sull’incarnato chiaro macchiato d’efelidi, ritornò subito corrucciata, sotto un nasino benfatto e due occhi verdi che sembravano scrutare gli abissi. M. ricordò in quel momento Lisa, la sua ragazza, anzi la sua ex.
In quell’atmosfera da treno bagnata d’umidità, aliti e sudore, dove volti e parole svanivano nel disinteresse generale, i motivi per cui si erano lasciati ora gli sembravano banali, non sufficientemente importanti. Che grande valore aveva avuto, invece, il loro tempo condiviso: parlare, camminare mano nella mano, correre assieme nel parco, discutere animatamente di un dibattito alla TV o di un film visto al cinema, cucinare, mangiare, fare all’amore, dormire…crescere… creare! Tutto questo era stato vera Magia.
Ma a M. conveniva pensare, nel momento difficile che stava attraversando e per venire a patti con un tono d’umore decisamente rivolto al basso, che le cose finiscono e non sempre il perché è una precisa assonanza.
Molte persone scesero alla fermata successiva e M. si svincolò dalla pressione dei corpi e trovò anche un posto a sedere. Guardando oltre il finestrino buio, che gli restituiva la sua immagine riflessa intenta a guardare, M. notò che nel suo volto c’era come un quid inespresso, come una smorfia ai lati della bocca che prima di questa mattina non aveva notato e, di più, occhi che gli sembrarono accesi da un’invisibile fiamma.
- Bah, sarà ancora questo maledetto autunno, che con i suoi trucchi mi da le allucinazioni – pensò, senza per questo tranquillizzarsi.
Gli ritornò per un attimo alla mente l’immagine del Signor D. Il turbamento che avvertì fin dal momento di quello strano incontro, riaffiorò e sembrava non volerlo abbandonare. Si risolse ad alzarsi per scendere alla fermata successiva, seppure non era la sua. Due passi gli avrebbero certo giovato, nonostante il freddo. Così fece e poco dopo si trovò a sgambettare sul marciapiedi fuori della metro, all’aria aperta, finalmente!
La nebbia era diradata ed ora cadevano goccioline d’acqua e smog. M. sembrava però non accorgersi di nulla, tanto era assorto nei suoi pensieri.
- Quel sindacalista del cazzo non sta facendo nulla per difendere la mia causa. E quello stronzo di Poletti riuscirà sicuramente a fregarmi – Un moto di rabbia gli accendeva il petto.
Estrasse il cellulare dalla tasca del giubbotto e chiamò Scorza, il sindacalista della Felsa, a cui M. era iscritto.
“Devi solo sentire che cosa ha da dirti Poletti, ma ti raccomando, prima di parlare con il tuo capo, ci mettiamo d’accordo sul da farsi. Sai, con quella gente non si scherza. Una parola in più, oppure di traverso e sei finito.”
“Senti, Scorza, io so esattamente cosa vuol dirmi Poletti. Te lo potrei prefigurare per filo e per segno, ma comunque, ok, più tardi ti farò sapere” replicò M.
Vide in lontananza il cancello del palazzo sede del suo posto di lavoro e accelerò il passo. Assieme a quell’immagine, sentì sorgere nell’ anima sentimenti confusi di ansia, inquietudine e sollecitazione ad affrontare la problematica pendente, oscurati dall’ opprimente incombenza di un ombra fatale.
In ascensore M. incontrò il suo collega Marchetti, come sempre con il giornale sotto l’ascella, il basco di fustagno in testa e quel mezzo sorriso di sfida che gli era proprio. “Olà, M. come ti va oggi? Ti vedo cupo. Scommetto che ieri sera hai visto l’inchiesta alla TV su quei politici collusi con la mafia; quelli che dovrebbero pensare agli interessi dei precari come noi, senza un futuro certo e che invece si sbranano tra loro per i loro interessi, nascondendosi dietro le bandiere dei loro partiti che sventolano spudoratamente. Non pensano neanche un momento a ciò che esse evocano realmente nel cuore e nella mente della gente come noi: il rigetto assoluto di tutto ciò che rappresentano e di tutti loro. Beata l’anarchia!”.
M. annuì svogliatamente, pensando che Marchetti era uno fuori dal tempo, con le sue idee sessantottine. Entrato nella reception, salutò Mary, che lo contraccambiò con un sorriso. Arrivato alla sua postazione si tolse il giubbotto, lo ripose sull’attaccapanni, si sedette alla scrivania, accendendo il PC. Pacchi di scartoffie erano depositati ovunque: sul tavolo, sugli scaffali e anche sulla sedia dirimpetto la scrivania.
Dopo non più di 15 minuti entrò Poletti, preceduto dal martellare deciso delle nocche sulla porta, una proforma naturalmente, seguito da un’entrata direttiva e nervosa.
“Senti M., ti sei messo in una brutta situazione facendoti eleggere rappresentante della RSU aziendale per la tua categoria. Ti ricordo che tu sei con noi in qualità di fundraiser. Devi solo gestire i rapporti con i donatori che ti abbiamo indicato, devi adoperarti, con i mezzi che abbiamo concordato, a raccogliere i fondi, vale a dire devi adempiere agli obblighi del tuo progetto, senza immischiarti in questioni ideologiche per sostenere gli interessi di disperati come te. Ops! Scusa, volevo dire di collaboratori aziendali come te. Qui l’unica causa filantropica per cui battersi è quella dell’azienda. Tu conosci e hai scelto di condividere le strategie aziendali della nostra multinazionale, almeno per i termini contrattuali e il tempo della tua collaborazione e sei anche consapevole, credo, che possiamo trovare i motivi per rinunciarvi, magari in un … click!?”. Schioccò le dita e riprese con forza:”Se, invece, ti intestardisci in posizioni improprie, capisci cosa intendo, beh non ci resterà che farti convincere dal capo. Gente come te, credimi, ha i numeri, ma a noi potrebbero non servire”.
M. si sentì frustrato di non poter reagire come avrebbe voluto, cioè avventarsi contro Poletti e sferrargli un pugno prodigioso al centro del quel suo viso gonfio, trafelato e sudaticcio.
“Poletti, mi scusi, ma non vedo quale sia il problema se desidero rappresentare i miei colleghi e me stesso assumendomi l’incarico della RSU aziendale, visto che così abbiamo l’opportunità di difendere anche i nostri interessi di lavoratori precari, senza precise prospettive e con problematiche di vita sempre travolte dall’incertezza; di farlo in un ambiente importante come questo, che può avere un peso per le nostre richieste” disse M. cercando di portare il suo interlocutore ad essere ragionevole.
“Evidentemente non ci siamo capiti” replicò secco Poletti: “A noi delle vostre problematiche irrisolte non può fregarci di meno. Quello che noi chiediamo a gente come voi, e vi paghiamo per farlo, è di portare a termine con successo il vostro progetto, oppure di recedere. Non possiamo certo includere le vostre esigenze di vita nel nostro programma di donazioni, dal momento che è vostro compito ottenerle per noi. Mi sembra che hai le idee un po’ confuse. Comunque pensaci e poi riferiscimi la tua decisione. O lavoratore o sindacalista o ciapamusch?” – e uscì sbattendo la porta.
M. aprì senza convinzione la sua casella di posta, con la gola annodata dal magone.
Scorse le righe senza leggere e desiderò ardentemente di essere in un altro posto.
A metà mattina, M. uscì a prendere un caffè e, scostandosi dai colleghi quel tanto che bastava a non farsi sentire, telefonò a Scorza e lo informò dell’accaduto.
“Guarda M., è meglio che la questione la gestisca il sindacato. Come già ti ho detto prima, un passo falso ti costerebbe troppo caro. Vedrai che risolviamo tutto e che potrai ritornare a dedicarti serenamente al tuo lavoro.”
“Si, però è meglio se organizzi un incontro con il capo e voglio esserci anch’io” disse M. deciso. “Va bene, ti so dire al più presto”, replicò Scorza riagganciando.
La giornata passò impegnata come tutti i giorni, tra e-mail, telefonate e incontri face to face con un paio di potenziali donatori.
Quando uscì dall’ufficio M. decise di andare a trovare Angela, una cara amica che abitava poco lontano. Aveva infatti voglia di condividere con qualcuno le forti emozioni di quella giornata ed Angela era proprio la persona che ci voleva. Lei era tranquilla, pacata. Riusciva sempre a dargli pace nei momenti difficili della sua esistenza.
Angela era un’infermiera. Lavorava con i malati mentali. Adorava i suoi pazienti ai quali dedicava gran parte delle sue energie, ascoltandoli, cercando delle soluzioni per loro, organizzando e partecipando a gruppi di auto-mutuo aiuto. Diceva sempre che era nata per fare quella professione e che dai suoi pazienti imparava qualcosa ogni giorno. Il loro sentire, così originale, era per lei qualcosa di unico e prezioso. Soleva affermare che se non ci fossero stati “i suoi matti” il mondo sarebbe stato infinitamente più povero.
M. suonò al campanello dell’appartamento di Angela e, subito dopo, al citofono una voce squillante e accogliente chiese chi era. “Sono M. Angela, posso salire un attimo?”. “M., che bella sorpresa. Certo che puoi, ti aspetto” chiosò l’amica.
Si abbracciarono sulla soglia di casa e M. entrò.
Angela viveva in un miniappartamento. Le pareti erano colorate di giallo oro e arancione. A ridosso di una, svettava una grande libreria a giorno ricca di libri molto interessanti e per lo più particolari. Angela era un’appassionata di esoterismo. M. trovava qualche titolo affascinante, qualcuno insolito e altri decisamente inquietanti. Per fortuna i libri professionali avevano titoli più tranquillizzanti. Ad esempio: Atlante di anatomia umana, Fisiologia, Principi fondamentali dell’assistenza infermieristica, Psicopatologia, Psicologia clinica…. M. ne sapeva comunque poco, ma almeno erano libri scientifici.
La libreria era la prima cosa che attirava un visitatore. Ma c’era molto altro in quel piccolo posto. Alle pareti un paio di quadri fatti da pazienti di Angela, litografie antiche di Milano, simboli esoterici, come il caduceo o la spirale. In un piccolo scaffale a parte c’era una collezione di “Tarocchi”, gli Arcani che Angela spesso consultava per se stessa e chiunque ne avesse bisogno.
La mobilia era in legno di ciliegio e l’aria era sempre pervasa di odori orientali d’incenso.
“Che piacere, M. Qual buon vento?”
M. raccontò ad Angela la sua giornata, a partire dallo strano incontro, fino alla discussione con Poletti e la richiesta al sindacalista.
M. descrisse ad Angela minuziosamente il Sig. D. con la speranza che lo riconoscesse tra i pazienti che afferivano al Dipartimento di Salute Mentale.
Ma Angela non lo riconobbe. Tuttavia trovava questo incontro molto intrigante.
“Che ne dici M. se chiediamo agli Arcani di darci lumi su questi avvenimenti? Mi sembrano così straordinari che forse meritano un approfondimento”. La divinazione attraverso le carte era per lei un dono che aveva ricevuto in chissà quale vita, oppure il frutto di tante o un’ispirazione del Cielo. Come tale, amava elargirlo gratuitamente, così come le era stato dato.

“Angela, sai che faccio fatica a credere in queste cose. Rispetto le tue convinzioni, ma io sono un uomo razionale” replicò M. con un certo imbarazzo. Nonostante l’attitudine di Angela per l’ignoto e l’inconscio, M. non le aveva mai chiesto di fargli dei vaticini con le carte. Le loro conversazioni erano fatte di confidenze, racconti, confronti sui vari avvenimenti delle loro vite. Mai quelle belle discussioni si erano risolte in consulti esoterici.
Notò però come Angela, in quella circostanza, fosse molto convinta che quella soluzione potesse essere buona per M.
“Va bene, dai. Dimmi cosa vedi per me nelle carte”. Angela si diresse con decisione verso lo scaffale dei Tarocchi e dopo un momento di riflessione ne estrasse un mazzo. Invitò M. ad accompagnarla ad un tavolinetto bardato di stoffa scura ricamata con immagini simboliche. Accese una candela rossa, abbassando le luci della stanza. Si sedettero uno di fronte all’altra.
Mescolando il mazzo di carte, Angela disse a M. di pensare intensamente alla sua giornata. Quindi gli porse le carte coperte e gli chiese di dividere il mazzo in due parti.
Guardò rapidamente le carte che le chiudevano, poi le riunì e dispose le carte a croce celtica, girandole una ad una.
Poi le indicò a M. rivelandogli il loro significato: “Vedi, M., la carta del Carro, simbolo dell’Auriga di Delfi che governa due cavalli imbizzarriti che spingono in due direzioni diverse, seguita da quella del Diavolo, significa che per un momento il subconscio prenderà il sopravvento sul raziocinio. Le carte ti dicono che il tuo io, cioè la coscienza che ti guida nel tuo percorso esistenziale, potrebbe abdicare a favore delle tue passioni. Esse sono delle vere forze incontrollabili: ti fanno vivere delle forti emozioni, ma al contempo possono trascinarti in situazioni rischiose. Dovrai affrontare una tentazione.
Tutti noi dobbiamo fare i conti con il nostro destino e con quello che di irrisolto vive in noi.
Lo testimoniano le nostre arrabbiature, le manie, le dipendenze, le brame e gli istinti. Tuttavia noi siamo anche tutto questo, che ci piaccia o no.
La carta dell’Innamorato che segue conferma che ti potresti trovare in bilico tra la coscienza e l’ istinto, che vorrebbe prevalere. La carta della Luna tuttavia ti avverte di non lasciarti ingannare dalle parvenze illusorie. Devi muoverti con cautela su un terreno a te sconosciuto e pieno di insidie e soprattutto devi discernere se per te sia meglio costruire, come ci suggerisce la Torre, con l’aspettativa che prima o poi tutto venga distrutto, oppure crescere.
Ti sarà data la possibilità della scelta. Te lo suggerisce il Bagatto. Assieme alla scelta possibile, esso indica un nuovo inizio e una serie di possibilità interiori ed esteriori che il fato potrà offrirti. La sintesi numerica di questi Arcani è il 9 che corrisponde all’Eremita. La carta ti consiglia di far tesoro dell’ esperienza che dovrai vivere, di portarla nel segreto del tuo cuore e di avanzare con prudenza, perché è stretta la porta ed angusta la via che conduce alla vera vita e pochi sono coloro che la trovano. Ti indica anche che sei protetto e che ogni tentativo malvagio nei tuoi confronti sarà sventato”.

M. fu sbalordito dal verdetto delle carte e dalla bravura di Angela di interpretare quel sentimento oscuro che provava, ma non sapeva decifrare. Si sentì sollevato perché l’amica era entrata in empatia con il suo spirito. M. accettò il suo invito a cena e la serata si concluse in serenità ed allegria.
Verso le 23, lasciò l’appartamento di Angela.

Alla fine di quel giorno, M. ripercorse le solite strade, salì sulla solita metrò, discese alla solita fermata.
Arrivò a casa verso la mezzanotte e mai come in quel momento apprezzò le rassicuranti mura domestiche. Viveva in un monolocale di edilizia pubblica in via Giambellino, arredato, ma con gusto. Anche se era un po’ decentrato, M. poteva accedere a diversi centri commerciali e negozi situati poco lontano e quindi era contento di quella sistemazione. In fondo quell’appartamento per lui rappresentava una sfida che si era preso con un destino incerto, ma proprio per quello si sentiva di dover lottare fino in fondo contro qualsiasi avversità lo avesse minacciato. La sua autonomia era un privilegio a cui non era disposto a rinunciare. Qualsiasi altra cosa andava in secondo piano: gli agi, l’università, l’abbigliamento, la musica, il cellulare, il PC… Ma i soldi dell’affitto dovevano sempre saltare fuori, con qualsiasi mezzo lecito. A mezzi illeciti per sbarcare il lunario M non aveva mai pensato, ovvero non sembravano averlo interessato fino ad ora. Non si sentiva tagliato per la vita disonesta. Il padre, ma ancor più la nonna paterna, quella morta in autunno, con le cure della quale M. era cresciuto, essendo i suoi genitori operai a tempo pieno in una piccola impresa padronale, gli avevano insegnato che l’onestà è il merito più grande che un uomo possa ottenere vivendo. Una persona onesta brilla come un astro nella notte serena e gli altri provano quasi un incanto alla sua presenza, un respiro profondo, un senso di sollievo.
M. era cresciuto con quel respiro. “Dove gh’è el vin bon, corren tucc lor de per lor” (dove c’è il vino buono, accorrono tutti da soli) soleva sempre ripetergli la nonna, ma quel vino buono, gli spiegava, era dato da una avveduta coltura della vigna, dal saper aspettare che il sole maturi gli acini al punto giusto e dal raccolto, che non deve avvenire né troppo presto né troppo tardi. Una pianta coltivata con amore, devozione, applicazione, conoscenza e coscienza.
M. era cresciuto con questo spirito e, nel dispiegarsi della sua esperienza di vita, aveva compreso esattamente il saggio contenuto di quelle parole e come sia difficile costringere l’attenzione a non distrarsi dallo scopo. Varie leve dell’anima premono per deviare il percorso. Mantenersi sempre sulla rotta e rimanere vigili su quel che accade intorno era la sua massima di vita.
Dopo una rapida doccia tonificante, M. accese lo stereo, indossò le cuffie e ascoltò uno dei suoi Cd preferiti: “The Intercontinentals” di Bill Frisell, uno spaccato di buona musica che da voce al mondo.
Seguendo la melodia M. rivide la sua giornata, pensò al suo incontro con Angela e alle sue parole. Ma poi decise che era tempo di rilassarsi e di staccare il pensiero da qualsiasi preoccupazione e fardello. Essi dovevano diminuire a favore del crescere dell’armonia del suo vissuto interiore. Con quella risoluzione nella mente e nel cuore, si abbandonò all’oblio del sonno.
Le note soffuse della musica che volteggiavano nella mente, nel momento del passaggio tra veglia e sonno, gli apparvero come colori luminosi spruzzati su una lavagna nera, ma ben presto M. si ritrovò in una grande casa alla quale accedette attraversando un giardino fitto di vegetazione e aiuole ordinate. Una, al centro, si apriva in una pozza trasparente sulla cui superficie affioravano ninfee fiorite. L’altra, poco più in là, echeggiava il gorgoglio di una fontana centrale con zampilli d’acqua che fuoruscivano dalle ali inverdite di un amorino che tendeva un piccolo arco e sorrideva gioioso. Oltre la porta di ingresso, l’interno della casa era pieno di stanze arredate con mobilia antica d’ ebano. Si accedeva, come nei vecchi palazzi, da una stanza all’altra attraverso porte principali e a volte laterali tutte aperte. Alle pareti c’erano quadri con ritratti severi, o con scene di battute di caccia o ancora con paesaggi ancestrali e figure mitologiche. Era un ambiente caldo ed accogliente, spazioso e profumato, con tende bianche trasparenti che filtravano luci ed ombre del parco antistante. Per osservare meglio l’ambiente, M. si sedette su una poltrona di velluto rosa stile impero, vicina ad un caminetto spento, alle cui estremità c’erano alari scomposti, come fossero stati usati da poco.
Poi si alzò e attraversò una grande porta ad arco bianca. Si trovò in un locale bellissimo, con pareti damascate color oro ed un soffitto ricco di stucchi ed affreschi. Quello che più lo colpiva era l’ampiezza dei luoghi e la pace interiore che essi suscitavano. Un bagliore improvviso proveniente da un angolo della stanza attirò la sua attenzione. Proveniva da un raggio di luce che si rifrangeva in un punto preciso di un imponente specchio, opacizzato dal tempo, che pendeva maestoso dall’alto della parete. Era incorniciato di legno intarsiato con immagini sacre, sul lato destro e profane, sul lato sinistro. Si avvicinò e scorse la sua immagine un po’ distorta. Improvvisamente, dietro a lui, vide l’ odiosa fisionomia del Sig. D. e trasalì.
“Bene M. allora ci siamo! Finalmente stai sognando e mi dai l’opportunità, in questo modo, di rinnovarti la mia proposta. Guarda dentro lo specchio attentamente. Cosa vedi?” chiese con voce sibillina il Sig. D.
M. guardò più attentamente dentro lo specchio e in lontananza scorse una soglia con attorno il vuoto. Mentre si sentiva fatalmente attratto da quel varco misterioso, all’improvviso dietro la finestra del balcone apparve un volto dai contorni a lui assai noti.. In un attimo fu là e, tirata la tenda, vide la nonna che gli sorrideva luminosa. “M. non lasciarti ingannare dalle apparenze. Veniamo al mondo per fare esperienza: questa è la nostra missione sulla terra. Ti raccomando, ricorda tutto quello che ti ho insegnato”. La nonna si dissolse nella luce e M. si girò e guardò da lontano lo specchio. Ora la stanza gli sembrava obliqua. Avvertì una tale paura che si mise a correre, attraversando porta dopo porta, stanza dopo stanza. Alla fine arrivò in un bow-window che faceva intravvedere, dalle ampie finestre decorate, una distesa verde di giardino e vegetazione. Ne aprì una, la scavalcò e si mise a correre di nuovo, quanto più veloce poteva, lungo un sentiero che portava diritto in un bosco di betulle. Il tono profondo del cuore divenne rapido e superficiale. Mentre si avvicinava ansimando a quell’agognato rifugio che sembrava potesse metterlo in salvo, M. vide in lontananza un uomo che gli veniva incontro: un signore distinto, con un abito elegante, leggermente fuori moda e un borsalino in testa.
M. si sveglio di soprassalto e si guardò attorno smarrito. Riconobbe ben presto il suo letto, le cuffie delle stereo ancora in testa e la luce del mattino che filtrava tra le persiane chiuse. Mancavano 15 minuti alle 7. Tra circa 30 minuti doveva essere fuori.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:43
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
  1. Ingrid scrive:

    Racconto molto avvincente. Mi piace!!!

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