CAPITOLO 1U di Alessandro Comandini – Scrittura Collettiva

Non potrò più sognare, pensò. Se sogno, se sogno quella porta, morirò. In una settimana al massimo sarò morto.
M. amava sognare, era la sua vita. Il misterioso Signor D. l’aveva capito. Ma per fortuna non lo conosceva bene, non abbastanza, perché per lui la vita reale, quella che valeva la pena vivere davvero, era quella vissuta in sogno.
M. amava dormire per sognare. I suoi sogni erano quanto mai vividi e realistici, nel bene e nel male. I più grandi amori, quelli che fanno sudare le mani, li aveva vissuti in sogno. Ne era consapevole perché, anche quando non li ricordava nei dettagli, si svegliava innamorato. Innamorato davvero. Spesso senza sapere neppure di chi, ma incontestabilmente innamorato.
Per questo era preoccupato. Non aveva firmato nulla, ci mancherebbe. Cosa avrebbe potuto mai firmare? Ma aveva paura, paura che il Signor D. fosse un ladro di sogni. “Assurdo – si era detto- i ladri di sogni non esistono. Ma chi altri potrebbe pensare di barattare i sogni con la vita?”.
Sorrise. Gliene vennero in mente tanti, ma vendevano sogni fasulli. I sogni veri non avevano prezzo. Neppure una vita poteva bastare a pagarli.
I suoi ragionamenti, per quanto razionali, per quanto credibili, non bastarono a tranquillizzarlo. Era terrorizzato all’idea di non sognare più. Gli era successo in passato, quando aveva letto “L’interpretazione dei sogni”, di Freud. All’inizio si era divertito a ripensare i suoi sogni e ad analizzarli, poi piano piano questi si erano fatti sempre più rari, frammentari, sempre più indefiniti. Fin quando, una notte, non sognò. Non se ne curò granché, inizialmente. Pensò di averlo dimen Quella notte, infatti, contrariamente a quanto avveniva di solito, non si era svegliato nel mezzo della notte per andare in bagno ma aveva dormito ininterrottamente fino al mattino, quando la sveglia aveva suonato, dieci minuti prima delle 7.
Già dopo aver fatto colazione smise di pensarci. Quando il giorno successivo si rese di nuovo conto di non avere sogni da raccontarsi, si indispettì. Il terzo giorno si preoccupò. Non sognava più. Aveva paura della sua autoanalisi, del giudizio che avrebbe potuto dare di se stesso. Maledisse quel libro ed iniziò una sorta di training autogeno per convincersi che stava già dimenticando quelle teorie, che non aveva più alcun interesse nel giudicare i suoi sogni, perché quella vita lì non poteva essere giudicata.
“Analizzare i sogni significa dar loro un valore morale”, pensò. “E se c’è un luogo a-morale, questo è proprio il sonno e la vita che porta con sé”.
Passò quasi un mese senza sognare. Si svegliava nel cuore della notte per scandagliare il ricordo, senza trovare traccia di un viaggio, un amore, un’emozione. Poi, una sera, si addormentò con la consapevolezza che la notte che stava per cominciare sarebbe stata diversa. E così fu. La prima figura che si riaffacciò nei suoi sogni fu Lapo, il suo cane. Con Lapo parlava spesso, durante il giorno. Un monologo che di notte diventava un dialogo, dialogo intenso e serrato, come tra fratelli. Il fratello che non aveva mai avuto.

Questo capitolo partecipa all’esperimento di scrittura collettiva del Sole 24 Ore. Per votarlo clicca “mi piace” su questo post

Pubblicato il lunedì 26 marzo 2012 - 12:40
 
Commento (1) | 26.03.2012
Commenti
  1. putredine scrive:

    lapo el can… :) )))

    un gran bell’inizio: finito di leggere pare di essere almeno a pagina 10.
    intenso, ma scorrevole e immediato. accattivante.

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